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La zingarata di Panenka per alzare la coppa

“Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione” 

Il 24 ottobre 1975 le sale cinematografiche italiane si riempiono per la proiezione di quello che, a posteriori, verrà definito come l’inizio della fine della “commedia all’italiana”.

Un filone dolceamaro che ha accompagnato la vita del nostro Paese, raccontandone vizi e virtù come mai nessuno in futuro sarà in grado di fare. Quel giorno d’autunno è in programma in cartellone una commedia corale. Ha avuto una genesi travagliata, dato che il suo regista, Pietro Germi, è passato a miglior vita pochi mesi prima e la produzione ha deciso di affidarsi al suo naturale sostituto: Mario Monicelli.

Il nome della pellicola, secondo uno degli attori protagonisti, pare provenga proprio da una frase che Germi disse durante il suo commiato alla cinepresa. “Amici miei, ci vedremo, io me ne vado”. Le prime due parole daranno il titolo non solo al film e ai suoi due seguiti, ma saranno il marchio di un certo stile di vita: non prendiamoci troppo sul serio, ridiamo alla vita e della vita, prima che l’abbraccio della morte ci colga nel momento inaspettato.

Sei giorni dopo, in un luogo dove sicuramente “Amici Miei” non è stato proiettato, si gioca una partita chiave per le qualificazioni ad Euro ’76. A Bratislava si affrontano la Cecoslovacchia e l’Inghilterra.

Gli ospiti sono avanti in classifica di due punti e hanno già battuto i ragazzi di Ježek 3-0 a Wembley esattamente un anno prima. Vanno in vantaggio con Channon e a questo punto è cosa fatta. Se non che, da un calcio d’angolo tirato a pochi secondi dall’intervallo, i bianchi si addormentano e Nehoda impatta. Nella ripresa Galis in tuffo di testa fa 2-1. Il che vuol dire vittoria e aggancio in graduatoria.

Da quel momento, gli uomini in maglia rossa non sbaglieranno più un match e si guadagneranno i quarti di finale per la manifestazione dell’anno successivo. Dove soverchieranno ancora una volta i pronostici, sbattendo fuori i vicecampioni d’Europa sovietici. Il gol del 2-0 della prima partita lo segna un ragazzo praghese, occhi chiari e baffo molto anni ’70, che gioca da interno di centrocampo. Si chiama Antonín Panenka e da qualche parte di nascosto deve aver pur visto il capolavoro di Monicelli, altrimenti non si spiega da dove abbia preso spunto per un gesto che, nell’estate del ’76, cambierà per sempre il gioco del calcio.

La regia non fu il solo intoppo nella produzione di questo capolavoro.

Innanzitutto la location: Germi scrisse il film, insieme al mitico trio Benvenuti – De Bernardi – Pinelli, perchè fosse ambientato a Bologna. Con l’arrivo di Monicelli, si decise di piantare il set a Firenze. Una Firenze che fosse la meno turistica possibile. E quindi, addio al Duomo, al Ponte Vecchio, al Campanile di Giotto. Qualche scorcio dall’alto delle colline e per il resto si punta su luoghi autentici, depurati dai click delle fotocamere dei turisti. I bar sono quelli di tutti i giorni. I palazzi e gli interni raffigurano le abitazioni italiane del secondo Dopoguerra. Genuinità, non semplicità.

Scelto il luogo, tocca agli interpreti. La produzione punta tutto su Mastroianni, reduce da un’altra pellicola che gioca con la vita e la morte (“La grande abbuffata”). Sicuro del fatto che la sua prestazione sarebbe stata “soffocata” da quella dei suoi colleghi, Marcello rifiuta. Si tenta allora di rimettere insieme una grande coppia della commedia televisiva: Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello. Rifiuta anche quest’ultimo e allora si arriva al quintetto che tutti conosciamo: Tognazzi – Noiret – Del Prete – Moschin – Celi. Se fossimo nel basket sarebbe senza dubbio un “Dream Team”.

Quando vengono diramate le convocazioni per la fase finale dell’Eurocoppa, che si disputerà in Yugoslavia, Panenka ha 27 anni e fa parte di una delle più vecchie squadre della capitale: il Bohemians Praga. Maglia biancoverde, gioca nel piccolo stadio “Ďolíček”. E non vince mai. Ma al ragazzo importa poco, a Vršovice è comunque un idolo, tant’è vero che è l’unico dei suoi ad essere convocato per la final four di giugno. Casacca numero 7 e il compito di provare a dar del filo da torcere alle vere favorite del torneo. Già, perchè al momento del sorteggio delle due semifinali, non c’è un solo addetto ai lavori che non lo pensi: la finalissima del “Marakana” di Belgrado sarà la stessa del Mondiale di due anni prima: Germania Ovest – Olanda.

