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Violation, ragionando sul rape&revenge nel 2021

Violation di Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer è una rivisitazione del rape&revenge, un genere diventato popolare col cinema di exploitation degli anni ’70 e tornato in voga grazie a una nuova ondata di film recenti. Prima di continuare, vi sollecito con un TRIGGER WARNING riguardo alla violenza sessuale sia per il film, sia per quanto discusso in questa recensione, che conterrà anche spoiler sulla trama. Calcolate anche un avvertimento di default da “cinema estremo”, filone in cui questo film rientra non tanto per la rappresentazione dello stupro, eseguita con sensibilità, ma per altri elementi.

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Il rape&revenge dall’exploitation alle registe di oggi

Come scrive Kier-La Janisse nel suo saggio autobiografico House of Psychotic Women, nei film di exploitation esiste un paradigma rape&revenge molto specifico. Una donna viene stuprata. Quando si riprende, cancella i segni della sua femminilità, spesso tagliando i capelli. Diventa esperta di combattimento e armi. Mette in pratica una vendetta violentissima. A quel punto, il film finisce di colpo.

Sono passati molti anni da quando quello era l’unico modello di rape&revenge. Il sottogenere ha avuto sviluppi ed evoluzioni, tant’è che oggi è più normale trovare film realizzati da donne – elemento rarissimo in passato – spesso in dialogo con la film theory femminista e con un dibattito sempre aperto sulla rappresentazione della violenza sullo schermo, come abbiamo visto anche riguardo a Censor di Prano Bailey-Bond.

Violation si qualifica fin dai primi secondi secondo un’estetica “da festival”, fatta di inquadrature fisse tremolanti che aprono su un’ambientazione naturale con l’accompagnamento della Stabat Mater Dolorosa di Pergolesi, dalla bella colonna sonora di Andrea Boccadoro. Il dramma che segue si consuma tra un ristrettissimo gruppo di familiari. La protagonista Miriam è interpretata dalla stessa co-autrice Madeleine Sims-Fewer. Il comprimario principale è il cognato Dylan (Jesse LaVercombe), che la violenta mentre è priva di conoscenza dopo una notte passata a chiacchierare e bere insieme davanti al fuoco.

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Perché l’intreccio di Violation non è lineare

L’intreccio di Violation è caratterizzato da una non linearità che ha varie funzioni. Il film intervalla alcuni momenti di confidenza tra i due personaggi nel passato con il tempo presente della vendetta di Miriam. Lo stupro in sé viene introdotto nella storia come un racconto fatto a voce, dal punto di vista di Dylan. L’uomo lo rievoca non credendo di aver commesso una violenza e lo descrive invece come una memoria erotica molto intensa, che ritiene di avere condiviso consensualmente con la cognata.

Questo uso del punto di vista dello stupratore inquadra la vicenda sul piano della banalità del male. Uno dei cardini della rappresentazione della violenza sessuale in Violation è che il suo stupratore non ammette nemmeno a se stesso di aver commesso un atto violento. Non è una figura nuova, lo abbiamo visto per esempio nel rape&revenge di Natalia Leite, MFA, e nella serie tv The Morning Show.

Il modo in cui viene usato in Violation fa parte di una corrente legata alla rappresentazione di come funzioni la rape culture nella vita quotidiana. Lo hanno fatto anche autrici come Emerald Fennell in Promising Young Woman e Michaela Coel in I May Destroy You. In Violation, questo aspetto riguarda il consenso affermativo e come talvolta venga dimenticato in contesti amichevoli, in cui una persona si fida dell’altra.

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Il retelling della violenza e il consenso affermativo

In Violation, viene messo in scena un fraintendimento tra passione e violenza. Gioca un ruolo importante la proiezione dei desideri di un uomo che ignora sistematicamente tutti gli elementi che gli stanno dicendo che la realtà non è quella che lui auspica. Lo stupratore parte dall’assunto che l’intimità stabilitasi tra loro durante la serata precedente sia già di per sé un’espressione di consenso. Procede quindi escludendo dalla sua percezione il semplice fatto che l’oggetto del suo desiderio sia priva di sensi, in uno stato misto di sonno e ubriachezza.

