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La zingarata di Panenka per alzare la coppa

“Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione” 

Il 24 ottobre 1975 le sale cinematografiche italiane si riempiono per la proiezione di quello che, a posteriori, verrà definito come l’inizio della fine della “commedia all’italiana”.

Un filone dolceamaro che ha accompagnato la vita del nostro Paese, raccontandone vizi e virtù come mai nessuno in futuro sarà in grado di fare. Quel giorno d’autunno è in programma in cartellone una commedia corale. Ha avuto una genesi travagliata, dato che il suo regista, Pietro Germi, è passato a miglior vita pochi mesi prima e la produzione ha deciso di affidarsi al suo naturale sostituto: Mario Monicelli.

Il nome della pellicola, secondo uno degli attori protagonisti, pare provenga proprio da una frase che Germi disse durante il suo commiato alla cinepresa. “Amici miei, ci vedremo, io me ne vado”. Le prime due parole daranno il titolo non solo al film e ai suoi due seguiti, ma saranno il marchio di un certo stile di vita: non prendiamoci troppo sul serio, ridiamo alla vita e della vita, prima che l’abbraccio della morte ci colga nel momento inaspettato.

Sei giorni dopo, in un luogo dove sicuramente “Amici Miei” non è stato proiettato, si gioca una partita chiave per le qualificazioni ad Euro ’76. A Bratislava si affrontano la Cecoslovacchia e l’Inghilterra.

Gli ospiti sono avanti in classifica di due punti e hanno già battuto i ragazzi di Ježek 3-0 a Wembley esattamente un anno prima. Vanno in vantaggio con Channon e a questo punto è cosa fatta. Se non che, da un calcio d’angolo tirato a pochi secondi dall’intervallo, i bianchi si addormentano e Nehoda impatta. Nella ripresa Galis in tuffo di testa fa 2-1. Il che vuol dire vittoria e aggancio in graduatoria.

Da quel momento, gli uomini in maglia rossa non sbaglieranno più un match e si guadagneranno i quarti di finale per la manifestazione dell’anno successivo. Dove soverchieranno ancora una volta i pronostici, sbattendo fuori i vicecampioni d’Europa sovietici. Il gol del 2-0 della prima partita lo segna un ragazzo praghese, occhi chiari e baffo molto anni ’70, che gioca da interno di centrocampo. Si chiama Antonín Panenka e da qualche parte di nascosto deve aver pur visto il capolavoro di Monicelli, altrimenti non si spiega da dove abbia preso spunto per un gesto che, nell’estate del ’76, cambierà per sempre il gioco del calcio.

La regia non fu il solo intoppo nella produzione di questo capolavoro.

Innanzitutto la location: Germi scrisse il film, insieme al mitico trio Benvenuti – De Bernardi – Pinelli, perchè fosse ambientato a Bologna. Con l’arrivo di Monicelli, si decise di piantare il set a Firenze. Una Firenze che fosse la meno turistica possibile. E quindi, addio al Duomo, al Ponte Vecchio, al Campanile di Giotto. Qualche scorcio dall’alto delle colline e per il resto si punta su luoghi autentici, depurati dai click delle fotocamere dei turisti. I bar sono quelli di tutti i giorni. I palazzi e gli interni raffigurano le abitazioni italiane del secondo Dopoguerra. Genuinità, non semplicità.

Scelto il luogo, tocca agli interpreti. La produzione punta tutto su Mastroianni, reduce da un’altra pellicola che gioca con la vita e la morte (“La grande abbuffata”). Sicuro del fatto che la sua prestazione sarebbe stata “soffocata” da quella dei suoi colleghi, Marcello rifiuta. Si tenta allora di rimettere insieme una grande coppia della commedia televisiva: Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello. Rifiuta anche quest’ultimo e allora si arriva al quintetto che tutti conosciamo: Tognazzi – Noiret – Del Prete – Moschin – Celi. Se fossimo nel basket sarebbe senza dubbio un “Dream Team”.

Quando vengono diramate le convocazioni per la fase finale dell’Eurocoppa, che si disputerà in Yugoslavia, Panenka ha 27 anni e fa parte di una delle più vecchie squadre della capitale: il Bohemians Praga. Maglia biancoverde, gioca nel piccolo stadio “Ďolíček”. E non vince mai. Ma al ragazzo importa poco, a Vršovice è comunque un idolo, tant’è vero che è l’unico dei suoi ad essere convocato per la final four di giugno. Casacca numero 7 e il compito di provare a dar del filo da torcere alle vere favorite del torneo. Già, perchè al momento del sorteggio delle due semifinali, non c’è un solo addetto ai lavori che non lo pensi: la finalissima del “Marakana” di Belgrado sarà la stessa del Mondiale di due anni prima: Germania Ovest – Olanda.

Sono fortissimi e hanno cambiato poco rispetto al 1974. Sono le espressioni di due modi vincenti di vedere il football, ovvero: l’Ajax di Michels del calcio totale e il Bayern Monaco, che di quella nazionale è la spina dorsale. Beckbenbauer da una parte e Crujiff dall’altra, com’è solo possibile immaginare che non arrivino loro due la sera del 20 giugno a giocarsi la coppa “Henri Delaunay”?

E poi, se proprio vogliamo essere bastian contrari, delle due sparring partner, forse sono gli slavi che se la possono giocare. In giornata tengono testa a chiunque e hanno il fattore campo dalla loro. I cecoslovacchi? E chi li conosce! Sí, sono una nobile decaduta del calcio anni ’30, quello “danubiano” che battagliava con gli azzurri di Pozzo, ma sono passati quarant’anni. E poi, per legge, non possono trasferirsi oltreconfine prima dei 32 anni. Misteriosi,  anche se, quei pochi che li conoscono dicono che siano al top del loro ciclo.

“Un inno alla vita di cinque ragazzi che non vogliono crescere”. Lorenzo Baraldi, lo scenografo, descrive alla perfezione il senso di “Amici Miei”.

É vero che si ride, e tanto, per oltre due ore, ma è un riso amaro, e ci scusi Giuseppe De Santis per l’accostamento con il suo film. Non è una risata sguaiata, dove la volgarità è totalmente gratuita. É sarcasmo, è il gusto della trovata scherzosa, ma di classe, sanamente cattiva, ma originale. Si ride sempre con il rischio che, all’improvviso una lacrima scenda dalle guance. Una “malincommedia”.

Un viaggio a ritroso nell’adolescenza di cinque uomini che ormai adolescenti non sono. Sono cinquantenni insoddisfatti, bugiardi, immaturi, fedifraghi, che vivono da ricchi pur essendo poveri, che scappano alla morte e alla solitudine vivendo alla giornata. Parola d’ordine: zingarata. Evasione dalla vita di tutti i giorni che può durare ore o settimane. E allora sotto con le goliardate e alla caccia alla prossima “vittima” in una Firenze che è cornice perfetta per il loro spirito di fanciulli dispettosi e simpatici allo stesso tempo.

