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Recensione

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Spider-Man: Homecoming — la recensione

Tra voglia di crescere e paura di bruciarsi, l’ennesimo remake dell’Uomo Ragno è una commedia di formazione con uno dei migliori cattivi Marvel

Cosa sono gli adulti quando sei alle soglie dell’adolescenza? Figure noiose che ti dicono cosa devi fare, che ti frenano mentre vorresti spaccare il mondo che ti parlano e non ti capiscono, lontane come Captain America che impartisce lezioni di morale in televisione. Allo stesso tempo però ti regalano giocattoli bellissimi e aneli disperatamente la loro attenzione perché ti facciano fare “le cose dei grandi” tipo bere la schiuma della birra, guidare la macchina nel parcheggio o combattere negli Avengers.

Questo il succo di Spider-man: Homecoming, freschissimo ed ennesimo remake dell’Uomo Ragno che si libera del fardello dei suoi predecessori per mostrarci un Peter Parker ragazzino, goffo sia nei combattimenti che a scuola e perennemente diviso tra il fare la cosa giusta e quella conveniente, con e senza maschera.

D’altronde se c’è un eroe più vicino al mondo dei ragazzi quello è Spider Man, gli altri sono adulti in costume alle prese con complessi irrisolti, alcolismo, turbe psichiche, lutti mai elaborati. Peter è l’unico eroe che porta un fardello simile, ma sulle spalle di una persona che ha (o aveva) quasi la stessa età di chi lo legge.

Spider-Man: Homecoming è dunque un ottimo film per ragazzi che fila liscio liscio, prendendosi forse più tempo del dovuto in alcuni momenti, ma mantenendo sempre alta l’asticella sull’entusiasmo e senza sbandare troppo con la trama.

Al centro di tutto c’è infatti l’incredibile energia di Peter Parker, uno che improvvisamente si è trovato a lottare con gli Avenger e parlare con Tony Stark in persona, che avverte il freno di una vita comune, fatta di compiti e gare di nozionismo e le tentazioni di un mondo fantastico per cui non è ancora pronto.

Da questo punto di vista il titolo è perfetto. L’Homecoming nel mondo americano è il ballo di fine anno, quel momento in cui i ragazzi sono chiamati a vestirsi come adulti e comportarsi come tali, una sorta di ballo delle debuttanti (che spesso coincide con la famigerata “prima volta”).

Nonostante la leggerezza di fondo, Peter Parker è di fatto l’emblema della giovinezza, anzi della giovinezza di oggi, fatta di video diari, ansie sociali, tecnologie potenti ma usate male, adulti che spesso sono l’esempio sbagliato e un mondo che non vede l’ora di sapere tutto di te, in cui non vorresti tuffarti a testa bassa, ma che in qualche modo devi respingere.

Dall’altra parte l’avvoltoio di Keaton, contrappasso ironico di Birdman, è lo specchio dell’uomo della strada che subisce le gesta degli eroi e non ci sta, che per rimanere a galla di un mondo fatto di dei decide, novello Icaro, di farsi dio a sua volte sfruttando il proprio ingegno. Il sottoprodotto di chi agisce per fare del bene, ma a inavvertitamente crea il male. Nonostante una certa confusione nello scontro finale, finalmente abbiamo un antagonista degno, carismatico, sfaccettato e che mette in scena scontri interessanti.

Purtroppo dal punto di vista visivo anche questa volta ci troviamo di fronte all’episodio di una lunga serie TV ambientata al cinema, da questa pastoia non si sfugge e probabilmente non ne sfuggiremo mai.

Al netto di queste considerazioni, il maggior pregio di Spider Man: Homecoming sta nel suo saper rimanere nel mezzo tra la commedia e il racconto di formazione, tra la simbologia e il divertimento. Tra voglia di dirti tutto e capacità di tenersi del materiale per i film successivi, offrendo un film che pur non cercando l’ossessiva aderenza al fumetto riesce comunque a cogliere l’essenza dell’arrampicamuri.

