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Un loop di infiniti respawn, gli eroi non esistono

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Che cos'è la morte nei videogiochi? Che cosa c'entra l'Iliade con il game design? Tra la frustrazione per l'ennesima morte in Dark Souls e una delirante analisi del respawn si analizza la morte nei videgiochi dove il loop della rinascita è strumento escatologico per studiare oltre il reale

Il primo a sbarcare sulla costa della Troade è un acheo di nome Protesilao.

Salta dalla nave con impeto guerriero per fronteggiare l'esercito troiano che difende i suoi lidi. Appena tocca terra, muore. Colpito da una freccia.

Nel suo character design è già inscritta la morte, il nome stesso lo indica con sottile ironia.

Protos, primo. Il primo a cadere.
La valenza narrativa di Protesilao si basa esclusivamente sul morire per primo, il pathos mitico si involve sul volto di un giovane eroe che è celebre per non aver fatto niente se non essere così avventato da prendere la prima freccia dei troiani. Ma Protesilao rivive in un certo sadismo dello storytelling greco, con una prassi rapsodica i cantori e gli aedi raccolgono l'episodio e lo tramandano, sembra un elemento essenziale a tutto l'arco epico della guerra di Troia. Viene citato da Omero, Iginio, Filostrato, Pausania, Apollodoro e mille altri scrittori classici fino ai moderni.

Viene resuscitato ogni singola volta per poi essere condannato dal boia scribacchino all'ennesima morte sulla spiaggia di Troia

A volte viene trafitto da Ettore, Euforbo o Acate. Il risultato non cambia, viene strappato dalle ombre dell'Ade solo per fare una comparsata nel mito, per essere annichilito in eterno da un numero altrettanto infinito di frecce, strali, dardi. Il mito è assassino eterno, Protesilao è vittima di un loop di infiniti respawn. Scrivendo queste parole lo sento annaspare, l'acqua salata gli riempie i polmoni insieme al sangue. Vedo l'ombra tornare nelle profondità, e domani riemergerà perché un professore universitario leggerà i passi dell'Iliade.

Può il game over insegnare? Sì, arricchisce l'esperienza del gameplay, affina le skills e le strategie da intraprendere per aggirare ostacoli e sconfiggere nemici. Ma l'avatar, il personaggio, rimane se stesso? Cosa conserva delle precedenti sconfitte il nostro alter-ego digitale? Il nostro Protesilao di pixels e codici binari, algoritmi di movimento e glitch ha memoria? Che significa veramente vestire i suoi panni? L'interrogativo si dilata, la pedina virtuale che muoviamo è appendice di noi stessi o burattino, marionetta che controlliamo? Protesilao è programmato dal grande gioco mitopoietico per perire sulla spiaggia di Troia, ma se avesse memoria di tutti i precedenti game over scenderebbe per primo dalla nave?

Incastrato in un autosalvataggio dove il vicolo è sempre un iter verso la morte Protesilao non può spegnere la console epica di Omero. Condannato a tali meccanismi il consequenzialismo dei decessi porta chiedere quanto sia valido il paradosso della Nave di Teseo (che molti hanno riassaporato con WandaVision). Il primo Protesilao è identico a tutti le sue ripetizioni? Il nostro personaggio in gioco è sempre lo stesso? Partendo da questi assunti è logico domandarsi se in un'era volta a incarnare i valori e le filosofie estetico-intellettuali del postumanesimo respawnare significhi riscrivere noi stessi oltre alla particella giocante che impersoniamo. Non banale postulato di Eraclito del tutto scorre, bensì "l'eterno ritorno in gameplay è un'ombra di ciò che stavamo impersonando o una penombra, una via di mezzo di ciò che eravamo, o luce totalizzante di tutto quello che era stato prima?"

 

L'approccio è il seguente. Inseguire l'horror vacui, la paura del vuoto è spesso un fenomeno che attanaglia  i vigenti schemi di razionalità contemporanea, in un'epoca volta a riempire qualsiasi cosa ci si dimentica dell'estetica del nulla. Bisogna innestarsi nei pertugi  e negli interstizi, usare un linguaggio che è lama e disastro, spesso le parole sono batteri e patologie della sintassi. Feriamo con vocaboli, suturiamo frasi, sanguiniamo sintassi. Protesilao perde sangue di lemmi.  La vita del nostro avatar mitico, del nostro Protesilao videoludico si concretizza soltanto dopo la morte. Vivere significa morire, morire significa vivere. Da qualche parte nell'incompiuto, rievocando le parole di Jankélévitch, esiste una realtà sospesa dove il non-generato fluttua in un inter-regno apolide dove i giocatori sognano le loro origini. Scappati di casa, esiliati da tutto ciò che è convenzionale.  Lì in quel luogo per niente beato c'è un limbo dove giocatore, personaggio e gli infiniti  ritorni di Protesilao coesistono. Il regno del quasi respawn.

Ho fissato in eterno uno schermo con la scritta Game Over conscio che il mio personaggio sconfitto stesse davvero vivendo, invece di incatenarlo nuovamente all'architettura della sceneggiatura del game design, della progettazione.

Spesso ho ucciso volontariamente i miei personaggi, giocavo per farli schiantare al suolo, per farli inghiottire dall'Incompiuto e non trasformarli in Protesilao. La morte era necessaria, ma anche continuare giocare, dovevo ucciderli sempre, ancora, in una sorta di attacco d'ira di teofagia. Dovevo mangiare le mie creazioni, i modelli, i replicanti di ciò che ero e che potevo essere, ammaestrare l'alter ego a non essere mai se stesso ma di donare a tutti una morte.

Il suicidio assistito che donavo ad ognuno dei miei personaggi era necessario, era la mia vittoria, catarsi e liberazione, erano i miei necronauti dello spazio dell'aldilà.

Ho esplorato gli abissi della non vita aspettando il respawn, ho abusato di tutti quei Protesilao anche se volevo soltanto salvarli. Mi sono nutrito in esagerazione del sangue delle intelligenze artificiali, che se avessero avuto un briciolo di coscienza in più avrebbero fermato quel avataricidio, generando un bug dove la morte non era più contemplata.

Se un tempo finivi le monetine  era game over alla prima morte, ora credo di avere un miliardo di coins ma la macchina mi offre solo una lunga vita eterna. Temo dal profondo del mio essere di non poter esplorare l'infinito.

 

Discorsi sconnessi, deliri pindarici, eresie del no-sense. Il loop dell'infinito respawn mitico di Protesilao, come quello di tutti i nostri personaggi è una finestra aperta alla morte, alla presa di coscienza che ciò non possiamo conoscere è tuttavia esplorabile grazie al sacrificio. La potenza mitica di tutto ciò è infinita. Cosa c'è dopo la vita? Non lo so.

Per questo mi uccido in continuazione aspettando che il nuovo guerriero acheo mi sussurri qualcosa, mi racconti ciò che si nasconde nel loop. Gli eroi non esistono.

 

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