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Robocop e il transumanesimo di Frank Miller

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Saldapress pubblica l'Edizione Definitiva del Robocop di Frank Miller, occasione per analizzare i contenuti e la narrativa dell'autore e del personaggio.

Nel mondo del fumetto quello di Frank Miller è un nome impossibile da sussurrare: si urla o non si pronuncia affatto. Ha fatto tanto e messo tutto sé stesso in quello che ha fatto. Dallo storico Daredevil di Born Again al Batman di Anno Uno prima e Il ritorno del Cavaliere Oscuro poi. E Sin City, 300, et cetera.

Naturale, quindi, che l’uscita dell’Edizione Definitiva del Frank Miller’s Robocop raccolga meritata attenzione da pubblico e critica. Ma la storia, come accade spesso con Frank, è più complicata di così. Il volumone Saldapress, di ben 400 pagine, comprende infatti due corposi cicli a fumetti del famoso cyborg che, primo discrimine, non sono sceneggiati direttamente da Miller, bensì da Steven Grant.

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Quest’ultimo ha adattato le due sceneggiature cinematografiche scritte da Miller e scartate, a causa dell’eccessivo ricorso alla censura, per il secondo e terzo film di Robocop. I film sono arrivati comunque, completando la trilogia avviata da Verhoeven, diretti rispettivamente da Irvin Keshner (quello de L’impero Colpisce Ancora) e Fred Dekker e ispirati anche da qualcuna delle idee di Miller. Questo fumetto, dunque, è una sorta di versione alternativa e, soprattutto, senza filtri di Robocop 2 e 3. In più, compreso nel prezzo, un epilogo di una ventina di tavole sceneggiato da Ed Brisson di cui sinceramente, dopo altre 365 pagine, si fatica a sentire il bisogno.

Poco male, la questione esonda il nodo principale: quanto e cosa c’è di Miller, del suo carisma deflagrante, del talento narrativo e dell’aspra satira sociopolitica in questa Edizione Definitiva?

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Cosa non c’è è di Miller

Per quanto, come premesso, la sceneggiatura non sia direttamente frutto della penna incendiaria di Frank, paradossalmente il testo ci si rifà in modo pedissequo: ci sono, tra i contenuti extra, estratti dello script originale e il raffronto è speculare. Più che il testo, quello che “tradisce” il fumetto milleriano è la forma.

Miller ci abitua a soluzioni grafiche che sposano, anzi, che nascono in sintonia con le necessità narrative. Vignette a forma di onomatopee, anatomie distorte ma funzionali, soluzioni efficaci che come un moltiplicatore amplificano l’effetto del racconto. In questo volume, il primo ciclo di storie si avvicina ma non raggiunge l’obiettivo. I disegni di Juan José Ryp, uno che ha servito anche sotto Alan Moore (su Storie d’amore e di sangue, in originale Another Suburban Romance), sono iper-densi di ultraviolenza e “sgabbiano” spesso dalla struttura ordinata cui però, puntualmente, fanno ritorno. E, a dirla tutta, anche quando sgabbiano lo fanno con percepibile manierismo.

Il tratto di Ryp è poco incline alla sintesi e oggi, forse, risulta un poco indigesto al gusto comune. Il valore artistico è indubbio, ma il (profondo) dettaglio grafico è nemico del dinamismo. Forse ci ha pensato Korkut Oztekin, disegnatore del secondo blocco di storie, che fa un po’ il verso al Romita Jr. di Daredevil: Man Without Fear, sceneggiato per l’appunto da Miller. Di Romita, però, non ha lo stesso carattere e ciò che guadagna in dinamismo è inferiore a ciò che perde in violenza (di cui lo stesso Romita, qualche anno più tardi, si dimostrerà capacissimo in Kick-Ass di Mark Millar, “milleriana” non per contenuti ma per sangue versato).

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Cosa c’è di Miller

Tutto il resto, che non è molto, ma è qualcosa. L’ultraviolenza, le dinamiche sociali, il rapporto tra personaggi trasuda Miller da tutti i pori. Ciò, beninteso, non significa che tali elementi ricordino il “miglior Frank Miller”. Una poetica come la sua, d’altronde, è costantemente in equilibrio tra genio e confusione, tra sregolatezza e surrealismo. In questo Robocop, dove peraltro gli elementi non sono tutti bene in ordine, la macchina-fumetto si inceppa più di qualche volta.

Ma… c’è un grosso e positivo ma. Per una felice coincidenza tra narrazione e produzione, Robocop incarna in modo cristallino, molto più di altri storici personaggi milleriani, il transumanesimo che ne impregna l’opera omnia con rare eccezioni.

Con ogni storia, Miller tenta di raccontarci, e farci interrogare, su cosa sia un uomo, ogni volta da una prospettiva leggermente diversa. Cosa rende un uomo forte (Batman: Anno Uno)? Cosa rende un uomo vivo (Daredevil: Rinascita)? Cosa rende un uomo adulto (Daredevil: Man Without Fear)? Cosa rende un uomo libero (Batman: Il ritorno del Cavaliere Oscuro)? Cosa rende un uomo buono (Sin City)? E cosa rende un uomo in pace (Ronin)?

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Con Robocop, l’allegoria si fa letterale. Cosa rende un uomo uomo? Quanto di umano è rimasto in Alex Murphy e quanto c’è, invece, di disumano nei suoi avversari? Non è certo il possedere un corpo esclusivamente di carne e ossa a qualificarti, né innumerevoli innesti cibernetici sono sufficienti a discriminarti.

È vero che, spogliata di storia, battute machiste e proiettili sanguinolenti sembra quasi una morale da fiaba, anche piuttosto comune, ma è importante accorgersi che tutta l’opera di Miller è ivi riconducibile. E la “scoperta” mette persino in secondo piano la forte somiglianza di Detroit con la Gotham City del Cavaliere Oscuro, una Detroit che dopo (anzi prima, essendo una riedizione) Become Human diventa la meta preferita del raccontare trans o post-umano.

Perché non importa quanto duro e iconoclasta Miller possa essere, ancor più che apparire. Sotto sotto, è sempre al nostro essere umani che si rivolge, provocandoci, interrogandoci, entusiasmandoci o umiliandoci, talvolta tutte queste cose assieme. Si può, a posteriori, essere contenti o meno che non esista un Robocop cinematografico che sia suo e suo soltanto, ma poterne leggere l’adattamento a fumetti è in ogni caso un’occasione. E, si sa, l’occasione fa l’uomo uomo.

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