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Anche Dylan Dog viene fuori dalle fottute pareti

Atto primo: Tutti lo citano

Dylan Dog, figlio della mente anarchica di Tiziano Sclavi e personaggio di punta della Sergio Bonelli Editore con più di trent’anni di vita editoriale, non è un personaggio destinato a stare lontano dal discorso politico italiano. Anche quando non vorrebbe essere chiamato in causa e preferirebbe stare seduto sulla poltrona a suonare malissimo Il Trillo di Tartini con il clarino o ascoltare qualche battutaccia del suo personale demone-pard Groucho. Che i fumetti fossero diventati di nuovo materiale per i bad guys lo avevamo già capito da un po’ di tempo ma per Dylan Dog c’è la menzione d’onore.

 

Immagine: Dichiarazione nel neo-ministro della Pubblica Istruzione Bussetti

Prendiamo a esempio l’ultima dichiarazione di un politico che ha coinvolto il nostro anti-eroe: quella uscita dalle labbra del ministro dell’Interno Matteo Salvini al Senato, durante la seduta d’interrogazione parlamentare: “Spero che Famiglia Cristiana insieme a Rolling Stone e L’Espresso possano aumentare almeno di 20 volte in settimana. Penso che la mia faccia serva per questo. La prossima volta sarò su Dylan Dog, chissà”.

 

Immagine: Facebook/Roberto Recchioni

A parte la repentina risposta del curatore della serie, non stupisce che la seconda testata più venduta d’Italia venga riconosciuta come antitetica rispetto a ciò che contraddistingue il governo rappresentato dal ministro Salvini. Speriamo che almeno fosse o sia tutt’ora un lettore dell’Old Boy. E se invece vi stupisce il fatto che l’uomo che ha sulla targa della macchina il numero della Bestia sia nello stesso novero di testate in cui è presente anche Famiglia Cristiana, evidentemente vi siete persi quella fantastica saga piena di pathos della costruzione dell’opposizione cattolica. Non vogliamo sapere chi sia lo show runner di quella della sinistra mainstream. E a proposito: ve lo ricordate cosa ha combinato Maurizio Martina?

Il segretario reggente del Pd aveva postato una foto su Facebook in cui a lui era accostato un Dylan neo-tesserato al Pd con l’hashtag #sischerza. Roberto Recchioni non gradì ma Tiziano Sclavi invece ci passò sopra. Ci passò sopra con una trebbiatrice automatica, rilasciando un’intervista a Repubblica in cui chiariva la distanza di Dylan dalla politica. Nulla impedì che nascessero molti meme. Almeno Enrico Letta, fan della testata e foriero di pudicizia, si limitò a fare gli auguri per i trent’anni.

 

Immagine: Facebook/Maurizio Martina

Non solo il segretario del Partito Democratico ha utilizzato in modo improprio la figura dell’Old boy ma anche un altro partito – ormai nella galassia delle microsigle estinte – utilizzò una serie di personaggi dei fumetti per la propria campagna elettorale. Vi dice niente? No, lo so che non vi dice niente ma facciamo finta di sì: rendiamo ora tutto molto più chiaro con la diapositiva di repertorio.

 

Immagine: Google Images/Search

La Sergio Bonelli non ci fece caso: “[SBE] diffida dall’utilizzo illecito del nome e dell’immagine delle sue proprietà intellettuali”.

E adesso andiamo con la fotogallery!

 

Immagine: Google Images/Full-page screenshot

Atto secondo: L’indignazione

Ma se con l’area della sinistra liberale e Rivoluzione Civile non è andata bene, con i ferventi cattolici non è che potesse andare di certo meglio. Ma ad incazzarsi sono stati loro. Il Family Day sembra sì molto lontano ma la sua eco si fa sentire ancora oggi. Però in questo caso è anche la stampa a mettersi contro Dylan Dog, in particolare La Verità, il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Il titolo dell’articolo è: “Usato contro il Family Day. Pure Dylan Dog è diventato uno spacciatore di fake news”.

 

Immagine: Facebook/Mauro Uzzeo

L’articolo fu scritto in reazione a una vignetta in cui un nerboruto signore picchia Dylan con un cartello anti-gender, vignetta che viene dal numero La fine dell’oscurità ad opera di Mauro Uzzeo e Giorgio Santucci. L’albo suscitò il fervore di Massimo Gandolfini, esponente di spicco del Family Day, che successivamente criticò la testata per le sue prese di posizione, facendo manifesta la sua volontà di chiedere le “pubbliche scuse e gli adeguati risarcimenti”, per aver “diffamato il movimento pro family in modo così violento ed esplicito”.

E ancora su Next Quotidiano si legge: “Tra le condivisioni c’è chi sposa in pieno la tesi di partenza, parlando di “Fumetti per diffondere atteggiamenti culturali molto chiari, concreti e specifici… Ovvero propaganda ideologica verso le nuove generazioni, inoculata dentro a mezzi di intrattenimento”, mentre le Sentinelle in piedi di Legnago segnalano “Eterofobia e discriminazione no? In un fumetto per bambini e ragazzi! …come facevano i regimi: bisogna educarli fin da piccoli!”. E qui, se volete, c’è una divertentissima discussione sotto a un thread di Reddit. Che il grande Chtulu ci abbracci con i suoi preziosi tentacoli.

Interludio: Flashback

Immagine: Recchioni, Carnevale – Mater Morbi, SBE

E’ il 2009 ed Eluana Englaro è deceduta solo da pochi mesi. Nelle edicole esce Mater Morbi, il numero che fa conoscere meglio al grande pubblico bonelliano Roberto Recchioni in quanto autore dylaniato. Mater Morbi è un albo che tratta la malattia da un punto di vista particolare, che in sintesi potremmo riassumere così: “Con la malattia ci devi andare a letto, lascia che il dolore ti attraversi”. O almeno spero di aver capito bene cosa intesse dire l’autore. Il numero venne subito accusato di istigare all’eutanasia dall’allora sottosegretaria alla salute Eugenia Roccella, la quale dalle colonne del Corriere della Sera denunciò il presunto atto sacrilego. Tutto cadde quando si decise a leggere l’albo e a chiedere scusa. E insomma, Dylan è entrato anche nelle vicende del Governo Berlusconi IV. Non male, eh?

Atto terzo: E mo’ so cazzi

Ma è successo anche che fosse Dylan ad arrabbiarsi, sfondando al quarta parete di carta in cui è imprigionato: è capitato che fosse il personaggio stesso a riversare la sua nera e collerica bile davanti alle storture del mondo, in certe occasioni in cui gli sceneggiatori non l’hanno mandata a dire a nessuno. Stiamo parlando di una storia particolare in ogni sua forma con Piero Dall’Agnol ai disegni e il Tiz alla scrittura della sua 44esima storia: Albo 69, Caccia alle streghe.

