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Spider-Man: Homecoming — la recensione

Tra voglia di crescere e paura di bruciarsi, l’ennesimo remake dell’Uomo Ragno è una commedia di formazione con uno dei migliori cattivi Marvel

Cosa sono gli adulti quando sei alle soglie dell’adolescenza? Figure noiose che ti dicono cosa devi fare, che ti frenano mentre vorresti spaccare il mondo che ti parlano e non ti capiscono, lontane come Captain America che impartisce lezioni di morale in televisione. Allo stesso tempo però ti regalano giocattoli bellissimi e aneli disperatamente la loro attenzione perché ti facciano fare “le cose dei grandi” tipo bere la schiuma della birra, guidare la macchina nel parcheggio o combattere negli Avengers.

Questo il succo di Spider-man: Homecoming, freschissimo ed ennesimo remake dell’Uomo Ragno che si libera del fardello dei suoi predecessori per mostrarci un Peter Parker ragazzino, goffo sia nei combattimenti che a scuola e perennemente diviso tra il fare la cosa giusta e quella conveniente, con e senza maschera.

D’altronde se c’è un eroe più vicino al mondo dei ragazzi quello è Spider Man, gli altri sono adulti in costume alle prese con complessi irrisolti, alcolismo, turbe psichiche, lutti mai elaborati. Peter è l’unico eroe che porta un fardello simile, ma sulle spalle di una persona che ha (o aveva) quasi la stessa età di chi lo legge.

Spider-Man: Homecoming è dunque un ottimo film per ragazzi che fila liscio liscio, prendendosi forse più tempo del dovuto in alcuni momenti, ma mantenendo sempre alta l’asticella sull’entusiasmo e senza sbandare troppo con la trama.

Al centro di tutto c’è infatti l’incredibile energia di Peter Parker, uno che improvvisamente si è trovato a lottare con gli Avenger e parlare con Tony Stark in persona, che avverte il freno di una vita comune, fatta di compiti e gare di nozionismo e le tentazioni di un mondo fantastico per cui non è ancora pronto.

Da questo punto di vista il titolo è perfetto. L’Homecoming nel mondo americano è il ballo di fine anno, quel momento in cui i ragazzi sono chiamati a vestirsi come adulti e comportarsi come tali, una sorta di ballo delle debuttanti (che spesso coincide con la famigerata “prima volta”).

Nonostante la leggerezza di fondo, Peter Parker è di fatto l’emblema della giovinezza, anzi della giovinezza di oggi, fatta di video diari, ansie sociali, tecnologie potenti ma usate male, adulti che spesso sono l’esempio sbagliato e un mondo che non vede l’ora di sapere tutto di te, in cui non vorresti tuffarti a testa bassa, ma che in qualche modo devi respingere.

Dall’altra parte l’avvoltoio di Keaton, contrappasso ironico di Birdman, è lo specchio dell’uomo della strada che subisce le gesta degli eroi e non ci sta, che per rimanere a galla di un mondo fatto di dei decide, novello Icaro, di farsi dio a sua volte sfruttando il proprio ingegno. Il sottoprodotto di chi agisce per fare del bene, ma a inavvertitamente crea il male. Nonostante una certa confusione nello scontro finale, finalmente abbiamo un antagonista degno, carismatico, sfaccettato e che mette in scena scontri interessanti.

Purtroppo dal punto di vista visivo anche questa volta ci troviamo di fronte all’episodio di una lunga serie TV ambientata al cinema, da questa pastoia non si sfugge e probabilmente non ne sfuggiremo mai.

Al netto di queste considerazioni, il maggior pregio di Spider Man: Homecoming sta nel suo saper rimanere nel mezzo tra la commedia e il racconto di formazione, tra la simbologia e il divertimento. Tra voglia di dirti tutto e capacità di tenersi del materiale per i film successivi, offrendo un film che pur non cercando l’ossessiva aderenza al fumetto riesce comunque a cogliere l’essenza dell’arrampicamuri.

L’unico momento in cui si capisce che da grandi poteri derivano grandi responsabilità è arrivato durante l’anteprima, quando uno dei protagonisti parla di un film porno e in sala un bambino ha chiesto “mamma, cos’è un film porno?”.

Creed — La Recensione: Creederci sempre, mollare mai

Ultimamente il mondo del cinema ci mette sempre più spesso di fronte a operazioni nostalgia, prequel, spin-off, reboot e altri favolosi nomi che tradotti significano “non abbiamo più idee”. È altrettanto certo però che non ne avremmo così tanto la nausea se tutti sapessero riscaldare la minestra come ha fatto Stallone.

