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Star Wars

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Guerre Stellari e Guide Galattiche

Li festeggiamo nello stesso giorno ma Star Wars e La Guida Galattica per Autostoppisti sono esempi diametralmente opposti di vedere la fantascienza

Il 25 maggio è un giorno un po’ particolare per gli amanti della fantascienza, perché è sia il Towel Day, ovvero il giorno in cui si festeggia Douglas Adams e la sua Guida Galattica per autostoppisti, sia il giorno in cui Star Wars debuttò nei cinema.

Questa doppia ricorrenza è l’occasione perfetta per analizzare due opere che hanno profondamente influenzato tutto ciò che è arrivato dopo di loro, ma che col tempo hanno sviluppato col proprio pubblico un rapporto completamente diverso, legato senza dubbio al tono diametralmente opposto delle opere.

Star Wars arrivò nei cinema nel ’77, la Guida Galattica nasce come opera radiofonica l’anno successivo per poi diventare romanzo nel ’79. Da una parte abbiamo una space opera che segue un cammino ben preciso, passando da Flash Gordon, i fumetti di Valerian e Laureline, i cavalieri medievali, Buck Rogers e decine di altre suggestioni distillate nel cervello di George Lucas per diventare, col tempo, uno dei marchi più conosciuti al mondo. Chi non conosce Star Wars o vi sta dicendo una bugia per fare lo snob o ha vissuto gli ultimi 40 anni in coma profondo e in questo caso cercate comunque di volergli bene.

Su Star Wars sono stati scritti decine di libri su come e quanto abbia influenzato la cultura pop e sulle dimensioni del culto che ha generato. Utilizzo la parola culto non a caso, perché gli Star Wars Junkie insieme ai Trekkies sono probabilmente uno dei primi esempi di fandom (fan+kingdom) più rigidi, ortodossi e bizantini. Dietro i bambini vestiti da Darth Vader o Principessa Leia si nascondono padri che hanno discusso per anni sui forum di tutta l’internet su cosa era effettivamente successo a Obi Wan, che odiano profondamente Lucas per aver messo mano a una cosa che lui stesso aveva creato e che organizzano la vita seguendo una semplice dicotomia: fa parte del canone/non fa parte del canone.

Non importa se a volte il tono di Star Wars può sembrare scanzonato, siamo di fronte a un’opera che si prende parecchio sul serio.

Negli anni è diventato qualcosa di immenso, rigido, ramificato, fatto di film ufficiali, libri non ufficiali, fumetti, cartoni animati, giocattoli, videogiochi, un leviatano geek che attira l’attenzione di milioni di persone ogni volta che muove un muscolo. Anche se inizialmente era un’idea innovativa, piratesca e sperimentale, col tempo si è trasformata nella perfetta metafora di un modo di fare cinema “all’americana”, fatto di blockbuster, megaproduzioni e controllo totale sull’opera, merchandising incluso.

Dall’altra parte abbiamo un modo di raccontare la fantascienza concepita secondo canoni assolutamente britannici, ovvero intrinsecamente legata a una vena di umorismo surreale, disincantato e assolutamente geniale che ogni tanto emerge potentemente per dare un senso all’universo narrativo. Non a caso Adams collaborerà con altre due opere che hanno definito il lato britannico della cultura pop: Dr. Who e i Monty Python.

La dimensione del successo non è neanche comparabile, da una parte abbiamo un’enorme villa sulle colline di Los Angeles con piscina, servitù e opere d’arte nel giardino, dall’altra un cottage nella provincia inglese. Star Wars è un fenomeno mondiale da milioni di dollari, la Guida Galattica è qualcosa di conosciuto e diffuso, ma è per geek leggermente più “iniziati”.

Anche perché, escluso un film modesto e alcuni adattamenti per la TV inglese, il corpus principale è composto da tre libri dotati di un humor che prevede un certo tipo di intelligenza vagamente scientifica, tipica del nerd che ride da solo mentre tutti lo guardano male, ma declinata con un gusto per l’aforisma che gli permette di essere ancora invitato alle feste.

Star Wars ha un approccio serio, quasi storiografico e rigoroso, che da una parte rappresenta la bellezza della sua cosmogonia e della sua facilità di accesso (tutti amano una spada laser, senza sapere come funziona) ma presta il fianco a ogni possibile incongruenza, puntualmente sanata con spiegazioni e voli pindarici dai fan. La Guida Galattica per autostoppisti fa dell’assurdità la sua forza più grande. Ma attenzione, perché è un’assurdità con un funzionamento scientifico spiegato con estrema serietà e divertimento. A Luke Skywalker e soci chiediamo di risolvere le situazioni facendo affidamento sul coraggio e al massimo sulla Forza, per la Guida invece è importante che se ne esca con l’intelligenza e ridendo, senza però perdere l’assurda coerenza interna.

L’ironia e il nonsense della Guida legati alla passione di Adams per la scienza hanno permesso infatti al romanzo di sfruttare soluzioni che solo lo scrittore poteva pensare e rendere scientificamente plausibili. Devi spiegare come mai tutti nello spazio parlano inglese? Inventi il pesce babele. Hai bisogno di una spiegazione su come mai un’astronave si trova in un posto e riesca a trarre d’impaccio i protagonisti? Ecco che la Cuore d’Oro ha un motore ad improbabilità descritto nei minimi dettagli. La stessa risposta alla vita, l’universo e tutto quanto in fondo anticipa alcune considerazioni degli scienziati che studiano le origini dell’universo, i quali spesso si chiedono non tanto che risposta ottenere, ma quale sia la domanda giusta.

I fan della Guida sono gente decisamente meno ortodossa e talebana di quelli Star Wars, nonostante il suo creatore sia deceduto mentre l’universo di Lucas continua a espandersi inglobando o scartando ciò che torna più comodo dal punto di vista narrativo commerciale.

La spiegazione forse la possiamo trovare nel diverso tono di due opere nate a poca distanza l’una dall’altra ma che non si sono mai influenzate, pur condividendo molto probabilmente buona parte dei fan e una certa filosofia di fondo. In entrambi i casi parliamo di universi enormi, pieni di razze, religioni, culture e mondi differenti.

