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Star Wars

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Alle origini della Spada Laser

Sappiamo quasi tutto di come la spada laser abbia influenzato la cultura pop e come è nata, ma quali potrebbero essere state le influenze di George Lucas? Quali sono i più interessanti esempi di spade laser prima di Star Wars?

Homer Heart

Core ‘e Nerd – Problemi d’amore nerd: prima puntata

Ci siamo quasi dimenticati del periodo natalizio, quel tempo in cui ci stringevamo più vicini a guardare un film, ricevevamo messaggi carini dalla persona del cuore e ripercorrevamo le tradizioni con Una Poltrona per Due e la consueta maratona di Fantaghirò. Beh, sì, insomma, nei vostri sogni, almeno. In realtà siete rimasti a guardare lo smartphone in attesa degli auguri di Santo Stefano della persona che vi piace mentre i vostri amici continuavano a dirvi che no, non si fanno gli auguri per Santo Stefano. E allora che avete fatto? Maratona di Black Mirror, così, per aumentare un po’ l’ansia della vostra vita. E quindi siete ancora qui, arenati sul divano in cerca di una risposta ai vostri problemi di cuore, perché l’oroscopo del 2018 di Paolo Fox non v’ha dato soddisfazioni in questo gennaio. Cerchiamo di risolverli ad uno ad uno.

“Caro Corenerd, ho un problema piuttosto grave. La mia ragazza non ha mai visto Star Wars. Cosa posso fare?” — handsolo92

Ciao caro amico telespettatore a casa. Quello che mi chiedi è un po’ vago, ma siccome scrivi ad una perfetta sconosciuta però autorevole consigliera amorosa sull’internet, si capisce che tu voglia che la tua ragazza ami Star Wars tanto quanto te (e quanto te in quanto persona) e quanti quanto ho scritto? Comunque, veniamo al dunque (giuro che la smetto con le ridondanze). Analizzerò il problema in modo professionale, anche se nemmeno io ho mai visto Star Wars. Tu mi dici che è un problema piuttosto grave dal tuo punto di vista, ma hai mai pensato al perché lo ritieni tale? E non iniziamo la solita solfa sul “perché è Star Wars”, perché sebbene sia IL simbolo nerd per eccellenza, pietra miliare del cinema e della cultura pop, ti ritengo abbastanza adulto e vaccinato da agitare la tua spada laser e fissarla mentre ti auto-induci una ipnosi (è quello che farei) per farti digerire nella maniera meno dolorosa possibile due assunti di vita fondamentali:

 

  • Essere in coppia non significa dover amare le stesse cose, nonostante esse ci rappresentino o siano parte di noi e della nostra formazione in quanto persona. Magari non sveliamo che quel sospiro che fai durante i momenti intimi l’hai imparato da Darth Vader perché prima pensavi di dover ululare come un lupo durante una notte di luna piena. Insomma: non è importante che la tua ragazza conosca i processi che ti hanno portato ad essere la persona che sei tramite la conoscenza dei tasselli che ti hanno aiutato a crescere. Di questi tempi è già tanto se te la danno, figurati se c’hai pure la fortuna di venire amato. Accettalo.

  • Il fondamentalismo della cultura nerd riguardo Star Wars anche se socialmente accettato, non è carino da attuare soprattutto nei confronti della ragazza che ha deciso di condividere con te un pezzo più o meno lungo di vita. Più le dirai “MA COMEEE NON L’HAIII VISTOOO?” con lo sguardo sbarrato e la bava alla bocca, meno avrà desiderio di recuperarlo. Non la dico io ‘sta cosa, eh, la dice quello che ha cantato Teorema, che avrà fatto solo una cosa nella vita ma almeno insomma un po’ c’aveva ragione. Prendi una donna, trattala male. Proverei a dirle, strategicamente: Non vuoi vedere Star Wars? E che me ne frega a me, è solo la cosa più importante della mia vita da nerd, fai il cazzo che ti pare. E tu intanto prepara in maniera strategica i blu-ray [battuta pessima necessaria]. O la valigia vicino alla porta in caso di convivenza e fidanzata arrabbiata, ché sempre bene non può andare.