L’unico momento in cui si capisce che da grandi poteri derivano grandi responsabilità è arrivato durante l’anteprima, quando uno dei protagonisti parla di un film porno e in sala un bambino ha chiesto “mamma, cos’è un film porno?”.

Creed — La Recensione: Creederci sempre, mollare mai

Ultimamente il mondo del cinema ci mette sempre più spesso di fronte a operazioni nostalgia, prequel, spin-off, reboot e altri favolosi nomi che tradotti significano “non abbiamo più idee”. È altrettanto certo però che non ne avremmo così tanto la nausea se tutti sapessero riscaldare la minestra come ha fatto Stallone.

Creed guarda la recente cinematografia fatta di giovani problematici, Young Adult che rifiutano la guida dei più grandi e figure paterne assenti o colpevoli e gli urla in faccia che è il momento di tornare ai bei film degli anni ’90, quelli che ti dicevano cos’era giusto e cosa sbagliato, che ti rassicuravano ricordandoti che là fuori è dura per tutti, non solo per te, e che quindi farai bene a smettere di lagnarti e ad allenarti, ascoltando chi ne sa più di te, invece di sperare di risolvere tutto solo perché pensi di essere bravo. E quando cadi stai tranquillo che c’è la famiglia, quella tradizionale (ovvero in stile Fast & Furious), fatta di persone che ti vogliono bene anche quando fai una cazzata.

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Creed è un film in cui tutti lottano. Lotta la Signora Robinson (sì, quella della serie TV) che adotta un figlio simbolo del tradimento di un marito che tanto ha amato, lotta la cantante che vuole raggiungere il successo ma deve fare in fretta perché sta diventando sorda. Si lotta contro il cancro, contro la mancanza, contro l’avversario, contro la boria, contro i luoghi comuni, contro i propri demoni. Non c’è un solo personaggio nel film che non dimostri una sacrosanta verità: la vita è un casino e bisogna saper rispondere ai suoi colpi, se non per la vittoria, almeno per uscirne a testa alta.

Per rendere questo concetto l’estetica del film abbandona ogni fronzolo dei canoni moderni per riproporre una grande messa in scena degli anni ’90 come se li filmassimo oggi. Filadelfia è una città priva di lustrini e trovate architettoniche, solo mattoni rossi, ristoranti pacchiani, sporco e tanto traffico. Le palestre illuminate e pulite lasciano presto il passo a buchi semivuoti in cui un vecchio con anni di esperienza può tirarti fuori il meglio senza troppe distrazioni e dove il sacco che colpisci ha più anni di te. È un mondo dove quando vinci, hai dato così tanto che non vai a festeggiare in un club con le zozze, ma crolli sul divano. La gente veste normale, le ragazze hanno i capelli come Janet Jackson, gli zarri impennano con le moto e i colori sono ricchi di contrasto e saturi, come se fossero usciti da una vecchia cinepresa.

La storia è invece un collage dei Rocky precedenti, c’è il ragazzo bravo ma inesperto, c’è il campione che decide di scontrarsi col giovane, c’è la voglia di riscatto, c’è la compagna di carattere ma che non smette mai di supportarti, c’è il training montage, anzi ce ne sono due, perché non si sa mai, e poi c’è Stallone, che è ferito senza essere patetico, quasi dolce col suo cappellino, gli occhialetti e la rosa adagiata sulla tomba della moglie. È una leggenda che passeggia tra i comuni mortali con semplicità e modestia, fiero dei successi e consapevole delle cadute, che ora più che mai rispecchia il cammino di Stallone, un uomo con le idee chiare che ci ha creduto fino in fondo, senza mollare mai e nonostante il pregiudizio di chi lo tacciava come semplice action-man.