Quando Miriam attua la sua vendetta, ricrea un’intimità simile a quella della notte dello stupro, ma con delle differenze. È più sensualmente esplicita, aderente alla fantasia del cognato. Miriam lo fa per intrappolarlo, ma uno dei punti chiave della scena è far emergere il racconto di quanto avvenuto. È una scelta peculiare, perché questo retelling della violenza è la prima versione dei fatti a cui il pubblico viene esposto. Dopo averla enunciata in questo modo, però, il film ci riporta alla notte davanti al fuoco per mostrarci i fatti.

Sono apprezzabili tutte le scelte registiche, che inquadrano solo dei dettagli mantenendosi a distanza da una sensualizzazione della scena. Capiamo lo stesso tutto quello che sta succedendo, proprio perché abbiamo sentito la versione di Dylan prima. Lo stupro di Violation è proposto come un malinteso, dal punto di vista di Dylan, ma non per questo viene presentato come perdonabile. È semmai la messa in scena dell’idea che contano più le azioni delle intenzioni, specialmente quando le azioni implicano invadere il corpo di qualcun altro. La scelta di non linearità nella costruzione dell’intreccio rape&revenge ha anche un valore etico: aiuta a descrivere l’evento in modo dettagliato, ma senza diventare estetizzante o volutamente traumatico.

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Togliendo la catarsi dal rape&revenge

Quello che seguirà è invece la rappresentazione dello stress post traumatico, che guida le azioni violente compiute dalla vittima. La seconda metà del film è tutta centrata sull’omicidio di Dylan e sullo smaltimento del suo cadavere. Queste sono le parti stilisticamente più crude. Lo stupro ci è stato fatto arrivare attraverso una tecnica chiara ma poco esplicita. L’omicidio invece è volutamente brutale, così come la distruzione del corpo, mostrati in sequenze terribili. Il senso della scelta dialoga con le riflessioni che da decenni vengono fatte sul rape&revenge.

Nel caso di Violation, non c’è l’intenzione di farci sentire bene quando Miriam assassina e smembra Dylan. Non c’è catarsi per Miriam o per noi in quel gesto. Lei viene mostrata come una persona che agisce in balia del trauma, come se l’autodeterminazione che ha perso durante lo stupro fosse rimasta tale anche ora, mentre si comporta in maniera attiva. La violenza da lei compiuta è lunga, dolorosa, patetica, ricorda l’approccio di Jeremy Saulnier in Blue Ruin, un altro film che mette in discussione il revenge movie.

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La femmina castratrice dalla film theory femminista a Violation

Miriam in questa storia assume un ruolo di “femmina castratrice”, riconducibile in parte a quando espresso da Barbara Creed in uno dei testi fondamentali della film theory femminista, The Monstrous-Feminine: Film, Feminism, Psychoanalysis. Creed si interroga sul perché in alcuni rape&revenge i registi scelgano di caratterizzare scene di castrazione e omicidio come momenti di erotismo e sensualità (l’esempio principale a cui si rifà è I Spit On Your Grave).

Creed evidenzia che la “femme castratrice”, una delle maschere più letali del femminile mostruoso, sia in quei casi incarnata da uno stereotipo della più spiccata bellezza femminea. La sua conclusione è che si tratti di una versione odierna della sirena, che con le sue canzoni suadenti attira i marinai verso una morte atroce. Per Creed, le sirene erano la quintessenza della femmina castratrice, tant’è che i loro miti sono pieni delle stesse immagini che affiorano anche in questo tipo di horror: cannibalismo, morte e smembramento.

Per Creed gli omicidi e soprattutto le castrazioni di I Spit On Your Grave sono descritti come rituali. Queste scene hanno anche altre funzioni, offrendo il piacere erotico associato al desiderio di morte. La femmina castratrice diventa una figura ambigua perché scatena la paura della castrazione e della morte, ma allo stesso tempo solletica un desiderio masochistico di piacere e oblio.

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Quest’ultimo punto non è lontano dal modo in cui Mancinelli e Sims-Fewer hanno costruito la storia di Violation, mescolando la sensualità di quanto va in scena inizialmente alla violenza nauseante. Ottengono sia di restituire in modo vivido la sensazione che vogliono raccontare, sia di piegare la struttura del rape&revenge alle proprie esigenze, senza per questo alterarla davvero nel profondo.