Spero di esserti stata d’aiuto, anche se so che hai smesso di leggere il mio parere dopo “non ho mai visto Star Wars nemmeno io”.


“Il mio ragazzo non capisce il valore culturale di Fantaghirò. Come faccio a fargli capire che Fantaghirò è il motivo per cui sono la donna che sono oggi?”
 — Romualda9295

Carissima amica a casa, come non capirti. Credo che tutte le bambine cresciute a pane e anni ’90 siano sulla tua stessa barca. Fantaghirò ci ha insegnato che anche una con un nome di merda può diventare qualcuno nella vita. Che non basta fingersi uomo con un discreto talento nel camouflage per non venire tartassata da inviti ad uscire. Ma che, soprattutto, il trauma infantile di avere centinaia di foto cartacee, stampate e in bella vista nel salotto della nonna o come gigantografia su uno dei muri di casa con il famosissimo “taglio alla Fantaghirò” ci ha reso le donne che siamo oggi, perché è come se fosse una metafora di vita, capisci? Quel taglio fa schifo, è una merda quasi quanto la scelta del padre di Fantaghirò di chiamarla con quel nome, eppure i tuoi genitori ti imporranno la loro scelta. 

Questo ci ha abituate sin dalla tenera età a sopportare tonnellate di scelte subite e di conseguenza saranno lo specchio delle nostre quando ci lasceranno libere di fare le nostre valutazioni. E quindi tra un ragazzo carino che ci tratta bene ed uno stronzo– come quello sopra che non ha letto la mia risposta su Star Wars solo perché non l’ho visto– noi sceglieremo quest’ultimo perché in fondo la nostra vita fa schifo come quel taglio di capelli portato con dignità per tutti gli anni della prima TV di Fantaghirò 1–5. E quindi, mi rivolgo adesso a te, caro ragazzo, probabilmente non sei Romualdo né Raz Degan ai suoi tempi d’oro e sei l’equivalente emotivo del caschetto di Alessandra Martines (ma a proposito, che fine ha fatto?). Però sai che c’è? L’importante è che la ragazza ti porti con dignità e che esponga i vostri tremila selfie su Facebook.

“Mi piace una persona che visualizza e non risponde. Cosa significa?” -visualizzatoalle83

Carissimo anonimo o anonima – tanto il sesso d’appartenenza importa solo ai sostenitori del gender che salutiamo con affetto – il visualizza e non risponde è di per sé una risposta. Cosa significa, però, è da stabilire in base al sistema di traduzione utilizzato. Usando il metodo legislativo del silenzio assenso, che ti riporto qui per maggiore chiarezza: “[…] il silenzio dell’amministrazione competente equivale a provvedimento di accoglimento della domanda, senza necessità di ulteriori istanze o diffide, se la medesima amministrazione non comunica all’interessato, nel termine di cui all’articolo 2, commi 2 o 3, il provvedimento di diniego, ovvero non procede ai sensi del comma 2.”, quindi, senza una chiara risposta, l’amministrazione (alias la persona che ti piace) ti autorizza ad un sì categorico ogni volta che ad una domanda esplicita e diretta visualizza e non risponde. Il mio suggerimento è quindi quello di procedere direttamente con un bel “ti vuoi mettere con me?”. Ci sarà un motivo perché era il metodo più utilizzato alle elementari per cuccare con il 99% di probabilità di fare chiarezza nella nostra vita sentimentale a 10 anni.

Utilizzando invece l’altro metodo di traduzione del “visualizzato alle ore 03:42”, orario in cui tu pensi stia pensando a te e contemporaneamente pensi stia scambiando messaggi bollenti con la ex ragazza mentre invece sta solamente cercando di scaricare l’ennesimo allegato mandato da sua madre – che si è dimenticata di star inviando un file che è arrivato ad orari notturni improbabili – contenente 3 minuti e 52 secondi di Despacito cantato in siciliano da un gruppo di vecchietti in abiti tipici della Trinacria, scopriremo il magico mondo del kittesencula. Secondo questa antica arte giapponese, pare che il nostro interlocutore abbia poca propensione a risponderci. Motivi ignoti. Il consiglio che ti do è quello di seguire il corso di seduzione di Franco Trentalance che ogni tanto mettono in sconto a 30€ oppure di frequentare un master di scrittura creativa, persuasione e copywriting. Sia mai che con uno slogan tu riesca a conquistare l’uomo o la donna che ti fa consumare i pensieri e i giga dello smartphone. Speriamo non ti risponda mai mandandoti il sopra citato video di Despacito.