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Tuttavia, queste ottime premesse potevano andare a puttane con una facilità incredibile. Esattamente come il suo protagonista, il film era un giovane di belle speranze e dal passato glorioso che aveva tutto da dimostrare. Come un pugile ansioso di successo rischiava di perdersi tra allenatori sbagliati, doping e ragazze facili. Invece anche qua Stallone, ma soprattutto Coogler e Covington dimostrano di avere una mano fermissima nel trattare la materia.

Il fulcro della storia sono i combattimenti e l’allenamento di Adonis Johnson/Creed? E allora quello dev’essere sempre in primo piano. La storia d’amore, i drammi, i momenti felici, ruotano tutti attorno a questo centro, senza mai sbracciare per un po’ di attenzione e senza mai cadere nel facile trucchetto della scena hot o del momento strappalacrime. Anche la figura di Apollo è usata solo quando serve, senza esagerare, come la scarica di adrenalina che permette di farcela anche quando tutto sembrava finito.

Ed ecco quindi che, proprio come nel primo Rocky, torna la steadycam che ci regala momenti di boxe talmente intensi che quasi lasciano i lividi e almeno un paio di piani sequenza prima dell’ingresso sul ring e durante un match che fanno digrignare i denti per quanto sei teso e carico. Non male anche la scelta di presentare i vari pugili del film con un fermo immagine ricco di statistiche in stile videogioco, unica concessione di una regia che guarda molto al passato.

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Ovviamente parliamo di un film di combattimenti, quindi ci sarà sempre il coglione che se ne esce con “eh ma nella verità mica si picchiano così tanto”? Ma a noi che ce ne frega. Siamo troppo impegnati a sincronizzare i battiti del cuore con la colonna sonora che riprende alcuni temi fondamentali della saga e li rielabora in uno dei pochi veri momenti di modernità.

I difetti del film sono solo due, anche se veramente fastidiosi: il pugile Fedez, inguardabile, e il doppiaggio dei commentatori nello scontro finale, nasale come mai, che rischia seriamente di sciupare uno dei combattimenti più belli degli ultimi anni.

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Attenzione: tornati a casa vorrete salire di corsa le scale e alzare le braccia al cielo, pazienza se dopo sputerete un polmone.

The Revenant — La recensione: Il buono, il brutto e il redivivo

Cosa fareste per un Oscar? Sareste disposti a mangiare pesci crudi? A dormire dentro la carcassa di un cavallo? A rischiare di perdere una mano per il freddo? Io forse no, voi non lo so, ma né io né voi siamo DiCaprio, che ogni giorno si alza in una villa di lusso, cercando di non svegliare l’ennesima modella che gli dorme accanto, per vedere immagini come questa.

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The Revenant è una storia di vendetta che mette in scena una leggenda americana più volte raccontata e rimasticata: Hugh Glass, cacciatore, guida e esploratore viene quasi fatto a pezzi da un orso, i suoi compagni lo lasciano da solo in mezzo ai boschi, credendolo morto, ma lui non solo sopravvive contro ogni pronostico ma li trova e si vendica.

Iñárritu (scritto rigorosamente col copiaeincolla) prende questa storia e la trasforma in un lunghissimo virtuosismo fatto di panorami mozzafiato, luci naturali, piani sequenza e movimenti di macchina che ispirano ammirazione ad ogni cambio di inquadratura. Lo spettatore è continuamente rimbalzato tra campi così stretti che il fiato degli attori appanna la macchina da presa e scorci che sembrano presi da un documentario sul Canada, pronti a puntare il dito sull’insignificante dimensione dell’uomo di fronte alla natura. Ci sono momenti in The Revenant in cui puoi quasi percepire la difficoltà di catturare quella lama di luce, quel riflesso, quel momento perfetto, quell’espressione dell’attore che si sveglia dentro il ventre di un cavallo morto. La scena dell’attacco degli indiani riscrive completamente le regole del western e rappresenta per il genere ciò che lo sbarco in Normandia di Salvate il Soldato Ryan fu per i film bellici.

