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Star Wars ti amo ma mi trascini a fondo

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È successo che la strada imboccata da uno dei franchise più famosi della storia lo ha allontanato da me, forse, per sempre.

E anche questo Obi-Wan Kenobi ce la siamo tolta dalle palle.

L’affermazione è un chiaro rimando a quello che è forse uno dei film più lucidi e critici sulla società italiana della seconda metà del Novecento, Vacanze di Natale, e indica il rapporto complesso dell’uomo con le festività. L’uomo intrappolato in uno schema convenzionale nel nome del rituale del giorno di festa che scarnificato da un contenuto emotivo reale resta solo in piedi grazie alla complessa impalcatura di convenzioni sociali che opprimono come in una gabbia.

Ma perché adottare una metafora così alta per parlare di una serie di cui i difetti sono sotto gli occhi di tutti? Perché non sono qui per parlare male di Obi-Wan.

Per quanto sia difficile da credere, parlare male di qualcosa non è mai bello. Il gusto per il blastare, l’incendiario piacere di un flame assestato sotto il diaframma di qualcuno al quale magari quella cosa è piaciuta, non è bello. È infantile. È sbagliato, come rallentare per guardare un incidente in autostrada. E soprattutto alla fine genera un livore che sul lungo termine è deleterio, come quelle credenze medioevali che facevano risalire tutte le malattie che affliggevano il corpo umano agli umori cattivi.

 

Però, se c’è una cosa che Obi-Wan ha fatto di buono è stato mettermi davanti all’effettiva distanza che ormai mi separa da quella che per buona parte della mia vita ho considerato la mia saga preferita.

Essendo un rapporto che è iniziato in tenerissima età, quella roba che vedevo sul VHS registrato da Mediaset che mandavo a ripetizione (potrei aver imparato ad usare i videoregistratori apposta per mandare Guerre Stellari a nastro), molto probabilmente a colpirmi fu la sua purezza, non per la sua complessità, nel suo essere una storia tutto sommato drittissima, archetipica che si alimentava di immagini potenti ancor prima che di un immaginario sconfinato.

Niente chiavi di lettura complesse, niente metafore, niente artifici, niente brillanti anticipazioni postomoderne nel citare la cultura orientale. Solo forme semplici, idee cristalline, la lotta tra il bene e il male combattuta in punta di spada laser, il buono buono da far schifo, il cattivo nero come la notte e sto. Niente sessualizzazione, niente fantasticherie morbose, niente cercare di colmare il divario temporale che c’era tra un film e l’altro.

 

Da bambino le cose per me erano così, semplici.

Nemmeno i nomi dei personaggi secondari ricordavo, né dei mezzi, delle astronavi o dei pianeti. Letteralmente, non c’era niente al di fuori di quello che vedevo, inquadratura per inquadratura. È una purezza di visione che puoi avere solo a quell’età e quello è il momento migliore per fruire e godere di una roba come Star Wars.

 

Crescendo un minimo di complessità ce la devi pur mettere, è inevitabile, ma ciò non toglie che ad essere  affascinante è ancora l’idea di cinema che un film come Guerre Stellari riesce ancora a trasmettere. Tra come è stato realizzato, gli attori che sono stati scelti, le ingerenze sempre più importanti del merchandising per spingere tenere in piedi la baracca, il processo produttivo che ha portato Lucas da uno dei più animati interlocutori della allora rampante Nuova Hollywood ad autore introflesso prigioniero della sua creatura che come Jan Potocki passerà tutta la vita a perfezionare e rimaneggiare l'opera che alla fine lo ucciderà artisticamente.

Idea di cinema che si può ancora trovare guardando la seconda trilogia, nonostante tutti i suoi difetti e i suoi anacronismi. La visione c’è, come la volontà di provare a raccontare qualcosa che sia genuinamente epico e grandioso o quantomeno differente sul piano visivo. È questo spirito che ha partorito Duel of fate cambiando radicalmente la scherma alla base del combattimento tra Jedi, ha portato a mettere un veterano come Christopher Lee in un film altrimenti piattissimo e lasciarlo libero di fare tutta la sua serie di mossette e svolazzamenti teatrali per dare corpo e carattere ad un personaggio che appare per 10 minuti e ha 2 linee di dialogo. E ha sfornato Episodio III che ancora oggi è un tripudio visivo di tutto rispetto tra battaglie campali e memorabili duelli su fiumi di lava nonostante l’esito narrativamente scontato.

 

Star Wars non è più quella roba là.

 

Non è così al cinema dove l’appiattimento delle idee è pilotato dalla voglia di presentare allo spettatore lo spettacolo che si aspetta e non è così sulle serie tv che con la scusa di “esplorare ed approfondireraschiano il fondo del barile contenutistico appigliandosi a qualunque personaggio per raccontare storie di scarso interesse quando non proprio scadenti dal punto di vista drammatico data l’impossibilità per chi guarda di temere per la vita di personaggi che sappiamo già devono sopravvivere a tutti i costi per poi morire altrove.

Ed è qui che la mia strada con Guerre Stellari si interrompe, dove finiscono i “mi piace ma” e inizio serenamente a recidere quel legame col passato che mi allontana dagli affetti radicati nel tempo. Così va, pacificamente, ognuno per la sua strada.

Data la configurazione attuale, Star Wars non mi piace più, senza se e senza ma.

Il tipo di spettacolo che mi propone non mi interessa più, mi annoia sul piano sia visivo che contenutistico, non digerisco più il suo continuo blandire lo spettatore, il ritenere di avere in mano la carta vincente per scardinare tutte le resistenze di chi guarda in nome delle emozioni facili.

 

Sono quasi certo che il mio gusto sia stato plasmato anche da quell’idea di cinema proposta dal vecchio Guerre Stellari, dall’Impero e da lo Jedi, e che adesso non riesco più a trovare in tutte le varie salse nelle quali ripropongono quella materia. E non parlo di storia, di personaggi, di umorismo che quelle con i dovuti accorgimenti si riescono a replicare.

 

Perdonami, Obi-Wan, ma sei stato la lapide sulla tomba dove giace la mia speranza già fiaccata dalla pavidità della seconda stagione di The Mandalorian e dall’imbarazzo empatico di The Book of Boba Fett.

 

Non mi diverto più, non mi emoziono più.

E non ce la faccio più nemmeno a leggere i commenti di persone che ci trovano qualcosa di buono e salvabile che iniziano tutti quanti con “da fan di Star WarsNO! Se sei un fan non sei lucido e se non sei lucido non riesci ad accorgerti di quanto le sabbie mobili ti stanno tirando a fondo.

 

Come i rapporti umani degenerano con il passare degli anni, amici che non vedi più per scelte di vita differenti, relazioni interrotte per disparità, è arrivato il momento di salutare quel che resta di Guerre Stellari, di conservare i bei ricordi e di crearne di nuovi con altre opere, liberi dalla costrizione emotiva di qualcosa che c’era e che ora non c’è più.

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