 

Hai problemi di core e ti serve una pozione curativa? Sottoponici i tuoi dubbi e le tue spremute di cuore nerd a corenerd@n3rdcore.it o in forma anonima su Sarahah. Ah, vero, scusate, chi lo usa più Sarahah? 

 

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Guerre Stellari e Guide Galattiche

Li festeggiamo nello stesso giorno ma Star Wars e La Guida Galattica per Autostoppisti sono esempi diametralmente opposti di vedere la fantascienza

Il 25 maggio è un giorno un po’ particolare per gli amanti della fantascienza, perché è sia il Towel Day, ovvero il giorno in cui si festeggia Douglas Adams e la sua Guida Galattica per autostoppisti, sia il giorno in cui Star Wars debuttò nei cinema.

Questa doppia ricorrenza è l’occasione perfetta per analizzare due opere che hanno profondamente influenzato tutto ciò che è arrivato dopo di loro, ma che col tempo hanno sviluppato col proprio pubblico un rapporto completamente diverso, legato senza dubbio al tono diametralmente opposto delle opere.

Star Wars arrivò nei cinema nel ’77, la Guida Galattica nasce come opera radiofonica l’anno successivo per poi diventare romanzo nel ’79. Da una parte abbiamo una space opera che segue un cammino ben preciso, passando da Flash Gordon, i fumetti di Valerian e Laureline, i cavalieri medievali, Buck Rogers e decine di altre suggestioni distillate nel cervello di George Lucas per diventare, col tempo, uno dei marchi più conosciuti al mondo. Chi non conosce Star Wars o vi sta dicendo una bugia per fare lo snob o ha vissuto gli ultimi 40 anni in coma profondo e in questo caso cercate comunque di volergli bene.

Su Star Wars sono stati scritti decine di libri su come e quanto abbia influenzato la cultura pop e sulle dimensioni del culto che ha generato. Utilizzo la parola culto non a caso, perché gli Star Wars Junkie insieme ai Trekkies sono probabilmente uno dei primi esempi di fandom (fan+kingdom) più rigidi, ortodossi e bizantini. Dietro i bambini vestiti da Darth Vader o Principessa Leia si nascondono padri che hanno discusso per anni sui forum di tutta l’internet su cosa era effettivamente successo a Obi Wan, che odiano profondamente Lucas per aver messo mano a una cosa che lui stesso aveva creato e che organizzano la vita seguendo una semplice dicotomia: fa parte del canone/non fa parte del canone.

Non importa se a volte il tono di Star Wars può sembrare scanzonato, siamo di fronte a un’opera che si prende parecchio sul serio.

Negli anni è diventato qualcosa di immenso, rigido, ramificato, fatto di film ufficiali, libri non ufficiali, fumetti, cartoni animati, giocattoli, videogiochi, un leviatano geek che attira l’attenzione di milioni di persone ogni volta che muove un muscolo. Anche se inizialmente era un’idea innovativa, piratesca e sperimentale, col tempo si è trasformata nella perfetta metafora di un modo di fare cinema “all’americana”, fatto di blockbuster, megaproduzioni e controllo totale sull’opera, merchandising incluso.

Dall’altra parte abbiamo un modo di raccontare la fantascienza concepita secondo canoni assolutamente britannici, ovvero intrinsecamente legata a una vena di umorismo surreale, disincantato e assolutamente geniale che ogni tanto emerge potentemente per dare un senso all’universo narrativo. Non a caso Adams collaborerà con altre due opere che hanno definito il lato britannico della cultura pop: Dr. Who e i Monty Python.