Raffaello Mascetti non poteva non essere rappresentato che da Ugo Tognazzi. Uno dei colonnelli del cinema italiano che impersona un nobile decaduto, povero in canna, sposato con figlia, ma totalmente assente dalla famiglia. Gli amici, gli scherzi, i giri in auto per la Toscana, la bella vita, mangiare e scopare prima che il sogno finisca. Ci scusiamo per la superficialità, ma c’è molto di Tognazzi nel suo personaggio. Lui, dedito ai piaceri della buona tavola, grande chef e, al contempo, gran playboy. E Lello è senza dubbio alcuno il capo di quella banda di matti, quello che si incazza al solo vederli annoiati, che non può esistere un momento senza una “zingarata”.

Come arriva la Cecoslovacchia a quei giorni di giugno del ‘76? Senza pressione e con la fama di quelli che hanno buttato fuori l’Unione Sovietica.

I rossi di Praga non giocano un mondiale dal 1970 e un Europeo da sedici anni. I bookie li danno nettamente sfavoriti però qualche buona individualità esiste in rosa. Per esempio Ivo Viktor, portiere del Dukla Praga, o Anton Ondruš, capitano che gioca con lo Slovan Bratislava e comanda la difesa di Ježek. Di Panenka abbiamo già parlato, ma al suo fianco c’è Karel Dobiaš, che lascerà il segno su quell’edizione del torneo. E davanti il ct non è certo messo male: può scegliere tra Masny, Švhelik, Vesely e Nehoda. Quest’ultimo è praticamente inamovibile e lo sarà per sempre nella storia di questa squadra che non esiste più. Perchè se andate a spulciare le statistiche dei giocatori con più presenze e, alla seconda posizione con più gol, con la maglia cecoslovacca troverete: Zdenek Nehoda, con 90 gettoni e 31 reti spalmate in ben sedici anni di gloriosa carriera con la sua selezione.

Rambaldo Melandri, alias Gastone Moschin, è l’opposto del conte.

Single, dal facile innamoramento, il bersaglio del gruppo. Colto, dal gusto raffinato, l’architetto è l’intellettuale dei cinque. Per una donna entra ed esce dalla compagnia e quando torna sono bischerate da qui all’eternità. Duilio Del Prete veste i panni di Guido Necchi, titolare del bar – ritrovo degli “zingari”, spesso usato come base per uno di quegli indimenticabili scherzi. Un po’ più rozzo dei suoi compagni, deve spesso giustificare alla moglie le sue frequenti lontananze. Nell’atto II, Del Prete, forse contrario all’idea di un sequel, consegnerà le chiavi del bar a Renzo Montagnani che, ironia dell sorte, doppia Noiret – Giorgio Perozzi nel primo capitolo. Il giornalista, il creativo del gruppo, altro traditore impunito, tant’è vero che in casa non ci vuole andare mai. Nemmeno la mattina, quando preferisce il cazzeggio per Firenze invece che la vista di moglie e figlio. “Chissà perchè se penso alla carne della mia carne divento subito vegetariano”. Loro quattro si conoscono da quando son bambini, ma strada facendo acquisteranno un “top player”.

I top player, la sera del 16 giugno 1976 a Zagabria, hanno tutti la maglia orange.

Krool, Neeskens, Rensenbrink e il numero 14, che di presentazioni non ne ha bisogno. É solamente il giocatore del decennio e uno dei primi cinque della storia. É Johann Cruijff. Orfani di Michels, l’Olanda è in pratica la stessa squadra che è giunta a un passo dell’essere campione del Mondo a Monaco di Baviera. Bella, bellissima, ma che in finale si è persa di fronte al pragmatismo teutonico.

Il “Maksimir” è una palude, colpa di un nubifragio estivo che costringe tanti a restare a casa. Si presentano in 18mila circa ad assistere alla prima semifinale del torneo. Ondrus, dopo venti minuti, stacca di testa da solo e batte Schrijvers. Con il punteggio di 1-0 si chiude la prima frazione e, anche nella ripresa, sembra che tutto si stia incanalando per il verso giusto per i cecoslovacchi. Ondrus, però, è in serata da bomber più che da centrale di difesa e su un innocuo cross da destra di Geels, invece che respingerla in angolo, alza il piatto destro in modo innaturale. Ne nasce una traiettoria imparabile anche per Viktor, che la vede entrare stupito in porta. 1-1.

Ripresa in mano la gara, l’Olanda è convinta di vincerla ai supplementari. A sei dalla fine del secondo tempo si sbilancia e Vesely cavalca sulla fascia destra in contropiede. Cross al bacio per Nehoda e il numero 11, di testa, la mette in rete. É il colpo del k.o. per gli olandesi, che infatti subiscono anche il terzo gol, con Vesely che scatta sul filo del fuorigioco, mette a sedere Scrhijvers e spara in porta. 3-1.

La prima sorpresa del torneo si è materializzata. Domenica 20, allo stadio della Stella Rossa, ci saranno i tedeschi, che hanno rimontato due gol ai padroni di casa e completato l’opera nell’extra time: 4-2.

Il quinto di “Amici miei” entra in scena proprio al termine di una delle zingarate più lunghe. Gestice una clinica privata, è un marito indifferente e, a prima vista, il loro nemico. Il professor Alfeo Sassaroli, ovvero Adolfo Celi in camice bianco, contornato da infermiere e suore che lo accompagnano non solo in corsia, ma anche a letto. Si vede sfuggire la moglie per mano del Melandri, ma sembra non dispiacersene. Anzi, si unisce a loro in quella che è una delle scene più omaggiate e ripetute non solo al cinema, ma anche nella realtà: gli schiaffi alla stazione.

Dopo anni di imitazioni, le Ferrovie dello Stato dovranno cambiare altezza e finestrino per fare in modo che in tanti, in una di quelle sere in cui non sai che diavolo fare, la smettessero di spiaccicare cinque dita in faccia a sconosciuti viaggiatori.

Dunque Celi, attore di cinema e di teatro, come Garibaldi celebre “nei due mondi”, villain per 007 e James Brooke in Sandokan, presta anima e corpo a uno che “zingaro” non era, ma che, in fondo in fondo, lo sarà più di tutti quanti. 

Germania – Yugoslavia è stata senza dubbio la miglior gara bella del torneo, ma anche la finale non è da meno. Jezek conferma il 4-3-3, Schon ha in campo 8/11 di due anni prima e davanti c’è un Muller, ma è Dieter e non il famoso Gerd. E come a Monaco, vanno sotto nel primo tempo. La difesa bianca perde palla in area, Maier salva sulla prima conclusione, ma Nehoda è bravo a rimetterla subito in mezzo dove, sul secondo palo, Svehlik fa 1-0. Al 25esimo Dobias scarica un sinistro non forte, ma preciso sul palo lontano. Maier è coperto e non ci arriva. 2-0 Cecoslovacchia, che poco dopo sfiora pure il terzo gol. Un peccato mortale non “uccidere” la gara contro i tedeschi. Questione di tempo, poi arrivano. Tre minuti e Muller riapre la gara. E a pochi attimi dal triplice fischio finale arriva il pari. Holzenbein salta davanti a un colpevole Viktor e porta la gara ai supplementari. E questa volta, non ci sarà ripetizione. Ovvero: se si pareggia, per la prima, storica volta si va ai rigori.