 

Immagine: Splatter, rivista

...si intende infatti l’ondata di censura stile anni Cinquanta che sta incombendo sui fumetti horror. Il protagonista è Justin Criss, sceneggiatore e disegnatore, appunto, di fumetti horror. Come è successo nella realtà per Silver, Justin si ritroverà querelato da un padre benpensante che ha scoperto il figlioletto a leggere i suoi fumetti”*. Queste sono le parole che Sclavi buttò giù l’una dopo l’altra nel 1992 per spiegare al disegnatore cosa avesse in mente per la nuova storia.

Ma meglio ascoltare ancora le parole del Tiz**.

Caccia alle streghe è un numero di cui vado fiero, ma non è piaciuto a nessuno. Era l’epoca in cui c’erano molti imitatori di Dylan Dog. Dylan Dog ha dato la stura a una serie infinita di imitazioni non dico brutte, però molto forti, molto più splatter. Questo ha provocato addirittura un’interrogazione parlamentare in cui devo dire, Dylan Dog non ci è mai entrato. In tutta la polemica sui fumetti splatter, sanguinari, Dylan Dog non è mai stato nominato né dai giornali né in questa interrogazione parlamentare. Mi ha fatto particolarmente dispiacere che uno dei firmatari di questa interrogazione parlamentare fosse Luciano Violante”.

Già. Il vecchio Silver, allora editore della rivista SPLATTER – non credo bisogni aggiungere altro per spiegare quali fossero i contenuti – si beccò una denuncia e rischiò effettivamente delle sanzioni molto pesanti. E infatti ci furono delle interrogazioni parlamentari in merito a molte riviste e fumetti dell’epoca, che ci hanno fatto ricordare i bei vecchi tempi non-così-andati del caro Dr. Wertham.

Qui, invece, come ultima chicca, potete trovare un pezzo di Repubblica dell’epoca in cui Dylan Dog viene chiamato fumetto sado-demoniaco.

Vorrei tanto sapere cosa ne penserebbe in merito il caro Saudelli o il buonista Santucci.

La crociata – di questi tempi pare attualissimo dirlo – contro i fumetti non è mai finita, è sempre dietro l’angolo: che sia per contestarne i contenuti o le forme e i generi, sia per demonizzare lo stesso, innocuo, micidiale, popolare, chiacchieratissimo medium. Ma ci sarà sempre qualcuno pronto a rispondere. Carta e inchiostro. Alla vecchia maniera.

 

Immagine: Tex primo numero, ricolorato, SBE

 

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Uomini e Topoi

Ovvero, quei trucchetti narrativi che mi fregano sempre e mi portano ad apprezzare un’opera nel 90% dei casi.

Ogni storia ha i suoi trucchetti narrativi visti e rivisti che non annoiano mai perché hanno quel gusto familiare di qualcosa che ci piace. Situazioni che conosciamo benissimo, ma che quando troviamo in un film, un fumetto o una storia possono ancora confonderci. E visto che in questo articolo parliamo di topos narrativi arcinoti ma sempre belli, mi sembrava giusto utilizzare una forma che ormai è diventata un classico di internet: l’articolo in cinque punti.

Lo so, ormai sono diventati come i tormentoni estivi quando arriva settembre. Ecco dunque i cinque topos che mi farebbero venire voglia di leggere persino un racconto pubblicato a puntate su Libero, scritto da Gigi D’Alessio con i disegni di quel vostro cugino bravissimo che vi fa il sito web a metà prezzo.

Divinità e modernità

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Il tema centrale di American Gods e The Wicked + The Divine, due opere estremamente interessanti che affrontano la questione in modo diametralmente opposto. Da una parte il libro di Gaiman diventato una delle serie TV più belle del 2017 vede nelle divinità antiche e nel loro rapporto con la modernità una metafora del tempo che passa e un’occasione per parlare del rapporto dell’uomo di oggi con il divino. Dall’altra il Pantheon di adolescenti trasformati in dei della musica di Kieron Gillen sono il simbolo di un’adolescenza in cui ci si sente onnipotenti o assolutamente inutili, in cui il nostro mondo viene capovolto e dobbiamo trovare una nuova chiave di lettura. Da questo punto di vista mi sono piaciuti anche gli ultimi racconti dell’Ercole Marvel, personaggio tormentato in cerca di un’identità che deve fuggire dall’alcolismo e riguadagnare la fiducia degli Avengers, o tutte le storie in cui Dracula si ritrova nel ventesimo secolo. Le divinità del passato altro non erano che supereroi e l’idea di vederli alle prese con il mondo di oggi mi è sempre piaciuto. E questo ci porta al punto due.

Persone fuori dal loro tempo e contesto

Ash che si ritrova nel medioevo, Wonder Woman che quasi si commuove di fronte a un gelato, Captain America scongelato nel ventunesimo secolo che applica i codici morali degli anni ’40, Javik in Mass Effect che ogni cinque minuti ricorda come ai suoi tempi i Prothean governassero la galassia, Demolition Man, Spock contro i nazisti e tutto Ritorno al Futuro. Non chiedetemi perché ma è una di quelle trovate che su di me ha sempre presa, sia dal punto di vista puramente comico che allegorico. In mano al regista giusto può essere uno strumento potentissimo, ce lo dimostrano Captain Fantastic e la storia di padri che crescono i figli fuori dal consumismo americano, ma riesce persino a rendere piacevole una roba bruttissima che ricordo solo perché sfrutta questo topos: Le ragazze della terra sono facili.

Training montage

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Il classico dei classici, la base dei film d’azione. Il momento in cui il protagonista (e anche l’antagonista) sfidano i propri limiti fisici in vista dello scontro decisivo e tu sei là che li guardi, ti esalti e sei pronto a gustarti l’epilogo. È il classico momento in cui ti senti in colpa perché forse dovresti tornare in palestra, forse perché il tuo cervello per secondo pensa realmente che basti una sessione di allenamento di pochi minuti per battere Ivan Drago. In alternativa il Training Montage può essere sostituito dal suo fratello cattivo: il momento in cui il protagonista si arma, con la telecamera che indugia con misurata lentezza su decine di armi differenti e su dettagli come un colpo che viene messo in canna, un coltello che entra nella fondina e due dita che tracciano una linea nera sotto l’occhio. Stallone e Schwarzenegger da soli detengono il 90% delle quote di questa sezione.

I gruppi

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Quella sporca dozzina, i magnifici sette, il mucchio selvaggio, l’Emobranco, i Goonies, gli Expendables, Voltron, l’equipaggio di Alien: La clonazione, persino Suicide Squad. Ho un debole per i gruppi di personaggi che combattono insieme per una causa comune, soprattutto se si stanno antipatici. Di solito non sono meno di cinque e hanno ruoli ben precisi. C’è un leader, un comandante in seconda che ha il carattere opposto a quello del leader, quello sveglio, la ragazza e non può mancare l’esperto di demolizioni. Ciascuno è particolarmente bravo con un’arma e ci sarà sempre quello che si sacrifica per salvare gli altri o che muore male. Di solito questa morte serve a dare importanza al’ultimo e più importante simbolo narrativo di questa cinquina, forse uno dei più importanti di sempre.

