Browsing Tag

Fumetti

Dylan-Dog-I-colori-della-paura-ico-g

Anche Dylan Dog viene fuori dalle fottute pareti

Atto primo: Tutti lo citano

Dylan Dog, figlio della mente anarchica di Tiziano Sclavi e personaggio di punta della Sergio Bonelli Editore con più di trent’anni di vita editoriale, non è un personaggio destinato a stare lontano dal discorso politico italiano. Anche quando non vorrebbe essere chiamato in causa e preferirebbe stare seduto sulla poltrona a suonare malissimo Il Trillo di Tartini con il clarino o ascoltare qualche battutaccia del suo personale demone-pard Groucho. Che i fumetti fossero diventati di nuovo materiale per i bad guys lo avevamo già capito da un po’ di tempo ma per Dylan Dog c’è la menzione d’onore.

 

Immagine: Dichiarazione nel neo-ministro della Pubblica Istruzione Bussetti

Prendiamo a esempio l’ultima dichiarazione di un politico che ha coinvolto il nostro anti-eroe: quella uscita dalle labbra del ministro dell’Interno Matteo Salvini al Senato, durante la seduta d’interrogazione parlamentare: “Spero che Famiglia Cristiana insieme a Rolling Stone e L’Espresso possano aumentare almeno di 20 volte in settimana. Penso che la mia faccia serva per questo. La prossima volta sarò su Dylan Dog, chissà”.

 

Immagine: Facebook/Roberto Recchioni

A parte la repentina risposta del curatore della serie, non stupisce che la seconda testata più venduta d’Italia venga riconosciuta come antitetica rispetto a ciò che contraddistingue il governo rappresentato dal ministro Salvini. Speriamo che almeno fosse o sia tutt’ora un lettore dell’Old Boy. E se invece vi stupisce il fatto che l’uomo che ha sulla targa della macchina il numero della Bestia sia nello stesso novero di testate in cui è presente anche Famiglia Cristiana, evidentemente vi siete persi quella fantastica saga piena di pathos della costruzione dell’opposizione cattolica. Non vogliamo sapere chi sia lo show runner di quella della sinistra mainstream. E a proposito: ve lo ricordate cosa ha combinato Maurizio Martina?

Il segretario reggente del Pd aveva postato una foto su Facebook in cui a lui era accostato un Dylan neo-tesserato al Pd con l’hashtag #sischerza. Roberto Recchioni non gradì ma Tiziano Sclavi invece ci passò sopra. Ci passò sopra con una trebbiatrice automatica, rilasciando un’intervista a Repubblica in cui chiariva la distanza di Dylan dalla politica. Nulla impedì che nascessero molti meme. Almeno Enrico Letta, fan della testata e foriero di pudicizia, si limitò a fare gli auguri per i trent’anni.

 

Immagine: Facebook/Maurizio Martina

Non solo il segretario del Partito Democratico ha utilizzato in modo improprio la figura dell’Old boy ma anche un altro partito – ormai nella galassia delle microsigle estinte – utilizzò una serie di personaggi dei fumetti per la propria campagna elettorale. Vi dice niente? No, lo so che non vi dice niente ma facciamo finta di sì: rendiamo ora tutto molto più chiaro con la diapositiva di repertorio.

 

Immagine: Google Images/Search

La Sergio Bonelli non ci fece caso: “[SBE] diffida dall’utilizzo illecito del nome e dell’immagine delle sue proprietà intellettuali”.

E adesso andiamo con la fotogallery!

 

Immagine: Google Images/Full-page screenshot

Atto secondo: L’indignazione

Ma se con l’area della sinistra liberale e Rivoluzione Civile non è andata bene, con i ferventi cattolici non è che potesse andare di certo meglio. Ma ad incazzarsi sono stati loro. Il Family Day sembra sì molto lontano ma la sua eco si fa sentire ancora oggi. Però in questo caso è anche la stampa a mettersi contro Dylan Dog, in particolare La Verità, il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Il titolo dell’articolo è: “Usato contro il Family Day. Pure Dylan Dog è diventato uno spacciatore di fake news”.