Segnano tutti tranne Uli Hoeness che, come beffardamente dirà Beckenbauer, la tira in qualche via di Belgrado.

Ora tocca proprio a Panenka. Rewind.

Se qualcuno dei tedeschi si fosse avventurato nel municipio 10 di Praga e avesse sbirciato qualche allenamento dei Bohemians, avrebbe notato una singolare gara. Quella tra Zdenek Hruska e lo stesso Panenka. Sfida ai rigori: se Toni segna vince o una birra o una barretta di cioccolato. E siccome a lui piacciono un sacco entrambe, non si fa pregare. Ma il rigore dopo un po’ annoia, è prevedibile.

E che cos’è il genio?

Panenka prende una rincorsa lunghissima. Sguardo fisso sul portiere e, all’ultimo passo, abbassa il collo del piede sotto la palla, quasi a toccare il terreno. Non calcia forte, la scodella con un morbidissimo e centrale tiro a foglia morta.

A Praga era il segreto di Pulcinella, visto che in campionato lo faceva spesso e volentieri. In Germania non lo sapeva nessuno, tantomeno Maier. Quando gli ricapita un’occasione del genere? Anche se, parole sue, “lo avessi sbagliato mi avrebbero spedito in fabbrica per trent’anni”. E invece quel gol, perchè sí Toni fa gol, spedisce la Cecoslovacchia sul tetto d’Europa per la prima e unica volta e consegna Panenka alla gloria eterna tra gli dei del Pallone.

Il documentario “Ritratto di mio padre”, di Maria Sole Tognazzi, esce nel 2010. Pochi mesi prima del suicidio di Monicelli, il quale è presente nel film.

É lui a svelare che gran parte delle zingarate vennero prese dalla realtà.

Castiglioncello: località balneare livornese, meta di intellettuali vacanzieri negli anni ‘40. Non c’erano solo Pirandello e De Chirico a passeggiare su quelle spiagge, ma anche cinque ragazzi del posto. L’architetto Ernesto Nelli, il giornalista Silvano Nelli, il rappresentante Cesarino Ricci, il nobile decaduto Giorgio Menicanti e un medico dal nome talmente strano che si può sentire solo in questa parte del globo: Mazzingo Donati.

Un’accolita di amici dedita agli scherzi più folli.

Donati, che sarà immunolgo di fama mondiale, era l’ideatore delle bischerate, mentre Menicanti era il vero Mascetti, ricco nobiluomo che sperperava tutto, tra viaggi in giro al Mondo, bagordi con gli amici e l’acquisto di un orso da tenere al guinzaglio. Una scanzonata brigata che ha ispirato quello che, secondo Giovanni Veronesi, “Monicelli, da grande film, trasformò in capolavoro”.

Passati i 32 anni, Panenka può finalmente provare l’ebbrezza del calcio oltecortina. Firma per il Rapid Vienna, va a un passo dal vincere la Coppa delle Coppe e poi chiude con il calcio di alto livello. Torna a Praga, che dal 1993 è la capitale, ma della Repubblica Ceca.

E non ha dimenticato l’amore della sua vita: i biancoverdi del Bohemians, di cui è presidente. Quando i ragazzi vincono il titolo, nel 1983, è già in Austria. Ora, invece, si naviga nelle acque agitate di metà classifica della prima serie e va bene cosí.

Lui, ad ogni modo, l’immortalità calcistica se l’è guadagnata tutta con quel penalty che, dal 20 giugno 1976, tutto il mondo chiama con il suo cognome: il “panenka”.

Solo nella provinciale Italia ci ostiniamo a nominarlo “cucchiaio”, ignorando che quel ragazzo che lo tirò, agli Europei del 2000, non avesse inventato niente. Perchè Totti sarà pur sempre Totti, ma vuoi mettere ricevere la benedizione di sua maestà Pelè? “Solo un pazzo o un genio poteva calciare un rigore in quel modo”. Propendiamo per la seconda opzione. D’altronde, cos’è il genio se non quelle quattro caratteristiche racchiuse in un beffardo tiro?

 

Rampage e la soddisfazione di picchiare un palazzo

Il caffè è un piatto che puoi servire freddo

Da barista professionista hai un codice deontologico da seguire.

Non poggiare le dita sull’orlo della tazzina, sorridere sempre, avere la divisa pulita e via discorrendo. Ma tra le tante regole una è fondamentale e decreta il tuo successo davanti ad un cliente: mai servire l’espresso freddo.

Nella mia esperienza ho registrato i tanti difetti presentati sul bancone ma la costante è sempre quella: scusi, il mio caffè è freddo. A cui, al sud, segue: voglio la tazza bollente, non fredda.

Non è del tutto sbagliato come concetto perché l’espresso è una bevanda da offrire ad una certa temperatura per assaporare i vari aromi, man mano che si raffredda, infatti, si modifica la struttura organolettica e precipita in una sapore via via più amaro, ma chi te lo chiede bollente di certo lo fa perché è una sua confort zone.

Noi italiani siamo abituati a vedere il mondo così:

I consigli della nonna superano quelli del medico;
Si mangiava meglio prima;
La migliore cucina del mondo è la nostra.

Momento, momento, momento, momento… però Marco non solo parli male della nonna ma sostieni che
l’espresso al bar puoi servirlo anche freddo?
Quale sarà il prossimo passo? Dire che l’americano è buono?

In realtà l’ho già fatto QUI.

Bene, detto questo, immaginate per un momento di vivere quei quarantanove gradi all’ombra, di vestire un completo Zara per obblighi lavorativi e di non potervi buttare in acqua ghiacciata. Immaginate, dunque di voler un espresso, sì, ma il solo fatto che sia caldo vi fa orrore. Al diavolo.

Puntate il dito verso il cielo e in un grido AMMIRATEMI! proponendo l’invenzione del secolo: il caffè
freddo!

Se non fosse che è stato inventato da diversi decenni, forse secoli. Vediamo tre varietà che potete replicare anche a casa.

Caffè in ghiaccio

In Salento l’estate fa caldo, molto caldo.
Le persone attraversano le strade soffiandosi sul petto sudaticcio e, coi turisti, è stata persino sdoganata la moda dell’infradito in città.
Senza ricorrere a stratagemmi terroristici del tipo oscurare il sole come il sign. Burns, le persone amano irrorarsi di caffè in ghiaccio come campi annaffiati.
Ma cos’è questa bevanda difficile da replicare oltre il confine salentino quanto la spiegazione della costante di Planck?

Foto di Pierpaolo Fari

Il caffè in ghiaccio nasce in un bar nel centro di Lecce circa sessant’anni fa, riprendendo l’idea del caffè freddo spagnolo.
Non è altro che un espresso – zuccherato prima con saccarosio o con sciroppo di mandorla – e poi versato su del ghiaccio in un bicchiere.
Senza scomodare la chimica, la particolarità è nello zuccherare l’espresso o la moka prima di versarlo sul ghiaccio altrimenti non si ottiene l’effetto dolce. Mentre con la mandorla (attenzione: sciroppo, non latte), non zuccherare e versarne giusto un po’ direttamente sul ghiaccio.
A questo metodo ci sono legato e talvolta mi vesto di campalinismo becero e ignorante.
Tipo quella volta che sono entrato in un famoso ristorante di Milano, in duomo e, nel bar mi è venuto spontaneo chiedere un caffè in ghiaccio.
In quel momento il barista mi ha guardato stranito e mi ha chiesto di ripetere l’ordinazione.
Mi scusi, sa, il caldo fa brutti scherzi. Mi dia un espresso e un bicchiere con del ghiaccio a parte.
Ma i salentini mi capiscono perché sono innamorati di questa bevanda che li identifica al pari di 007 e il suo
Vesper Martini.

