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Lucca Moment: da zero a ritrovarsi a intervistare Denise Gough di Andor

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C'è una nicchia di fan di Star Wars che stanchi dei pupazzi, della forza e delle astronavi ha trovato un di nuovo qualcosa di interessante nella saga guardando la nuova serie prequel sul passato di Cassian Andor. Io che sono tra questi ho avuto anche la fortuna di incontrare Denise Gough a Lucca.

Il Lucca Moment è un concetto di cui sappiamo spaventosamente poco. È una circostanza nella quale una persona comune, o quantomeno normale, a causa  del limitato spazio fisico che offre la città toscana incontra matematicamente un personaggio famoso.

 

Non importa quanto tu sia comune, non importa quanto il personaggio sia famoso, è quella scintilla di possibilità che per cinque giorni è talmente alterata da rendere tutto matematicamente possibile.

Così la prima sera mentre chiacchieravamo con Dario Sicchio, che per noi ormai è un amico ma che già può essere considerato come “uno famoso”, vediamo avvicinarsi Wethrer Dell’Edera con questo signore dall’aria spaesata che si scopre essere James Tynion IV, o come quella volta che mentre cerchiamo l’alloggio del Fantoni per andare a cena ci troviamo di fronte 'sto brunetto allampanato con gli occhiali che “Hey, ma sei Valerio Lundini!” Ed era proprio Valerio Lundini.

 

O del conto perso delle volte che ci trovavamo di fronte Lee Bermejo.

 

O fermarsi a fare i complimenti a Chiara Baschetti dopo l’anteprima di Carne Fredda (che sarà almeno la quarta volta che lo vedo) mentre pensavo di essere vestito troppo male e di avere un’aria troppo sfatta.

E questo senza considerare le birre con Roberto Recchioni, gli incroci con Lorenzo Ceccotti, le abbondanti pacche sulle spalle con Giacomo Bevilacqua, la fumettista Yi Yang che mentre Capitantroll fa per presentarsi lo indica dicendo che già lo conosceva mentre fila via lasciandolo basito.

 

O come il mangaka Atsushi Okubo che prima dell’inizio ufficiale della fiera si aggirava per le strade di Lucca con la sua crew.

 

E tutti i creators che mi dicono essere famosi con centinaia di migliaia di follower (ma che io non conosco), forte del rovesciamento della piramide del pass, tratto con disarmante disinvoltura perché tanto sticazzi.

  • Mah, secondo me sono più forte a CoD di quello…
  • Ma Tanz, quello credo sia Power…
  • Embè? Seconde me sono più forte io.

(stralcio di una conversazione che potrebbe essere davvero avvenuta nella lounge vip della Hause of Creators)

 

E più acquisisci confidenza con l’ambiente lucchese più sta roba  succede con disinvoltura.

 

Ma ad una cosa non sono ancora abituato: gli incontri internazionali, di quelli dove la distanza è accentuata, quando le star sono di calibro abbastanza grosso da bloccare la stanza di un albergo, avere il tempo per le domande contato, una troupe a riprendere l’intervista (che ti viene data in mano sotto forma di schedina di memoria in duplice copia), con orari precisi, con l’interprete e un  enturage in battaglione, il catering e una barocca organizzazione a salvaguardarne la privacy.

 

E mentre sei lì ti senti anche un po’ stupido con il tuo quadernetto moleskine sul quale sulle scale hai appuntato una serie di domande e relativi bivi, a seconda delle risposte che potresti ricevere.

 

Si vede che sei un pesce fuor d’acqua, un mezzo cialtrone che si trova in quella situazione perché c’è capitato, ma in fondo in fondo sei anche contento della tua cialtroneria, di aver ribaltato la piramide.

 

Questi erano i sentimenti che mi animavano il pomeriggio che ho intervistato Denise Gough, interprete di Dedra Meero in Star Wars: Andor, la serie che mi ha dato di nuovo un brivido nel guardare al mondo di Star Wars.

Tutto inizia quando il Fantoni a pranzo mi fa “C’abbiamo l’intervista con Denise Gough, però io non posso che c’ho un panel, ci devi andare tu”: come il bambino della copertina di Nevermind dei Nirvana, buttato in acqua senza preavviso “e ora impara a nuotare.”

 

Ed io mi butto di testa forte di  una sistematica dose di incoscienza, mi presento con un abbondante mezz’ora di anticipo all’appuntamento, in un albergo in Piazza del Giglio che, oggettivamente, temevo di non trovare e, conseguentemente, mancae l’appuntamento con successivo marchio di infamia.

 

Però arrivo e faccio la mia anticamera, facendo roteare la penna bic blu d’ordinanza, e ad ogni giro tengo il tempo, segno un appunto, ammorbidisco una frase che potrebbe sembrare insinuante e pilotare una risposta.

 

Quando sta per arrivare il mio turno chiedo l’interprete che per un po’ non si trova, la mia certezza vacilla, forse, ma dall’esterno spero di dare l’aria di uno posato, nella sua camicia su misura, rilassato nonostante la folla, la calca, lo zaino con il pc trascinato per mezza Lucca e il tedio dell’attesa che pesa sui miei cronici mal di schiena.

 

Entro, è la scena di Cavalli e Segugi di Notting Hill senza le implicazioni emotive.

 

Mi fanno accomodare dietro un microfono, sto per partire in quarta con le domande ma la registrazione non è ancora pronta, quindi sento il bisogno di colmare quei minuti di vuoto con qualcosa, conversare, conversare sempre per stemperare la tensione.

In un inglese che fa invidia a Tony Soprano spiego che è la mia prima volta in quell’ambiente e che mi fa molto strano essere lì perché io con Star Wars ci sono cresciuto, anche se non è lo Star Wars che racconta Andor, lei sorride, mi dice che lo trova folle e mi raccomanda di idratarmi spesso lasciando perdere le bibite energetiche (spoiler, c’aveva ragione lei).

Quando mi danno il via mi impappino, "avrei potuto formularla meglio quella domanda" ma dal momento che con l’interprete avevo già concordato le domande lei è brava a rendere lineare quello scioglilingua di “tridimensionalità” che mi esce dalla bocca.

 

Alla seconda domanda, al giro di boa dei sei minuti che ho a disposizione, sfrutto l’assist della risposta precedente per chiederle apertamente di fascismo. È un bel momento, dal di dentro mi sento illuminare e sono quasi certo che un sorriso mi sia spuntato sul volto quando ho capito che potevo porre la mia domanda nella forma ruvida che avevo pensato fin dall'inizio.

 

Le risposte di Denis Gough le trovate in cima, le schede dove è salvato il video con l’etichetta “Andor” le conservo come medagliette di un altro improbabile Lucca Moment dove bisogna imparare a nuotare o annegare.

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