Ma da una parte Star Wars vede la giustificazione e la spiegazione del suo mondo come qualcosa di necessario per soddisfare il cultisti più esigenti, ponendo al centro di tutto l’elemento umano (in fondo è una lunga saga familiare) e raccontando una storia abbastanza classica e priva di grandi metafore sociali

, dall’altra la Guida si diverte proprio a trovare un senso nel nonsense, nello spiegarci in maniera scientifica come funziona un motore a improbabilità, rendendo l’essere umano una piccola particella di un mondo più grande, più folle, in cui la nostra contemporaneità è costantemente presa in giro.

Se per un amante di Star Wars la venerazione al limite del religioso è tutto, spesso perché quella storia fa parte della sua intoccabile infanzia, per un fan della Guida è assolutamente impossibile prendersi sul serio.

D’altronde ti restano poche alternative quando il tuo autore fa esplodere la Terra nelle prime pagine.

Quell’hashtag un po’ così

Ovvero quando diciamo agli altri come devono gestire il lutto

Carrie Fisher è morta ieri, il 27 dicembre 2016 e ognuno ha reagito a modo suo. Io sono stato avvertito dal caposezione di Wired mentre ero a fare la spesa. Voleva un commento a caldo, ho risposto che non potevo e ho mercanteggiato per un pezzo la mattina successiva, poi ho mollato i surgelati per un attimo e ho abbassato la testa e così sono rimasto per qualche minuto con gli occhi che si arrossavano, sentendomi contemporaneamente un po’ coglione e un po’ benaltrista, perché di sicuro al mondo ci sono motivi più seri per cui piangere.

Mark Hamill invece ha postato un’immagine sui social network con l’hashtag #devastated e oggi in molti lo stanno mettendo alla gogna per questo, dipingendolo come un gesto cinico, stupido, assurdo e specchio degli orribili tempi social centrici in cui viviamo. Ovviamente tutti lo fanno dalle stesse vituperate piattaforme che hanno corrotto l’animo di Mark Hamill.

Personalmente non sono molto d’accordo con l’analisi di chi stigmatizza il gesto, ma su una cosa la penso allo stesso modo: è senza dubbio uno specchio dei tempi, di come comunichiamo oggi, di cosa è diventato un hashtag e di come lo interpretiamo.

Il paradosso del lutto è che incarna probabilmente il momento più personale di ogni essere umano, ma anche quello in cui tutti sanno come dovrebbero gestirlo gli altri, cosa sarebbe giusto fare e non fare, come agire, cosa dire. Il problema del lutto è che in quel tempo sospeso il cervello ti fa fare cose che non credevi possibili. C’è chi fa una festa, chi si chiude nel dolore, chi lo scrive su Facebook, chi te lo sbatte in faccia, chi non dice niente a nessuno, chi fa finta di nulla, chi piange tutti i giorni, chi vuole il funerale spettacolare, chi preferisce essere l’unico vicino alla bara.

Non puoi sapere come reagirai di fronte a un lutto, inutile fare piani, in quelle circostanze una parte del tuo cervello va completamente nel panico perché stai malissimo, mentre l’altra si ricorda che anche tu morirai. Ti ritrovi in un posto buio, pieno di tasti e leve da spingere senza sapere bene cosa succederà quando lo farai. Ogni gesto, anche il più stupido e patetico, in quel momento ha perfettamente senso.

Io per esempio ho scritto, avevo solo quello strumento per cercare di incanalare qualcosa che non sapevo gestire. Ho dovuto pubblicare il mio dolore, pazienza se mi giudicherete male.

La reazione di Mark Hamill è stata forse goffa, assurda, ma è molto probabilmente una reazione di pancia, una di quelle che fai sul momento, quando hai saputo la cosa da poco e la testa è solo piena di dolore, tristezza, negazione. Purtroppo di questi tempi quelli sono anche momenti in cui hai un telefono in mano.

Nessuno di noi può arrogarsi il diritto di sapere cosa gli passasse per il cervello in quegli istanti. Nel lutto devi fare i conti solo con te stesso.

Però è comunque una reazione che possiamo analizzare, perché proprio in quanto gesto istintivo racconta molto della nostra natura.

Chi pensa che dovrebbe essere un qualcosa di personale probabilmente non va molto spesso ai funerali (beato lui) o non ricorda che da sempre la morte è uno stato a due facce: assolutamente pubblico e totalmente personale. Funerali, necrologi, tombe monumentali, prefiche, bande di New Orleans sono arrivati ben prima dei social network e degli hashtag. Il fatto che qualcuno renda pubblico il proprio dolore non lo abbiamo inventato noi, abbiamo solo trasformato il procedimento.

Qualcuno potrebbe pensare che l’hashtag sia una mossa cinica, un modo per aumentare la visibilità del proprio parere. Non sono d’accordo. Dal punto di vista strettamente comunicativo #devastated non è un hashtag attorno a cui raccogliere le condoglianze per la morte di Carrie Fishter. Se ci fossero stati #CarrieFisher #RipCarrie o #PrincessLeia l’obiezione poteva valere, ma mettendo un cancelletto di fronte a un’emozione non cambia niente.


Seconda cosa, stiamo parlando di Mark Hamill, non dell’ultima comparsa del film. Dal momento in cui è morta, milioni di persone hanno atteso la sua reazione, è un personaggio pubblico e il protagonista di una delle saghe cinematografiche più importanti di sempre, non ha bisogno di visibilità, lui è la visibilità. Paradossalmente la parola è stata abusata solo dopo di lui e oggi molti la utilizzano per dare voce al proprio dolore per la perdita.

Certo è vero che avrebbe potuto semplicemente esprimere il suo stato d’animo senza hashtag, allora perché lo ha fatto? Non saprei dirlo, la mia ipotesi è che sia legato a una differente concezione dell’hashtag, non come parola chiave per inserirsi in una discussione per incasellarla, quanto piuttosto come codice non scritto per sottolineare un momento, un sentimento, un’etichetta che dia senso al tutto, forse solo un modo un po’ goffo per dare più voce all’emozione stessa. Oggi gli hashtag forse sono questo, non solo le etichette che metti alla foto del tuo sushi ma anche il riassunto di un sentire che viene messo sopra tutto.