Il mostrone

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Lo Squalo, i draghi, Godzilla, la Regina Aliena, King Kong, il Tirannosauro, il Metal Gear, Moby Dick, insomma una creatura con cui non scendi a patti, per il semplice fatto che non ti capisce o non è umana, un essere molto più forte di te e in grado di annientarti con un colpo solo. Una forza della natura o un esperimento fallito che caccia l’uomo e che si svela piano piano fino a mostrarsi in tutto il suo orribile aspetto o titanica bellezza. I mostri sono uno degli strumenti narrativi più importanti della nostra tradizione. Possono essere l’esempio di tutto ciò che è sbagliato, rappresentare le giuste leggi della natura o semplicemente una forma di vita così lontana da noi da non percepire l’esistenza umana come degna di esistere.

Ogni mostro ha bisogno di almeno due o tre persone a caso di un equipaggio/gruppo di amici/team di ricercatori/gruppo di soldati che devono morire in maniere sempre più splatter e rivelatrici, così da permetterci di intuirne le forme. Questo a meno che non siano una sorta di minaccia sullo sfondo che si scatenerà solo nel finale. Di solito la bravura di un regista sta tutta nello svelare il mostro al momento giusto e nel modo giusto. Troppo presto e il film perde forza, troppo tardi e resti insoddisfatto. Un buon mostro può tenere in piedi una storia da solo, ma ciò che conta non sono tanto i suoi poteri, ma il modo in cui viene ucciso.

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A poche ore da “Vivere di Cultura Pop”

Dubbi, riflessioni, paure e motivazioni di chi sta per parlare in pubblico

Quando mi hanno proposto di parlare della mia esperienza al Campus Party l’ego ha detto subito di sì, poi è arrivata la sua cara amica, l’ansia, che ha prontamente corretto il tiro.

Ma che stai facendo?

Ma chi ti credi di essere?

Ma cosa pensi di poter fare su un palco?”

Domande assolutamente legittime, ma ormai avevo accettato e forse non solo per ego, ma per cercare di tenere fede a un principio che porterò anche nella presentazione: mettersi in difficoltà.

Il mio intervento “Vivere di cultura pop” sarà una chiacchierata di mezz’ora in cui metterò tutto: chi sono, cosa faccio, cosa volevo diventare, cosa sono diventato, perché ritengo che l’analisi della cultura pop sia fondamentale, ma soprattutto cercherò di consigliare le persone di fronte a me su come fare lo stesso cammino.

Quella sarà forse la parte più difficile, perché tendenzialmente odio i guru, odio chi ti dà la soluzione facile, penso che ognuno di noi arrivi dove deve arrivare attraverso percorsi personali.

Che poi lo sappiamo benissimo che questo è un lavoro tosto, pagato come viene pagato che si porta via un sacco di cose, però è così affascinante, è una sirena che ci può portare a sbattere sugli scogli della precarietà e dello sfruttamento. In cui la fortuna conta, ma se pensi che conti solo lei sei già fregato.

Ho sempre odiato chi mi consigliava di cambiare lavoro, magari dalla comodità di un contratto, perché scrivere non mi avrebbe dato niente, perché avrei fatto la fame. Tuttavia sento la responsabilità enorme di essere realistico, di motivare senza illudere.

In più, mettiamoci un’ansia cronica di parlare in pubblico, del non ritenersi mai all’altezza del compito, ma a volte l’unico modo per imparare le tecniche di sopravvivenza è perdersi nel bosco e cercare di uscirne.

Stamattina il caldo e l’ansia mi hanno svegliato alle sei, così ho potuto limare la presentazione e iniziare a ripetermela, a me piace, spero piacerà.

Campus Party sembra una cosa bellissima, una di quelle che tutti i ragazzi dovrebbero fare, perché ti danno la spinta e l’entusiasmo necessari per andare avanti in un mondo che prima di darti qualcosa ha bisogno di consumare quelle energie.

E se balbetto? E se parlo troppo veloce? E se mi blocco? E se scivolo sul sudore e trascino il palco con me in una rovinosa caduta?

Che poi magari alla fine non c’è nessuno, o magari solo gente che si alzerà, dimenticandosi tutto, mentre io penserò di aver fatto chissà che cosa.

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Fratelli di Pixel

I Bitmap Brother non sono stati solo esponenti di spicco dell’Amiga, ma gli antesignani di un mondo di concepire i videogiochi come opere d’arte

Premessa: oggi chiude i battenti Prismo, rivista online di cultura sul quale questo articolo ha visto la luce e che oggi vi ripropongo per omaggiarne la chiusura.

Prima di Wonderwall, prima dei litigi tra i fratelli Gallagher, della rivalità con i Blur e le camminate di Jarvis Cocker, insomma prima del Britpop, c’era il Britsoft. Un fenomeno fondamentale per il mondo dei videogiochi, che vide emergere una generazione di sviluppatori britannici dotati di un gusto e una personalità unici, che con le loro creazioni resero l’Amiga 500 una macchina da gioco incredibile. Parliamo di nomi che chiunque abbia consumato joystick negli anni ’80 e ’90 conosce: da singoli designer — quali David Braben, Peter Molyneux, Rob Hubbard e Jeff Minter — a software house come Psygnosis, Gremlin Interactive, Team 17, Sensible Software e, soprattutto, The Bitmap Brothers.

Le condizioni che permisero alla scena Britsoft di prosperare furono uno di quei momenti della storia in cui tempismo e talento si incontrano a metà strada, portando i protagonisti di tali fortunate circostanze a creare qualcosa di unico e, a suo modo, irripetibile.

Il contesto storico, innanzitutto: nella seconda metà degli anni ’80 il mondo dei videogiochi era da poco uscito dal suo brodo primordiale fatto di sale giochi, grafica elementare e hardware poco performante. Così, mentre la capacità di calcolo cresceva e i prezzi dei personal computer si abbassavano, per la prima volta nella storia i giovani (se non altro alcuni di essi) potevano imparare da autodidatti a utilizzare i linguaggi di programmazione come forma di espressione. Salta subito all’occhio un parallelismo: così come vent’anni prima l’arrivo sul mercato di chitarre amplificate a prezzi accessibili contribuì in maniera fondamentale alla nascita di migliaia di gruppi che oggi sono nella Rock n’ Roll Hall of Fame, così la diffusione di computer come il Commodore 64, l’Atari ST e, appunto, l’Amiga crearono non solo una generazione di giocatori, ma soprattutto di sviluppatori. Spesso ci affanniamo a paragonare il mondo dei videogiochi e quello del cinema, ma la verità è che la pietra di paragone dovrebbe essere la musica.