D’altronde il regista con Birdman aveva fatto capire che i blockbuster facili li voleva lasciare agli altri, adesso era arrivato il momento di tenere fede alla parola data.

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Una bellezza inalterata e selvaggia dunque, che contrasta con l’incredibile durezza della vita dei coloni americani del 1800, personaggi rozzi, brutali e animaleschi dipinti fondamentalmente come uomini delle caverne che hanno sostituito la clava col fucile. Un mondo in cui gli uomini si uccidono, rubano e ballano ubriachi mentre le donne sono poco più che oggetti con cui sfogare gli istinti più bassi, in cui anche gli indiani non sono certo il classico “buon selvaggio” ma ribelli incazzati col mondo che non ci pensano più di tanto a piantarti una freccia in gola.

Se The Revenant è un western (e non credo lo sia) cerca di farlo nel modo più spietato possibile, buttando via il mito della frontiera, dei coloni gentili e dell’eroismo per lasciarci un gruppo di razziatori in territorio ostile che arraffano ciò che possono e chiamano gli indiani “negri degli alberi”.

Questo non vuol dire che non ci sia spazio per un certo spiritualismo, affidato ai sogni in cui Glass rivede la moglie morta e dove il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki può dare libero sfogo al suo lato più visionario e “malickiano”.

The Revenant è il classico film che fa della violenza e di un certo compiacimento splatter una parte fondamentale della propria narrazione e che pur raccontando una storia incredibile cerca di farlo col maggior realismo possibile, senza lesinare dettagli di budella, sangue, frecce che trapassano occhi e gole che gorgogliano per il sangue. Il tutto è incorniciato da una colonna sonora dal suono sorprendente moderno, che accompagna le immagini alternando ritmi ossessivi e quasi tribali a momenti più evocativi ed eterei.

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Essendo la storia così semplice che la si potrebbe narrare solo per immagini, il film fa un uso estremamente parsimonioso della parola, soprattutto per quanto riguarda DiCaprio, che, complice una ferita alla gola, si esprime per gran parte del film con rochi grugniti e sguardi allucinati. Il risultato è una performance estremamente credibile nel ruolo di vera e propria incarnazione della Vendetta, lontana da ruoli facili e gigioni come quelli di Django e Il Lupo di Wall Street. Se è vero che l’Academy ama chi è disposto a perdere il proprio fascino hollywoodiano recitando ruoli in cui appare brutto, deforme e persino ridicolo, non so altro cosa possa fare il povero Leo per convincerli.

Un altro che rischia seriamente la statuetta è Hardy, ormai perfettamente calato nel ruolo dell’attore trasformista, che mette in scena un cacciatore di pelli texano molto loquace, sfregiato, avido e cinico dall’accento quasi incomprensibile. Un cattivo perfetto con cui è praticamente impossibile empatizzare, un personaggio sgradevole e fastidioso, completamente lontano dal fascino del male.

La Vendetta è senza dubbio l’apparente tema principale di The Revenant, ma ci sono almeno due altri importanti tematiche che scorrono parallele, uno è il senso del divino e l’altro è il bisogno umano di qualcosa che ti porti avanti, uno scopo supremo che ti permette di superare tutto ciò che hai di fronte. I due temi sostanzialmente si mescolano in un unico grande messaggio: tutto ciò che ti tiene in vita, tutto ciò che fa battere il tuo cuore, sia la voglia di vendetta, uno scoiattolo che ti impedisce di morire di fame, il desiderio di una vita migliore nel Texas, tua moglie morta diventa automaticamente il tuo dio personale.