Hamill è sempre molto attivo sui social e da quel che si vede usa gli hashtag come fossero titoli o per dare maggiore risalto ad alcune parole. Tanto che il post successivo, più lungo, su Carrie Fisher è titolato #AFewWords. Anche stavolta mancano eventuali tag per aumentare la lettura e la condivisione.

Forse cercava solo di dire al mondo che lui stava male, molto male. E pazienza se oggi lo giudichiamo, frettolosamente, un gesto agghiacciante, quando sei là dentro, in quel posto buio, qualunque cosa ti aiuti a uscirne va bene. Il suo unico problema è stato che proprio in quel momento molti occhi guardavano verso di lui.

Vi auguro maggiore compostezza quando succederà, ma se così non fosse, andrà comunque benissimo.

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Rogue Cut— Il film che non è stato

Cosa ci raccontano trailer e dietro le quinte sui tagli di regia di Rogue One?

Durante la visione di Rogue One ho notato almeno un paio di cose che non mi tornavano. Dov’era finita la famosa frase “I Rebel”, punto cardine del primo trailer? E sempre parlando di punti cardine, che fine aveva fatto l’inquadratura di Jyn Erso che si gira verso la telecamera travestita da imperiale?

A quanto pare, i trailer sono composti in gran parte da scene che non sono state usate per la versione finale del film e sono cadute vittima del famoso “reshooting” del coautore Tony Gilroy, chiamato in causa dopo i pareri negativi di Disney alla prima versione montata.

https://n3rdcore.it/star-wars-rogue-one-4c0aab1995af

Ma cosa è cambiato? Inizialmente pensavo che le modifiche fossero legate alla parte iniziale, che sembra proprio diversa, come stile, dal finale, ma a quanto pare gli interventi servivano a limitare il carattere di Jyn e avere un finale più semplice.

Slashfilm si è lanciato nell’analisi delle inquadrature mancanti e il risultato è senza dubbio interessante. Ovviamente occhio agli spoiler.

Questa è una ribellione no? Mi ribello”, frase mitica, però completamente sparita dal film, senza alcun motivo, forse non è piaciuta. Manca anche la parte in cui Mon Mothma dice che è sola da quando aveva 15 anni e descrive la sua personalità come “avventata, aggressiva e indisciplinata”, forse rendeva Jyn troppo cattiva o ruvida? Forse l’età non legava bene col prologo? Non so voi, ma io avrei preferito una protagonista ancora più arrabbiata.

Parliamo un attimo di Saw Gerrera, personaggio secondo me riuscito solo a metà, in italiano depotenziato ancora di più da un doppiaggio infame. Nel primo trailer, che tra l’altro ha una voce migliore, Saw chiede a Jyn “Che cosa farai quando ti prenderanno? Quando ti spezzeranno? Se continui a combattere… cosa diventerai?” Frasi molto belle, ma prive di senso nel punto in cui i due si incontrano nel film. Lui è ormai un ribelle paranoico, lei invece non fa parte della ribellione, vuole solo consegnare un messaggio e andarsene. Forse nella prima versione Jyn faceva già parte della causa? Forse fa parte di un pezzo in cui Saw la addestra da piccola? Spiegherebbe come mai è così brava nel corpo a corpo.

Per quanto riguarda la parte con Vader, non ricordo assolutamente una scena in cui contempla uno schermo con linee rosse. Voi ?


Già sappiamo che l’inquadratura di Jyn in incognito che si gira verso la telecamera, fondamentalmente l’immagine più bella del film e su cui si basa parte della campagna promozionale, è stata tolta, ma che dire di quella in cui fronteggia un Tie Fighter?


O quella in cui Jyn, Cassian e K-2S0 scappano con l’hard disk? Questa scena è stata girata probabilmente dopo il reshooting, ma poi è stata tolta. Probabilmente alla fine qualcuno ha deciso che il finale con l’hard disk doveva essere diverso. Nella versione per i cinema i dati non escono mai dalla torre, nei vari trailer e filmati dietro le quinte invece vediamo Jyn e gli altri che corrono all’esterno, schivando i colpi degli AT-AT mentre portano i dati.



Probabilmente in una versione preliminare la torre non funzionava e i ribelli erano costretti a inviare i piani della Morte Nera in un altro modo, senza lo scontro finale a cui abbiamo assistito. Si legherebbe anche perfettamente con la scena di Jyn e Cassian che aspettano l’esplosione.

Sempre riguardo il finale, forse anche Krennic si trova in un’altra posizione rispetto a quella che vediamo nelle ultime battute. Non ricordo un momento in cui contempla i danni dell’attacco ribelle.


C’è anche un’altra scena tagliata, quella degli Stormtrooper che pattugliano con l’acqua alle ginocchia in un mare stile Sharm, ma quella non manca a nessuno.


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Star Wars: Rogue One — La Recensione

Lo spettacolare inizio di qualcosa di epico

Finalmente ieri sera ho visto Rogue One che a quanto pare dovrebbe essere il primo capitolo di qualcosa più ampio chiamato “Star Wars” o “Guerre Stellari”, dipende se vorranno tradurre anche il titolo o no, l’unica cosa certa dell’adattamento italiano è che vorrei lanciare alcuni doppiatori in un pozzo profondo e non farli uscire mai più.

Fino a ieri non conoscevo molto del progetto, avevo visto qualche trailer, ma non ero del tutto convinto. C’è questa mega stazione spaziale improbabile e affascinante, la Morte Nera, un Impero spaziale e dei ribelli che cercano di distruggerla grazie a una tizia. Questo era tutto ciò che sapevo prima di entrare al cinema. Le idee mi parevano buone, ma ho preferito mantenere basse le aspettative.

L’inizio del film sembra un collage di corti messi insieme alla rinfusa, ma credo fosse un inevitabile compromesso necessario per presentare tutti i personaggi. Non c’è una scena che duri più di trenta secondi. Per qualche minuto lo spettro di Suicide Squad aleggia sul film ridendo come il Joker, poi per fortuna le cose cambiano, la storia inizia a incanalarsi lungo binari sensati e convincenti, senza buchi della trama, senza momenti assurdi. Forse la seconda parte soffre di un certo calo di ritmo, ma il finale, dio mio, il finale è qualcosa di EPICO.