L’aspetto più interessante di quest’epoca è che la zona di provenienza poteva realmente cambiare il modo in cui si programmava, e laddove oggi l’unica differenza rimasta è tra il “linguaggio” orientale e quello occidentale, all’epoca un programmatore inglese era differente dalla sua controparte tedesca, italiana, americana o russa. Non solo a causa dei diversi retroterra culturali, ma anche perché diversi erano i sistemi a cui si aveva accesso in ciascuna delle rispettive nazioni.

Salta subito all’occhio un parallelismo: così come vent’anni prima l’arrivo sul mercato di chitarre amplificate a prezzi accessibili contribuì in maniera fondamentale alla nascita di migliaia di gruppi che oggi sono nella Rock n’ Roll Hall of Fame, così la diffusione di computer come il Commodore 64, l’Atari ST e, appunto, l’Amiga crearono non solo una generazione di giocatori, ma soprattutto di sviluppatori.

Hardware differenti portavano a esperienze differenti, e la fortuna dei programmatori inglesi era di disporre da tempo di macchine di buon livello e di averle senza troppi problemi. Questo permise fin da subito alla scena locale di svilupparsi e di creare un ecosistema di programmatori che conoscevano l’hardware e si scambiavano opinioni e consigli, costruendo col tempo un vero e proprio “stile inglese” fatto di videogiochi molto curati dal punto di vista visivo e saturi di idee innovative.

Al di là di questo, va però detto che fare il programmatore di videogiochi restava comunque un’attività amatoriale: tanta passione, poche risorse, grande spazio agli autodidatti. L’approccio non era molto diverso da quello del punk: prendi un computer e fai qualcosa, l’improvvisazione era la norma. Tuttavia, a differenza dei musicisti, gli sviluppatori erano spesso personaggi anonimi nascosti dietro a editori che avevano tutto l’interesse ad assumersi i meriti e a mantenere segrete le identità dei propri dipendenti, il tutto in linea con la tradizione (mai del tutto abbandonata, va detto) secondo cui chi scrive il codice è fondamentalmente un impiegato.

Una sorta di alienazione dal processo produttivo, questa, che però andava sempre più stretta ai diretti interessati e che portò molti di loro a sviluppare diverse forme e tentativi di emancipazione. Oltreoceano, per esempio, si assistette alla fondazione della Electronic Arts di Trip Hawkins, che si pose come una realtà a metà tra un’azienda informatica e un’etichetta musicale, in cui il talento e la creatività dei singoli erano incoraggiati e talvolta perfino ostentati. Nel Vecchio Continente questi stessi desideri presero forme lievemente diverse e generalmente più in linea con le tradizioni culturali locali, pur mantenendo sempre uno spirito di rottura col passato.

In tal senso, l’esperienza dei Bitmap Brothers è la più interessante di tutte.

Il nome ha un significato molto semplice: il Bitmap e l’immagine che nasce unendo i pixel, Brothers perché non erano solo un gruppo di programmatori, bensì un vero e proprio sodalizio artistico di persone — negli anni circa una sessantina — accomunate, oltre che dai gusti, anche dall’etica professionale e personale. Fondato nel 1987, il gruppo vede la luce in un periodo stimolante, ma anziché ossequiare la tradizione, Eric Matthews, Mike Montgomery e Steve Kelly consacrano le loro esistenze a combatterla. Innanzitutto, a differenza di chi li ha preceduti, credono nell’aspetto autoriale dei videogiochi e nel rispetto per chi scrive il codice, pertanto antepongono la qualità del prodotto finale al pedissequo rispetto dei tempi di sviluppo. Coerentemente, anche la loro strategia comunicativa si pone agli antipodi dello standard del settore: per esempio, sono tra i primi a organizzare press tour in cui invitare la stampa di tutta Europa, e spesso si fanno immortalare in contesti fino ad allora riservati alle rock star. Nella loro fotografia più famosa si vede il trio che posa spavaldo vicino a un elicottero privato, con tanto di Ray-Ban, giacca di pelle ed espressione di chi sta prendendo il mondo per le palle.

La potenza di quello scatto è ancora oggi fortissima (poco importa che l’elicottero fosse di Robert Maxwell, magnate che all’epoca possedeva il gruppo del Daily Mirror, in cui rientrava la Mirrorsoft/Image Works, che all’epoca pubblicava i loro giochi), tant’è vero che i Dennaton Games, i geniali sviluppatori di Hotline Miami, ne tengono appesa una gigantografia nei loro uffici. Col senno di poi, si può dire che esso simboleggia non solo l’attitudine personale di tre individui, bensì anche e soprattutto una rara capacità di inserirsi all’interno della cultura pop dell’epoca, sfruttandone stilemi e riferimenti per riproporli in modi inaspettati.

Un ottimo esempio di queste capacità è Xenon 2: Megablast, pietra miliare degli shoot’em up a scrolling verticale: il sottotitolo cita infatti l’omonimo pezzo hip hop del 1988 di Tim Simenon, alias Bomb the Bass, che viene campionato nella colonna sonora e che a sua volta è ispirato alla colonna sonora del carpenteriano Distretto 13: le brigate della morte. Non è esagerato dire che buona parte dell’identità e del successo del gioco si deve proprio a questa ibridazione tra mondi formalmente diversi, ma che in realtà si sovrappongono più di quanto si creda: il pubblico di Simenon e dei Bitmap Brothers è infatti composto da figli di un mondo che sotto un apparente piattume (la famosa superficialità del decennio Reaganiano o, in questo caso, Thatcheriano) crea nuovi riferimenti culturali attraverso i videogiochi, il rap, la musica elettronica e i primi blockbuster. Quei ragazzi sono sì avidi consumatori, ma al contempo sono persone attente alla qualità, perfettamente coscienti dei propri gusti e in grado di cogliere le suggestioni interdisciplinari delle diverse sottoculture dell’epoca.

Con Xenon e il suo seguito, nonché il primo Speedball, i Bitmap gettano dunque le basi della loro filosofia: non è solo questione di bella grafica, di colonna sonora potente o di gameplay rifinito nei dettagli, ma della comunicazione dell’insieme di tutte queste cose, possibilmente in una confezione che renda giustizia a questo “nuovo” e strano medium. E se sul versante prettamente artistico i Nostri ammiccano ad altri ambienti artistici relativamente di nicchia, sul piano commerciale non si fanno problemi a sfruttare con intelligenza i mezzi a loro disposizione: sempre Xenon ha il suo momento di fama televisiva quando il programma britannico per ragazzi Get Fresh, una sorta di BimBumBam albionico, ospita un concorso in cui i bambini possono chiamare da casa e comandare l’astronave urlando i comandi nella cornetta: un esperimento che oggi sembra assurdo e passé almeno quanto chiamare qualcuno da una cabina a gettoni, ma che all’epoca emana il fragrante profumo del futuro.