La dimensione del successo non è neanche comparabile, da una parte abbiamo un’enorme villa sulle colline di Los Angeles con piscina, servitù e opere d’arte nel giardino, dall’altra un cottage nella provincia inglese. Star Wars è un fenomeno mondiale da milioni di dollari, la Guida Galattica è qualcosa di conosciuto e diffuso, ma è per geek leggermente più “iniziati”.

Anche perché, escluso un film modesto e alcuni adattamenti per la TV inglese, il corpus principale è composto da tre libri dotati di un humor che prevede un certo tipo di intelligenza vagamente scientifica, tipica del nerd che ride da solo mentre tutti lo guardano male, ma declinata con un gusto per l’aforisma che gli permette di essere ancora invitato alle feste.

Star Wars ha un approccio serio, quasi storiografico e rigoroso, che da una parte rappresenta la bellezza della sua cosmogonia e della sua facilità di accesso (tutti amano una spada laser, senza sapere come funziona) ma presta il fianco a ogni possibile incongruenza, puntualmente sanata con spiegazioni e voli pindarici dai fan. La Guida Galattica per autostoppisti fa dell’assurdità la sua forza più grande. Ma attenzione, perché è un’assurdità con un funzionamento scientifico spiegato con estrema serietà e divertimento. A Luke Skywalker e soci chiediamo di risolvere le situazioni facendo affidamento sul coraggio e al massimo sulla Forza, per la Guida invece è importante che se ne esca con l’intelligenza e ridendo, senza però perdere l’assurda coerenza interna.

L’ironia e il nonsense della Guida legati alla passione di Adams per la scienza hanno permesso infatti al romanzo di sfruttare soluzioni che solo lo scrittore poteva pensare e rendere scientificamente plausibili. Devi spiegare come mai tutti nello spazio parlano inglese? Inventi il pesce babele. Hai bisogno di una spiegazione su come mai un’astronave si trova in un posto e riesca a trarre d’impaccio i protagonisti? Ecco che la Cuore d’Oro ha un motore ad improbabilità descritto nei minimi dettagli. La stessa risposta alla vita, l’universo e tutto quanto in fondo anticipa alcune considerazioni degli scienziati che studiano le origini dell’universo, i quali spesso si chiedono non tanto che risposta ottenere, ma quale sia la domanda giusta.

I fan della Guida sono gente decisamente meno ortodossa e talebana di quelli Star Wars, nonostante il suo creatore sia deceduto mentre l’universo di Lucas continua a espandersi inglobando o scartando ciò che torna più comodo dal punto di vista narrativo commerciale.

La spiegazione forse la possiamo trovare nel diverso tono di due opere nate a poca distanza l’una dall’altra ma che non si sono mai influenzate, pur condividendo molto probabilmente buona parte dei fan e una certa filosofia di fondo. In entrambi i casi parliamo di universi enormi, pieni di razze, religioni, culture e mondi differenti.

Ma da una parte Star Wars vede la giustificazione e la spiegazione del suo mondo come qualcosa di necessario per soddisfare il cultisti più esigenti, ponendo al centro di tutto l’elemento umano (in fondo è una lunga saga familiare) e raccontando una storia abbastanza classica e priva di grandi metafore sociali

, dall’altra la Guida si diverte proprio a trovare un senso nel nonsense, nello spiegarci in maniera scientifica come funziona un motore a improbabilità, rendendo l’essere umano una piccola particella di un mondo più grande, più folle, in cui la nostra contemporaneità è costantemente presa in giro.

Se per un amante di Star Wars la venerazione al limite del religioso è tutto, spesso perché quella storia fa parte della sua intoccabile infanzia, per un fan della Guida è assolutamente impossibile prendersi sul serio.

D’altronde ti restano poche alternative quando il tuo autore fa esplodere la Terra nelle prime pagine.