Jin Erso è un’eroina atipica, non ha assolutamente voglia di fare quello che va fatto, è una persona danneggiata, ferita e abbandonata da chiunque le sia stato vicino, padre incluso, dotata dell’empatia di chi fin da piccolo ha vissuto nascosto in un buco cercando di non farsi scoprire dal destino.


Lei non vive la chiamata dell’eroe, come quasi tutti i “buoni” viene semplicemente costretta a fare ciò che deve essere fatto, senza riflettere troppo sulle conseguenze, perché la Storia, quella con la S maiuscola che sopravvivere agli uomini e si legge sui libri, non la puoi evitare, puoi solo sperare di essere ancora vivo quando tutto sarà finito.

Che in fondo tanto buoni non sono, sono semplicemente dall’altra parte di una barricata e stanno perdendo, sono divisi tra loro, litigano, torturano, fanno agguati, uccidono senza pietà, non aspettatevi eroi senza macchia dalla battuta pronta.

E poi ci sono i cattivi, che, personalmente, mi hanno affascinato di più, forse per le uniformi, forse per lo spettacolare design delle truppe e delle astronavi, forse perché tra le loro fila vive e respira (è il caso di dirlo) il personaggio più bello, ma di lui parlerò dopo.

L’Impero è un male che ricorda il nazismo, ma anche l’uso disinvolto dell’atomica degli americani durante la Seconda Guerra Mondiale. Anzi, oserei dire che in alcuni momenti il parallelismo tra gli Stati Uniti e l’Impero è decisamente palese. C’è una scena, ambientata su un pianeta che ricorda l’Iraq o l’Afghanistan che riprende in tutto e per tutto le imboscate dei talebani ai marines, solo che, teoricamente, qua i talebani sono i buoni. Anche il pianeta finale è ricco di suggestioni, sembra una via di mezzo tra Pearl Harbor, l’atollo di Bikini e Dubai.

In questa carrellata di disperati, uomini di fede, compagni d’arme e stilosissimi cattivi in uniforme, due figure emergono tra tutte: dalla parte dei buoni il robot K-2SO, un po’ spalla comica un po’ macchina di morte, perfetto per mitigare la cupezza del film, dall’altra un tizio completamente vestito di nero, con tanto di mascherone in stile samurai che (MAMMA MIA) credo si chiami Darth Vader. È una specie di cavaliere nero dotato di telecinesi e una bellissima spada laser (chi l’ha pensata è un genio) compare pochissimo ma ogni volta che è in scena si mangia tutto come un buco nero di cattiveria e risolutezza, ho bisogno di saperne di più.

Se proprio devo fare un’osservazione sul casting, Peter Cushing mi pare un po’ rigido nel recitare, quasi morto.


Nonostante il tema di Rogue One sia la speranza, è senza dubbio un film intenso in cui tutti hanno assolutamente chiaro il fatto che di fronte a un male così grande la morte è quasi una certezza, ma sono comunque disposti a fare tutto il necessario per vincere.

La speranza in questo caso è quasi sempre un futuro migliore non per te, ma per chi rimane. Il vero filo conduttore del film quindi è il sacrificio consapevole legato alla certezza di aver fatto la cosa giusta.

Che poi onestamente sarebbe anche interessante capire cosa intendono alcuni personaggi quando parlano di “Forza”, una sorta di potere mistico e religioso che li guida e a cui affidarsi con totale abbandono. Forse potevano spiegarla un po’ meglio, così come potevano raccontarmi qualcosa di più sulle enormi statue di guerrieri-monaci che giacciono in mezzo alle dune.


Spero che il film incassi bene e che abbia un seguito, perché si chiude con un finale aperto in cui una tizia vestita di bianco riceve questi famigerati piani della Morte Nera, ma poi non si sa capisce cosa succederà.

Fondamentalmente ci troviamo di fronte a un film di guerra, a Quella Sporca Dozzina o il Mucchio Selvaggio, ma coi laser, il classico tema del gruppo di antieroi votati al martirio che alla fine si rendono conto di essere migliori di quello che credono. Ciò che permette a Rogue One di non soccombere di fronte a questi titani è l’elemento fantastico, la consapevolezza che ci troviamo di fronte a qualcosa con un enorme potenziale, ricco di spunti che potrebbero essere approfonditi. In fondo la Seconda Guerra Mondiale la conosciamo già, la lotta tra Ribelli e Impero no.

Voglio saperne di più su Darth Vader, voglio un film che lo veda come protagonista. Ce ne sono altri come lui? Sarebbe assurdo non vedere un duello con spade laser! A dire il vero pare che il secondo film sia già in lavorazione e che se ne occuperà direttamente il tizio che ha scritto le basi di Star Wars, tale George Lucas.

C’è un mondo dietro a Rogue One che non vedo l’ora di scoprire, pianeti, razze, personaggi da sviluppare, strane religioni e storie da raccontare, mi sembra il perfetto inizio di qualcosa di grande.

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La lista del perfetto fan di Guerre Stellari

In occasione dello Star Wars Day, anche detto “May the Fourth”, vogliamo riproporre un articolo del nostro Lorenzo pubblicato originariamente sul numero di ottobre di PlayStation Magazine Ufficiale.

Dopotutto l’amore e l’attenzione verso la saga di George Lucas sono una delle poche costanti del genere umano, anche se ultimamente abbiamo assistito a un tale bombardamento a tappeto da far rischiare l’overdose anche al più sfegatato dei fan.

E infatti per quanto sia bello sapere che la tua passione sia diventata così famosa da attrarre un pubblico completamente nuovo, è inevitabile che gli appartenenti alla “old school” si sentano in qualche modo diversi e superiori rispetto ai nuovi arrivati.

Ecco dunque, per chi si ritiene un fan duro e puro di Star Wars o per chi mira a diventarlo, una lista con le cose da fare assolutamente entro questa vita.