Ecco, il futuro: per quanto importante, le intuizioni mediatiche dei Bitmap Brothers rischiano di far passare in secondo piano le loro competenze tecniche, quando in realtà sotto questo aspetto la loro grandezza ricorda un’altra grande software house nata suppergiù nello stesso periodo: id Software. In entrambi i casi ci troviamo infatti di fronte a persone capaci di spingere la macchina al limite, di portarla a fare cose che nessuno fino a quel momento credeva possibile; e se nel caso di id Software l’etica hacker, la voglia di condividere il proprio software e l’essersi trovati alle soglie dell’era multiplayer col prodotto giusto faranno il resto, nel caso dei Bitmap Brothers è invece una visione artistica incredibile e la cura maniacale nel rifinire i loro giochi a renderli immortali.

Per esempio, un titolo come Cadaver potrebbe passare per un titolo indie moderno che omaggia l’era dell’Amiga, e lo stesso si può dire di Speedball 2: Brutal Deluxe, forse il momento più alto raggiunto dallo studio di Wapping.

Schizzo preparatorio per la box art di Speedball: Brutal Deluxe.
Reinterpretazione del classico sport futuristico violento à la Rollerball, il canovaccio parla di un team, i Brutal Deluxe, composto da perdenti, talenti inespressi e giocatori mediocri che deve diventare i più forti della lega. Le meccaniche base sono semplicissime — fare gol nella porta avversaria cercando di eliminare fisicamente gli avversari — ma sono solo la struttura portante di un gameplay ben più complesso fatto di moltiplicatori di punteggio, miglioramento della squadra, mercato e strategie avanzate: meglio potenziare prima un attacco in grado di sostenere la lotta contro il portiere avversario o una difesa che mandi KO le prime linee nemiche? E se la soluzione fosse un buon centrocampo in grado di recuperare palla, sfruttare i moltiplicatori e supportare in entrambe le fasi di gioco?

Simili dinamiche oggi possono sembrare scontate, ma nel 1990 i videogiochi avevano appena iniziato a trasformarsi in qualcosa di più di semplici conversioni digitali dei giochi da tavolo più conosciuti; erano una strana creatura dalle molte teste, ansiosa di provare, sperimentare e guadagnarsi il rispetto dei suoi pari e della critica. Sbagliare era facilissimo, quasi inevitabile, eppure Speedball 2 era — ed è tutt’oggi — un gioco così perfetto che ogni successivo tentativo di modernizzazione è naufragato miseramente.

Inoltre, Speedball 2 è il titolo che definisce una volta per tutte il marchio dei Bitmap Brothers e la cifra stilistica di John Coleman e Dan Malone: una grafica pulita, un gusto tutto particolare nel trattare i pixel, che li spoglia della loro spigolosità e dà all’immagine una morbidezza e un livello di dettaglio mai visto prima.

Il successo del gioco è tale che Kelly, Montgomery e Matthews si rendono conto che il rapporto di collaborazione con la Imageworks Maxwell comincia a star loro stretto; da tempo non sono più disposti a stare dietro le quinte mentre qualcuno tiene discorsi di accettazione al posto loro o, peggio ancora, impone l’ultima parola sui loro prodotti. Pertanto usano il capitale accumulato per fondare — nella diffidenza dell’epoca legata ancora al crollo dell’impero Atari — Renegade Software, la loro società di publishing, inaugurandola nel 1991 con il seminale Gods. Essendo quest’ultimo il loro primo grande gioco in doppia veste di sviluppatori ed editori, decidono di fare le cose ancora più in grande del solito e, oltre alla consueta attenzione alla qualità del gameplay, si avvalgono di collaboratori di lusso: la colonna sonora è curata da John Foxx, cofondatore ed ex membro degli Ultravox (già autore del tema principale di Speedball 2), mentre per la copertina si affidano a Simon Bisley, artista di estrazione musicale che nello stesso periodo farà apprezzare per le il suo lavoro su Lobo, il personaggio più “contro” dell’universo DC.

Il gioco, ricordato oggi soprattutto per la sua difficoltà, è un action/platform sulla falsariga di Turrican e Contra virato in chiave mitologica, in cui il muscoloso protagonista deve attraversare livelli labirintici uccidendo i nemici ed evitando numerose trappole; nulla di concettualmente nuovo, forse, ma che brilla per il level design, il dettaglio visivo e, soprattutto, per una IA in grado di adattarsi all’abilità del giocatore per offrirgli sempre una sfida degna (e questo nel 1991!). Nonostante l’irragionevole livello di sfida Gods è un successo, e le cronache dell’epoca raccontano di persone che alle fiere di settore si inginocchiano di fronte al trio dei Bitmap Bros con una venerazione che oggi farebbe eccitare persino Hideo Kojima.

Il sobrio protagonista di Gods, anche noto come il nonno di Kratos.
Il riscontro è tale che i Renegade non solo possono proseguire nella loro avventura indipendente, ma addirittura consentono loro di stringere un sodalizio con la Sensible Software di John Hare, altro sviluppatore di qualità che gli cederà i diritti di pubblicazione del rinomato Sensible Soccer, ampliando così il loro parco giochi e garantendo loro sufficiente liquidità per lanciarsi in un altro grande progetto: The Chaos Engine. Con uno stile grafico e una visuale dall’alto che ricorda Speedball 2, unito a meccaniche simili a quelle dello storico Gauntlet, il gioco esce nel 1993 e si fa notare per la consueta qualità e per la trama, ispirata a La macchina della realtà di Gibson e Sterling. Amiga Power lo definisce l’undicesimo gioco più importante di sempre per Amiga, mentre la conversione per Mega Drive vince il Best Action Game nel 1994.

Ma a metà degli anni ’90 si palesa il paradosso creato dal modus operandi dei Bitmap Brothers: (anche) grazie ai loro eccellenti titoli il mondo dei videogiochi sta diventando qualcosa di enorme, con un numero crescente di utenti che anela a giocare a titoli sempre più belli e innovativi, ragion per cui il Mercato© — preso atto del giro di soldi — inizia a plasmarsi su un modello di produzione in serie. C’è bisogno di giochi sempre più belli in sempre meno tempo, insomma, e da qui nasce la necessità di creare catene di montaggio: esattamente ciò che il trio aveva combattuto. In un bellissimo libro di Random Memory Books dedicato al trio di Wapping, Tom Watson, co-fondatore di Renegade, descrive il loro impatto con le prime avvisaglie di questo futuro: passeggiando di fronte a una vetrina in cui erano esposte delle copie di Wing Commander III (titolo vagamente ispirato a Star Trek e Guerre Stellari, che faceva ampio uso cutscene e attori reali, tra cui lo stesso Mark Hamill), uno dei tre commentò: “[…] Ma il gameplay fa schifo! A quanto pare, venne fuori che non era importante”.