Quell’hashtag un po’ così

Ovvero quando diciamo agli altri come devono gestire il lutto

Carrie Fisher è morta ieri, il 27 dicembre 2016 e ognuno ha reagito a modo suo. Io sono stato avvertito dal caposezione di Wired mentre ero a fare la spesa. Voleva un commento a caldo, ho risposto che non potevo e ho mercanteggiato per un pezzo la mattina successiva, poi ho mollato i surgelati per un attimo e ho abbassato la testa e così sono rimasto per qualche minuto con gli occhi che si arrossavano, sentendomi contemporaneamente un po’ coglione e un po’ benaltrista, perché di sicuro al mondo ci sono motivi più seri per cui piangere.

Mark Hamill invece ha postato un’immagine sui social network con l’hashtag #devastated e oggi in molti lo stanno mettendo alla gogna per questo, dipingendolo come un gesto cinico, stupido, assurdo e specchio degli orribili tempi social centrici in cui viviamo. Ovviamente tutti lo fanno dalle stesse vituperate piattaforme che hanno corrotto l’animo di Mark Hamill.

Personalmente non sono molto d’accordo con l’analisi di chi stigmatizza il gesto, ma su una cosa la penso allo stesso modo: è senza dubbio uno specchio dei tempi, di come comunichiamo oggi, di cosa è diventato un hashtag e di come lo interpretiamo.

Il paradosso del lutto è che incarna probabilmente il momento più personale di ogni essere umano, ma anche quello in cui tutti sanno come dovrebbero gestirlo gli altri, cosa sarebbe giusto fare e non fare, come agire, cosa dire. Il problema del lutto è che in quel tempo sospeso il cervello ti fa fare cose che non credevi possibili. C’è chi fa una festa, chi si chiude nel dolore, chi lo scrive su Facebook, chi te lo sbatte in faccia, chi non dice niente a nessuno, chi fa finta di nulla, chi piange tutti i giorni, chi vuole il funerale spettacolare, chi preferisce essere l’unico vicino alla bara.

Non puoi sapere come reagirai di fronte a un lutto, inutile fare piani, in quelle circostanze una parte del tuo cervello va completamente nel panico perché stai malissimo, mentre l’altra si ricorda che anche tu morirai. Ti ritrovi in un posto buio, pieno di tasti e leve da spingere senza sapere bene cosa succederà quando lo farai. Ogni gesto, anche il più stupido e patetico, in quel momento ha perfettamente senso.

Io per esempio ho scritto, avevo solo quello strumento per cercare di incanalare qualcosa che non sapevo gestire. Ho dovuto pubblicare il mio dolore, pazienza se mi giudicherete male.

La reazione di Mark Hamill è stata forse goffa, assurda, ma è molto probabilmente una reazione di pancia, una di quelle che fai sul momento, quando hai saputo la cosa da poco e la testa è solo piena di dolore, tristezza, negazione. Purtroppo di questi tempi quelli sono anche momenti in cui hai un telefono in mano.

Nessuno di noi può arrogarsi il diritto di sapere cosa gli passasse per il cervello in quegli istanti. Nel lutto devi fare i conti solo con te stesso.

Però è comunque una reazione che possiamo analizzare, perché proprio in quanto gesto istintivo racconta molto della nostra natura.

Chi pensa che dovrebbe essere un qualcosa di personale probabilmente non va molto spesso ai funerali (beato lui) o non ricorda che da sempre la morte è uno stato a due facce: assolutamente pubblico e totalmente personale. Funerali, necrologi, tombe monumentali, prefiche, bande di New Orleans sono arrivati ben prima dei social network e degli hashtag. Il fatto che qualcuno renda pubblico il proprio dolore non lo abbiamo inventato noi, abbiamo solo trasformato il procedimento.

Qualcuno potrebbe pensare che l’hashtag sia una mossa cinica, un modo per aumentare la visibilità del proprio parere. Non sono d’accordo. Dal punto di vista strettamente comunicativo #devastated non è un hashtag attorno a cui raccogliere le condoglianze per la morte di Carrie Fishter. Se ci fossero stati #CarrieFisher #RipCarrie o #PrincessLeia l’obiezione poteva valere, ma mettendo un cancelletto di fronte a un’emozione non cambia niente.


