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Violation, ragionando sul rape&revenge nel 2021

Violation di Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer è una rivisitazione del rape&revenge, un genere diventato popolare col cinema di exploitation degli anni ’70 e tornato in voga grazie a una nuova ondata di film recenti. Prima di continuare, vi sollecito con un TRIGGER WARNING riguardo alla violenza sessuale sia per il film, sia per quanto discusso in questa recensione, che conterrà anche spoiler sulla trama. Calcolate anche un avvertimento di default da “cinema estremo”, filone in cui questo film rientra non tanto per la rappresentazione dello stupro, eseguita con sensibilità, ma per altri elementi.

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Il rape&revenge dall’exploitation alle registe di oggi

Come scrive Kier-La Janisse nel suo saggio autobiografico House of Psychotic Women, nei film di exploitation esiste un paradigma rape&revenge molto specifico. Una donna viene stuprata. Quando si riprende, cancella i segni della sua femminilità, spesso tagliando i capelli. Diventa esperta di combattimento e armi. Mette in pratica una vendetta violentissima. A quel punto, il film finisce di colpo.

Sono passati molti anni da quando quello era l’unico modello di rape&revenge. Il sottogenere ha avuto sviluppi ed evoluzioni, tant’è che oggi è più normale trovare film realizzati da donne – elemento rarissimo in passato – spesso in dialogo con la film theory femminista e con un dibattito sempre aperto sulla rappresentazione della violenza sullo schermo, come abbiamo visto anche riguardo a Censor di Prano Bailey-Bond.

Violation si qualifica fin dai primi secondi secondo un’estetica “da festival”, fatta di inquadrature fisse tremolanti che aprono su un’ambientazione naturale con l’accompagnamento della Stabat Mater Dolorosa di Pergolesi, dalla bella colonna sonora di Andrea Boccadoro. Il dramma che segue si consuma tra un ristrettissimo gruppo di familiari. La protagonista Miriam è interpretata dalla stessa co-autrice Madeleine Sims-Fewer. Il comprimario principale è il cognato Dylan (Jesse LaVercombe), che la violenta mentre è priva di conoscenza dopo una notte passata a chiacchierare e bere insieme davanti al fuoco.

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Perché l’intreccio di Violation non è lineare

L’intreccio di Violation è caratterizzato da una non linearità che ha varie funzioni. Il film intervalla alcuni momenti di confidenza tra i due personaggi nel passato con il tempo presente della vendetta di Miriam. Lo stupro in sé viene introdotto nella storia come un racconto fatto a voce, dal punto di vista di Dylan. L’uomo lo rievoca non credendo di aver commesso una violenza e lo descrive invece come una memoria erotica molto intensa, che ritiene di avere condiviso consensualmente con la cognata.

Questo uso del punto di vista dello stupratore inquadra la vicenda sul piano della banalità del male. Uno dei cardini della rappresentazione della violenza sessuale in Violation è che il suo stupratore non ammette nemmeno a se stesso di aver commesso un atto violento. Non è una figura nuova, lo abbiamo visto per esempio nel rape&revenge di Natalia Leite, MFA, e nella serie tv The Morning Show.

Il modo in cui viene usato in Violation fa parte di una corrente legata alla rappresentazione di come funzioni la rape culture nella vita quotidiana. Lo hanno fatto anche autrici come Emerald Fennell in Promising Young Woman e Michaela Coel in I May Destroy You. In Violation, questo aspetto riguarda il consenso affermativo e come talvolta venga dimenticato in contesti amichevoli, in cui una persona si fida dell’altra.

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Il retelling della violenza e il consenso affermativo

In Violation, viene messo in scena un fraintendimento tra passione e violenza. Gioca un ruolo importante la proiezione dei desideri di un uomo che ignora sistematicamente tutti gli elementi che gli stanno dicendo che la realtà non è quella che lui auspica. Lo stupratore parte dall’assunto che l’intimità stabilitasi tra loro durante la serata precedente sia già di per sé un’espressione di consenso. Procede quindi escludendo dalla sua percezione il semplice fatto che l’oggetto del suo desiderio sia priva di sensi, in uno stato misto di sonno e ubriachezza.

Quando Miriam attua la sua vendetta, ricrea un’intimità simile a quella della notte dello stupro, ma con delle differenze. È più sensualmente esplicita, aderente alla fantasia del cognato. Miriam lo fa per intrappolarlo, ma uno dei punti chiave della scena è far emergere il racconto di quanto avvenuto. È una scelta peculiare, perché questo retelling della violenza è la prima versione dei fatti a cui il pubblico viene esposto. Dopo averla enunciata in questo modo, però, il film ci riporta alla notte davanti al fuoco per mostrarci i fatti.

Sono apprezzabili tutte le scelte registiche, che inquadrano solo dei dettagli mantenendosi a distanza da una sensualizzazione della scena. Capiamo lo stesso tutto quello che sta succedendo, proprio perché abbiamo sentito la versione di Dylan prima. Lo stupro di Violation è proposto come un malinteso, dal punto di vista di Dylan, ma non per questo viene presentato come perdonabile. È semmai la messa in scena dell’idea che contano più le azioni delle intenzioni, specialmente quando le azioni implicano invadere il corpo di qualcun altro. La scelta di non linearità nella costruzione dell’intreccio rape&revenge ha anche un valore etico: aiuta a descrivere l’evento in modo dettagliato, ma senza diventare estetizzante o volutamente traumatico.

