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L'importanza di chiamarsi Richard Bachman

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Alla fine degli anni '70 Stephen King iniziò a pubblicare sotto pseudonimo le sue opere giovanili non prettamente legate al genere horror e ancora oggi è interessante osservare quel periodo come caso studio per capire come funziona il mercato dell'intrattenimento.

Richard Bachman, chi era costui?

Stephen King nella prefazione de La lunga marcia spende alcune pagine a rievocare quando sdoppiò la sua personalità. Richard Bachman nacque da una necessità in un periodo abbastanza florido della carriera del Re dell’orrore.

Alla fine degli anni '70, a carriera ormai avviata, King decise di far uscire da "quel grande baule che tutti gli scrittori hanno" le sue opere giovanili, originariamente respinte delle case editrici.

 

Non erano romanzi dell'orrore, non vendevano centinaia di migliaia di copie, erano destinate ad occupare, nel grande organigramma dell'editoria internazionale, il sotto-sottopunta.

 

Al vertice di questa piramide organizzativa ci sono i titoli di punta, quelli grossi, importanti, spinti commercialmente, riconoscibili per la loro opulenza editoriale, rilegatura di lusso, sopraccoperta intarsiata a sbalzo con effetto di bassorilievo, un progetto grafico forte. Poi ci sono i sottopunta, ovvero quella fetta di titoli stampati che non arrivano al livello di rifinitura dei precedenti, non sono troppo spinti dal marketing e semplicemente arrivano nelle librerie senza tanto clamore.

 

Il settore al quale King destinava le sue creazioni giovanili era addirittura inferiore a questo, il sotto-sottopunta, rappresentato da tutti i titoli pubblicati direttamente in edizioni economiche dalle case editrici per occupare spazio sugli scaffali delle edicole, dei supermercati, delle stazioni di servizio.

 

La più popolare delle forme di narrativa popolare.

King con Bachman voleva un ritorno alle basi, una necessità che andava incontro a due esigenze. La prima, puramente letteraria, per la quale i romanzi di Bachman non erano romanzi dell'orrore, o quanto meno non puramente dell'orrore. La seconda, vedere quanto avrebbero venduto le sue opere giovanili senza che ci fosse il suo nome stampato sopra, e oltre al nome la spinta mediatica e pubblicitaria che ne consegue.
Chiariamoci, per quanto opere giovanili, King rimise mano ai testi prima di mandarli in stampa; a detta sua, l'unico romanzo pubblicato senza alcuna revisione fu L'uomo in fuga.

King scrisse per Richard Bachman una finta biografia: per lui creò un passato, degli affetti e una data di morte in seguito alle complicazioni di un’operazione per rimuovere un tumore al cervello.
La data di morte coincise con il giorno in cui la stampa rivelò al pubblico che Bachman era in realtà King, altra vicenda molto interessante che coinvolse uno scrittore dilettante che portò la verità alla luce notando che l’accredito dei diritti d’autore delle opere di Bachman ad un certo S. King.

 

Il cappio si stava già stringendo al collo di Bachman, dei cinque romanzi che pubblicò sotto pseudonimo l’ultimo aveva una virata forte verso l’orrore che non lasciava scampo. Potremmo dire quasi che alla fine King ha fagocitato Bachman, che la linfa del giovane King che aveva creato Bachman per dare voce alla sua sensibilità si era esaurita e che il King maturo non sarebbe più potuto essere Bachman nemmeno volendolo. Insomma, scegliete la conclusione che preferite. Per quanto mi riguarda, nel flusso magniloquente che è l’opera di King che passa per fasi, momenti e tematiche ben precise, il King del passato che era Bachman ha semplicemente terminato un ciclo, come possiamo dire che il periodo d’oro del re dell’orrore si è spento con Misery, non a caso, un romanzo che sarebbe dovuto uscire sotto pseudonimo, se non che ci fu la rivelazione.