Caffè Freddo

Alla nonna piace stringere forte la moka, tenendo ben ancorata al palmo della mano la caldaia e poi avvitando – talvolta forzando – la parte superiore. Ecco fatto, poggia sul fornello acceso e attende mentre fa altro, il gorgoglio del caffè che trabocca dall’ugello.
Appena pronto, lo zucchera e poi lo raccoglie in un bottiglietta di plastica, disponendolo in freezer e lasciandolo lì, a congelare.
Trascorse le ore necessarie, mi chiama per chiedermi di venire a bere da lei il caffè freddo.
In questo tipo di preparazione, il nostro amato caffè è stato sottoposto ad un intervento criogenico che gli conferisce un gusto più diluito e amaro.

Quando infatti versiamo la polvere di caffè nella moka e attendiamo che l’acqua estragga il sacro succo, la
temperatura è a circa 92\94 gradi. Con tale calore si libera la parte acido – amara, caratteristica
del caffè. Se si tratta ovviamente di una tostatura italiana il sapore tenderà più all’amaro.
Poi disposto in freezer, la bassa temperatura con i suoi microcristalli crea l’effetto allungato.

Cold Brew

Chi lavora con le persone sa quanto sia difficile proporre idee diverse – non necessariamente migliori, uscire dagli schemi non è per tutti e talvolta bisogna avvitarsi in salti mortali. Spesso uno si chiede il perché ma se è bravo e si diverte, la sola risposta positiva del cliente lo rende orgoglioso e pronto per altre iperboli.
Questo succede perché siamo abituati a vedere il mondo in zone di confort tramandate da usanze e detti popolari e accedervi significa rischiare di prenderla sul personale.

Per questo quando sono dietro un bancone quello che dico spesso è: nel bene o nel male è sempre cultura.
Cancelliamo un tabù: il caffè è un piatto che può essere servito sia freddo che caldo. Se noi lo lasciamo in polvere con una infusione per circa quattordici ore in acqua fredda otterremo una bevanda dissetante, leggera, che addirittura si presenta più dolce che amara.

Questo è un metodo che si chiama cold brew, estrazione a freddo.

Signori della giuria, provate a farlo a casa. Prendete una french press, versateci dentro circa novanta grammi di caffè macinato grosso e poi dell’acqua fredda fino all’orlo. Lasciatelo in frigo per una decina di ore e poi ditemi se non è buona.
Se invece voleste dilettarvi con una percolazione e cioè una quantità di acqua lasciata cadere da un ugello sul caffè macinato, otterrete un cold drip. (acquistabile su Amazon).

In genere si usano caffè molto fruttati e floreali ma una delle caratteristiche più interessanti del cold brew è la sua versatilità nel bartending.
Provate a casa ad usare un goccio di sciroppo dolce come quello di agave, dell’acqua tonica e poi miscelarlo o, per chi ama i contrasti più accesi, del succo di arancia.
Se poi qualcuno vi accusasse di vilipendio contro le storiche usanze del bar nostrano e in più al grido di “Prima i caffè italiani!” rispondetegli che il caffè è una bevanda ethiope, estratta per la prima volta dai mediorientali e senza coltivazioni importanti nel BelPaese.

Magari gli verrebbe il gelo a pensare un Italia autarchica senza caffè, mentre voi potrete godervi la vostra bevanda rinfrescante, in attesa di tornare a berla bollente.

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Pensavo fosse nostalgia e invece era un calesse

Ho sempre pensato di essere una persona soggetta a nostalgia. Colleziono poster, dvd, action figures di vecchi film, mi vesto più o meno come ci si vestiva nel 1996, amo ancora alla follia le serie tv che guardavo da ragazzina. Ho fatto due conti, è nostalgia, ma a fare i conti faccio schifo da una vita e infatti avevo sbagliato. La nostalgia è un sentimento di struggimento verso momenti o epoche che ci sembrano migliori, momenti a cui vorremmo tornare perché si stava meglio, erano più facili, più belli, più importanti. Mi sa che mi sono confusa, perché a vent’anni fa non ci tornerei manco pagata.

Ciò che avevo scambiato per nostalgia è in realtà retromania, quella che Simon Reynolds ci ha spiegato con pochi e comprensibili punti. È retrò ciò che:

– fa riferimento a un passato recente che abbiamo vissuto e che ricordiamo

– è documentabile tramite audio, foto e video

– riguarda la cultura pop

– prevede un approccio giocoso e ironico tendente alla citazione e al pastiche

Ci siamo, è proprio lei. Quindi la nostalgia proprio non la conosco?

Per esempio l’infanzia, ci tornerei? Certo, un bel po’ di cose erano più semplici, se non fosse per il ricordo chiarissimo di quanto essere bambina mi facesse schifo. I divieti, gli obblighi, mia madre che ha pensato bene di vestirmi come voleva lei fino alle soglie della pubertà, la noia dell’era pre-internet nella provincia bigotta, la crudeltà dei coetanei lasciata impunita perché “i bambini son bambini”. Passo.

Quindi, l’adolescenza? Per citare Simone Stefanini dal suo La bella nostalgia: “Non fatevi abbindolare dalle corse in bicicletta dei ragazzini di Stranger Things, posso assicurarvi che rimpiangiamo l’adolescenza solo perché non ce la ricordiamo fino in fondo”. Amen.

L’adolescenza in provincia dovrebbe essere bandita a livello internazionale dalla Convenzione di Ginevra, soprattutto se farcita di tutti i malus possibili per quel frammento di spazio-tempo. Da adolescente ero una femmina e già era un accollo, perché negli anni ’90 e primi ’00 non avevamo la cosapevolezza femminista che le ragazze hanno oggi. Lo dico senza auto-commiserazione, ma con grande invidia, perché magari avrei pianto meno se a sedici anni avessi avuto la possibilità di andarmi a vedere un concerto di Lizzo. Ero una femmina, venivo da una famiglia essenzialmente proletaria, ero grassa, ero ciò che successivamente abbiamo chiamato amorevolmente una nerd. Al tempo non c’era niente di amorevole, solo sfiga.

Quindi perché mai dovrei avere nostalgia di un periodo tanto orribile? Perché c’era Dawson’s Creek in tv? Quello ce l’ho su Amazon Prime Video e posso guardarmelo alle 4 di notte dal mio divano. Figuriamoci se farei a cambio.