Il problema di tutta questa magnificenza, di tutto questo ben di dio visivo e di questa incredibile prova attoriale drammatica è che purtroppo in certi momenti crolla sotto il suo stesso peso. Ci sono momenti in cui The Revenant sembra un episodio girato molto bene di “Uomo vs Natura” con DiCaprio al posto di Bear Grylls. Il modo quasi fortuito con cui il protagonista riesce a sfuggire la morte per mano di un orso, del freddo, della gravità, degli indiani, della setticemia, delle rapide, guarendo in poco tempo da ferite terribili che vengono cauterizzate con la polvere da sparo (sì, come in Rambo) o curate, come in Call of Duty, dal semplice riposo, tendono ad assumere col tempo un retrogusto comico.

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Ok, sei lo spirito della Vendetta, sei una fottuta nemesi personificata, però a tutto c’è un limite. Inoltre la quantità di sfighe che sembrano tormentare Glass e chiunque osi condividere la sua strada sembrano figlie di una di quelle capricciose divinità che fecero vagare Ulisse per anni. In effetti ci sono momenti in cui The Revenant più che un western atipico sembra una tragedia greca ambientata in Canada.

Questa apoteosi di fortuna e sofferenze finiscono per risultare quasi ridicole e per certi versi impediscono al film di creare un forte legame con lo spettatore. Noi non soffriamo con Glass perché ciò che gli succede è totalmente fuori da questo mondo. Pur riconoscendo l’evidente sforzo produttivo e recitativo finiamo per rimanere tutto sommato molto distanti dalla sua storia e dal suo dolore perché è troppo perché è semplicemente troppo.

Il risultato è una pellicola bellissima, ricca di scene spettacolari ma che rischia in certi momenti di scadere nel virtuosismo fine a sé stesso, nel “Dio cristo, sto mangiando carne cruda con le palle a bagno in un fiume gelato, me lo dai questo fottuto Oscar?”.

Dunque Academy fallo, prima che qualcuno si faccia male sul serio.

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Mad Max: Fury Road — La recensione

Alla fine l’ho voluta scrivere lo stesso, anche se lo han già fatto tutti, perché se il successo di Mad Max è un corteo di auto cromate che rombano verso l’orizzonte cantando la sua gloria, voglio aggiungere il mio grido, sollevando bene in alto il volante. AMMIRATEMI!

Tranquilli, niente spoiler.

Ritroviamo Max così come lo avevamo lasciato, accanto alla sua V8, mentre mastica una lucertola ancora viva. Intorno a lui un mondo che ha modellato la sua religione intorno al culto del motore, dell’acqua e di chi la possiede. Poi il film preme sull’acceleratore e alzerà il piede solo ogni tanto, giusto per far raffreddare il motore, ma senza fermarsi mai.

Se il diavolo è nei dettagli allora Miller è il signore degli inferi. Ogni oggetto, auto, persona, scenografia, inquadratura e paesaggio ci raccontano qualcosa senza spiegarci mai niente in maniera plateale, basta vedere.

Donne grasse a cui viene estratto il latte come se fosse acqua della vita.

Colture rigogliose nascoste al popolo per il piacere di un piccolo gruppo di nobili deformi.

Un culto suicida che ha elevato il V8 a divinità. Forse la parte più bella del film.

Volanti che vengono distribuiti come ostie prima di una messa di distruzione.

Vernice spray cromata usata per benedire i martiri che chiedono una sola cosa: l’ammirazione.

Il mio arrivo è atteso nel Valhalla, sono cromato e pieno di ottani, ammiratemi!

Una corte di mostri d’acciaio in cui un pazzo suona la chitarra elettrica senza mai fermarsi, ebbro per la voglia di uccidere.

Sabbia, rabbia, ruggine, tatuaggi, bubboni, sangue, sudore, benzina e fiamme. Altro non serve.

L’unica pecca? Forse le spose, banali, semplici, belle e occidentali. Forse l’intento era proprio quello di farle apparire diverse e angeliche rispetto al mondo che abitano, ma sembrano uscite da un sfilata di intimo, non da un mondo distrutto.