Insomma: l’epoca in cui la grafica avrebbe pesato quanto e forse più del gameplay stava nascendo, e con essa dinamiche di produzione (semi)nuove che avrebbero reso la filosofia dei Nostri impraticabile. Quelli sono gli anni in cui sviluppare un videogioco comincia a costare molto, e dal 1994 il ciclone PlayStation ha iniziato a cambiare le regole del marketing e del linguaggio videoludico, rendendo l’Amiga una bella cosa del passato. Sono anche gli anni in cui il 3D comincia a creare uno spartiacque tra cui lo sa usare e chi no, e molti faticano nella transizione, Bitmap Bros inclusi. Lo dimostra il caso di Z, gioco di strategia il cui sviluppo era cominciato nei primissimi anni ’90 in parallelo con lo storico Dune II (Westwood, 1992), ma che avrebbe visto la luce solo nel 1996, oramai fuori tempo massimo per competere con l’erede di Dune, Command & Conquer. Sebbene oggi il titolo sia stato rivalutato per una serie di pregi — prime fra tutte alcune meccaniche di gioco che in parte anticiparono quelle dei MOBA — all’epoca l’accoglienza di pubblico e critica fu tutt’al più tiepida.

In molti si chiedono se alla base di questo relativo insuccesso, che comunque segnerà di fatto la fine del periodo di gloria dello studio inglese, non vi fosse il ficcanasare della Time Warner, che l’anno precedente aveva rilevato il marchio Renegade in cambio di una somma enorme di denaro, ma forse la spiegazione è molto più semplice: l’ecosistema produttivo stava cambiando, e chi non era in grado di adattarsi ne subiva le conseguenze a prescindere dalla stima di cui aveva goduto fino a poco tempo prima. Del resto, quello videoludico è un grande meccanismo che guarda sempre avanti e trasforma gli idoli del passato nella statua dell’Ozymandias, ed è altresì probabile che i videogiochi sarebbero diventati un business milionario anche senza il trio di Wapping. Ma la storia non si declina al condizionale, e le iterazioni di Xenon, Speedball e di The Chaos Engine, nonché Cadaver e Gods, dimostrano una costante crescita artistica e voglia di mettersi alla prova, con risultati che hanno reso l’Amiga una delle migliori macchine da gioco di sempre.

Prima dei bilanci milionari, degli attori in motion capture e dei press tour a cinque stelle c’erano comunque loro: un gruppo di persone geniali che decisero di trattare con rispetto ciò che sapevano fare, e poco importa che il gruppo si sia sciolto da tempo e che solo uno dei fondatori si occupi ancora di videogiochi (Eric Matthews lavora con Sony e ed è citato nei ringraziamenti di The Last of Us). La loro parabola — e quella del Britsoft tutto — meriterebbe ben più di un semplice accenno storico, ed è un peccato che si sia esaurita cadendo vittima del gigantismo dell’industria videoludica: per esempio, negli stessi anni, Psygnosis (quelli di Shadow of the Beast) furono inglobati da Sony, mentre i Bullfrog (Syndicate e Populous, tra gli altri) entrarono a far parte della “collezione” di studios di Electronic Arts.

Oggi, seppur con molte differenze, il mercato dei videogiochi sta vivendo una situazione simile a quella che affossò la filosofia dei Bitmap Brothers. Kickstarter, Steam e i social hanno reso molto più accessibile il procedimento che passa da una buona idea a un buon videogioco, e le major guardano a queste piccole produzioni come idee interessanti su cui fare profitto, e spesso acquisiscono piccoli team salvo poi smembrarli e farne ciò che vogliono.

È proprio in tempi come questi, quindi, che guardare ai Bitmap Brothers non è solo una mera questione di nostalgia, ma un modo per ricordarsi che un altro modo di concepire videogiochi è sempre possibile.

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Com’è il nuovo The Games Machine

La storica rivista di videogiochi cambia filosofia, per restare al passo con un pubblico che legge sempre meno (e casomai su internet)

In Italia c’è stato un tempo in cui le riviste di videogiochi, un po’ come i dinosauri, dominavano la Terra, e proprio come i dinosauri si sono quasi del tutto estinte, solo che al posto di un meteorite è arrivata internet e i loro lettori hanno iniziato a trovare recensioni, notizie più fresche e approfondimenti anche su là, senza dover spendere un euro.

Di quell’età dell’oro (soprattutto per chi riusciva a tirarci fuori uno stipendio degno) restano alcuni buoni giornalisti che sono passati al digitale e una sola vera sopravvissuta: TGM, ovvero The Games Machine.


TGM ha rappresentato per anni la spina dorsale della critica videoludica italiana e ha di fatto creato un modo di raccontare i videogiochi che ha fatto scuola. Un buon redattore di TGM sa danzare al limite tra ironia e informazione, tra competenza e battute, tra il cazzeggio e la serietà. Prima di YouTube, su TGM nascevano tormentoni (anzi, meme) e un’informazione fatta di volti, più che di parole. Non leggevi una recensione solo perché volevi sapere com’era il gioco, volevi l’opinione di quel redattore là, perché un po’ lo sentivi come un amico lontano.

TGM è stato parte della cultura popolare italiana per tantissimi anni e tutt’ora influenza il modo in cui si parla e si scrive di videogiochi. Proprio leggendo TGM (ma anche Zzap, K, Zeta, Games Republic, Giochi per il mio computer) un sacco di bambini e ragazzi hanno sviluppato la loro passione per questo mondo e qualcuno è persino riuscito a farlo diventare un lavoro (povero pazzo).

Col tempo si è poi aggiunto il sito, un forum attorno al quale si è stretta la comunità, ma il centro di tutto è rimasta comunque la rivista, nonostante un settore che offre sempre meno soldi e sempre meno investimenti a chi scrive, nonostante il crollo generale dell’editoria italiana, nonostante la lettura sia una roba per vecchi. Per continuare la metafora, proprio come i coccodrilli o gli squali che sono sopravvissuti alla preistoria, per andare avanti TGM doveva adattarsi e ridurre le proprie dimensioni, farsi più agile, offrire qualcosa di differente, un bisogno che ha portato a un drastico ripensamento dei contenuti, per venire incontro alle mutate condizioni del settore.

Ma com’è questo nuovo TGM?


Il concetto di base ricorda un po’ quello che anima PlayStation Official Magazine: visto che le recensioni e le news la gente se le cerca online, così può anche lamentarsi del voto, riduciamone lo spazio e diamo ampio respiro ad approfondimenti, critica videoludica e speciali. Il pubblico ideale è quello che vuole qualcosa di più, che ha superato la fase fecale dei commenti su YouTube, quella orale degli insulti alle mamme altrui online ed è pronta a trattare i videogiochi come una cultura.

