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I premi non hanno senso, quelli per i videogiochi ancora meno

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Veramente abbiamo bisogno di qualcosa che "celebra il settore" chiedendomi di scegliere fra esperienza completamente diverse tra loro e che guarda con un occhio al marketing?

Dal 2014 i The Game Awards, che nascono grazie all’ossessione di Geoff Keighley per dare ai videogiochi uno show che potesse competere e superare gli Oscar e al milione di dollari che ci ha buttato dentro, sono un evento che si è in qualche modo autoproclamato il momento in cui il settore premia i giochi dell’anno appena trascorso, dando nel frattempo uno scorcio di ciò che arriverà.

È uno show che negli anni ha mostrato tutti i difetti possibili per quanto riguarda, ritmo, conduzione e organizzazione, sia perché Keighley ha deciso che essendo il padrone del vapore deve non solo finanziarlo, e organizzarlo, ma anche condurlo e purtroppo tutti i soldi del mondo non possono comprare le capacità innate di stare su un palco, sia perché in generale le premiazioni sono eventi complicati e noiosi. Lo sono gli Oscar, dove ci sono personaggi famosi, attori e attrici, figuriamoci uno show dove la parte gossip e glamour è totalmente assente.

 

Per questo motivo spesso nei The Game Awards vengono invitati degli ospiti esterni al settore o si cerca di fare quello che si può con le poche figure riconoscibili (vedi Kojima), con cui Keighley può anche colmare il suo bisogno di raccontarci costantemente che è amico di quelli famosi. Ed è lo stesso motivo che ha reso fin da subito lo show l’ennesimo evento dove lanciarci contro una sfilza di trailer di quello che arriverà nei prossimi mesi per tenerci sempre concentrati su quello che potremmo giocare e non su quello che possiamo già giocare. Che sì alla gente i premi interessano ma è più una questione tra aziende, il popolo vuole le "world premiere" che poi vengono spostate via via in avanti e fatte uscire semipronte perchè sennò hai il crollo in borsa.

 

E già questo secondo me dovrebbe farci smettere di paragonarli agli Oscar (e con tutto il male che se ne può dire si basano su un ente con finalità differenti da una holding e contano una platea di votanti composta da migliaia di persone), che sono la celebrazione di una industria molto più secolarizzata e sicura di sé, dove nessuno si permetterebbe di sporcare la celebrazione (per tacer dello schiaffo di Smith) con dei volgarissimi trailer su ciò che arriverà, ciò che arriverà lo scoprite durante il Super Bowl. Invece no, per dare ai videogiochi lo spazio che meritano serve sempre il puntello dello zuccherino, del grande metadone del settore: l’hype, i trailer, gli annunci, anche quando è soltanto un cazzo di titolo che gira sullo schermo.

 

Come può una industria dichiararsi matura e serena se è incapace di staccarsi dal suo bisogno di trattarci con specchietti e perline, come facevano i conquistadores e i coloni con le civiltà precolombiane?

 

Detto questo, aggiungiamo anche che, se ogni premio è di fatto la celebrazione parziale di parte del settore che di fatto si applaude da sola e ci dice quali sono quelli bravi e quelli meno bravi, spesso su metriche totalmente personali, politiche o umorali (e vi ricordo sempre l’oscar a Shakespeare in Love) i TGA non solo non sono da meno, ma lo sono anche di più.

 

Perché, semplicemente, se già ha poco senso chiedermi quale sia il più bello fra due film che parlano di temi diversi, con occhio diverso, figuriamoci quanto può avere senso chiedermelo nei videogiochi.

 

“videogioco” è ormai una parola talmente vasta che al suo interno incorpora i free to play mobile che cercano di mungerci con le microtransazioni, giochi strategici complessi, FPS in prima persona, giochi di ruolo, giochi da tavolo mascherati da videogame, film interattivi, produzioni indie microscopiche, tripla A, giochi sportivi, giochi online, giochi offline e mi fermo qua.

 

Immaginate un premio che ti chiede “scusa ma secondo te è più bello questo gioco da tavolo, questo audiolibro dove clicchi un tasto ogni tanto, un gioco dove contano i tuoi riflessi, uno dove conta la tua capacità di pianificazione o questo che è sempre la solita solfa, però ha una storia molto bella che parla di paternità?”
Io già faccio fatica quando mi dicono “quale è il tuo film preferito?”. Sia perché sono un eterno indeciso, sia perché sono una persona che tende ad apprezzare molte cose senza mai fissarsi troppo.

 

Ma come posso dirti che God of War: Ragnarok è più bello (qualsiasi cosa voglia dire) di Pentiment? O che le emozioni che mi ha dato Neon White sono inferiori a quelle ricevute giocando a Civilization? Se i videogiochi sono opere complesse, se sono arte, per caso mettiamo in competizione la Venere del Botticelli con le Les Demoiselles d'Avignon? E come posso comparare un prodotto come Elden Ring a Stray? Pole Grand Theft Auto V permettissi di pareggiare con Street Fighter, per citare Berlinguer ti voglio bene?

 

I TGA vogliono dirci "i videogiochi sono questo, questo è il meglio che possono darti" ma non è vero.