 

Immagine: Facebook/Mauro Uzzeo

L’articolo fu scritto in reazione a una vignetta in cui un nerboruto signore picchia Dylan con un cartello anti-gender, vignetta che viene dal numero La fine dell’oscurità ad opera di Mauro Uzzeo e Giorgio Santucci. L’albo suscitò il fervore di Massimo Gandolfini, esponente di spicco del Family Day, che successivamente criticò la testata per le sue prese di posizione, facendo manifesta la sua volontà di chiedere le “pubbliche scuse e gli adeguati risarcimenti”, per aver “diffamato il movimento pro family in modo così violento ed esplicito”.

E ancora su Next Quotidiano si legge: “Tra le condivisioni c’è chi sposa in pieno la tesi di partenza, parlando di “Fumetti per diffondere atteggiamenti culturali molto chiari, concreti e specifici… Ovvero propaganda ideologica verso le nuove generazioni, inoculata dentro a mezzi di intrattenimento”, mentre le Sentinelle in piedi di Legnago segnalano “Eterofobia e discriminazione no? In un fumetto per bambini e ragazzi! …come facevano i regimi: bisogna educarli fin da piccoli!”. E qui, se volete, c’è una divertentissima discussione sotto a un thread di Reddit. Che il grande Chtulu ci abbracci con i suoi preziosi tentacoli.

Interludio: Flashback

Immagine: Recchioni, Carnevale – Mater Morbi, SBE

E’ il 2009 ed Eluana Englaro è deceduta solo da pochi mesi. Nelle edicole esce Mater Morbi, il numero che fa conoscere meglio al grande pubblico bonelliano Roberto Recchioni in quanto autore dylaniato. Mater Morbi è un albo che tratta la malattia da un punto di vista particolare, che in sintesi potremmo riassumere così: “Con la malattia ci devi andare a letto, lascia che il dolore ti attraversi”. O almeno spero di aver capito bene cosa intesse dire l’autore. Il numero venne subito accusato di istigare all’eutanasia dall’allora sottosegretaria alla salute Eugenia Roccella, la quale dalle colonne del Corriere della Sera denunciò il presunto atto sacrilego. Tutto cadde quando si decise a leggere l’albo e a chiedere scusa. E insomma, Dylan è entrato anche nelle vicende del Governo Berlusconi IV. Non male, eh?

Atto terzo: E mo’ so cazzi

Ma è successo anche che fosse Dylan ad arrabbiarsi, sfondando al quarta parete di carta in cui è imprigionato: è capitato che fosse il personaggio stesso a riversare la sua nera e collerica bile davanti alle storture del mondo, in certe occasioni in cui gli sceneggiatori non l’hanno mandata a dire a nessuno. Stiamo parlando di una storia particolare in ogni sua forma con Piero Dall’Agnol ai disegni e il Tiz alla scrittura della sua 44esima storia: Albo 69, Caccia alle streghe.

 

Immagine: Splatter, rivista

...si intende infatti l’ondata di censura stile anni Cinquanta che sta incombendo sui fumetti horror. Il protagonista è Justin Criss, sceneggiatore e disegnatore, appunto, di fumetti horror. Come è successo nella realtà per Silver, Justin si ritroverà querelato da un padre benpensante che ha scoperto il figlioletto a leggere i suoi fumetti”*. Queste sono le parole che Sclavi buttò giù l’una dopo l’altra nel 1992 per spiegare al disegnatore cosa avesse in mente per la nuova storia.

Ma meglio ascoltare ancora le parole del Tiz**.

Caccia alle streghe è un numero di cui vado fiero, ma non è piaciuto a nessuno. Era l’epoca in cui c’erano molti imitatori di Dylan Dog. Dylan Dog ha dato la stura a una serie infinita di imitazioni non dico brutte, però molto forti, molto più splatter. Questo ha provocato addirittura un’interrogazione parlamentare in cui devo dire, Dylan Dog non ci è mai entrato. In tutta la polemica sui fumetti splatter, sanguinari, Dylan Dog non è mai stato nominato né dai giornali né in questa interrogazione parlamentare. Mi ha fatto particolarmente dispiacere che uno dei firmatari di questa interrogazione parlamentare fosse Luciano Violante”.

Già. Il vecchio Silver, allora editore della rivista SPLATTER – non credo bisogni aggiungere altro per spiegare quali fossero i contenuti – si beccò una denuncia e rischiò effettivamente delle sanzioni molto pesanti. E infatti ci furono delle interrogazioni parlamentari in merito a molte riviste e fumetti dell’epoca, che ci hanno fatto ricordare i bei vecchi tempi non-così-andati del caro Dr. Wertham.