Alcune sono abbastanza semplici da realizzare, per altre invece dovrete sudare un po’ di più, ma cos’è il buon senso in confronto alla potenza della Forza?

Visitare le location del set

Se escludiamo il Lago di Como, gran parte degli scenari sono stati ricreati utilizzando studios giganteschi e imponenti green screen. Tuttavia è possibile fare una passeggiata su Tatooine recandosi a Matmata, in Tunisia, dove sono ancora presenti e ben conservate alcune scenografie del primo film. Chi avesse il coraggio di avventurarsi tra le dune tunisine, si troverà di fronte la Cantina di Mos Esley e la casa di Luke Skywalker, dove Owen e Beru incontrarono la loro triste fine. Tempo fa si era persino diffusa la notizia che l’ISIS aveva conquistato la zona, rendendola di fatto inaccessibile. Fortunatamente era una delle tante bufale che circolano in rete, smentita poi dai volontari amanti di Guerre Stellari che lavorano per la conservazione del sito.

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Entrare nello Skywalker Ranch

Grazie ai soldi accumulati con i suoi successi cinematografici, George Lucas si è potuto permettere una tenuta, chiamata Skywalker Ranch, per la quale ha speso circa 100 milioni di dollari nel corso degli anni. In questo spazio di circa 4.700 acri si trovano la villa di Lucas, varie sale cinematografiche, gli studi della Skywalker Sound, una fattoria, una vigna, piscine, una libreria enorme coperta da una cupola di vetro e persino una centrale dei pompieri. Questo luogo magico ed esclusivo ha da sempre affascinato i fan della saga, tanto che il film Fanboys parla proprio di un gruppo di appassionati che cerca di intrufolarsi all’interno della proprietà per vedere in anteprima Episodio I (poveri loro…) e molto simile è anche il tema di una puntata di Big Bang Theory. Chissà quali incredibili cimeli si nascondono al suo interno…

Visita ai parchi tematici

Quest’estate Disney ha annunciato che sono in costruzione due enormi parchi dedicati alla saga di Lucas, uno in California e uno in Florida. Considerando i fondi a disposizione, ci aspettiamo di poter passeggiare per le vie di Tatooine, conversare amabilmente con Darth Vader sul ponte della Morte Nera, ballare con gli Ewok e guidare il Millenium Falcon con Han Solo. Insomma, l’esperienza definitiva per ogni fan della saga, il cui obiettivo principale sarà convincere tutta la famiglia a seguirlo. Qualcosa verrà fatto anche a Disneyland Paris, quindi forse noi europei non saremo costretti al lungo pellegrinaggio.

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Maratona Totale dei film

Qui siamo proprio alle basi. Non esiste fan che almeno una volta nella vita non si sia imbarcato nella visione di tutti i film di Star Wars, sopportando stoicamente la nuova trilogia per poi lasciarsi cullare dal fascino di quella originale. Tutto qua? Assolutamente no, perché i fan hanno dibattuto a lungo su quale sia l’ordine migliore per guardare i sei film. C’è chi preferisce l’ordine cronologico della storia, chi quello in cui sono stati girati. Chi si guarda prima Episodio IV e V e poi passa alla nuova trilogia come flashback prima di gustarsi il finale, chi sceglie prima Episodio I, poi IV, poi II, V e così via, insomma anche per una cosa così semplice il vero fan di Star Wars deve discutere come se fosse un dibattito tra Lato Chiaro e Lato Oscuro.

Partecipare allo Star Wars Day

Ovvero, come dicevamo all’inizio, “May the Fourth be with you”. Il 4 Maggio è stato arbitrariamente scelto come giornata mondiale per celebrare la cultura, la passione e il mondo di Star Wars. Ovunque vengono organizzate parate in costume, maratone dei film, attività dedicate a grandi e bambini. È il classico momento in cui un nerd può finalmente sentirsi fra suoi pari e scoprire che l’adorazione per questa saga è ormai qualcosa che si tramanda di padre in figlio, un momento fatto di bambini che giocano vestiti da Jedi e padri orgogliosi che comprano la spada laser con la scusa di dover partecipare alle attività dei propri figli. Non importa se avete visto solo i primi film, non importa se non conoscete a memoria ogni citazione e non importa se sotto sotto avete apprezzato Jar Jar Binks, almeno una volta dovete andarci e godervi l’atmosfera.


Marciare con la 501esima Italica

Forse non sapete che in Italia è presente da anni uno dei più organizzati e importanti gruppi di cosplayer dedicati al mondo di Star Wars. Si chiama 501esima italica Garrison ed è il distaccamento italiano di un’associazione che conta oltre 7000 persone nel mondo e che vengono spesso convocati in occasione di manifestazioni, eventi, raccolte fondi e ovunque ci sia bisogno di uno Stormtrooper con cui farsi un selfie. In Italia ne fanno parte circa 130 persone, ma siamo sicuri che il numero sia destinato ad aumentare con l’arrivo de Il Risveglio della Forza. La loro caratteristica è che, nonostante siano una associazione no-profit, sono più organizzati di un esercito vero e proprio e dotati di costumi che rasentano la perfezione. Questo tuttavia non gli ha mai fatto montare la testa e sono sempre disponibilissimi con fan grandi e piccini. Quanti di voi rimarrebbero sotto il sole estivo in armatura da Stormtrooper a farsi una foto con decine di bambini?

Possedere un giocattolo storico

Oggi leggiamo di persone nauseate dal merchandising ossessivo di Episodio VII, ma forse non ricordano la saga originale fu oggetto di un vero e proprio bombardamento mediatico che portò nelle case di milioni di bambini pupazzetti, modellini, astronavi e mostri di vario tipo. Oggi tutta quella roba, buttata via perché “ormai sono troppo grande” o regalata a cuginetti e nipotini ingrati, può valere una fortuna. Invece quei fortunati con genitori lungimiranti o quelli che da piccoli erano parecchio egoisti potrebbero ritrovarsi un vero e proprio tesoro nascosto tra gli scatoloni in cantina. Nella maggior parte dei casi parliamo di giocattoli miracolosamente conservati nella confezione originale e che nessuno ha mai aperto, ma su eBay e nei siti specializzati siamo sicuri che qualcuno sarebbe disposto a sborsare fino a mille dollari per il vostro Boba Fett d’annata… Lo stesso discorso vale se avete comprato del LEGO a tema, oggi il set del veliero di Jabba, prezzo originale 80 euro, ne vale circa 500. A questo punto sopraggiunge però una domanda: ma voi sareste veramente pronti a separarvene? Vi rispondiamo noi, guardando adoranti l’AT-AT e il Millennium Falcon conserviamo gelosamente, insieme al pupazzetto di Bib Fortuna: NO, NON DOVETE SEPARARVENE MAI.