La prefazione all’edizione de La lunga marcia che sto leggendo è stata scritta quando i romanzi pubblicati sotto lo pseudonimo di Bachman erano solo 5 (Ossessione, La lunga marcia, Uscita per l’inferno, L’uomo in fuga, L’occhio del male). Bachman è tornato ad affacciarsi nella carriera di King per altri romanzi ma le riflessioni che mi ha portato questa prefazione sono valide indipendentemente dal suo ritorno, perché calzante per una serie di elucubrazioni che mi ronzano in testa da un po' di tempo e che ho deciso di mettere nero su bianco per dargli una forma,

 

sperando che il vento fresco del mattino non se le porti via mentre sto battendo queste parole dal mio letto.

Merda d'artista

Il momento storico dell’intrattenimento di massa che stiamo vivendo si muove in una direzione diametralmente opposta rispetto a quella che ha originato la necessità di un Bachman per King.

 

L’anonimato per King dava un valore aggiunto al numero delle vendite dei romanzi, era un allacciarsi con una base di lettori che non leggevano orrore, era uscire letteralmente dalla confort zone editoriale nella quale si era scavato il proprio rifugio sicuro.

Un rifiuto della celebrità

Allo stato attuale dei fatti, mediatico o meno, pare che nessuno possa fare a meno di avere un nome, ma sarebbe più corretto dire “marchio” al quale aggrapparsi.
Sarebbe più corretto dire “marchio” perché il nome rappresenta ancora un singolo, una firma, è ancora riconducibile ad una persona fisica con le sue umane vicissitudini, i suoi alti, i suoi bassi, le sue fallibilità.

I “marchi”, le “ip”, gli “universi espansi”, i “multiversi” sono più grandi dei singoli, più della somma delle parti dei singoli nomi che contribuiscono a crearli.
Sono barche che traghettano idee dai creatori al pubblico e senza le quali, probabilmente, il pubblico le ignorerebbe.

 

Le storie sono una materia malleabile che scorre tra le dita dei creativi da semplice idea fluida fino a raggiungere un corpo sempre più solido e consapevole, ma le parti di cui questa ipotetica statua sono fatte sono uguali a tutte le altre parti di cui sono fatte le altre statue, una testa, due braccia, un tronco, le gambe, nasi, occhi, orecchie, spade, corone di alloro, tuniche e così via. Un protagonista è un protagonista e sempre lo sarà, indipendentemente dalla storia in cui lui è immerso. Nella grande divulgazione dei prodotti di intrattenimento, ci si dimentica troppo spesso della natura squisitamente meccanicistica delle storie. È come ritenere che in un’auto l’impianto di infoteiment (neologismo terrificante che indica lo stato in cui versa l’industria dell’automobile) sia più importante del motore, facendo nascere aberrazioni della critica contemporanea come “i buchi di sceneggiatura”.

 

Parto delle storie perché la base del mio ragionamento è Bachman, ma è un discorso che può essere ampliato a dismisura in qualsiasi settore che cerca di uscire dalla sua “bolla”. È un discorso che si può estendere anche ai giochi, dove c'è un continuo riciclaggio delle IP e uno sfruttamento dei marchi. Pensando al Summer Game Fest dove vedo che per farer un nuovo XCom c’hanno dovuto mettere i supereroi della Marvel per servirlo ad un pubblico più vasto e uscire dalla proprio nicchia.

I marchi si fanno carico della pluralità delle storie, le accolgono, le omologano ad un tema che lo spettatore già conosce e tramite questo scardina le sue resistenze mentali, vincendo il suo tempo.

The Mandalorian è il frutto di una serie di addizioni successive su di uno schema consolidato che passa per la reiterazioni di situazioni quasi procedurali (il mandaloriano arriva in un posto e riceve un'incarico) che rappresentano l'unità minima con il pretesto più semplice per permettere alla storia di avanzare.

 

In virtù di questo mattoncino lego narrativo elementare può costruirsi la vicenda che parte dall'essere Shane, il cavaliere della valle solitaria, fino a diventare Lone Wolf & Cub, Road to perdition e The road di McCarthy, la discriminante tra queste e il mandaloriano è il logo che viene apposto e tutti gli elementi che impicciano la storia (la lore di guerre stellari) distogliendola dalla sua purezza cristallina.