 

Ovvio che ci possono essere dei gusti personali, delle questioni tecniche in ballo, la capacità o meno di raccontare una storia senza cadere nelle trappole tipiche di alcuni videogiochi, eccezioni narrative e tecniche come The Last of Us 2 o Breath of the Wild, ma resta secondo me un discorso comparativo impossibile.

Così come è impossibile che gli Oscar, la grande celebrazione del cinema statunitense che ogni tanto si ricorda di far sedere al tavolo anche gli altri, rappresentino le multiformi singolarità del cinema di oggi, sia come linguaggio che come industria, figuriamoci se i TGA possono rappresentare effettivamente il punto di un settore complesso, sfaccettato, che sa anche andare oltre le grandi macchine di marketing. Per capire come funzionano le candidature vi segnalo questo articolo di Insert Coin.

 

E lo dico da persona che, in piccolo, ha anche partecipato a premiazioni e giurie (nel capitalismo è difficile rimanere non coinvolti, ma questo non vuol dire che non si possa analizzare la macchina di cui si è ingranaggi) e sa bene come si valutano queste cose e quanto “il merito” venga usato come paravento per celare accordi, clientelismi, amicizie e la classica situazione in cui non bisogna scontentare nessuno, perchè magari di lì a qualche mese c’è da capire chi invitare al press tour, e allora si fanno i conti.

 

Poi per carità, è bello che certa gente brava venga premiata, venga celebrata e riesca così a fare altri bei giochi, non ci sbagliamo, ma più i premi si legano all'industria meno senso hanno.

 

Anche perché, se nel cinema puoi sempre permetterti candidature e premiazioni particolari, politiche, anche scomode, coi videogiochi questo è molto più complicato, soprattutto se il fulcro del tuo show non sono tanto i premi, ma gli annunci.
Se i premi sono marketing, in un settore ancora più dominato e gestito dall’industria come i videogiochi i premi sono marketing col quad damage. Immagina provare a bussare da Sony, Microsoft e Nintendo per avere accesso a ospiti, trailer, esclusive e poi non distribuire premi col misurino. Perché alla fine il punto è sempre quello, nei videogiochi l’accesso alle persone, alle opinioni e alle parole è molto più regolamentato rispetto ad altri settori, persino rispetto al cinema. Pensate ai premi che le varie pubblicazioni danno durante gli eventi, tipo il Best of E3. A chi serve? Al pubblico? O forse allo scambio tra media e marketing?

 

D’altronde, per tornare al deus ex machina, Geoff Keighely, lo show non poteva che essere una sorta di mix tra autocelebrazione, marketing imbarazzante e hype. Keighely , figlio di due facoltosi membri dell’Academy, quella che ogni anno votato proprio per gli Oscar, fa parte del settore da quando aveva 16 anni e nel tempo si è fatto le ossa partecipando proprio a eventi, premiazioni e programmi TV dedicati ai videogiochi.

 

Di fatto i TGA nascono sulle ceneri degli Spike Video Game Awards, uno show orribile che nasce a sua volta per “celebrare i risultati del settore” ma che è rapidamente scivolato nella farsa fino al 2013, anno in cui Joel McHale fu invitato a fare da stampella a Keighley, un po’ come Fiorello con Amadeus, e passò tutto il tempo a prendere per il culo i videogiochi, i videogiocatori e il suo copresentatore.

 

L’anno prima il buon Geoff era diventato il simbolo di tutto ciò che c’è di sbagliato nel giornalismo videoludico facendosi intervistare tra un sacchetto di Dorito’s e un cartellone della Mountain Dew, trasformandosi in quello che internet battezzò “Dorito Pope”. Per lui non esiste parlare di videogiochi senza che qualcuno ci metta dei soldi sopra, quindi si amore per il medium, ma anche per i soldi che ci può fare e pe ril potere e l'accesso che possono dargli. Non è un giornalista, non è un critico di settore è un facilitatore di contatti tra industria, stampa e pubblico.

 

Sono assolutamente convinto che Keighley, lo zio ricco dei videogiochi che per questo show ha investito un milione di dollari di tasca sua, sia sincero quando dice che i videogiochi meritino un posto di rilievo nell’industria, ma credo che quel posto non siano i The Game Awards, che al massimo è una dimostrazione di tutti i suoi difetti. Keighley ricorda un po’ i tentativi, assolutamente in buona fede, di Michael Scott in The Office di essere inclusivo e a favore delle minoranze che diventano capolavori di cringe comedy. Poi è chiaro che lui c’ha i soldi e io no, quindi alla fine nel grande carrozzone capitalista vince lui.

 

Che sì bello il capitalismo che ci dà i videogiochi, anche perché forse non esiste medium più legato al capitalismo dei videogiochi, bello lo show belle le emozioni, ma ogni tanto proviamo ad avere un approccio critico, il che non esula dal godersi le cose poi.

 

Quindi sì, i videogiochi meritano spazio nella vostra vita come film, serie tv, libri, musica e tutto il resto, probabilmente già ce l’hanno. Ma lo hanno ottenuto a dispetto di questi eventi, e non grazie a.

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