Seconda cosa, stiamo parlando di Mark Hamill, non dell’ultima comparsa del film. Dal momento in cui è morta, milioni di persone hanno atteso la sua reazione, è un personaggio pubblico e il protagonista di una delle saghe cinematografiche più importanti di sempre, non ha bisogno di visibilità, lui è la visibilità. Paradossalmente la parola è stata abusata solo dopo di lui e oggi molti la utilizzano per dare voce al proprio dolore per la perdita.

Certo è vero che avrebbe potuto semplicemente esprimere il suo stato d’animo senza hashtag, allora perché lo ha fatto? Non saprei dirlo, la mia ipotesi è che sia legato a una differente concezione dell’hashtag, non come parola chiave per inserirsi in una discussione per incasellarla, quanto piuttosto come codice non scritto per sottolineare un momento, un sentimento, un’etichetta che dia senso al tutto, forse solo un modo un po’ goffo per dare più voce all’emozione stessa. Oggi gli hashtag forse sono questo, non solo le etichette che metti alla foto del tuo sushi ma anche il riassunto di un sentire che viene messo sopra tutto.

Hamill è sempre molto attivo sui social e da quel che si vede usa gli hashtag come fossero titoli o per dare maggiore risalto ad alcune parole. Tanto che il post successivo, più lungo, su Carrie Fisher è titolato #AFewWords. Anche stavolta mancano eventuali tag per aumentare la lettura e la condivisione.

Forse cercava solo di dire al mondo che lui stava male, molto male. E pazienza se oggi lo giudichiamo, frettolosamente, un gesto agghiacciante, quando sei là dentro, in quel posto buio, qualunque cosa ti aiuti a uscirne va bene. Il suo unico problema è stato che proprio in quel momento molti occhi guardavano verso di lui.

Vi auguro maggiore compostezza quando succederà, ma se così non fosse, andrà comunque benissimo.

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Rogue Cut— Il film che non è stato

Cosa ci raccontano trailer e dietro le quinte sui tagli di regia di Rogue One?

Durante la visione di Rogue One ho notato almeno un paio di cose che non mi tornavano. Dov’era finita la famosa frase “I Rebel”, punto cardine del primo trailer? E sempre parlando di punti cardine, che fine aveva fatto l’inquadratura di Jyn Erso che si gira verso la telecamera travestita da imperiale?

A quanto pare, i trailer sono composti in gran parte da scene che non sono state usate per la versione finale del film e sono cadute vittima del famoso “reshooting” del coautore Tony Gilroy, chiamato in causa dopo i pareri negativi di Disney alla prima versione montata.

https://n3rdcore.it/star-wars-rogue-one-4c0aab1995af

Ma cosa è cambiato? Inizialmente pensavo che le modifiche fossero legate alla parte iniziale, che sembra proprio diversa, come stile, dal finale, ma a quanto pare gli interventi servivano a limitare il carattere di Jyn e avere un finale più semplice.

Slashfilm si è lanciato nell’analisi delle inquadrature mancanti e il risultato è senza dubbio interessante. Ovviamente occhio agli spoiler.

Questa è una ribellione no? Mi ribello”, frase mitica, però completamente sparita dal film, senza alcun motivo, forse non è piaciuta. Manca anche la parte in cui Mon Mothma dice che è sola da quando aveva 15 anni e descrive la sua personalità come “avventata, aggressiva e indisciplinata”, forse rendeva Jyn troppo cattiva o ruvida? Forse l’età non legava bene col prologo? Non so voi, ma io avrei preferito una protagonista ancora più arrabbiata.

Parliamo un attimo di Saw Gerrera, personaggio secondo me riuscito solo a metà, in italiano depotenziato ancora di più da un doppiaggio infame. Nel primo trailer, che tra l’altro ha una voce migliore, Saw chiede a Jyn “Che cosa farai quando ti prenderanno? Quando ti spezzeranno? Se continui a combattere… cosa diventerai?” Frasi molto belle, ma prive di senso nel punto in cui i due si incontrano nel film. Lui è ormai un ribelle paranoico, lei invece non fa parte della ribellione, vuole solo consegnare un messaggio e andarsene. Forse nella prima versione Jyn faceva già parte della causa? Forse fa parte di un pezzo in cui Saw la addestra da piccola? Spiegherebbe come mai è così brava nel corpo a corpo.