 

E quando alla fine del giro le opere si trovano a guardare in faccia al logo a cui appartengono iniziano a sollevarsi problemi, non soltanto di continuity ma legittimamente identitarie nei riguardi del brand di riferimento. (Sì, sto parlando di te, Obi-Wan Kenobi!)

L’altro giorno ho iniziato Ms Marvel, la nuova serie della Marvel disponibile su Disney+ che riadatta la storia di Kamala Khan per il “piccolo schermo” e non riuscivo a smettere di pensare a quanto il marchio MARVEL su quella roba fosse superfluo perché, attenzione, la serie ha delle idee, i personaggi sono ben scritti, sono divertenti, è diretta con cognizione di causa… Abbiamo veramente bisogno di vedere il logo MARVEL per guardare una roba ben fatta? E il dubbio angoscioso, se non avesse il logo MARVEL sopra, in quanti lo guarderemmo?

 

E per STAR WARS è lo stesso.
Ogni settimana assistiamo allo psicodramma collettivo di una generazione che scopre quanto Obi-Wan Kenobi e Darth Vader fossero due coglioni in una serie che prende due icone della storia del cinema trascinandole nel fango della incompetenza e della banalità per mezzo di una sceneggiatura sciatta e di una regia pigrissima.

 

Boba Fett? Idem con patate: fosse stata solo la nuova serie di Robert Rodriguez che racconta l’ascesa al potere di un esule ai ranghi più alti di un’organizzazione criminale solo per ristabilire l’ordine in città non lo ricorderemmo come uno dei momenti peggiori di Star Wars e, anche qui, in quanti l'avremmo mollata alla seconda insignificante puntata?

Vedo questa roba e ringrazio che abbiano silurato Gina Carano per le sue posizioni politiche in modo tale da non spacciarci come ennesimo tassello fondamentale della galassia la serie spin-off sua. Ma in compenso abbiamo guadagnato la serie spin-off su Cassian Andor. Come non ve lo ricordate? é il furfante di Rogue One, che non ce la fai una serie in solitaria solo su di lui? I-M-P-E-R-D-I-B-I-L-E.

 

Quando vedo i trailer che annunciano questa roba non riesco a fare a meno di pensare cosa sarebbero queste opere senza il marchio ingombrante che si portano dietro, perché alla fine dei tre strati di significato dell’opera non ci vuole niente a grattare quello superficiale e rivelare quello che le storie sono in realtà. E non c’è niente di male a giocare con questi strati per raccontare di volta in volta storie diverse: Il Padrino, Ran e Re Lear sono la stessa storia declinata in modi diversi, per fare un esempio facile.

E qui torniamo al tempo presente e alla sua crisi contenutistica.

Una volta c’era lo star system, con le star che muovevano le persone e le portavano in sala. Questo sistema ha mostrato il fianco negli ultimi anni, le stelle sono, come dicevo sopra, inaffidabili e fallibili, anche per un problema nostro di incapacità di distaccarci un attimo dal vissuto personale portando ad una completa sovrapposizione tra attore e persona e di come la major per paura che il sentiment negativo verso un attore possa condizionare gli spettatori di un film dove questo è presente, rovesciano carriere dalla sera alla mattina trasformando attori e/o registi in paria.

 

E sarebbe anche giusto che i set siano luoghi di lavoro dove è facile e bello lavorare per tutti, ma sarebbe anche bello che questo succeda indipendentemente dal rischio che storie di comportamenti abusivi diventino di dominio pubblico, ma questa è un’altra storia.

 

Per tornare sul punto: quando guardate qualcosa fate un passo indietro, pesate lo spettacolo, chiedetevi se, come e quando guardereste certa roba se non fosse “sponsorizzata” da qualcosa che vi sta a cuore.

