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Censor: cinema estremo, panico morale e rievocazione anni '80

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Recensione di Censor, horror che si rifà al giallo all'italiana parlando dell'epoca dei video nasty, i film proibiti nell'Inghilterra degli anni '80.

Uno dei titoli più interessanti dell’horror 2021 è Censor della regista gallese Prano Bailey-Bond. Proiettato al Sundance Film Festival, è uscito al cinema e in vod all’estero. Varrebbe la pena vederlo in sala perché è un film solido dalla direzione artistica curata, anche grazie alla fotografia della DoP Annika Summerson; ma non è dato sapere se da noi sarà mai distribuito.

censor film 2021 recensione

Censor: i video nasty negli anni '80

L’ambientazione è nell’Inghilterra tatcheriana degli anni ’80, al tempo dei “video nasty”, un termine usato dai comitati di censura per descrivere i film violenti, horror e di exploitation, che venivano distribuiti attraverso il mercato home video. Questi comitati stilavano liste di film da vietare ed erano incaricati di tagliare le parti ritenute troppo oscene. La maggior parte di questi film sono tornati a circolare in versione integrale nel corso degli ultimi 20 anni, compresi alcuni titoli di Dario Argento che in precedenza nel Regno Unito erano reperibili soltanto coi tagli.

La protagonista Enid lavora come censora in uno di questi comitati. Passa le giornate a guardare film horror, scegliendo accuratamente le parti da tagliare. Il suo è un personaggio ammantato di frustrazione e tormento, sorretto dall’interpretazione della brava attrice irlandese Niamh Algar (che tra le varie cose ha avuto un ruolo fisso nella serie HBO Raised By Wolves).

La figura di Enid è la chiave di tutto, tant’è che il film si muove vicino alla zona del character study, come spesso accade con le storie di donne sgradevoli e non conformi. Pensate a Saint Maud di Rose Glass e The Stylist di Jill Gevargizian, giusto per citarne un paio usciti nel 2021. [AVVERTENZA: la recensione conterrà alcuni particolari della trama].

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Lo studio del personaggio

La trama di Censor si sviluppa attorno a un mistero che riguarda il passato di Enid, chiarendo da subito che c’è un irrisolto colossale, fonte della sofferenza che trapela dai lineamenti della protagonista. Il trauma originario di Enid fa ancora parte del presente: non solo è manifesto nel suo malessere, ma le si ripresenta in una forma allucinata, che la spinge in quella che il film sottintende essere una classica spirale di follia.

L’irrisolto e il trauma alla base, sommati allo sprofondare del terzo atto, sono elementi comuni a Saint Maud, tant’è che i due film hanno una struttura simile. In entrambi i casi, la regista sceglie di mostrarci tutto attraverso il punto di vista della protagonista, deformato da stress e disturbi, portandoci nei territori da incubo in cui queste donne vivono. Nonostante la netta similitudine, sono però film diversi nei temi e in alcune delle scelte stilistiche – nonostante i finali siano quasi sovrapponibili.

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Il giallo all'italiana e le influenze di Censor

In Censor è importantissimo l’omaggio al cinema rievocato. La regista Prano Bailey-Bond ha detto in un’intervista che l’idea è nata da un ragionamento sulla censura: se i tagli vengono fatti perché si ritiene che le persone potrebbero essere indotte a commettere poi gli stessi atti visti sullo schermo, cosa impedisce a chi guarda i film per censurarli di avere lo stesso problema?

Bailey-Bond spiega di essere un’appassionata del cinema di cui parla in Censor: sono infatti palesi le influenze del cinema giallo, di cui riprende l’estetica ispirandosi ad Argento e Lucio Fulci. Per contrasto, nelle scene di vita quotidiana la regista racconta di aver usato lo stile della fotografia di Martin Parr e Paul Graham, che ritraevano il grigiore della vita quotidiana inglese del periodo. A ciò si può aggiungere che nel tono meta, nell’influenza gialla e in parte anche nei temi, Censor richiama strettamente il film di Peter Strickland Berberian Sound Studio. Compare poi anche l’atmosfera surreale di un certo Lynch, sia quello di Twin Peaks, sia quello che guarda il cinema da dietro le quinte come in Mulholland Drive.