Se proprio devo guardare con dolcezza a un momento del mio passato, guardo agli anni dell’università. Che pacchia. Studiavo ciò che mi piaceva, non lavoravo perché stavo ancora dai miei e avevo la borsa di studio. Per buona parte della giornata mi lasciavo la provincia alle spalle e avevo la sensazione di poter combinare qualcosa di bello. Mi ha fregato l’ambizione, e mi han fregato le velleità, perché poi sono rimasta in provincia e di tutti i grandi progetti che avevo assaporato nella bolla accademica mi è rimasto un nodo allo stomaco e la consapevolezza di non essermi impegnata abbastanza. Come si chiama questa cosa? Nostalgia? Rimpianto? Vecchiaia?

La Madeleine Dragon's Lair

I podcast per la vostra estate

I privilegi e i vantaggi che offre ascoltare un podcast sono molti: un podcast si può ascoltare quando si vuole; lo si può ascoltare da qualsiasi device (anche da un device anziano e senza schermo – se si scarica il file audio); lo si può ascoltare sui mezzi al posto della musica pop tutta allegra che avete in cuffia in modo da evitare due cose: A) l’effetto straniante che provoca la distanza tra la realtà umana che vi ritrovate sull’autobus delle 12:30 di un mercoledì d’agosto e B) se l’anziano davanti a voi dovesse lamentare qualche mancanza di deferenza nei propri confronti non dovreste interrompere una bella canzone ma solo la voce di un conduttore; lo si può ascoltare al buio o con gli occhi chiusi (gli schermi e le luci non aiutano durante le notti afose e per chi non si porta dietro l’ombrellone in spiaggia perché è un vero duro è manna dal cielo); i viaggi in macchina di mattina presto verso il posto dove trascorrere le ferie senza più la voce di Bordin a fare compagnia possono essere riempiti da alcuni di questi bellissimi programmi:

 

Cavour

Giornalista per Il Foglio, L’Opinion e autore di 24 Mattino Francesco Maselli conduce abilmente il più bel podcast a tema politico in italiano. Cavour si occupa solo di politica estera (inevitabilmente si parla anche di quella interna, vista quindi da Roma) con semplicità e completezza e soprattutto ne si parla con ospiti che se ne occupano a livello professionale e politico, dai giornalisti invitati – come la bravissima Giulia Pompili per l’Asia – ai protagonisti della politica italiana, come Paolo Gentiloni sui dossier libici. Dalla situazione algerina (perché ne parlano in così pochi?) agli affari vaticani, dalla rilevanza italiana nel continente all’importanza della Cina, consiglio Cavour, che ha anche una bellissima sigla elettronica che gasa tantissimo. Per la storia del vero Cavour vi rimando a quest’altro podcast di Alessandro Barbero.

 

 

La Bussola di Carta

Bussola alla mano, partiamo per un viaggio alla scoperta del mare di carta del fumetto italiano. Così recita la descrizione del miglior programma dedicato al fumetto, prodotto da Malarazza e condotto da Zanno. La Bussola di Carta affronta un viaggio per gli antri segreti del meglio del fumetto underground: Spugna, Martoz, Jacopo Starace, Cammello. Per ora sono questi gli ospiti di Zanno e della sua inconfondibile verve. Consigliato a chi ama le scazzottate, le distorsioni, le metamorfosi e quel minimo di sense of wonder di puro straniamento che caratterizza i fumetti dei sopracitati.

 

Tizzoni d’inferno

Prendete dei fumettisti e degli appassionati del fumetto, metteteli in un bar e cominceranno a parlare di fumetti. Quindi lo sceneggiatore e direttore editoriale di Feltrinelli Comics Tito Faraci, Lavinia Michela Caradonna e Matteo Scandolin (e Giulio D’Antona) registrano le loro chiacchierate al Secco, meraviglioso bar sui Navigli, per la piattaforma Querty. Il podcast – che va in onda anche su Radio Onda D’Urto – ospita in ogni puntata alcuni dei fumettisti più interessanti e importanti del panorama italiano, si consigliano titoli e fumetti da edicola e si ride molto. Un podcast che sembra registrato in bar – perché è registrato in un bar – è il divertimento che non si può far mancare un appassionato di fumetto. Un applauso al Secco!

 

Fottuti geni

Lo conoscete Massimo Temporelli? Conduce il podcast di divulgazione scientifica migliore che si possa trovare in giro. Già fisico, Temporelli ha lavorato in un museo e oggi si occupa di diffusione della cultura dell’innovazione. Leonardo, i ragazzi di via Panisperna, Marconi e Marie Curie: questi sono solo alcuni dei grandi scienziati della storia a cui ogni puntata è dedicata. Oltre alle biografie dei personaggi è interessante l’approccio storico sulla scienza e la tecnologia, di cui si sente spesso la mancanza in particolar modo a scuola. Temporelli riesce però a catturare molto velocemente l’attenzione dell’ascoltatore, per portarlo in un mondo di straordinarie scoperte che risiedono nella mente dei fottuti geni della storia.

 

 

Archivio Pacifico

Francesco Pacifico (scrittore: Le donne amate, Seminario sui luoghi comuni), intervista persone molto brave in quello che fanno. Dalla chef-star Alessandro Borghese alla decana delle giornaliste di cinema e cultura popolare Natalia Aspesi, dallo scrittore Nicola Lagioia, fino a Giancarlo De Cataldo. Pacifico, attraverso chiacchierate rilassate e rilassanti, si fa raccontare strani aneddoti, storie fuori dal comune, desideri, paure e ricordi da alcuni dei personaggi più interessanti che fanno o hanno fatto la cultura italiana. Dio si nasconde nei dettagli.

 

Veleno

16 bambini portati via dai propri genitori, accusati di essere pedofili e satanisti. Veleno è un podcast in 7 puntate che racconta una storia da far paura. C’è anche un libro molto bello pubblicato da Einaudi.

 

Abisso editoriale

Maria e Alessandra vi parleranno dell’editoria con i tentacoli, della storia e delle vicende editoriali di alcuni degli scrittori che amate di più e di tanti altri aneddoti interessanti. Non c’è solo la storia, in Abisso editoriale, c’è anche spazio per i temi di attualità, per definire lo stato dell’arte della materia in questione. La situazione delle riviste letterarie, quella delle scuole di scrittura e quella degli pseudonimi. Fatevi avvolgere dagli splendidi e paurosi tentacoli che emergono dal fondo dell’abisso. Vi divertirete.

 

 

The Guardian’s Audio Long Reads

Si impiega molto tempo per leggere i long form del Guardian ma ne vale la pena, sono degli ottimi articoli (le cose più interessanti sono in inglese, c’è poco da fare). Tuttavia – se per vari motivi voleste riposare gli occhi – si possono trovare ovunque i podcast di questi articoli, di una qualità suprema.

 

PopScriptum

E poi vabbè, sì, c’è quello di PopCore (lo riprendiamo, giurin giurella).