Un film che gestisce i propri ritmi in maniera perfetta, che non è assolutamente “120 minuti di sparatorie e inseguimenti”, ma sa quando è arrivato il momento di far riprendere fiato allo spettatore, per poi iniettargli dritta nelle sinapsi un’altra infornata di scene memorabili.

La trama rispetta i canoni della serie, è essenziale, minima, forse ha un solo tentennamento: una redenzione e un perdono un po’ troppo sbrigativi, necessari per il proseguimento della folle corsa narrativa.

E Max? Max non è assolutamente il centro dell’azione, è solo uno dei tanti che vivono la storia, a volte le prende, a volte le dà, ma se si fosse chiamato Piero non sarebbe cambiato molto. Il suo è solo un nome che serve a far capire allo spettatore dove ci troviamo e di cosa stiamo parlando. Hardy è bravissimo nel lavorare di sottrazione, nel creare un eroe che è fondamentale senza farti credere di esserlo, per poi sparire quando il suo compito è terminato.

E gli altri? Tutti bellissimi, tutti perfetti, anche nella morte.

Ma perché parlare ancora? È inutile. Fury Road è un film talmente basato sulle proprie capacità visive e su un montaggio serrato e brutale che parlarne è come cercare di descrivere un colore, raccontare a parole un incidente d’auto: potrai dire chi è morto, ma non riuscirai mai a rendere perfettamente le lamiere contorte, il puzzo di benzina, il sangue sull’asfalto. Puro cinema in movimento.

George Miller trent’anni fa ha scritto un film che ha cambiato la storia del cinema, ora è tornato a ricordarci perché lui sì e gli altri no.

Che splendida giornata!

Che noia questo film, è pieno di esplosioni

Cosa volete che vi dica su Mad Max: Fury Road? Stanno uscendo recensioni entusiastiche come proiettili in una sparatoria, sarei solo l’ennesimo tamburo che batte folle e felice l’avvento di un film incredibile.

Le strade sono due: abbandonarsi al fatto di aver visto un film come non se ne vedevano da anni, bellissimo, imprescindibile e storico, che riesce a riappropriarsi di tutto l’immaginario che gli avevano rubacchiato in questi 30 anni urlando la propria supremazia, oppure possiamo sentirci così schiacciati dall’unanime giudizio positivo da dover a tutti i costi dire ribadire che noi, noi non siamo massa! Ci abbiamo trovato i difettucci e gne gne, nella speranza che qualcuno ci dia corda per l’ennesimo inutile dibattito sull’internette.

Ah sì poi c’è Mereghetti.

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Io non ho la sua cultura cinematografica, ci mancherebbe, quindi non mi permetterei mai di mettere in dubbio anni e anni di onorata carriera, però se già in passato hai scritto che Lo Hobbit è un romanzo che Tolkien ha scritto per sfruttare l’effetto prequel del Signore degli Anelli beh qualche dubbio sulla mia formazione globale me lo farei venire.

Nella recensione cartacea leggiamo: “L’imperatrice Furiosa, una Charlize Theron vergognosamente imbruttita e con un braccio monco”.

Mi piace quest’idea di giudicare un film in base a quanto vengono imbruttite le attrici, che ne dici Mereghetti, gliele vogliamo dare cinque stelle a Weapon of Ass Destruction o un qualunque film porno? Là sì che le attrici sono bellocce! Fottiamocene del fatto che la Theron un Oscar l’ha vinto proprio imbruttendosi! Fottiamocene del fatto che il suo sia un personaggio inusuale, forte e interessante! È brutta! Buuuuh!

Poi nel giro di qualche riga: “Nel giro di 120 minuti assistiamo a scontri, esplosioni, lotte e incendi” e dopo poco si parla di “noia che impossessa lo spettatore”. Forse ho capito, quando non stronca i film che non gli piacciono perché non sono roba coreana, intimista e girata a rallentatore, Mereghetti fa il mercenario per i signori della guerra ugandesi, quindi è così abituato a “scontri, esplosioni, lotte e incendi” che lo annoiano, povera stella. Ce lo vedo a tagliare braccia in Rwanda con lo sguardo annoiato da catena di montaggio.