Per quanto riguarda la parte con Vader, non ricordo assolutamente una scena in cui contempla uno schermo con linee rosse. Voi ?


Già sappiamo che l’inquadratura di Jyn in incognito che si gira verso la telecamera, fondamentalmente l’immagine più bella del film e su cui si basa parte della campagna promozionale, è stata tolta, ma che dire di quella in cui fronteggia un Tie Fighter?


O quella in cui Jyn, Cassian e K-2S0 scappano con l’hard disk? Questa scena è stata girata probabilmente dopo il reshooting, ma poi è stata tolta. Probabilmente alla fine qualcuno ha deciso che il finale con l’hard disk doveva essere diverso. Nella versione per i cinema i dati non escono mai dalla torre, nei vari trailer e filmati dietro le quinte invece vediamo Jyn e gli altri che corrono all’esterno, schivando i colpi degli AT-AT mentre portano i dati.



Probabilmente in una versione preliminare la torre non funzionava e i ribelli erano costretti a inviare i piani della Morte Nera in un altro modo, senza lo scontro finale a cui abbiamo assistito. Si legherebbe anche perfettamente con la scena di Jyn e Cassian che aspettano l’esplosione.

Sempre riguardo il finale, forse anche Krennic si trova in un’altra posizione rispetto a quella che vediamo nelle ultime battute. Non ricordo un momento in cui contempla i danni dell’attacco ribelle.


C’è anche un’altra scena tagliata, quella degli Stormtrooper che pattugliano con l’acqua alle ginocchia in un mare stile Sharm, ma quella non manca a nessuno.


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Star Wars: Rogue One — La Recensione

Lo spettacolare inizio di qualcosa di epico

Finalmente ieri sera ho visto Rogue One che a quanto pare dovrebbe essere il primo capitolo di qualcosa più ampio chiamato “Star Wars” o “Guerre Stellari”, dipende se vorranno tradurre anche il titolo o no, l’unica cosa certa dell’adattamento italiano è che vorrei lanciare alcuni doppiatori in un pozzo profondo e non farli uscire mai più.

Fino a ieri non conoscevo molto del progetto, avevo visto qualche trailer, ma non ero del tutto convinto. C’è questa mega stazione spaziale improbabile e affascinante, la Morte Nera, un Impero spaziale e dei ribelli che cercano di distruggerla grazie a una tizia. Questo era tutto ciò che sapevo prima di entrare al cinema. Le idee mi parevano buone, ma ho preferito mantenere basse le aspettative.

L’inizio del film sembra un collage di corti messi insieme alla rinfusa, ma credo fosse un inevitabile compromesso necessario per presentare tutti i personaggi. Non c’è una scena che duri più di trenta secondi. Per qualche minuto lo spettro di Suicide Squad aleggia sul film ridendo come il Joker, poi per fortuna le cose cambiano, la storia inizia a incanalarsi lungo binari sensati e convincenti, senza buchi della trama, senza momenti assurdi. Forse la seconda parte soffre di un certo calo di ritmo, ma il finale, dio mio, il finale è qualcosa di EPICO.

Jin Erso è un’eroina atipica, non ha assolutamente voglia di fare quello che va fatto, è una persona danneggiata, ferita e abbandonata da chiunque le sia stato vicino, padre incluso, dotata dell’empatia di chi fin da piccolo ha vissuto nascosto in un buco cercando di non farsi scoprire dal destino.


Lei non vive la chiamata dell’eroe, come quasi tutti i “buoni” viene semplicemente costretta a fare ciò che deve essere fatto, senza riflettere troppo sulle conseguenze, perché la Storia, quella con la S maiuscola che sopravvivere agli uomini e si legge sui libri, non la puoi evitare, puoi solo sperare di essere ancora vivo quando tutto sarà finito.

Che in fondo tanto buoni non sono, sono semplicemente dall’altra parte di una barricata e stanno perdendo, sono divisi tra loro, litigano, torturano, fanno agguati, uccidono senza pietà, non aspettatevi eroi senza macchia dalla battuta pronta.