Infatti è solo dopo averci fatto assimilare la violenza dal punto di vista di Miriam, che il personaggio procede a massacrare lo stupratore, perché solo allora il racconto la “autorizza” a farlo – sebbene il gesto non avrà lo stesso valore catartico che assume nel rape&revenge tradizionale. Allo stesso tempo, la struttura è speculare. Nella prima parte, il film crea un’intimità nel presente che termina con Dylan che viene attaccato. Nelle parti in flashback accade lo stesso: prima una situazione piacevole tra i due personaggi, poi lo stupro. La drammaturgia che pilota le emozioni del pubblico segue paradigmi classici, resi però più complessi dal modo in cui sono intrecciati.

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Violation, il suo finale e una spiegazione

In un’intervista, il co-autore Dusty Mancinelli ha spiegato che lui e la co-autrice e interprete Madeleine Sims-Fewer volevano concentrarsi sullo stress post-traumatico. Mancinelli afferma che il rape&revenge celebra la violenza finale come una catarsi, mentre loro volevano invece mostrare quale fosse il suo prezzo per l’esecutrice. Per questo motivo, la vendetta in sé avviene a circa metà film e non prima dei titoli di coda. Il secondo tempo di Violation spiega cosa succede dopo che la protagonista ha fatto ciò che di solito avviene nel finale del film.

Mancinelli propone Violation come una parabola morale che mette in discussione anche un altro aspetto problematico del rape&revenge, cioè l’idea che la vittima possa essere resa di nuovo “integra” solo attraverso l’omicidio del suo stupratore. Per Mancinelli e Sims-Fewer, il punto è che il trauma è qualcosa da cui non ci si libera mai. «Siamo stati ispirati dalla tragedia greca, nel senso che questo è un cautionary tale in cui Miriam non impara la lezione, ma noi, come pubblico, possiamo trarne un insegnamento».

Infatti, il film si chiude con un tocco che è quasi un vezzo, la destinazione finale del cadavere della vittima-carnefice. Ridotto all’essenza, bruciato, le ossa ripulite, frantumate, polverizzate, gli ultimi granelli di quel corpo invasivo diventano un gelato, che la protagonista perversamente somministra alla vedova, cioè la propria sorella. Sembra che questa punizione mitologica sia l’unico modo che Miriam ha per redimere il ruolo che la sorella ha avuto nella vicenda – non averle creduto quando Miriam le ha detto cosa fosse successo. Il gelato in Violation finisce per essere la closure di questa persona traumatizzata e traumatizzante, ma anche il segnale che la sua psicosi non è guarita con l’omicidio.

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La zingarata di Panenka per alzare la coppa

“Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione” 

Il 24 ottobre 1975 le sale cinematografiche italiane si riempiono per la proiezione di quello che, a posteriori, verrà definito come l’inizio della fine della “commedia all’italiana”.

Un filone dolceamaro che ha accompagnato la vita del nostro Paese, raccontandone vizi e virtù come mai nessuno in futuro sarà in grado di fare. Quel giorno d’autunno è in programma in cartellone una commedia corale. Ha avuto una genesi travagliata, dato che il suo regista, Pietro Germi, è passato a miglior vita pochi mesi prima e la produzione ha deciso di affidarsi al suo naturale sostituto: Mario Monicelli.

Il nome della pellicola, secondo uno degli attori protagonisti, pare provenga proprio da una frase che Germi disse durante il suo commiato alla cinepresa. “Amici miei, ci vedremo, io me ne vado”. Le prime due parole daranno il titolo non solo al film e ai suoi due seguiti, ma saranno il marchio di un certo stile di vita: non prendiamoci troppo sul serio, ridiamo alla vita e della vita, prima che l’abbraccio della morte ci colga nel momento inaspettato.

Sei giorni dopo, in un luogo dove sicuramente “Amici Miei” non è stato proiettato, si gioca una partita chiave per le qualificazioni ad Euro ’76. A Bratislava si affrontano la Cecoslovacchia e l’Inghilterra.

Gli ospiti sono avanti in classifica di due punti e hanno già battuto i ragazzi di Ježek 3-0 a Wembley esattamente un anno prima. Vanno in vantaggio con Channon e a questo punto è cosa fatta. Se non che, da un calcio d’angolo tirato a pochi secondi dall’intervallo, i bianchi si addormentano e Nehoda impatta. Nella ripresa Galis in tuffo di testa fa 2-1. Il che vuol dire vittoria e aggancio in graduatoria.