I marchi sono diventati contenitori dove le buone idee, i buoni registi e i buoni sceneggiatori vanno a morire perché le IP gettano la loro ombra su tutto e quindi tutto deve risolversi in un modo consapevole e coerente con quello che il marchio rappresenta. In The Mandalorian, ad esempio, è la Forza - che ti pare che non saltava fuori a rompere il cazzo? -. Baby Yoda senza la Forza non sarebbe stato meritevole di essere salvato? Per l’MCU è uguale: poniamo per assurdo, ma nemmeno poi tanto visto come si è sviluppata la serie, che Moon Knight non fosse un personaggio della Marvel, l’avreste seguita comunque? La storia di un ragazzo ebreo e delle sue turbe mentali risalenti ad un passato di violenza e abusi. E siate sinceri.

 

Tutto ciò per dire "non sentitevi in obbligo a guardare qualcosa per i motivi sbagliati", ma sentitevi in dovere di guardare quello che vi piace perché ci sono le cose che preferite, che può essere anche “sì, mi interessano le storie sullo sdoppiamento della personalità” o “sì, mi interessa la rappresentazione della donna nella società multietnica contemporanea” e non l’ennesima parata assurda di pupazzi intercambiabili tra di loro. Se un teen drama su una ragazzina musulmana non vi interessa è perché non siete in target. Allo stesso modo, se qualcosa non vi piace, non vi soddisfa, vi “triggera”, come dicono i giovani, per il trattamento che riserva a personaggi che vi piacciono, serenamente smettete di guardala.

È quello che ho fatto io dopo la prima puntata di Halo, o dopo la quarta di Fondazione, per fare altri esempi di “voglio fare una storia di fantascienza che va da tutt’altra parte ma ci piazzo il logo di uno dei giochi più famosi della storia" così mi assicuro che 1) avrò un buzz dai siti cosiddetti “nerd” e 2) un bacino di utenti fedelissimi comunque quella roba se la berranno. Le IP tendono a conservare una malcelata concetto di fidelizzazione nel pubblico che inizia quasi a sentirsi proprietario egli stesso di quei personaggi.

 

Potete anche prendere quanto ho appena scritto e copincollare "Resident Evil" al posto di Halo e "horror con gli zombie" al posto di fantascienza e il ragionamento non cambierebbe.

 

Non ne posso più di aprire internet e trovarmi la solita pioggia di commenti all’ennesima roba che a detta della community non “rispetta” il materiale originale e lo sapete, e nonostante ciò cadete ogni volta nel trappolone.

 

D'altro canto, se c’è una cosa che trovo inaccettabile è che un’opera venga ignorata perché dei personaggi che ne fanno parte allo spettatore non frega un cazzo perché non hanno un nome importante: non li conoscete ancora, come può non fregarvene un cazzo?

 

Sul serio, sono sicuro, possiamo essere migliori delle etichette con le quali il reparto marketing ci piazza o meno in un bacino di utenza relativo ad una serie tv perché abbiamo giocato quei giochi o letto quei fumetti.

 

Selling point

Merda d'artista è una delle più celebri provocazioni artistiche di Piero Manzoni. L'artista vendette dei barattoli (forse) contenenti feci forte del fatto che essendo una sua opera, li avrebbe venduti comunque a peso d'oro: la riduzione massima dell'opera d'arte.
Il valore simbolico dell'opera ridotto al rapporto con il corpo dell'artista, per la quale è vera quindi la locuzione "è un'opera d'arte se a farla è un artista" ed è il mercato che investe l'artista di tale titolo.

 

Il processo è simile a quello che accade quando un prodotto qualsiasi viene accorpato ad un universo narrativo preesistente e marchiato con un logo. Non è quindi il valore in quanto tale del prodotto a portarlo alla nostra attenzione ma il brand al quale questo appartiene, sottomettendo la qualità dei singoli prodotti (o opere) a quella del marchio. Similmente, l'alterazione è inversa dal momento che la qualità dell'opera è trascurabile se non in rapporto ai valori specifici espressi dall'universo narrativo di appartenenza.
Il rapporto non è tanto diverso tra quello che passa tra Manzoni e le sue scatolette se non fosse che non c'è una ratio artistica alle spalle del gesto ma meramente commerciale che trascende la sempre più opinabile qualità.

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