Il pezzo di apertura è la cover story, dedicata per l’occasione a Destiny 2, che viene trattato nei suoi vari aspetti dai redattori. Son ben 20 pagine di aspettative, retrospettive e analisi sul gioco che fanno il loro sporco lavoro: ingolosire il neofita e far salire ancora di più la voglia chi il gioco lo attende. Forse non aiuteranno chi non ha idea di cosa sia Destiny, ma in quel caso è anche colpa vostra.

Dopo la Kikko’s Intro di Ivan Conte in cui troviamo l’utilissimo backlog, ovvero un elenco degli ultimi giochi recensiti sul TGM.it, c’è l’approfondimento dedicato a Deus Ex, un ottimo pezzo “freddo” assolutamente in linea con il nuovo corso e utilissimo oggetto di approfondimento pensato per essere letto con calma. Sullo stesso tono il pezzo successivo, dedicato a Platinum Games, studio mai abbastanza lodato che ci ha donato Vanquish, Bayonetta, NiER: Automata.

Il terzo approfondimento, quello della Nordic Game Conference, è l’ottimo esempio di un contenuto che su carta va benissimo, ma che difficilmente troverebbe lo stesso spazio e la stessa dignità online. Non a caso credo che nessuna rivista online possa vantare un articolo del genere; è un pezzo lungo, ricco di approfondimenti e temi che vale la pena leggere con calma. Se fosse un alcolico sarebbe un whisky un po’ forte, adatto agli iniziati. Sono curiosissimo di vedere una roba simile declinata in salsa E3, che di analisi tutte uguali ne ho già lette troppe.

Terminati i Dossier è il momento delle Playlist, ovvero le recensioni dei titoli più interessanti del periodo. Probabilmente è la sezione più debole. Non certo per colpa dei contenuti, visto che le recensioni sono ricche di analisi interessanti e di punti di vista originali, è tutta una questione di tempismo, probabilmente il lettore medio ha già comprato o letto recensioni sui titoli coinvolti. Vero è che in questo caso non parliamo di recensioni classiche, ma approfondimenti, soprattutto per quelle più lunghe, ma a quanto so la soluzione non piace molto ai lettori che paradossalmente frequentano il forum, ma non vogliono leggersi le recensioni su internet, mistero della fede. Io personalmente togliere persino i voti, ma ammetto che ci vuole parecchia incoscienza.

Forse sarebbe meglio rosicchiare qualche pagina a quest’area per aumentare quella dei dossier, vero valore aggiunto. Va anche detto però che già così lo spazio delle recensioni è decisamente piccolo rispetto al totale della rivista, quindi probabilmente toglierne altro snaturerebbe troppo la sua essenza.


Una sezione che senza dubbio mi piacerebbe vedere ampliata è la indie zone, che offre un bel mix di retrospettiva sulla pur esile storia videoludica italiana e una finestra sul presente.

E se le recensioni dei videogiochi hanno sempre meno senso sul cartaceo, quelle dei giochi da tavolo di Board Machine sono invece uno spazio piacevole e interessante, che cambia il ritmo e apre una finestra su spazi che magari il pubblico ignora, visto che i giochi di ruolo sono una grande nicchia italiana in espansione che fatica a trovare uno spazio dove mostrarsi ai non conoscitori.

Precisa e puntuale la parte relativa all’hardware, con un buon mix di articoli altamente tecnici e consigli veloci per chi vuole farsi un buon PC e avere una panoramica su periferiche e computer usciti nel corso del mese.

Ma la novità forse più interessante di questo nuovo corso si trova a pagina 96, in una sezione eSport che ero estremamente curioso di vedere. Quello del gaming competitivo è un grande recinto chiuso in cui si fatica a entrare se non si è già del giro, è difficile parlarne ed è difficile tenere conto delle sue mille facce. Il risultato su TGM mi ha lasciato contento a metà, va bene l’articolo sulla ricetta per l’esport perfetto e vanno bene anche le due news, ma c’è bisogno di più spazio, perché questo è un settore che si muove troppo velocemente per due sole pagine.


In chiusura tornano gli approfondimenti con Time Machine, che ci parla di Ron Gilbert, forse un argomento un po’ abusato per chi conosce il settore, ma la storia dell’uomo che ha inventato Manic Mansion si legge sempre volentieri. Ancora più interessante e totalmente coerente col nuovo corso la sezione The Twilight Zone, che parla di cinema seguendo alcuni filoni specifici e cercando le possibili ibridazioni col mondo dei videogiochi.

Le ultime pagine sono dedicate alla rubrica dei due di PlayerInside e Sabaku. Il secondo trova nella scrittura forse la soluzione migliore per il suo stile forbito e ricco di rimandi, il risultato è un buon articolo che parla dei Walking Simulator e lo fa con competenza e offrendo al lettore un punto di vista interessante e da approfondire. L’articolo di PlayerInside non è allo stesso livello ed è forse un po’ troppo autoreferenziale (in fondo quale influencer non lo è?), ma è comunque interessante perché mostra uno spicchio di vita di chi ha trovato un’altra via per parlare e vivere di videogiochi.

Assolutamente di valore l’articolo di chiusura, dedicato alla figure italiane che fanno parte dell’industria. Al di là del fatto che conosco il buon Tosini, è importante che chi cerca in tutti i modi di far decollare i videogiochi nel nostro paese riceva ogni supporto possibile, anche perché raccontando com’è questo mondo quando diventa un lavoro si contribuisce alla crescita del pubblico, se ha voglia di leggere.


Tirando le somme, questo nuovo TGM è senza dubbio una scelta coraggiosa, forse l’evoluzione obbligata di un Pokémon che vuol restare competitivo, ma comunque un prodotto editoriale di livello. Gli approfondimenti sono di qualità, l’impaginazione è sempre chiara e ben fatta, il carattere è forte e in ogni articolo si respirano le tre cose più importanti per chi scrive: stile, passione e conoscenza.

Alcune cose forse sono da rivedere, soprattutto nella gestione degli spazi, ma la strada imboccata è quella giusta, una strada che dovrebbe portarvi in edicola ogni mese. Perché il problema è tutto là, i redattori di TGM hanno fatto senza dubbio un lavoro egregio, ma la palla adesso è in mano a un pubblico che dev’essere in grado di apprezzarne una qualità che va oltre i gameplay urlati, gli articoli scritti per il gusto della polemica e recensioni fatte per uscire prima di tutti.

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NE3A 2017: N3rdcore E3 Awards

Ovvero una lista totalmente casuale di cose belle e brutte dell’evento videoludico più discusso dell’anno

Ogni anno lo diamo per spacciato, ogni anno fanno di tutto per renderlo meno interessante, ma nonostante tutto l’E3 di Los Angeles rimane uno degli eventi più importanti dell’anno per il settore dei videogiochi. 
Dopo aver attentamente valutato ogni conferenza e scritto le rimostranze dei vari fanboy sulla mia macchina da scrivere invisibile, dopo aver controllato sull’home banking quale sviluppatore mi aveva pagato di più e dopo aver rigorosamente scrutinato ogni videogioco su Youtube come fanno i giovani, ecco la lista dei N3rdcore E3 Awards 2017!