Da quel momento, gli uomini in maglia rossa non sbaglieranno più un match e si guadagneranno i quarti di finale per la manifestazione dell’anno successivo. Dove soverchieranno ancora una volta i pronostici, sbattendo fuori i vicecampioni d’Europa sovietici. Il gol del 2-0 della prima partita lo segna un ragazzo praghese, occhi chiari e baffo molto anni ’70, che gioca da interno di centrocampo. Si chiama Antonín Panenka e da qualche parte di nascosto deve aver pur visto il capolavoro di Monicelli, altrimenti non si spiega da dove abbia preso spunto per un gesto che, nell’estate del ’76, cambierà per sempre il gioco del calcio.

La regia non fu il solo intoppo nella produzione di questo capolavoro.

Innanzitutto la location: Germi scrisse il film, insieme al mitico trio Benvenuti – De Bernardi – Pinelli, perchè fosse ambientato a Bologna. Con l’arrivo di Monicelli, si decise di piantare il set a Firenze. Una Firenze che fosse la meno turistica possibile. E quindi, addio al Duomo, al Ponte Vecchio, al Campanile di Giotto. Qualche scorcio dall’alto delle colline e per il resto si punta su luoghi autentici, depurati dai click delle fotocamere dei turisti. I bar sono quelli di tutti i giorni. I palazzi e gli interni raffigurano le abitazioni italiane del secondo Dopoguerra. Genuinità, non semplicità.

Scelto il luogo, tocca agli interpreti. La produzione punta tutto su Mastroianni, reduce da un’altra pellicola che gioca con la vita e la morte (“La grande abbuffata”). Sicuro del fatto che la sua prestazione sarebbe stata “soffocata” da quella dei suoi colleghi, Marcello rifiuta. Si tenta allora di rimettere insieme una grande coppia della commedia televisiva: Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello. Rifiuta anche quest’ultimo e allora si arriva al quintetto che tutti conosciamo: Tognazzi – Noiret – Del Prete – Moschin – Celi. Se fossimo nel basket sarebbe senza dubbio un “Dream Team”.

Quando vengono diramate le convocazioni per la fase finale dell’Eurocoppa, che si disputerà in Yugoslavia, Panenka ha 27 anni e fa parte di una delle più vecchie squadre della capitale: il Bohemians Praga. Maglia biancoverde, gioca nel piccolo stadio “Ďolíček”. E non vince mai. Ma al ragazzo importa poco, a Vršovice è comunque un idolo, tant’è vero che è l’unico dei suoi ad essere convocato per la final four di giugno. Casacca numero 7 e il compito di provare a dar del filo da torcere alle vere favorite del torneo. Già, perchè al momento del sorteggio delle due semifinali, non c’è un solo addetto ai lavori che non lo pensi: la finalissima del “Marakana” di Belgrado sarà la stessa del Mondiale di due anni prima: Germania Ovest – Olanda.

Sono fortissimi e hanno cambiato poco rispetto al 1974. Sono le espressioni di due modi vincenti di vedere il football, ovvero: l’Ajax di Michels del calcio totale e il Bayern Monaco, che di quella nazionale è la spina dorsale. Beckbenbauer da una parte e Crujiff dall’altra, com’è solo possibile immaginare che non arrivino loro due la sera del 20 giugno a giocarsi la coppa “Henri Delaunay”?

E poi, se proprio vogliamo essere bastian contrari, delle due sparring partner, forse sono gli slavi che se la possono giocare. In giornata tengono testa a chiunque e hanno il fattore campo dalla loro. I cecoslovacchi? E chi li conosce! Sí, sono una nobile decaduta del calcio anni ’30, quello “danubiano” che battagliava con gli azzurri di Pozzo, ma sono passati quarant’anni. E poi, per legge, non possono trasferirsi oltreconfine prima dei 32 anni. Misteriosi,  anche se, quei pochi che li conoscono dicono che siano al top del loro ciclo.

“Un inno alla vita di cinque ragazzi che non vogliono crescere”. Lorenzo Baraldi, lo scenografo, descrive alla perfezione il senso di “Amici Miei”.