Star Wars: Episodio 8 Gli Ultimi Jedi - analisi del trailer

Satine Phoenix e TJ Storm a Milano – Il gioco di ruolo per combattere le discriminazioni di genere e scoprire sè stessi

Quando ci hanno comunicato che il DnD Community European Tour avrebbe toccato Milano eravamo entusiasti, un segnale chiaro che il gioco di ruolo non era più solo “una roba da nerd”. Eravamo però un po’ perplessi davanti al nome di una delle special guest star, Satine Phoenix, googlandola non si parlava d’altro che delle sue esperienze come pornostar. Quante cose ignoravamo solo una settimana fa, quante cose abbiamo imparato sulle virtù terapeutiche di Dungeons & Dragons, sull’importanza che riveste nella vita di migliaia di persone vittime di discriminazione e bullismo.

Satine e sul braccio il tatuaggio SELF

Diceva Pirandello nel suo celebre Uno, Nessuno, Centomila: “C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro” e mai affermazione sarebbe più azzeccata se cercassimo un aforisma per riferirci a Satine. La famosa giocatrice di ruolo americana ha infatti alle spalle un passato tormentato che fin dall’infanzia l’ha costretta a indossarne molteplici. Quella della figlia abusata dal padre, in famiglia, ma che fuori dalle mura domestiche doveva tacere le molestie per non mettere i genitori in cattiva luce. “Mi facevano sentire in colpa” ci dice lei, tra una lacrima e mille sorrisi, “ma a un certo punto ho capito che non potevo andare avanti così”. Ad appena undici anni Satine tenta il suicidio, esasperata dalla situazione nella quale si trova, ma poi grazie al senso di responsabilità sviluppato con il gioco di ruolo, trova la forza di fermarsi in tempo, scegliendo di continuare a vivere.

La sua fortuna, in quegli anni di solitudine e abbandono, è proprio una scatola blu. Lo scrigno, che i feticisti del vintage ludico sicuramente conoscono, conteneva i manuali del set Expert di Dungeons and Dragons, il gioco di ruolo creato da Gary Gygax e Dave Arneson. Satine inizia così a costruirsi un personaggio a cui è concesso vivere come a lei non è permesso, la sua unica via di fuga, la sua ancora di salvezza.

Avrebbe potuto essere un gioco come tanti, solo un semplice passatempo per evadere dai mostri che combatteva nel mondo reale, e invece no. Come ci ha detto durante l’intervista, “a un certo punto è scattato qualcosa. Nel gioco, se volevo affrontare mostri più forti, dovevo incrementare le mie abilità; all’improvviso ho capito che anche nella vita reale era lo stesso, così ho cominciato a lavorarci su, focalizzandomi sugli aspetti che volevo migliorare.” Prendendosi cura di sé così come si prendeva cura del suo personaggio all’interno del gioco, ha pian piano raggiunto uno stato di consapevolezza e fiducia nelle proprie capacità che le hanno permesso di sconfiggere i suoi demoni.

TJ Storm Master Dungeons & Dragons d’eccezione

Parole di coraggio e speranza quelle pronunciate dall’icona femminile del gioco di ruolo, ma anche di inclusione. Parlando di identità di genere, si è definita decadent, spiegandoci che lei è Satine e che le piace tutto ciò che la fa stare bene, indipendentemente dalle etichette che la società sente l’esigenza di apporvi. Lo stesso vale per la community di Dungeons and Dragons dove si è tutti uguali perché nell’esatto istante in cui ha inizio la sessione spariscono muri, barriere e la paura di essere giudicati. Non importa chi sei né cosa ti piaccia, quando ti siedi al tavolo contano solo classe, razza e allineamento, e poi via a lanciar dadi e affrontare Tarrasque (quei mostri giganti brutti e cattivi che si fa tanta, tanta fatica a sconfiggere). E se qualcuno non fosse d’accordo? “Vai pure, noi restiamo qui; quando ti sentirai pronto potrai tornare e giocare con noi.”

Il gioco di ruolo dimostra di essere un potente strumento di aggregazione per conoscere persone accomunate dalle stesse passioni, ma soprattutto per conoscere meglio sé stessi. Per alcuni giocatori è stato proprio così, Satine ci ha raccontato di alcuni player che, dopo aver utilizzato un certo atteggiamento durante il gioco, hanno poi capito quanto fosse parte integrante del proprio carattere e l’hanno ripreso anche nella vita reale.

TJ coordina il VIP Evening game di DnD

Un mezzo che aiuta nella crescita personale, quindi, ma che infonde anche coraggio per superare situazioni particolari. Parlando di bullismo e molestie, Satine ha citato la tecnica del “combattere un bullo con il bullismo” come qualcosa che è tutto fuorché funzionale. Se si viene molestati o ghettizzati, per quanto verrebbe più facile fuggire o attaccare a propria volta, la tecnica migliore è quella di considerare tutti i punti di vista e tutt’al più archiviarlo come uno spiacevole episodio che non deve segnarci.

Poi è stata la volta di TJ Storm, celebre per le performance in motion capture in film come Godzilla e Captain America: Civil War, che ci ha spiazzato con una sua considerazione. Alla domanda “se potessi tornare a un momento qualunque del tuo passato quale sceglieresti e cosa diresti al TJ del passato?” ha dato una risposta secca, inesorabile “Non ci andrei”, spiegandoci che tutte le difficoltà incontrate durante la vita sono esattamente il motivo per cui è riuscito poi a raggiugere così tanti traguardi. Se avesse saputo prima che ce l’avrebbe fatta, probabilmente non sarebbe stato abbastanza determinato e non avrebbe raggiunto quei risultati che oggi lo rendono fiero e soddisfatto. E di strada in effetti ne ha fatta, passando attraverso famiglie adottive, bullismo per il colore della sua pelle, lezioni di arti marziali per correggere la sua goffaggine, anni di breakdance per pagarsi le lezioni di recitazione prima diventare una celebrità ed entrare per ben tre volte nella Martial Arts Masters Hall of fame.

Francesca Gatti con TJ Storm , Satine Phoenix e le rappresentanti di Asterisco Edizioni e Donne, dadi e dati.

Anche per Satine vale quasi lo stesso discorso: “Non importa quale momento sceglierei, mi direi sempre la stessa cosa: Stai andando alla grande! Continua così: ogni scelta, è la scelta giusta.” Non stupisce quindi che la società di produzione da lei creata, Gilding Light, si ispiri proprio al principio del Kintsukuro, l’arte giapponese di dare nuova vita e bellezza alle cose rotte riparando le crepe con l’oro.

E chi l’avrebbe mai detto che da un evento DnD saremmo tornati a casa con così tante riflessioni sulle virtù terapeutiche del gioco di ruolo e con un messaggio di grande speranza. Ma in fondo hanno proprio ragione Satine e TJ, non importa cosa è accaduto in passato, nulla segna per sempre se non glielo si concede, in ogni momento si può scegliere di ricominciare a vivere, reinventarsi e sognare.

I match di WWE Hell in a Cell 2017 e perché si combattono

I 10 canali YouTube più strani ma che dovete guardare

Ancor prima che per lavoro, seguo YouTube per passione da un’abbondante decina di anni. Avete presente quell’amico che vi dice “Oh, devi assolutamente farti vedere questo video assurdo“? Beh, quello sono io. Ed in questa decade ho anche imparato a districarmi nella enorme moltitudine di canali presenti. Basti pensare che sulla piattaforma vengono caricati 300 video ogni minuto: non viene anche a voi l’ansia da troppa scelta? Ma la forza di YouTube è e rimarrà (si spera) proprio questa: dare voce a nicchie che altrimenti non avrebbero l’esposizione a cui possono ambire. Ovviamente questa apparente democrazia comporta che sulla piattaforma ci sia un po’ di tutto, nel bene e nel male.