Sono fortissimi e hanno cambiato poco rispetto al 1974. Sono le espressioni di due modi vincenti di vedere il football, ovvero: l’Ajax di Michels del calcio totale e il Bayern Monaco, che di quella nazionale è la spina dorsale. Beckbenbauer da una parte e Crujiff dall’altra, com’è solo possibile immaginare che non arrivino loro due la sera del 20 giugno a giocarsi la coppa “Henri Delaunay”?

E poi, se proprio vogliamo essere bastian contrari, delle due sparring partner, forse sono gli slavi che se la possono giocare. In giornata tengono testa a chiunque e hanno il fattore campo dalla loro. I cecoslovacchi? E chi li conosce! Sí, sono una nobile decaduta del calcio anni ’30, quello “danubiano” che battagliava con gli azzurri di Pozzo, ma sono passati quarant’anni. E poi, per legge, non possono trasferirsi oltreconfine prima dei 32 anni. Misteriosi,  anche se, quei pochi che li conoscono dicono che siano al top del loro ciclo.

“Un inno alla vita di cinque ragazzi che non vogliono crescere”. Lorenzo Baraldi, lo scenografo, descrive alla perfezione il senso di “Amici Miei”.

É vero che si ride, e tanto, per oltre due ore, ma è un riso amaro, e ci scusi Giuseppe De Santis per l’accostamento con il suo film. Non è una risata sguaiata, dove la volgarità è totalmente gratuita. É sarcasmo, è il gusto della trovata scherzosa, ma di classe, sanamente cattiva, ma originale. Si ride sempre con il rischio che, all’improvviso una lacrima scenda dalle guance. Una “malincommedia”.

Un viaggio a ritroso nell’adolescenza di cinque uomini che ormai adolescenti non sono. Sono cinquantenni insoddisfatti, bugiardi, immaturi, fedifraghi, che vivono da ricchi pur essendo poveri, che scappano alla morte e alla solitudine vivendo alla giornata. Parola d’ordine: zingarata. Evasione dalla vita di tutti i giorni che può durare ore o settimane. E allora sotto con le goliardate e alla caccia alla prossima “vittima” in una Firenze che è cornice perfetta per il loro spirito di fanciulli dispettosi e simpatici allo stesso tempo.

Raffaello Mascetti non poteva non essere rappresentato che da Ugo Tognazzi. Uno dei colonnelli del cinema italiano che impersona un nobile decaduto, povero in canna, sposato con figlia, ma totalmente assente dalla famiglia. Gli amici, gli scherzi, i giri in auto per la Toscana, la bella vita, mangiare e scopare prima che il sogno finisca. Ci scusiamo per la superficialità, ma c’è molto di Tognazzi nel suo personaggio. Lui, dedito ai piaceri della buona tavola, grande chef e, al contempo, gran playboy. E Lello è senza dubbio alcuno il capo di quella banda di matti, quello che si incazza al solo vederli annoiati, che non può esistere un momento senza una “zingarata”.

Come arriva la Cecoslovacchia a quei giorni di giugno del ‘76? Senza pressione e con la fama di quelli che hanno buttato fuori l’Unione Sovietica.

I rossi di Praga non giocano un mondiale dal 1970 e un Europeo da sedici anni. I bookie li danno nettamente sfavoriti però qualche buona individualità esiste in rosa. Per esempio Ivo Viktor, portiere del Dukla Praga, o Anton Ondruš, capitano che gioca con lo Slovan Bratislava e comanda la difesa di Ježek. Di Panenka abbiamo già parlato, ma al suo fianco c’è Karel Dobiaš, che lascerà il segno su quell’edizione del torneo. E davanti il ct non è certo messo male: può scegliere tra Masny, Švhelik, Vesely e Nehoda. Quest’ultimo è praticamente inamovibile e lo sarà per sempre nella storia di questa squadra che non esiste più. Perchè se andate a spulciare le statistiche dei giocatori con più presenze e, alla seconda posizione con più gol, con la maglia cecoslovacca troverete: Zdenek Nehoda, con 90 gettoni e 31 reti spalmate in ben sedici anni di gloriosa carriera con la sua selezione.

Rambaldo Melandri, alias Gastone Moschin, è l’opposto del conte.