Qui, invece, come ultima chicca, potete trovare un pezzo di Repubblica dell’epoca in cui Dylan Dog viene chiamato fumetto sado-demoniaco.

Vorrei tanto sapere cosa ne penserebbe in merito il caro Saudelli o il buonista Santucci.

La crociata – di questi tempi pare attualissimo dirlo – contro i fumetti non è mai finita, è sempre dietro l’angolo: che sia per contestarne i contenuti o le forme e i generi, sia per demonizzare lo stesso, innocuo, micidiale, popolare, chiacchieratissimo medium. Ma ci sarà sempre qualcuno pronto a rispondere. Carta e inchiostro. Alla vecchia maniera.

 

Immagine: Tex primo numero, ricolorato, SBE

 

wallpapersden.com_i-kill-giants-2018-movie_4643x2604

È previsto si vedano giganti in questo I Kill Giants?

Su Netflix trovate da qualche giorno I Kill Giants, film basato sull’omonimo fumetto di Joe Kelly e Ken Niimura, edito in Italia dai tipi di BAO Publishing. In questo articolo non vi faccio una recensione del film ma provo a spiegarvi perché, secondo me, film e fumetto raccontano la stessa storia ma lo fanno in un modo sottilmente diverso.

Spoiler a cascata, dato che non posso evitare di raccontarvi la trama e una delle scene più importanti della storia. Sottolineando che Joe Kelly ha sceneggiato anche il film, partiamo dalla premessa della storia, che è la stessa in entrambe le versioni.

 

 

Barbara è una ragazzina che si affaccia all’adolescenza e deve affrontare quello che affrontano gli adolescenti di ogni epoca e cultura: giganti pronti a radere al suolo la cittadina costiera in cui vive con i fratelli.

O per lo meno è quello che racconta a tutti (i pochissimi) che la stanno a sentire, compresi i professori, la sua unica e appena conosciuta amica Sophia e la psicologa della scuola: lei caccia i giganti, affronta i giganti e uccide i giganti. Armata con Coveleski, potentissimo martello che porta sempre in una borsetta a tracolla da cui non si separa mai.

Quasi nessuno la prende sul serio e non pochi pensano che stia creando tutto nella sua testa per poter metabolizzare i problemi che sta affrontando: il sentirsi un outsider, non avere amici, la bulla della scuola che la prende di mira e la madre malata terminale. Barbara però è così convinta dell’esistenza dei giganti da passare le giornate a creare trappole e incantesimi per proteggere tutti dal loro attacco imminente.

L’esistenza o meno dei giganti in I Kill Giants non è il vero punto della storia, non siamo di fronte al classico urban fantasy in cui andiamo a scoprire un mondo fantastico e a salvare le chiappe a qualcuno. Il vero “cattivo” della vicenda non è altro che la morte impossibile da sconfiggere di sua madre, il dolore e la paura nel doverla affrontare e anche il senso di vergogna nel sentire di essere impotenti di fronte alla morte.

Però credo che l’esistenza o meno dei giganti renda più o meno intrigante la storia, soprattutto se raccontata con una certa ambiguità che lascia al lettore/spettatore la decisione in cosa credere.

La differenza tra versione filmica e versione a fumetti sta nella percentuale di ambiguità usata per decidere se i giganti esistono sul serio o meno. Il film sceglie di essere parecchio ambiguo lungo tutta la durata della vicenda e lo fa con il solito trucco: gli aspetti magici e fantastici sono visti solo dalla protagonista. Quando intravediamo il primo gigante siamo in una foresta disabitata dove Barbara ha piazzato alcune esche per attirarlo. Vediamo solo una manona lignea che sfiora un’esca e poi Barbara che esce dal proprio nascondiglio per osservare il gigante. Nessuno assiste alla scena.

Così come è sempre sola quando vede i messaggeri che preannunciano l’arrivo di un altro gigante, oltre ad essere pure parecchio stressata dagli eventi che le stanno capitando: i rapporti sempre più tesi con la sorella, la malattia inarrestabile della madre, la difficoltà nel mantenere un’amicizia che sta solo nascendo, una bulla che la vuole pestare e il senso di responsabilità per dover fermare i giganti sempre più vicini. Compresi gli incontri con una psicologa che non considera reali i giganti ma solo un modo ideato da lei per affrontare le sue difficoltà.