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Togliendo la catarsi dal rape&revenge

Quello che seguirà è invece la rappresentazione dello stress post traumatico, che guida le azioni violente compiute dalla vittima. La seconda metà del film è tutta centrata sull’omicidio di Dylan e sullo smaltimento del suo cadavere. Queste sono le parti stilisticamente più crude. Lo stupro ci è stato fatto arrivare attraverso una tecnica chiara ma poco esplicita. L’omicidio invece è volutamente brutale, così come la distruzione del corpo, mostrati in sequenze terribili. Il senso della scelta dialoga con le riflessioni che da decenni vengono fatte sul rape&revenge.

Nel caso di Violation, non c’è l’intenzione di farci sentire bene quando Miriam assassina e smembra Dylan. Non c’è catarsi per Miriam o per noi in quel gesto. Lei viene mostrata come una persona che agisce in balia del trauma, come se l’autodeterminazione che ha perso durante lo stupro fosse rimasta tale anche ora, mentre si comporta in maniera attiva. La violenza da lei compiuta è lunga, dolorosa, patetica, ricorda l’approccio di Jeremy Saulnier in Blue Ruin, un altro film che mette in discussione il revenge movie.

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La femmina castratrice dalla film theory femminista a Violation

Miriam in questa storia assume un ruolo di “femmina castratrice”, riconducibile in parte a quando espresso da Barbara Creed in uno dei testi fondamentali della film theory femminista, The Monstrous-Feminine: Film, Feminism, Psychoanalysis. Creed si interroga sul perché in alcuni rape&revenge i registi scelgano di caratterizzare scene di castrazione e omicidio come momenti di erotismo e sensualità (l’esempio principale a cui si rifà è I Spit On Your Grave).

Creed evidenzia che la “femme castratrice”, una delle maschere più letali del femminile mostruoso, sia in quei casi incarnata da uno stereotipo della più spiccata bellezza femminea. La sua conclusione è che si tratti di una versione odierna della sirena, che con le sue canzoni suadenti attira i marinai verso una morte atroce. Per Creed, le sirene erano la quintessenza della femmina castratrice, tant’è che i loro miti sono pieni delle stesse immagini che affiorano anche in questo tipo di horror: cannibalismo, morte e smembramento.

Per Creed gli omicidi e soprattutto le castrazioni di I Spit On Your Grave sono descritti come rituali. Queste scene hanno anche altre funzioni, offrendo il piacere erotico associato al desiderio di morte. La femmina castratrice diventa una figura ambigua perché scatena la paura della castrazione e della morte, ma allo stesso tempo solletica un desiderio masochistico di piacere e oblio.

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Quest’ultimo punto non è lontano dal modo in cui Mancinelli e Sims-Fewer hanno costruito la storia di Violation, mescolando la sensualità di quanto va in scena inizialmente alla violenza nauseante. Ottengono sia di restituire in modo vivido la sensazione che vogliono raccontare, sia di piegare la struttura del rape&revenge alle proprie esigenze, senza per questo alterarla davvero nel profondo.

Infatti è solo dopo averci fatto assimilare la violenza dal punto di vista di Miriam, che il personaggio procede a massacrare lo stupratore, perché solo allora il racconto la “autorizza” a farlo – sebbene il gesto non avrà lo stesso valore catartico che assume nel rape&revenge tradizionale. Allo stesso tempo, la struttura è speculare. Nella prima parte, il film crea un’intimità nel presente che termina con Dylan che viene attaccato. Nelle parti in flashback accade lo stesso: prima una situazione piacevole tra i due personaggi, poi lo stupro. La drammaturgia che pilota le emozioni del pubblico segue paradigmi classici, resi però più complessi dal modo in cui sono intrecciati.

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Violation, il suo finale e una spiegazione

In un’intervista, il co-autore Dusty Mancinelli ha spiegato che lui e la co-autrice e interprete Madeleine Sims-Fewer volevano concentrarsi sullo stress post-traumatico. Mancinelli afferma che il rape&revenge celebra la violenza finale come una catarsi, mentre loro volevano invece mostrare quale fosse il suo prezzo per l’esecutrice. Per questo motivo, la vendetta in sé avviene a circa metà film e non prima dei titoli di coda. Il secondo tempo di Violation spiega cosa succede dopo che la protagonista ha fatto ciò che di solito avviene nel finale del film.

Mancinelli propone Violation come una parabola morale che mette in discussione anche un altro aspetto problematico del rape&revenge, cioè l’idea che la vittima possa essere resa di nuovo “integra” solo attraverso l’omicidio del suo stupratore. Per Mancinelli e Sims-Fewer, il punto è che il trauma è qualcosa da cui non ci si libera mai. «Siamo stati ispirati dalla tragedia greca, nel senso che questo è un cautionary tale in cui Miriam non impara la lezione, ma noi, come pubblico, possiamo trarne un insegnamento».

Infatti, il film si chiude con un tocco che è quasi un vezzo, la destinazione finale del cadavere della vittima-carnefice. Ridotto all’essenza, bruciato, le ossa ripulite, frantumate, polverizzate, gli ultimi granelli di quel corpo invasivo diventano un gelato, che la protagonista perversamente somministra alla vedova, cioè la propria sorella. Sembra che questa punizione mitologica sia l’unico modo che Miriam ha per redimere il ruolo che la sorella ha avuto nella vicenda – non averle creduto quando Miriam le ha detto cosa fosse successo. Il gelato in Violation finisce per essere la closure di questa persona traumatizzata e traumatizzante, ma anche il segnale che la sua psicosi non è guarita con l’omicidio.

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