Ma meglio ancora è la recensione online che parla di un film in cui “la storia non esiste”.

Come se in Mad Max 1 e 2 ci fosse chissà quale intreccio. Max non è mai stato un film di storie potenti, ma di immagini potenti. È come lamentarsi che muore troppa gente in una tragedia greca. Non è il come, ma il cosa, anche “Lo Squalo” è solo uno pescione che mangia la gente.

Che non ha “né la forza né il fascino dei precedenti, ma che esagera soltanto”.

Quando è evidente che a monte c’è stato un lavoro mostruoso per quanto riguarda la caratterizzazione di personaggi, mezzi, costumi e simbologie di ogni tipo. Come se gli altri film non fossero esagerati nella loro messa in scena. Non erano così solo perché non c’erano soldi.

Che questo “non sarebbe neppure cinema, ma un divertimento per bambini che annoia dopo 10 minuti”.

Ancora qua siamo? Ancora al fatto che il cinema d’azione è infantile e il cinema vero sono le storie appassionanti, i grandi silenzi, il montaggio analogico e l’occhio della madre? Ancora con questa critiche vagamente politicizzate? Il cinema è movimento, è emozione, è potenza visiva, dai eh? Volete proprio dare ragione a Birdman eh?

E poi il tocco finale: “Più che un film è un videogioco”.

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Forse complimento più bello Mereghetti non poteva farlo, visto che i videogiochi ormai sono in grado di fornire una ricchezza narrativa che molti film possono solo sognare. Il problema è che qua siamo ancora fermi a Pac-Man, ai giochini per bambini, a una separazione tra narrativa “alta” e “bassa”, con un totale scollamento da linguaggi, opere e medium moderni. Se ci metteva “americanata” e “fumettoso” faceva il tris di banalità.

È il vecchio che guarda i lavori e si lamenta che ai suoi tempi i palazzi erano belli squadrati e non con tutto ‘sto ferro e acciaio da fighetti.

Niente funziona meglio del nuovo per scovare i vecchi tromboni, Mereghetti è senza dubbio un ottimo critico, ma per un certo tipo di film, così come esistono cuochi più adatti per determinati tipi di cucina, qua sfigura come un centometrista a una maratona. Il cinema si muove, Mereghetti no.

Il cinema è grande e Mad Max è il suo profeta.

Godzilla, ovvero la tensione mostrica

Normalmente per fare un buon film di mostri ci vogliono: uno scettico, un paranoico e molte persone che sparano a caso, ma Godzilla ha dimostrato che non è poi così male metterci dentro un po’ di “tensione mostrica”.

Se non sapete cos’è, partiamo dalle basi.

La tensione erotica è quella cosa per cui se metti un uomo e una donna nella stessa stanza, qualcuno li immaginerà subito a scopare, e tu devi fare in modo che ciò accada il più tardi possibile, perché dopo è un lungo 26 dicembre narrativo.

Sulla tensione erotica ci hanno campato e ci campano parecchie serie TV di ogni genere, tipo quando in X-Files c’era gente che non vedeva l’ora di una scena di sesso tra Moulder e Scully, e anche parecchie donne dell’era pre Youporn le devono un discreto numero di cene fuori.

Ecco, adesso immaginate di sostituire due tizi che trombano con due mostri alti come un grattacielo. Se tu me li metti in un film, io mi aspetto che si picchino come si deve e che siano ben inquadrati mentre lo fanno, così come se mi metti un cattivo grosso in un film io mi aspetto che si picchi col protagonista.

Questa è la tensione mostrica, e Godzilla è l’equivalente della liceale indecisa delle tensione mostrica.