Single, dal facile innamoramento, il bersaglio del gruppo. Colto, dal gusto raffinato, l’architetto è l’intellettuale dei cinque. Per una donna entra ed esce dalla compagnia e quando torna sono bischerate da qui all’eternità. Duilio Del Prete veste i panni di Guido Necchi, titolare del bar – ritrovo degli “zingari”, spesso usato come base per uno di quegli indimenticabili scherzi. Un po’ più rozzo dei suoi compagni, deve spesso giustificare alla moglie le sue frequenti lontananze. Nell’atto II, Del Prete, forse contrario all’idea di un sequel, consegnerà le chiavi del bar a Renzo Montagnani che, ironia dell sorte, doppia Noiret – Giorgio Perozzi nel primo capitolo. Il giornalista, il creativo del gruppo, altro traditore impunito, tant’è vero che in casa non ci vuole andare mai. Nemmeno la mattina, quando preferisce il cazzeggio per Firenze invece che la vista di moglie e figlio. “Chissà perchè se penso alla carne della mia carne divento subito vegetariano”. Loro quattro si conoscono da quando son bambini, ma strada facendo acquisteranno un “top player”.

I top player, la sera del 16 giugno 1976 a Zagabria, hanno tutti la maglia orange.

Krool, Neeskens, Rensenbrink e il numero 14, che di presentazioni non ne ha bisogno. É solamente il giocatore del decennio e uno dei primi cinque della storia. É Johann Cruijff. Orfani di Michels, l’Olanda è in pratica la stessa squadra che è giunta a un passo dell’essere campione del Mondo a Monaco di Baviera. Bella, bellissima, ma che in finale si è persa di fronte al pragmatismo teutonico.

Il “Maksimir” è una palude, colpa di un nubifragio estivo che costringe tanti a restare a casa. Si presentano in 18mila circa ad assistere alla prima semifinale del torneo. Ondrus, dopo venti minuti, stacca di testa da solo e batte Schrijvers. Con il punteggio di 1-0 si chiude la prima frazione e, anche nella ripresa, sembra che tutto si stia incanalando per il verso giusto per i cecoslovacchi. Ondrus, però, è in serata da bomber più che da centrale di difesa e su un innocuo cross da destra di Geels, invece che respingerla in angolo, alza il piatto destro in modo innaturale. Ne nasce una traiettoria imparabile anche per Viktor, che la vede entrare stupito in porta. 1-1.

Ripresa in mano la gara, l’Olanda è convinta di vincerla ai supplementari. A sei dalla fine del secondo tempo si sbilancia e Vesely cavalca sulla fascia destra in contropiede. Cross al bacio per Nehoda e il numero 11, di testa, la mette in rete. É il colpo del k.o. per gli olandesi, che infatti subiscono anche il terzo gol, con Vesely che scatta sul filo del fuorigioco, mette a sedere Scrhijvers e spara in porta. 3-1.

La prima sorpresa del torneo si è materializzata. Domenica 20, allo stadio della Stella Rossa, ci saranno i tedeschi, che hanno rimontato due gol ai padroni di casa e completato l’opera nell’extra time: 4-2.

Il quinto di “Amici miei” entra in scena proprio al termine di una delle zingarate più lunghe. Gestice una clinica privata, è un marito indifferente e, a prima vista, il loro nemico. Il professor Alfeo Sassaroli, ovvero Adolfo Celi in camice bianco, contornato da infermiere e suore che lo accompagnano non solo in corsia, ma anche a letto. Si vede sfuggire la moglie per mano del Melandri, ma sembra non dispiacersene. Anzi, si unisce a loro in quella che è una delle scene più omaggiate e ripetute non solo al cinema, ma anche nella realtà: gli schiaffi alla stazione.

Dopo anni di imitazioni, le Ferrovie dello Stato dovranno cambiare altezza e finestrino per fare in modo che in tanti, in una di quelle sere in cui non sai che diavolo fare, la smettessero di spiaccicare cinque dita in faccia a sconosciuti viaggiatori.

Dunque Celi, attore di cinema e di teatro, come Garibaldi celebre “nei due mondi”, villain per 007 e James Brooke in Sandokan, presta anima e corpo a uno che “zingaro” non era, ma che, in fondo in fondo, lo sarà più di tutti quanti. 

Germania – Yugoslavia è stata senza dubbio la miglior gara bella del torneo, ma anche la finale non è da meno. Jezek conferma il 4-3-3, Schon ha in campo 8/11 di due anni prima e davanti c’è un Muller, ma è Dieter e non il famoso Gerd. E come a Monaco, vanno sotto nel primo tempo. La difesa bianca perde palla in area, Maier salva sulla prima conclusione, ma Nehoda è bravo a rimetterla subito in mezzo dove, sul secondo palo, Svehlik fa 1-0. Al 25esimo Dobias scarica un sinistro non forte, ma preciso sul palo lontano. Maier è coperto e non ci arriva. 2-0 Cecoslovacchia, che poco dopo sfiora pure il terzo gol. Un peccato mortale non “uccidere” la gara contro i tedeschi. Questione di tempo, poi arrivano. Tre minuti e Muller riapre la gara. E a pochi attimi dal triplice fischio finale arriva il pari. Holzenbein salta davanti a un colpevole Viktor e porta la gara ai supplementari. E questa volta, non ci sarà ripetizione. Ovvero: se si pareggia, per la prima, storica volta si va ai rigori.