Premio Jade Raymond
Assegnato alla figura femminile che riesce a coniugare avvenenza e capacità di parlare dei videogiochi in maniera più competente del pubblico maschile. Quest’anno non potevamo che darlo a Jaina Gavankar, attrice e cantante salita sul palco per parlare di Battlefront 2, dove recita come protagonista principale. Il vestito ispirato a Darth Vader può accompagnare solo.


Premio “Vuoi che muoro?”
Ovvero l’unico commento possibile non appena vedi le immagini di un gioco che riesce a causarti così tanto sdegno da arrivare al male fisico. Il vincitore è il simulatore di pesca e birrette in VR di Final Fantasy XV, dato in pasto a un’utenza che già non sembrava amare la strada intrapresa dal gioco.

Premio mostro 
In concorso c’erano ben due orsi: quello zombi di Days Gone e quello mutato di Metro Exodus, per non parlare del tirannocoso di Monster Hunter. La vittoria tuttavia non può che andare alla versione di God of War dello Jörmungandr, ovvero l’enorme serpente marino della mitologia nordica che darà inizio al Ragnarok e quanto pare parla coi rutti. Ci scuseranno gli orsi.

Premio “Poooo-po-po-po-po-pooo-pooooo!”
Nel mondo dei videogiochi le volte in cui un italiano può dichiararsi fiero le possiamo contare sulle dita di un falegname molto distratto. Ma niente potrà togliere a tutto il team di Ubisoft Italia il momento in cui Davide Soliani è stato nominato sul palco della conferenza Ubisoft da Miyamoto. Come dare il cinque a Dio.

Premio “Da ragazzino avrei venduto i parenti”
Quando ero al liceo divoravo i fumetti di Dragon Ball e avrei volentieri giocato a un titolo di Dragon Ball che fosse qualcosa di anche solo vicino a Street Fighter. Purtroppo all’epoca, vuoi per la tecnologia coinvolta, vuoi perché non gliene fregava niente a nessuno in Italia, vuoi perché Bandai era gestita da dei criminali, i giochi su licenza erano roba da plotone d’esecuzione, ma ci giocavi lo stesso perché non avevi altro. Una roba tipo Dragon Ball FighterZ ci avrebbe fritto le sinapsi.

Premio “Lancia i soldi contro lo schermo”

Non credo di dover aggiungere altro.


Premio “Su Youtube sembrava più facile”
Lo youtuber Jesse Wellens che subisce una lobotomia frontale wireless in diretta durante la presentazione di Electronic Arts. A posteriori ha dichiarato che s’era spento il gobbo. Rimane uno momento difficilissimo da guardare se soffrite di imbarazzo da empatia.

Premio “Profumiera” 
Qua il premio viene equamente diviso tra Sony e Nintendo. La prima ha mostrato praticamente solo cose che vedremo l’anno prossimo, senza neppure una data di uscita. La seconda è stata più concreta, ma ci ha tenuto a ricordarci che stanno sviluppando un gioco su Pokémon e hanno avuto il coraggio di chiamare “First Look” un video in cui si vede solo il titolo Metroid Prime 4.

Premio “Almeno ci hai provato”
A Phil Spencer, che nonostante la situazione della console war va comunque sul palco esaltato e presenta Xbox One X senza fare una smorfia di disappunto per il nome meno bello nella categoria “nomi per console”. Perfino “Pippin” suona meglio.

Premio “Nostalgia canaglia”
Neon, laser, macchine volanti, colonna sonora elettronica, ambientazione noir alla Blade Runner. Una roba priva di vergogna, ma che non posso fare a meno di amare.

Premio “Oh so meta” 
Devolver Digital è un publisher di videogiochi indipendenti, probabilmente i migliori sul mercato (sono quelli di Hotline Miami, per capirci) e per questo E3 hanno creato un video di presentazione che prende in giro tutte le figure del settore, giornalisti, sviluppatori, analisti, youtuber, CEO e pubblico. Forse un po’ per addetti ai lavori, ma comunque bellissimo.

Premio “Tanto poi io mica ci vado”
Vorrei sentitamente ringraziare a nome mio e di tutti i giornalisti rimasti in Italia l’organizzazione dell’E3 per aver aperto le porte al ricco pubblico pagante (un biglietto: 200 dollah). Le foto a metà tra Black Friday e apocalisse zombi sono un toccasana per noi che rosichiamo per essere rimasti qua.


Premio “Bello ma non lo giocherò mai” 
A Way Out sembra un titolo molto bello, la classica prison story in cui due persone completamente diverse devono collaborare per sopravvivere e uscire di galera. Sarà un’esperienza da vivere completamente in cooperativa, sia online che offline. Ecco perché non avrà mai tempo per organizzarmi e giocare con qualcuno.

Premio “Guardati com’eri, guardati come sei”
Crackdown 3 doveva essere un gioco incredibile, che grazie alla potenza di calcolo del cloud di Microsoft avrebbe offerto la possibilità di distruggere un’intera città. Oggi sembra uno sparatutto anonimo al gusto neon in cui non si è ancora bene capito cosa di fa. Intanto sono passati due anni e non basta l’entusiasmo di Terry Crews.

Premio “Bellissima, Rubo!”
A Ubisoft, per aver lanciato un gioco di battaglie tra pirati dopo che Microsoft si prepara a lanciare un gioco di battaglie tra pirati.

Premio “Mio Cuggino game designer” 
Ovvero il premio consegnato alla soluzione di game design più pigra, già vista e nociva. Un riconoscimento che mi sento di assegnare senza troppe incertezze all’aquila-drone di Assassin’s Creed Origins che analizza l’ambiente e ti segnala i nemici, sia mai che il giocatore provi una qualche forma di frustrazione.

Premio “Risate registrate” 
Ai suprematisti bianchi, ai nazisti e a tutti i razzisti che in queste ore si sono arrabbiati perché Wolfenstein 2 sarebbe una sorta di propaganda razzista contro i bianchi. Gente che fa il paio con quelli che vogliono eliminare Far Cry 5 perchè parla di un culto religioso violento.

Premio “Vado a googlare” 
Assegnato a Beyond Good & Evil 2 perché il primo capitolo fu un successo di critica più che di pubblico e la maggior parte delle persone che hanno commentato la notizia all’epoca o non era nata o stava giocando al primo Call of Duty.

Premio “Vi ho purgato ancora”
A Nintendo, che mette un cappellino di Mario in testa a un tirannosauro e già ti sei dimenticato delle altre conferenze.