Creed guarda la recente cinematografia fatta di giovani problematici, Young Adult che rifiutano la guida dei più grandi e figure paterne assenti o colpevoli e gli urla in faccia che è il momento di tornare ai bei film degli anni ’90, quelli che ti dicevano cos’era giusto e cosa sbagliato, che ti rassicuravano ricordandoti che là fuori è dura per tutti, non solo per te, e che quindi farai bene a smettere di lagnarti e ad allenarti, ascoltando chi ne sa più di te, invece di sperare di risolvere tutto solo perché pensi di essere bravo. E quando cadi stai tranquillo che c’è la famiglia, quella tradizionale (ovvero in stile Fast & Furious), fatta di persone che ti vogliono bene anche quando fai una cazzata.

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Creed è un film in cui tutti lottano. Lotta la Signora Robinson (sì, quella della serie TV) che adotta un figlio simbolo del tradimento di un marito che tanto ha amato, lotta la cantante che vuole raggiungere il successo ma deve fare in fretta perché sta diventando sorda. Si lotta contro il cancro, contro la mancanza, contro l’avversario, contro la boria, contro i luoghi comuni, contro i propri demoni. Non c’è un solo personaggio nel film che non dimostri una sacrosanta verità: la vita è un casino e bisogna saper rispondere ai suoi colpi, se non per la vittoria, almeno per uscirne a testa alta.

Per rendere questo concetto l’estetica del film abbandona ogni fronzolo dei canoni moderni per riproporre una grande messa in scena degli anni ’90 come se li filmassimo oggi. Filadelfia è una città priva di lustrini e trovate architettoniche, solo mattoni rossi, ristoranti pacchiani, sporco e tanto traffico. Le palestre illuminate e pulite lasciano presto il passo a buchi semivuoti in cui un vecchio con anni di esperienza può tirarti fuori il meglio senza troppe distrazioni e dove il sacco che colpisci ha più anni di te. È un mondo dove quando vinci, hai dato così tanto che non vai a festeggiare in un club con le zozze, ma crolli sul divano. La gente veste normale, le ragazze hanno i capelli come Janet Jackson, gli zarri impennano con le moto e i colori sono ricchi di contrasto e saturi, come se fossero usciti da una vecchia cinepresa.

La storia è invece un collage dei Rocky precedenti, c’è il ragazzo bravo ma inesperto, c’è il campione che decide di scontrarsi col giovane, c’è la voglia di riscatto, c’è la compagna di carattere ma che non smette mai di supportarti, c’è il training montage, anzi ce ne sono due, perché non si sa mai, e poi c’è Stallone, che è ferito senza essere patetico, quasi dolce col suo cappellino, gli occhialetti e la rosa adagiata sulla tomba della moglie. È una leggenda che passeggia tra i comuni mortali con semplicità e modestia, fiero dei successi e consapevole delle cadute, che ora più che mai rispecchia il cammino di Stallone, un uomo con le idee chiare che ci ha creduto fino in fondo, senza mollare mai e nonostante il pregiudizio di chi lo tacciava come semplice action-man.

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Tuttavia, queste ottime premesse potevano andare a puttane con una facilità incredibile. Esattamente come il suo protagonista, il film era un giovane di belle speranze e dal passato glorioso che aveva tutto da dimostrare. Come un pugile ansioso di successo rischiava di perdersi tra allenatori sbagliati, doping e ragazze facili. Invece anche qua Stallone, ma soprattutto Coogler e Covington dimostrano di avere una mano fermissima nel trattare la materia.

Il fulcro della storia sono i combattimenti e l’allenamento di Adonis Johnson/Creed? E allora quello dev’essere sempre in primo piano. La storia d’amore, i drammi, i momenti felici, ruotano tutti attorno a questo centro, senza mai sbracciare per un po’ di attenzione e senza mai cadere nel facile trucchetto della scena hot o del momento strappalacrime. Anche la figura di Apollo è usata solo quando serve, senza esagerare, come la scarica di adrenalina che permette di farcela anche quando tutto sembrava finito.

Ed ecco quindi che, proprio come nel primo Rocky, torna la steadycam che ci regala momenti di boxe talmente intensi che quasi lasciano i lividi e almeno un paio di piani sequenza prima dell’ingresso sul ring e durante un match che fanno digrignare i denti per quanto sei teso e carico. Non male anche la scelta di presentare i vari pugili del film con un fermo immagine ricco di statistiche in stile videogioco, unica concessione di una regia che guarda molto al passato.

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Ovviamente parliamo di un film di combattimenti, quindi ci sarà sempre il coglione che se ne esce con “eh ma nella verità mica si picchiano così tanto”? Ma a noi che ce ne frega. Siamo troppo impegnati a sincronizzare i battiti del cuore con la colonna sonora che riprende alcuni temi fondamentali della saga e li rielabora in uno dei pochi veri momenti di modernità.

I difetti del film sono solo due, anche se veramente fastidiosi: il pugile Fedez, inguardabile, e il doppiaggio dei commentatori nello scontro finale, nasale come mai, che rischia seriamente di sciupare uno dei combattimenti più belli degli ultimi anni.

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Attenzione: tornati a casa vorrete salire di corsa le scale e alzare le braccia al cielo, pazienza se dopo sputerete un polmone.

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