Segnano tutti tranne Uli Hoeness che, come beffardamente dirà Beckenbauer, la tira in qualche via di Belgrado.

Ora tocca proprio a Panenka. Rewind.

Se qualcuno dei tedeschi si fosse avventurato nel municipio 10 di Praga e avesse sbirciato qualche allenamento dei Bohemians, avrebbe notato una singolare gara. Quella tra Zdenek Hruska e lo stesso Panenka. Sfida ai rigori: se Toni segna vince o una birra o una barretta di cioccolato. E siccome a lui piacciono un sacco entrambe, non si fa pregare. Ma il rigore dopo un po’ annoia, è prevedibile.

E che cos’è il genio?

Panenka prende una rincorsa lunghissima. Sguardo fisso sul portiere e, all’ultimo passo, abbassa il collo del piede sotto la palla, quasi a toccare il terreno. Non calcia forte, la scodella con un morbidissimo e centrale tiro a foglia morta.

A Praga era il segreto di Pulcinella, visto che in campionato lo faceva spesso e volentieri. In Germania non lo sapeva nessuno, tantomeno Maier. Quando gli ricapita un’occasione del genere? Anche se, parole sue, “lo avessi sbagliato mi avrebbero spedito in fabbrica per trent’anni”. E invece quel gol, perchè sí Toni fa gol, spedisce la Cecoslovacchia sul tetto d’Europa per la prima e unica volta e consegna Panenka alla gloria eterna tra gli dei del Pallone.

Il documentario “Ritratto di mio padre”, di Maria Sole Tognazzi, esce nel 2010. Pochi mesi prima del suicidio di Monicelli, il quale è presente nel film.

É lui a svelare che gran parte delle zingarate vennero prese dalla realtà.

Castiglioncello: località balneare livornese, meta di intellettuali vacanzieri negli anni ‘40. Non c’erano solo Pirandello e De Chirico a passeggiare su quelle spiagge, ma anche cinque ragazzi del posto. L’architetto Ernesto Nelli, il giornalista Silvano Nelli, il rappresentante Cesarino Ricci, il nobile decaduto Giorgio Menicanti e un medico dal nome talmente strano che si può sentire solo in questa parte del globo: Mazzingo Donati.

Un’accolita di amici dedita agli scherzi più folli.

Donati, che sarà immunolgo di fama mondiale, era l’ideatore delle bischerate, mentre Menicanti era il vero Mascetti, ricco nobiluomo che sperperava tutto, tra viaggi in giro al Mondo, bagordi con gli amici e l’acquisto di un orso da tenere al guinzaglio. Una scanzonata brigata che ha ispirato quello che, secondo Giovanni Veronesi, “Monicelli, da grande film, trasformò in capolavoro”.

Passati i 32 anni, Panenka può finalmente provare l’ebbrezza del calcio oltecortina. Firma per il Rapid Vienna, va a un passo dal vincere la Coppa delle Coppe e poi chiude con il calcio di alto livello. Torna a Praga, che dal 1993 è la capitale, ma della Repubblica Ceca.

E non ha dimenticato l’amore della sua vita: i biancoverdi del Bohemians, di cui è presidente. Quando i ragazzi vincono il titolo, nel 1983, è già in Austria. Ora, invece, si naviga nelle acque agitate di metà classifica della prima serie e va bene cosí.

Lui, ad ogni modo, l’immortalità calcistica se l’è guadagnata tutta con quel penalty che, dal 20 giugno 1976, tutto il mondo chiama con il suo cognome: il “panenka”.

Solo nella provinciale Italia ci ostiniamo a nominarlo “cucchiaio”, ignorando che quel ragazzo che lo tirò, agli Europei del 2000, non avesse inventato niente. Perchè Totti sarà pur sempre Totti, ma vuoi mettere ricevere la benedizione di sua maestà Pelè? “Solo un pazzo o un genio poteva calciare un rigore in quel modo”. Propendiamo per la seconda opzione. D’altronde, cos’è il genio se non quelle quattro caratteristiche racchiuse in un beffardo tiro?

 

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