É vero che si ride, e tanto, per oltre due ore, ma è un riso amaro, e ci scusi Giuseppe De Santis per l’accostamento con il suo film. Non è una risata sguaiata, dove la volgarità è totalmente gratuita. É sarcasmo, è il gusto della trovata scherzosa, ma di classe, sanamente cattiva, ma originale. Si ride sempre con il rischio che, all’improvviso una lacrima scenda dalle guance. Una “malincommedia”.

Un viaggio a ritroso nell’adolescenza di cinque uomini che ormai adolescenti non sono. Sono cinquantenni insoddisfatti, bugiardi, immaturi, fedifraghi, che vivono da ricchi pur essendo poveri, che scappano alla morte e alla solitudine vivendo alla giornata. Parola d’ordine: zingarata. Evasione dalla vita di tutti i giorni che può durare ore o settimane. E allora sotto con le goliardate e alla caccia alla prossima “vittima” in una Firenze che è cornice perfetta per il loro spirito di fanciulli dispettosi e simpatici allo stesso tempo.

Raffaello Mascetti non poteva non essere rappresentato che da Ugo Tognazzi. Uno dei colonnelli del cinema italiano che impersona un nobile decaduto, povero in canna, sposato con figlia, ma totalmente assente dalla famiglia. Gli amici, gli scherzi, i giri in auto per la Toscana, la bella vita, mangiare e scopare prima che il sogno finisca. Ci scusiamo per la superficialità, ma c’è molto di Tognazzi nel suo personaggio. Lui, dedito ai piaceri della buona tavola, grande chef e, al contempo, gran playboy. E Lello è senza dubbio alcuno il capo di quella banda di matti, quello che si incazza al solo vederli annoiati, che non può esistere un momento senza una “zingarata”.

Come arriva la Cecoslovacchia a quei giorni di giugno del ‘76? Senza pressione e con la fama di quelli che hanno buttato fuori l’Unione Sovietica.

I rossi di Praga non giocano un mondiale dal 1970 e un Europeo da sedici anni. I bookie li danno nettamente sfavoriti però qualche buona individualità esiste in rosa. Per esempio Ivo Viktor, portiere del Dukla Praga, o Anton Ondruš, capitano che gioca con lo Slovan Bratislava e comanda la difesa di Ježek. Di Panenka abbiamo già parlato, ma al suo fianco c’è Karel Dobiaš, che lascerà il segno su quell’edizione del torneo. E davanti il ct non è certo messo male: può scegliere tra Masny, Švhelik, Vesely e Nehoda. Quest’ultimo è praticamente inamovibile e lo sarà per sempre nella storia di questa squadra che non esiste più. Perchè se andate a spulciare le statistiche dei giocatori con più presenze e, alla seconda posizione con più gol, con la maglia cecoslovacca troverete: Zdenek Nehoda, con 90 gettoni e 31 reti spalmate in ben sedici anni di gloriosa carriera con la sua selezione.

Rambaldo Melandri, alias Gastone Moschin, è l’opposto del conte.

Single, dal facile innamoramento, il bersaglio del gruppo. Colto, dal gusto raffinato, l’architetto è l’intellettuale dei cinque. Per una donna entra ed esce dalla compagnia e quando torna sono bischerate da qui all’eternità. Duilio Del Prete veste i panni di Guido Necchi, titolare del bar – ritrovo degli “zingari”, spesso usato come base per uno di quegli indimenticabili scherzi. Un po’ più rozzo dei suoi compagni, deve spesso giustificare alla moglie le sue frequenti lontananze. Nell’atto II, Del Prete, forse contrario all’idea di un sequel, consegnerà le chiavi del bar a Renzo Montagnani che, ironia dell sorte, doppia Noiret – Giorgio Perozzi nel primo capitolo. Il giornalista, il creativo del gruppo, altro traditore impunito, tant’è vero che in casa non ci vuole andare mai. Nemmeno la mattina, quando preferisce il cazzeggio per Firenze invece che la vista di moglie e figlio. “Chissà perchè se penso alla carne della mia carne divento subito vegetariano”. Loro quattro si conoscono da quando son bambini, ma strada facendo acquisteranno un “top player”.

I top player, la sera del 16 giugno 1976 a Zagabria, hanno tutti la maglia orange.