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Cosa significa guardare

Tutto l’arco di Enid è costruito per esplorare il mondo della visione, nello specifico il rapporto tra pubblico e cinema estremo. Quella dei video nasty era una questione nata con un modello di distribuzione home video, che entrava direttamente nelle case e quindi si avvicinava di più ai bambini, creando il panico morale che agitava i comitati censori. La grande assente in questo film è proprio la sala, con la sua dimensione di cinema come mondo esterno alle pareti domestiche. L’unica sala che vediamo è quella del comitato di censura, un ufficio in cui la protagonista proietta i film che deve poi tagliare o respingere.

Dopo che Enid perde la sua impassibilità, quel cinema esce dal suo ufficio e finalmente arriva a casa sua. L’atto intimo della visione privata di una videocassetta è sottolineato nel percorso simbolico della protagonista. È lì che si manifesta quel potere che il folklore attribuiva alle videocassette, mezzo pervasivo prima di internet, portatore di forze ignote e pericolose nella vita quotidiana più del cinema stesso come luogo fisico.

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Il cinema estremo in Censor

C’è anche una breve incursione in un videonoleggio, in cui appare il fandom, incarnato da una giovane punk-goth, apparentemente lontanissima dalla nostra protagonista. Ma quando Enid si rivolge al negoziante per ottenere il video che cerca, sfoggia una competenza sul cinema estremo che la mette immediatamente sullo stesso piano dellз fan più accanitз. È lì che ti chiedi se in fondo Enid non sia davvero una di loro, nascosta sotto alla maschera della censora. Conosce quel cinema bene quanto chi ne è davvero fan: ne ha fatto un’ossessione ed è in grado di citarlo scena per scena.

La componente meta di Censor non diventa mai spocchiosa o fine a se stessa, rimanendo coerente con tutti gli spunti della storia. L’atto della visione di contenuti violenti è esplorato in modo laico, presentando i lati inquietanti sia della censura, sia della violenza sullo schermo. Il comitato e il clima politico dell’epoca sono raffigurati come un sistema opprimente, da mettere in discussione. A un certo punto si verifica davvero un episodio di cronaca nera che richiama la scena di un film horror che non è stata censurata da Enid. Si scoprirà poi che l’autore del misfatto non aveva mai visto il film incriminato. Ma nel frattempo, i cittadini indignati perseguitano Enid per telefono, come farebbero oggi gli utenti inferociti di un social network.

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Realtà e finzione

Allo stesso tempo però Bailey-Bond sottolinea il disagio provocato dalle scene più violente esaminate da Enid e da una sua collega. Soprattutto la reazione di quest’ultima racconta la sofferenza che si può sperimentare davanti a un certo tipo di contenuto, mentre il caso di Enid è più ambiguo. La protagonista sembra sempre impassibile, finché non incontra un film che pare rievocare qualcosa di autobiografico e la sconvolge.

Censor non chiarisce mai del tutto se ciò che Enid sta sperimentando sia reale o meno. La visione continua di immagini violente potrebbe essersi incrociata con il senso di colpa proveniente dal vissuto traumatico della sua famiglia, generando nella mente di Enid una fusione tra finzione e realtà. O forse dietro c'è ben altro. Nella migliore tradizione del terrore la storia non risponde a tutte le domande, anche se propende come Saint Maud per l’interpretazione psicanalitica di quello che accade al suo personaggio.

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Censor è uno di quei casi in cui lo schermo finisce per mostrarsi non tanto come specchio riflettente, ma come una membrana che lascia passare le parti dentro e fuori da sé. È un velo che non crea un vero isolamento tra le dimensioni. Non esistono due mondi, uno “reale” e uno rappresentato, ma un sistema più complesso di relazione tra dentro lo schermo e fuori da esso, dentro la nostra mente.

SPOILER SUL FINALE
La censora finisce per fare letteralmente a pezzi qualcuno con un’ascia, in una metafora ironica del suo rapporto con il cinema su cui lavora. Ma non sappiamo nemmeno se è successo. Il senso di Censor è tutto nella sensazione di malessere e di disparità che suggerisce, un bel tassello nel mosaico dell’horror odierno.

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