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Farsi una partita al Monopoly di Star Wars

Ormai esiste una versione del Monopoly per qualunque cosa, ma soltanto uno è riuscito a far abbandonare il classico tabellone quadrato, stiamo parlando dell’ultima edizione di Star Wars. Con l’arrivo de Il risveglio della Forza è stata infatti messa in vendita una nuova versione di questo famosissimo gioco da tavolo, solo che al posto della macchina da corsa c’è Darth Vader, al posto degli hotel si costruiscono basi spaziali e le multe vanno pagate alla Federazione dei Mercanti. Inoltre, il gioco abbandona la classica logica imprenditoriale del tutti contro tutti per uno scontro Ribellione contro Impero. Vince non chi manda in bancarotta gli altri, ma chi ha più basi quando non c’è più neanche un posto libero per parcheggiare l’astronave in Vicolo Corto, pardon, su Tatooine.

Vendere la moto e comparsi una HoverBike

Ne Il Ritorno dello Jedi abbiamo imparato che sfrecciare con moto a levitazione veloci come su una Formula 1 non è una grande idea, soprattutto se sei in un bosco. Questo tuttavia non ci ha mai impedito di sognare che un bel giorno ne avremmo posseduta una. Ebbene, mentre noi ci limitavamo a sognare, qualcuno l’ha davvero progettato. Il suo nome è Aerofex, un’hoverbike funzionante che può essere usata per spostamenti rapidi anche su terreni accidentati e che sì, vola a mezz’aria, grazie ad alcuni potenti rotori. C’è solo un piccolo problema, non solo è un prototipo, ma il suo prezzo oscilla tra i 50.000 e i 100.000 dollari, probabilmente dipende se volete gli interni in radica e l’autoradio o no. Vabbè questo magari lo mettiamo in fondo alla lista, forse per il momento è meglio limitarsi ad andare in motorino facendo “swoooosh!” con la bocca, anche perché a vederla così sembra solo un modo molto costoso per morire, finire in un video di fail su YouTube o entrambe le cose.

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Battezzare con un nome della saga un membro della famiglia.

Ci sembra una cosa assolutamente sensata. D’altronde se Robin Williams ha chiamato sua figlia Zelda in onore del videogioco Nintendo perché non possiamo chiamare un figlio Luke o una bambina Leila? Forse perché siamo in Italia, lo prenderebbe in giro anche il bidello e nostra moglie ci strapperebbe le viscere passando dal sedere, ma questi sono dettagli. E se proprio non possiamo rendere nostro figlio un esempio di nerditudine, almeno possiamo sfogarci sugli animali. Diciamoci la verità, chi non amerebbe un bel cagnolone peloso di nome Chewbacca? O magari una lucertola domestica che si chiama Rancor? Magari evitate di chiamare la suocera Jabba, almeno in pubblico.

Decidere le questioni di casa con una spada laser

Solo un Sith parla per assoluti, questo i Jedi lo sanno bene. Per questo motivo un cavaliere dell’ordine cerca sempre la pace e la concordia, anche nelle discussioni più accese. Tuttavia, ci sono momenti in cui le parole devono lasciare spazio ai fatti e al bagliore delle spade laser. Ecco perché un vero fan della saga ha sempre in casa non una ma almeno due repliche originali di spada laser da utilizzare senza paura e che possono diventare lo strumento perfetto per dirimere le questioni casalinghe. Chi lava i piatti? Film romantico o d’azione? Chi porta fuori il cane? Meglio PES o FIFA? Lasciate che sia l’abilità con l’arma più nobile della galassia a decidere, magari evitando di amputarvi una mano che porta sfortuna.

Fare un corso di scherma per spade laser

Potrà sembrarvi una cosa assurda, ma questi corsi non solo esistono veramente, ma nascono in Italia, da tre maestri di arti marziali che hanno pensato bene di unire animo geek e esperienza in vari stili di combattimento. Ne è nato Ludosport, ovvero uno sport vero e proprio con livelli di apprendimento, tornei, maestri e quant’altro. Le scuole sono sparse un po’ in tutta Italia e pur richiedendo un minimo di forma fisica, la scherma Jedi non è pensata per superuomini o esaltati che non vedono l’ora di mozzare teste. La spada è leggerissima, quindi tutti possono utilizzarla, gli stili sono molteplici e non è detto che le acrobazie vincano contro movimenti semplici ed efficaci. L’abbiamo provata e possiamo dirvi che è un’esperienza veramente divertente, se l’idea di farvi battere da una mamma sessantenne non vi disturba. E comunque con una spada laser in mano è impossibile non sentirsi dei fighi.

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Vendere tutto e comprare il costume di Leila Schiava

Nonostante Carrie Fisher non fosse chissà quale donna da copertina, la sua versione “schiava” è una delle iconografia più forti e riconoscibili di Star Wars, tanto che venire mostrata in tantissimi film, serie TV, servizi fotografici e materiale reperibile in rete che preferiamo non nominare. Il perché sia così morbosamente famoso è un mistero che ruota attorno a ciò che Jabba le ha fatto prima di metterle il costume (essendo l’audience del film principalmente composta da nerd maschi qualche idea ce la siamo fatta), ma se per soddisfare le vostre fantasia non vi basta una vile replica, sappiate che potete sempre comprare quello originale per la modica cifra di 96.000 dollari. Siamo sicuri che la vostra compagna sarà felicissima di sapere che avete venduto la macchina e preso un prestito in banca per farle una sorpresina da indossare quando i bambini stanno ormai dormendo.