E poi ci sono i cattivi, che, personalmente, mi hanno affascinato di più, forse per le uniformi, forse per lo spettacolare design delle truppe e delle astronavi, forse perché tra le loro fila vive e respira (è il caso di dirlo) il personaggio più bello, ma di lui parlerò dopo.

L’Impero è un male che ricorda il nazismo, ma anche l’uso disinvolto dell’atomica degli americani durante la Seconda Guerra Mondiale. Anzi, oserei dire che in alcuni momenti il parallelismo tra gli Stati Uniti e l’Impero è decisamente palese. C’è una scena, ambientata su un pianeta che ricorda l’Iraq o l’Afghanistan che riprende in tutto e per tutto le imboscate dei talebani ai marines, solo che, teoricamente, qua i talebani sono i buoni. Anche il pianeta finale è ricco di suggestioni, sembra una via di mezzo tra Pearl Harbor, l’atollo di Bikini e Dubai.

In questa carrellata di disperati, uomini di fede, compagni d’arme e stilosissimi cattivi in uniforme, due figure emergono tra tutte: dalla parte dei buoni il robot K-2SO, un po’ spalla comica un po’ macchina di morte, perfetto per mitigare la cupezza del film, dall’altra un tizio completamente vestito di nero, con tanto di mascherone in stile samurai che (MAMMA MIA) credo si chiami Darth Vader. È una specie di cavaliere nero dotato di telecinesi e una bellissima spada laser (chi l’ha pensata è un genio) compare pochissimo ma ogni volta che è in scena si mangia tutto come un buco nero di cattiveria e risolutezza, ho bisogno di saperne di più.

Se proprio devo fare un’osservazione sul casting, Peter Cushing mi pare un po’ rigido nel recitare, quasi morto.


Nonostante il tema di Rogue One sia la speranza, è senza dubbio un film intenso in cui tutti hanno assolutamente chiaro il fatto che di fronte a un male così grande la morte è quasi una certezza, ma sono comunque disposti a fare tutto il necessario per vincere.

La speranza in questo caso è quasi sempre un futuro migliore non per te, ma per chi rimane. Il vero filo conduttore del film quindi è il sacrificio consapevole legato alla certezza di aver fatto la cosa giusta.

Che poi onestamente sarebbe anche interessante capire cosa intendono alcuni personaggi quando parlano di “Forza”, una sorta di potere mistico e religioso che li guida e a cui affidarsi con totale abbandono. Forse potevano spiegarla un po’ meglio, così come potevano raccontarmi qualcosa di più sulle enormi statue di guerrieri-monaci che giacciono in mezzo alle dune.


Spero che il film incassi bene e che abbia un seguito, perché si chiude con un finale aperto in cui una tizia vestita di bianco riceve questi famigerati piani della Morte Nera, ma poi non si sa capisce cosa succederà.

Fondamentalmente ci troviamo di fronte a un film di guerra, a Quella Sporca Dozzina o il Mucchio Selvaggio, ma coi laser, il classico tema del gruppo di antieroi votati al martirio che alla fine si rendono conto di essere migliori di quello che credono. Ciò che permette a Rogue One di non soccombere di fronte a questi titani è l’elemento fantastico, la consapevolezza che ci troviamo di fronte a qualcosa con un enorme potenziale, ricco di spunti che potrebbero essere approfonditi. In fondo la Seconda Guerra Mondiale la conosciamo già, la lotta tra Ribelli e Impero no.

Voglio saperne di più su Darth Vader, voglio un film che lo veda come protagonista. Ce ne sono altri come lui? Sarebbe assurdo non vedere un duello con spade laser! A dire il vero pare che il secondo film sia già in lavorazione e che se ne occuperà direttamente il tizio che ha scritto le basi di Star Wars, tale George Lucas.

C’è un mondo dietro a Rogue One che non vedo l’ora di scoprire, pianeti, razze, personaggi da sviluppare, strane religioni e storie da raccontare, mi sembra il perfetto inizio di qualcosa di grande.