E una volta iniziato a fruirne attivamente, una delle prime domande che mi feci fu la seguente: quali sono i canali YouTube più strani che si possano trovare? Quali sono le categorie più bizzarre, per certi versi anche inquietanti, che sono riuscite a ritagliarsi uno spazio in questa sempre più ampia platea? Ecco, quindi, 10 canali che ho scoperto in questi anni: ho deciso di fare un mix, elencandone alcuni famosi, altri poco conosciuti (soprattutto in Italia), in modo da darvi una visione di insieme di quello che potete trovare girovagando negli angoli più ignoti.

HowToBasic

Iniziamo con un classico, oltre che uno dei format che meglio ha resistito alla spietata prova del tempo internettiana. Ovviamente sto parlando di HowToBasic, probabilmente il canale senza identità più famoso nella storia di YouTube. Anche se, in realtà, googlando si possono trovare informazioni abbastanza precise su quello che dovrebbe essere il ragazzo dietro al canale. Buon divertimento, ma in fondo che gusto ci sarebbe?

Nel caso non lo conosceste ancora, spiegatemi dove avete vissuto fino ad oggi. Giustamente potreste affermare di non essere pratici di YouTube, ma potreste essere già incappati nei suoi contenuti senza volerlo/saperlo. Come faccio a dirlo? Perché vi basterà cercare uno dei tutorial fra i più generici possibili per vederlo comparire. Un esempio: “Come far durare di più la batteria del tuo iPhone“. Ma preparatevi, perché non avete idea in cosa vi state cacciando.

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Rimanendo in ambito “WTF“, nel feed di Facebook/Instagram potrebbe essere apparso anche a voi il video di un pelato che spacca gli spaghetti con la testa. In tal caso, allora conoscete già senza saperlo il buon Jan Hakon Erichsen. Egli si diletta nel suo studio con la creazione di bislacche costruzioni, composte da oggetti quali assi di legno, coltelli, forbici, mobili e cibo vario. Il tutto per il puro gusto dell’intrattenimento, ovviamente. Perché diciamocelo, a chi non da soddisfazione vedere un barattolo di pomodori pelati schiacciato da una pressa?

Boston Dynamics

Se il tema distopico di opere come Black Mirror vi stuzzica, venire a conoscenza di Boston Dynamic potrebbe inquietarvi non poco. Creata nel 1992, l’azienda di ingegneria robotica in questione è salita alla ribalta nel 2009/2010 con video che vedevano protagonisti due robot quadrupedi, BigDog e LittleDog. L’impatto mediatico fu così intenso che la società venne poi acquisita nel 2013 da Google X, la branca pseudo-segreta di Big G incaricata di portare avanti i progetti più sperimentali.

Ma è il video del robot umanoide Atlas che ha maggiormente polarizzato l’utenza. Da un lato la visione più entusiastica dei tech entusiasts (scusate il gioco di parole), dall’altro la consapevolezza che la razza umana terminerà il giorno in cui i robot decideranno che è arrivato il loro turno di comandare. Se dovessi dirvi quale sia il video più inquietante fra quelli finora pubblicati, probabilmente è quello con SpotMini, il cane robotico in grado di aprire le porte da solo. Esatto, siamo fottuti.

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Restando in ambito robotico, ma spostandoci su un qualcosa di più artistico (e tranquillizzante), vi consiglio Nigel John Stanford, compositore neozelandese resosi famoso per la realizzazione di clip musicali piuttosto peculiari. Nei suoi video si gioca molto sulla sperimentazione tecnologica, come l’interazione fra strumenti elettronici ed elementi fisici quali acqua, fuoco ed onde sonore. Se siete curiosi di vedere all’opera una band composta da robot, non potete perdervi questo video:

Le restaurazioni

No, non sto parlando di un canale specifico, ma di una categoria vera e propria. Era qualche mese fa quando YouTube iniziò ad inserire nei miei consigliati svariate opere di restaurazione. In questi video oggetti più o meno antichi come coltelli, presse meccaniche, orologi e via dicendo vengono lavorati e fatti tornare come nuovi. Vi basta cercare “Restoration” su YouTube per cadere in una spirale fatta di diversi canali del genere, quasi sempre con un vibe piuttosto ASMR: zero chiacchiere, gli unici suoni protagonisti sono quelli degli strumenti all’opera. Inutile dire che, in caso di notte insonne, sono quel tipo di video ideale per addormentarmi, rimanendo ipnotizzati dalla maestria con cui un’arma abbandonata dal dopo guerra viene riportata alla normalità.

Come sempre accade in questi casi, il trend in crescita ha attirato numerosissime persone da tutte le parti del globo, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, le quali si sono prontamente cimentate nella loro declinazione. Basta avere una certa dose di manualità e qualche oggetto antico a disposizione per fare potenzialmente milioni di visualizzazioni. Un’occasione piuttosto ghiotta per restauratori e fan delle anticaglie.

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E se nei video restoration agli oggetti viene data nuova vita, ci sono anche canali come quello di DALLMYD in cui l’obiettivo è invece quello di riportarli a galla. Come un moderno cacciatore di tesori subacquei, Jake esplora i fondali acquatici alla ricerca di quanto di più bizzarro vi si possa trovare. Con milioni di visualizzazioni, nei suoi video vediamo ritrovati oggetti semplici, come smartphone e monete, fino ad assurdità come televisori, fucili, motociclette e resti umani. Sì, avete letto bene.

KREOSAN

Dagli Stati Uniti ci spostiamo in Russia, terra selvaggia da cui quel “pazzo furioso” (per citare quel pelato di Monty) che risponde al nome di Aleksandr Kriukov, creatore del canale KREOSAN, è saltato fuori. Quello che fa su YouTube è apparentemente folle, con test scientifici ai limiti della normalità, durante i quali non potrà non venirvi un brivido freddo lungo la schiena.

Se ho usato la parola “apparentemente” c’è un motivo, però: è evidente che Aleksandr abbia una forte passione ed una spiccata propensione e comprensione di argomenti come fisica, chimica ed elettronica. Una passione che mi auguro non gli costi cara un giorno, anche se, nella sua follia, sembra decisamente sapere il fatto suo. Da un po’ di tempo ha aperto anche un canale in inglese dove carica i suoi video tradotti, nel caso non voleste gustarvi un po’ di sano russo.

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Sempre parlando di esperimenti scientifici, The Backyard Scientist si presenta come un canale YouTube dal format più canonico ed impostato, ma ciò non significa che lo siano i suoi video. Dopo aver studiato chimica all’Università del Sud Florida, Kevin Kohler ha deciso di fare divulgazione scientifica a modo suo. E con “modo suo” intendo realizzando video in cui sperimenta con materiali, per esempio buttando del metallo incandescente dentro ad un cocomero, filmando reazioni chimico/fisiche fra le più buffe ed atipiche. Ma anche pericolose, arrivando persino a ferire sé stesso e la sua ragazza con esperimenti come quello… del fidget spinner a razzi.