Risolvere una discussione usando una frase del film

Se c’è un film ricco di frasi epiche, quello è senza dubbio Star Wars, frasi che possono tranquillamente essere usate con chi non conosce la saga per ottenere subito una secchiata di punti carisma. Immaginate di entrare in un bar dove si sta discutendo di guerra in Medioriente e sentenziare “Guerra non fa nessuno grande”, avvertire un vostro amico che la domanda della sua ragazza “è una trappola!” o minacciare chi non crede nelle vostre possibilità con un gelido “Trovo insopportabile la tua mancanza di fede”. Se poi riuscite a piazzare la stoccata giusta a un fan della saga il punto vale doppio, perché non importa l’argomento di discussione, immediatamente tra di voi scatterà un’intesa che andrà al di là di qualunque divisione.

Iscriversi alla religione Jedi

In fondo prima o poi doveva capitare e in parte ve ne abbiamo già parlato. Col tempo Star Wars è ormai diventato qualcosa che travalica la semplice passione cinematografica per diventare un vero e proprio credo, era solo questione di tempo prima che qualcuno prendesse i dettami dei Jedi e li trasformasse in un credo vero e proprio. Negli ultimi anni infatti sempre più persone si dichiarano “jedi” quando gli viene chiesto il credo religioso, alcuni sono atei burloni, ma altri sono seriamente iscritti al Tempio dell’Ordine Jedi, che ha sede nel Regno Unito e che si distacca dai monaci guerrieri di Lucas per professare semplicemente la pace, la conoscenza e il dialogo. Il “Jedismo” è ormai una religione riconosciuta in tutto e per tutto e in alcune nazioni gode dei relativi sgravi fiscali. Addirittura, ci sono stati casi in cui persone si sono rifiutate di togliere il loro vestito da Jedi in pubblico perché questo avrebbe offeso il loro credo religioso. Chissà se qualcuno sta creando di nascosto anche l’ordine Sith?


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Il Cristianesimo è Star Wars senza spade laser

Qualche giorno fa stavo discutendo amabilmente su internet di Star Wars, per capire se un determinato evento inserito in un fumetto ne faceva effettivamente parte o rientrava nel cosiddetto “expanded universe” che Disney ha recentemente archiviato, anzi no, trasformato in “leggende” da cui attingere in caso di bisogno.

Ad un certo punto della conversazione mi sono fermato e ho realizzato qualcosa che potrebbe sembrare banale a un osservatore esterno, ma che per un trentenne in attesa de Il Risveglio della Forza ha la stessa dirompente potenza di un’epifania joyciana: stavo dibattendo, in modo anche abbastanza acceso, su una cosa forse successa in un universo di fantasia, basandomi sulla dottrina impartita da chi quell’universo lo gestisce sia nell’aspetto economico che comunicativo.

In poche parole stavo avendo il mio personalissimo Consiglio di Nicea su Star Wars.

Semplificando molto, le religioni funzionano attraverso tre canali principali: parole, riti e iconografia. Se ad esempio prendiamo il cristianesimo abbiamo il Vangelo, la Messa e la croce, elementi che vengono ripetuti e condivisi da migliaia di anni per creare un’identità e che permettono alle persone di sentirsi parte di qualcosa ma anche di mostrare a tutti il proprio credo e la fede di appartenenza.

Ma i tempi sono cambiati e al giorno d’oggi probabilmente è molto più facile trovare qualcuno che indossi una maglietta di Guerre Stellari che un crocifisso, o che citi un passo del Signore degli Anelli piuttosto che una scrittura del Vecchio Testamento. Il fatto che certe passioni una volta considerate “nerd” siano adesso non solo (quasi) socialmente accettate, ma condivise e ostentate con orgoglio ne ha aumentato esponenzialmente la diffusione e le ha trasformate da culti segreti a religioni globali.

Insomma, da alcuni punti di vista è un po’ come se avessero affrontato lo stesso percorso del Cristianesimo: inizialmente sono state osteggiate, i suoi adepti sono stati perseguitati (ok certamente una presa in giro a scuola non è come la lapidazione), ma una volta uscito dalle catacombe il culto si è diffuso a macchia d’olio.

Uso il termine “culto” senza alcuna enfasi né presa in giro, perché esattamente di questo parliamo. Le grandi saghe della cultura popolare moderna hanno assunto col tempo le connotazioni e la forza di un vero e proprio credo religioso, tanto da essere, in alcuni casi, persino riconosciuti dallo Stato. Con Guerre Stellari questo è stato particolarmente facile, visto che i Cavalieri Jedi sono un ordine religioso fondamentalmente monoteista, basato sulla Forza, un’entità astratta che governa l’universo e garantisce a qualcuno poteri speciali.

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Nel 2011 in un censimento svolto in Inghilterra e Galles, 176.632 persone hanno scritto “Jedi” sotto la voce “Religion”. Ovviamente nella maggior parte dei casi si trattava di uno scherzo, un po’ come inserire “Dothraki” tra le proprie conoscenze linguistiche, ma sotto sotto c’è un fondo di verità. Del resto la continua ripetizione di frasi, gesti e riti (ovvero film) ha portato molte persone a ritenere che, forse, vivere secondo i dettami di Obi Wane Yoda non è così sbagliato.

Il Jedismo è infatti un credo con adepti in tutto il mondo che cercano di applicare i principi dei cavalieri jedi alla loro vita, mescolando nozioni di buddismo, taoismo, cattolicesimo e bushido. Nel Regno Unito c’è persino il Temple Of The Jedi Order, la prima chiesa ufficiale del Jedismo che, pur ispirandosi ai personaggi di Lucas, se ne distacca in parte per trasformarsi in una vera e propria filosofia di vita fatta di pace, serenità, conoscenza, armonia e, ovviamente, Forza.

A molti potrà sembrare bizzarro, magari anche ridicolo, fondamentalmente parliamo di persone che basano la propria vita su un’opera di fantasia. Ma in fondo ciò che cercano sono solo principi in base ai quali impostare la propria vita, quello che vogliono è una comunità in cui sentirsi integrati e da cui ricevere appoggio nei momenti difficoltà.

E non è forse proprio questo il senso di ogni religione?