Questo aspetto ambiguo lo ritroviamo pari pari nel fumetto, dove non abbiamo la minaccia del gigante del bosco (inserito nel film probabilmente per aggiungere ciccia alla vicenda per aiutare il minutaggio di quasi 120 minuti) ma ci sono diversi momenti in cui Barbara vede cose fantastiche e magiche. Tutti momenti che potrebbero benissimo essere solo nella sua mente, come i piccoli folletti che le volano intorno mentre è seduta alla fermata dello scuola bus e lei ripensa alla giornata pesante che è riuscita ad affrontare come un cavaliere in armatura. Momento spezzato dall’arrivo della bulla, che non ha visto nulla di tutto ciò.

L’ambiguità procede bene o male simile, per quanto raccontata con metodi e immagini diverse, in entrambe le versioni fino alla scena della spiaggia, che è anche il punto di svolta della vicenda, quello in cui tutta l’emotività della storia arriva a sfogarsi sia per Barbara che per chi legge/guarda.

Siamo sulla spiaggia su cui si affaccia la casa di Barbara, dove vive sua madre malata. La spiaggia è sferzata da un nubifragio che sta per diventare un uragano. La bulla ha distrutto tutte le trappole e amuleti di protezione che Barbara ha costruito nel tempo. A questo punto Barbara affronta a viso aperto un titano alto venti metri, armata con Coveleski. È la scena che contiene uno dei momenti più emotivi della storia, nonché quella che nel fumetto vede l’arrivo del fantastico in tutta la sua forza per la prima volta. Però è qui che le due versioni credo divergano parecchio facendo una scelta narrativa che le rende due storie molto diverse seppure dalla trama pressoché identica.

Nel film a trovarsi sulla spiaggia ci sono Barbara e la sua amica Sophia, ma Barbara ordina a Sophia di nascondersi quando sente che il gigante è in arrivo dal mare. Sophia si nasconde in una baracca e da le spalle a Barbara, per cui quando a uscire dalle acque non è un gigante bensì un ancora più grosso e inarrestabile titano e lui e Barbara combattono, Sophia non guarda. Esce dal nascondiglio solo a combattimento avvenuto e vede Barbara sbucare dal mare dove era finita durante la lotta. Per quel che ne sa potrebbe essere finita in mare trascinata da un’onda anomala.

Nel fumetto invece le cose vanno in altro modo.

Barbara arriva in spiaggia mentre la bulla distrugge trappole e amuleti, mentre Sophia etnta di fermarla senza riuscirci. Barbara e la bulla iniziano a lottare ed è in questo momento che il titano esce dalle acque, sotto gli occhi di tutte e tre. Anzi, il titano cattura la bulla e Sophia ed è solo grazie all’intervento di Barbara che tira fuori il suo martello magico e attacca la creatura se le due non vengono mangiate. Sophia assiste alla conseguente lotta tra i due, compresa la caduta in acqua di Barbara alla fine del combattimento e da cui sbucherà solo dopo qualche giorno, data per dispersa dai soccorritori.

Certo, si potrebbe dire che Sophia e la bulla si sono fatte suggestionare dalla situazione critica, non è una passeggiata per nessuno trovarsi in mezzo a un tifone che si abbatte all’improvviso sulla costa. Ma anche sposando questa idea, nel fumetto rimane più solida la possibilità che giganti e titani esistano sul serio e che qualcuno possa vederli e, se ha coraggio da vendere, possa tentare di fermarli.

Nel film invece tutto punta a un semplice meccanismo di difesa ideato da Barbara per difendersi dal trauma della malattia della madre, un uso della fantasia per sopravvivere anziché un’irruzione del fantastico nella realtà che scombina e aiuta Barbara a maturare.

Dalla scena della spiaggia in poi le differenze diventano minime. Barbara accetta il fatto che non può salvare la madre, riesce a recuperare il rapporto con lei e io finisco in entrambe le versioni con gli occhi che sudano anche se c’è l’aria condizionata. Questo perché nonostante le differenze nella messa in scena quello che funziona in entrambe le versioni è l’aspetto emotivo della vicenda, vero punto di forza di questa storia che, nonostante una certa esiguità nell’approfondire i personaggi e una trama che definire semplice è un eufemismo, colpisce con la forza grezza e monomaniacale tipica di un adolescente che sta cercando di capire cosa significhi vivere una vita piena. Quello che cambia è il ruolo del fantastico nel fare i conti con la trivialità ineluttabile della morte.