Tutto il film è giocato sul fatto che i mostri si dovranno picchiare, ma ogni volta in cui la situazione sembra degenerare in una rissa da bar da miliardi di tonnellate, la scena cambia, lo scontro rimane nel campo dell’intravisto, magari in televisione o attraverso una porta che si chiude, e noi rimaniamo con le mutande calate e la faccia un po’ così, mentre Gareth Edwards si ritrae mugugnando “No, no, no, non mi sento pronta, io di solito i film di mostri li faccio senza mostri”.

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MAREMMA PUTTANA COSA CHIUDI COSA!

È un male questo? No, perché anche se non lottano tra di loro i mostri spaccano tutto. Spaccano treni, spaccano aerei, spaccano città, spaccano perfino un sorvegliatissimo deposito nucleare senza che nessuno se ne renda conto, alternando bene le fasi “Ok adesso dobbiamo parlare un po’ per far capire quello che fanno gli umani” a quelle in cui c’è solo da ammirare la magnificenza della distruzione.

E caspita se è fatta bene la distruzione, ma risparmiatemi frasi tipo, “ottima fotografia”.

Poi arriva lo scontro finale e per i vostri occhi sarà la scopata del secolo, sarà esattamente come vorreste che fosse la vostra prima volta con un film di mostri, una sequela di schiaffi magistrali in cui si riesce perfino a tollerare la presenza umana, che in certi punti sorpassa Pacific Rim facendogli i fari.

Ecco, volendoli paragonare, Godzilla sta a Pacific Rim come i Nirvana stanno ai Foo Fighters. A Godzilla gira il cazzo SEMPRE, soprattutto quando gli tocca muoversi, perché si capisce che lui vorrebbe stare a non fare un cazzo nella Fossa della Marianne mangiando calamari giganti, e invece gli tocca portarsi dietro il peso di essere la metafora vivente dell’orrore nucleare che un po’ aiuta gli umani ma alla fine gli oblitera le città.

Godzilla non è slanciato e non fa le mossette, Godzilla è grosso, c’ha il fisico a pera e quando si rialza dopo aver preso i colpi sembra me in pieno dopo sbronza che dormo sulla spiaggia, ma soprattutto ha un carisma che si mangia il film in un solo boccone ogni volta che compare sulla scena, con buona pace degli attori, che non sono altro che figurine di carta utili solo a farci vedere quanto lui sia più grosso rispetto a loro

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Ciao, sono il lunedì mattina dell’umanità

Cranston, ad esempio, che vince il premio “minor numero di minuti su schermo in rapporto a quanto il marketing ci ha battuto sopra”.

In una cosa i due film sono uguali, le puttanate, ma quando capisci che oltre a tutto il resto, in un film di mostri gli umani devono fare puttanate, allora va tutto meglio.

Ci son tipo quelli che mentre i mostri si picchiano da circa un’ora sono ancora in ufficio e li guardano stupiti come se non facessero rumore come quattro terremoti. Ma che cazzo ci fai ancora in ufficio, devi finire la partita a Candy Crush?

Ci sono fucili che scompaiono e riappaiono in mano a chi li aveva persi, gente a cui cadono treni in testa e sopravvive, personaggi principali che casualmente sono sempre dove succede il casino, il già citato supermegacentro di scorie nucleari in cui nessuno si rende conto che manca metà della montagna in cui è scavato, mostri enormi che prendono di sorpresa soldati che li potrebbero vedere coi satelliti e infine, l’idea delle idee (SPOILER!).

Visto che i mostri si stanno dirigendo verso San Francisco, perché non li attiriamo mettendo una bomba atomica proprio vicino a San Francisco? Eh bravo coglione, bell’idea, anche io per non farmi notare scorreggio sempre quando l’ascensore e pieno di gente.

Poi va beh c’è una scena con un mostro che si mette un razzo nucleare nella sua enorme vagina, ma ho rimosso.

Ma grazie per aver lavato l’onta del film con Broderick.