Sixthclone

Se dovessi dire quale sia il simbolo della vaporwave in Italia, questo non può che essere Sixthclone. Danilo nasce nella provincia di Viterbo e, da buon producer audio/video degli anni ’90, non poteva che rimanerci sotto con il mondo AESTHETIC e tutto ciò che vi gravita attorno. Non starò qua a spiegarvi cosa sia la vaporwave: ci sono già migliaia di articoli e video online che ve ne parleranno in maniera approfondita. Il merito di Danilo è stato quello di prendere questo fenomeno nostalgico e renderlo decisamente più appetibile e comprensibile (?) al pubblico italiano.

Se conoscete cyriak non potrete non apprezzare questo montaggio in cui si susseguono figure pop come Enrico Papi, Maurizio Costanzo e Maria De Filippi, ma anche la Fiat Panda, un abominio che mixa Wanna Marchi, Gerry Scotti e Giancarlo Magalli, così come la presenza dell’immancabile Berluscone. E se si possiede una certa sensibilità, si capisce che si tratta di montaggi non soltanto fini a sé stessi. D’altronde il marchio di fabbrica della vaporwave è proprio questo: ironizzare su un passato amaro, fatto di consumismo, VIP di dubbio gusto e hi-tech, in un misto di nostalgia e nichilismo. Non perdetevi quella che reputo essere il suo picco massimo:

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Midi Desaster è uno di quei tantissimi canali di YouTube con pochi iscritti ma che sa regalare delle gioie, soprattutto se siete amanti della chiptune e delle stampanti dot-matrix. Sì, lo so, un’improbabile accoppiata che non sembra stare né in cielo né in terra, ma prima di darmi del pazzo guardate il video qua sotto, dove una stampante suona alla perfezione (se così si può dire) un classico come Eye of the Tiger.

On the roofs

Prima di parlarvi di questo canale, mi sembra doveroso premettere che su YouTube è possibile trovare video dove vengono eseguite azioni che non devono in alcun caso essere imitate. Così come per altre realtà di cui vi parlo in questa pagina, anche qua siamo di fronte ad una categoria a sé stante, ovvero il cosiddetto roof-topping. In poche parole: salire su edifici quanto più alti possibile per realizzare foto e video dell’operazione di scalata.

Spesso, anzi, quasi sempre ciò avviene in maniera non propriamente illegale, e questo Vitaliy Raskalov e Vadim Makhorov lo sanno bene. Basti pensare che il video della Shanghai Tower, il terzo edificio più alto al mondo, ha provocato il loro ban dalla Cina da parte del governo per motivi di sicurezza. Inutile dire che ciò non li ha dissuasi dal tornare nel paese e scalare il secondo edificio più alto, ovvero lo Shenzhen Centre. Ah, e vi ho detto che fanno tutto ciò senza alcuna misura di sicurezza? Avete presente il brivido freddo di cui vi parlavo prima, sì?

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Vi piacciono i video di esplorazione di luoghi abbandonati, specialmente se effettuati in posti dove non bisognerebbe stare? Allora il canale Exploring the Unbeaten Path fa proprio al caso vostro. Questi ragazzi non sono propriamente nuovi all’argomento, dato che dal 2013 al 2016 hanno diretto una serie TV in Olanda chiamata “Exitus“, dedita proprio a quella che possiamo definire archeologia industriale. Come già detto in altri casi, potreste esservi già imbattuti nel loro video più famoso, dove avviene il ritrovamento di diversi shuttle spaziali Buran abbandonati all’interno del Cosmodromo di Bajkonur.

Primitive Technology

Dopo il succitato HowToBasic, Primitive Technologè il secondo canale di questa lista con più iscritti, vantando ben 9.5 milioni di followers. Un fenomeno che definirei atipico, dato che, per gli standard del sito, quello che propone John Plant non è propriamente quello che ci si potrebbe aspettare dal classico canale YouTube. Sul suo canale siamo di fronte fondamentalmente ad un’accurata rievocazione storica. Ma non del medioevo, come solitamente accade, bensì dell’epoca primitiva. Nei suoi video lo vediamo all’opera nel suo enorme appezzamento di terreno nel nord dell’Australia, dove si ingegna nella costruzione di opere varie.

Si parte dalla semplice realizzazione del carbone, passando per l’ingegnerizzazione di vari utensili fino alla costruzione di edifici. Ovviamente, dato che ho parlato di rievocazione storica, il tutto viene eseguito senza l’ausilio di nessuno strumento moderno. John sta rigorosamente in pantaloncini e a piedi nudi, con tutto ciò che ne consegue, utilizzando unicamente le proprie mani ed il proprio ingegno. Tutto ciò grazie ad una laurea in scienza ma soprattutto una forte passione per il lavoro manuale all’aria aperta.

Potrebbero interessarti anchePrimitive Technology IdeaBuilding Skill, ecc.

Pur esistendo dal 2015, il trend dettato da Primitive Technology è divenuto globale soltanto nel 2017/2018. Ed è proprio in questo biennio che, di conseguenza, sono prontamente saltati fuori i primi cloni. Cloni comunque ben realizzati: basti vedere le opere di Primitive Technology Idea, così come quelle di Building Skill. Canali sicuramente poco ispirati, arrivando addirittura a copiare nome e logo di Primitive Technology, ma comunque a loro modo affascinanti.

Kiwami japan

Arriviamo adesso ad uno dei miei canali YouTube preferiti non soltanto di questa lista, ma in assoluto. Mi riferisco a 圧倒的不審者の極み!, meglio conosciuto in occidente come Kiwami japan. Aprendo la sua collezione di video caricati si nota subito quale sia la sua passione, ovvero i coltelli. Ma inutile dire che il soggetto dei video è più un pretesto per qualcosa di decisamente più complesso e meglio decifrabile leggendo i titoli più che spiegandoli. Per esempio, il suo video più visto (con 27 milioni di visualizzazioni) si intitola “coltello da cucina in cartone più tagliente al mondo“. Ma potete sostituire la parola “cartone” con altri materiali ed il risultato non cambierebbe.

Ci sono video dove realizza coltelli molto taglienti utilizzando carta d’alluminio, legno, gelatina, ghiaccio, latte, nastro adesivo, pane e – perché no – anche con la pasta. E come per i video di restaurazione, anche al buon caro Kiwami piace concentrare l’audio dei suoi video unicamente sui suoni derivanti dalla costruzione del coltello di turno. Costruzione che risultano sempre molto laboriose, denotando in lui un’apparente forte passione per la chimica.

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Prendi il già citato trend degli ASMR, aggiungi una spruzzata di unboxing e guarnisci con un po’ di sana tecnologia videoludica ed otterrai un mix vincente chiamato The Relaxing End. Inizialmente nato come uno dei tanti canali di gaming del settore, a fine 2017 ha deciso di creare un nuovo format: unboxare console, periferiche e videogiochi in edizione limitata. Ma non i classici unboxing del caso, dato che il tutto avviene in maniera silenziosa e a tratti forse anche inquietante.

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