Post Scriptum: adesso che Lucas ha dichiarato che cedere i diritti della LucasFilm è stato come vendere i bambini agli schiavisti, potremmo tranquillamente paragonarlo a Savonarola e altri predicatori ortodossi, solo che per fortuna il rogo lo fanno solo su Facebook.

Pubblicato originariamente su Wired, facendo incazzare un sacco di gente.

L’inevitabile recensione di Star Wars: Episodio VII — Il risveglio della Forza

Finito il film non sapevo bene cosa fare: faccio un video? Scrivo un pezzo? Scrivo un video? Mi filmo mentre scrivo? Tutto quello che pensavo su Il Risveglio della Forza se ne stava là, compresso tra cuore e cervello senza sapere bene da che parte uscire.

Come diavolo fai a condensare in poche righe anni di attesa, aspettative, ipotesi, dubbi e terrificante hype? Sono entrato in sala nervoso, seriamente nervoso. E se poi non mi piace? E se poi è un buon film ma sono io quello ormai fuori tempo massimo?

Per farla breve e accontentare chi non legge tanto: sì, Il Risveglio della Forza è un film in grado di far venire i lucciconi agli occhi, ha una fotografia incredibile e i nuovi arrivati si inseriscono nel filone principale senza troppi intoppi. Recati con passo sicuro al cinema, caro appassionato.

Detto questo è giusto anche dire una cosa: è un film che si ama o si odia. Lo so che solo i sith parlano per assoluti, ma è così.

Prendiamo come esempio All Along the Watchtower e Personal Jesus. Sono due pezzi estremamente conosciuti e che tantissimi cantanti hanno interpretato a modo loro, senza cambiarne il testo. Ecco, magari adori l’originale di Personal Jesus ma ti fa schifo la versione di Marylin Manson, magari apprezzi All Along the Watchtower di Dylan, ma tutto sommato preferisci le versioni di Hendrix o quella di Bear McReary per Battlestar Galactica. Sono arrangiamenti della madonna che però non propongono musica nuova, ti ricordano in maniera differente qualcosa che sai già.

Con Episodio VII funziona allo stesso modo, perché è fondamentalmente una cover del primo, è la sua versione riveduta e corretta che passa tutto il tempo a dirti “Ti ricordi quella scena? Eccola citata, ti ricordi la sensazione della Cantina? Te la ripropongo, hai presente le ambientazioni dei tre film? Te le metto tutte assieme, così non si sbaglia”.

Ecco, se c’è una cosa che è mancata a JJ è stato il coraggio di portarci su mondi nuovi, è un prodotto (sì, prodotto, una favolosa operazione marketing) pensato come puro fan service che non osa, non guida guardando l’orizzonte, ma segue una mappa ben precisa. Ha alcune trovate interessanti e un paio di capovolgimenti di ruoli ben fatti, ma è un film scritto con il blaster alla tempia da un fanboy. Credo che non sia tutta colpa sua, la ferita dei primi tre film brucia ancora, ci voleva una buona base su cui lanciare i due film successivi e gli spin-off e sotto questo punto di vista siamo di fronte al film perfetto per lo scopo prefissato. Alla fine del film vuoi senza dubbio saperne di più, perché ti sei reso conto che ciò che hai appena visto è solo l’antipasto di un discorso molto più ampio, esattamente la stessa sensazione che ti lascia Una Nuova Speranza.

Se proprio vogliamo trovare un punto di distacco tra cover e originale, Il Risveglio della Forza è decisamente più cupo, aleggia su tutto un’aria di fallimento, soprattutto dei più vecchi, che non hanno saputo guidare i più giovani e che vedono ripetersi gli stessi errori. Immaginate di vincere due Guerre Mondiali e ritrovarvi poi a vedere sfilare Forza Nuova, qualcosa di simile.

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Il “giovane senza guida” è senza dubbio un altro tema molto forte, e molto young adult, pensato per un pubblico di ragazzi figli di una generazione che li ha cresciuti male. Prima avevamo i maestri, buoni o cattivi che fossero, adesso abbiamo gente abbandonata sui pianeti, corsi per diventare jedi che falliscono miseramente e fanboy che si cambiano la voce apposta.

Io personalmente l’ho amato dal primo all’ultimo secondo, pur avendone scorto i difetti e alcuni salti logici fin troppo facili. Avete presente quando qualcuno atterra su un pianeta e per puro caso si trova esattamente dove dovrebbe essere? Ci siamo capiti.

Un punto su cui difficilmente si può obiettare è la bellezza della fotografia. L’inquadratura ogni tanto si apre su scenari che sembrano fatti apposta per diventare lo sfondo del vostro desktop e in parte già lo sono. Merito di tutto ciò è anche di un comparto di effetti speciali che, come in Fury Road, non abusa della CGI, ma sfrutta costumi e animatroni per un effetto “reale” che un po’ si era perso.

Ottimo anche il casting, anche se il personaggio di Kylo Ren poteva essere gestito meglio. Il confronto con Vader è ovviamente impari, ne scopriamo fin troppo presto il lato umano, che inevitabilmente ce lo fa scadere come “villain”. A voler essere onesti, il comparto dei cattivi ne esce con le ossa rotte, soprattutto Phasma, praticamente inutile.

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Tutti i buoni sono invece in estrema sintonia con un Han Solo che si prende sulle spalle gran parte del film, lavando via da Harrison Ford l’onta del quarto capitolo di Indiana Jones. Senza dubbio è un film molto femminile, non ai livelli di Furiosa, ma poco sotto, pensato per una nuova generazione di spettatori (e soprattutto per una critica che non avrebbe gradito un cast bianco e mascolino).

Nonostante il mio amore e la mia voglia di rivederlo mille volte, capisco benissimo chi lo sta criticando e persino odiando. Al mondo esistono due tipi di nerd, anzi, due tipi di persone: quelli che vogliono sempre qualcosa di nuovo, che sfidi i loro gusti, che osi, rischiando anche di far schifo e chi cerca un prodotto che gli faccia i grattini sulla testa, questo film appartiene senza ombra di dubbio alla seconda categoria.

Quindi, o fate le fusa o tirate fuori gli artigli.