Krool, Neeskens, Rensenbrink e il numero 14, che di presentazioni non ne ha bisogno. É solamente il giocatore del decennio e uno dei primi cinque della storia. É Johann Cruijff. Orfani di Michels, l’Olanda è in pratica la stessa squadra che è giunta a un passo dell’essere campione del Mondo a Monaco di Baviera. Bella, bellissima, ma che in finale si è persa di fronte al pragmatismo teutonico.

Il “Maksimir” è una palude, colpa di un nubifragio estivo che costringe tanti a restare a casa. Si presentano in 18mila circa ad assistere alla prima semifinale del torneo. Ondrus, dopo venti minuti, stacca di testa da solo e batte Schrijvers. Con il punteggio di 1-0 si chiude la prima frazione e, anche nella ripresa, sembra che tutto si stia incanalando per il verso giusto per i cecoslovacchi. Ondrus, però, è in serata da bomber più che da centrale di difesa e su un innocuo cross da destra di Geels, invece che respingerla in angolo, alza il piatto destro in modo innaturale. Ne nasce una traiettoria imparabile anche per Viktor, che la vede entrare stupito in porta. 1-1.

Ripresa in mano la gara, l’Olanda è convinta di vincerla ai supplementari. A sei dalla fine del secondo tempo si sbilancia e Vesely cavalca sulla fascia destra in contropiede. Cross al bacio per Nehoda e il numero 11, di testa, la mette in rete. É il colpo del k.o. per gli olandesi, che infatti subiscono anche il terzo gol, con Vesely che scatta sul filo del fuorigioco, mette a sedere Scrhijvers e spara in porta. 3-1.

La prima sorpresa del torneo si è materializzata. Domenica 20, allo stadio della Stella Rossa, ci saranno i tedeschi, che hanno rimontato due gol ai padroni di casa e completato l’opera nell’extra time: 4-2.

Il quinto di “Amici miei” entra in scena proprio al termine di una delle zingarate più lunghe. Gestice una clinica privata, è un marito indifferente e, a prima vista, il loro nemico. Il professor Alfeo Sassaroli, ovvero Adolfo Celi in camice bianco, contornato da infermiere e suore che lo accompagnano non solo in corsia, ma anche a letto. Si vede sfuggire la moglie per mano del Melandri, ma sembra non dispiacersene. Anzi, si unisce a loro in quella che è una delle scene più omaggiate e ripetute non solo al cinema, ma anche nella realtà: gli schiaffi alla stazione.

Dopo anni di imitazioni, le Ferrovie dello Stato dovranno cambiare altezza e finestrino per fare in modo che in tanti, in una di quelle sere in cui non sai che diavolo fare, la smettessero di spiaccicare cinque dita in faccia a sconosciuti viaggiatori.

Dunque Celi, attore di cinema e di teatro, come Garibaldi celebre “nei due mondi”, villain per 007 e James Brooke in Sandokan, presta anima e corpo a uno che “zingaro” non era, ma che, in fondo in fondo, lo sarà più di tutti quanti. 

Germania – Yugoslavia è stata senza dubbio la miglior gara bella del torneo, ma anche la finale non è da meno. Jezek conferma il 4-3-3, Schon ha in campo 8/11 di due anni prima e davanti c’è un Muller, ma è Dieter e non il famoso Gerd. E come a Monaco, vanno sotto nel primo tempo. La difesa bianca perde palla in area, Maier salva sulla prima conclusione, ma Nehoda è bravo a rimetterla subito in mezzo dove, sul secondo palo, Svehlik fa 1-0. Al 25esimo Dobias scarica un sinistro non forte, ma preciso sul palo lontano. Maier è coperto e non ci arriva. 2-0 Cecoslovacchia, che poco dopo sfiora pure il terzo gol. Un peccato mortale non “uccidere” la gara contro i tedeschi. Questione di tempo, poi arrivano. Tre minuti e Muller riapre la gara. E a pochi attimi dal triplice fischio finale arriva il pari. Holzenbein salta davanti a un colpevole Viktor e porta la gara ai supplementari. E questa volta, non ci sarà ripetizione. Ovvero: se si pareggia, per la prima, storica volta si va ai rigori.

Segnano tutti tranne Uli Hoeness che, come beffardamente dirà Beckenbauer, la tira in qualche via di Belgrado.

Ora tocca proprio a Panenka. Rewind.

Se qualcuno dei tedeschi si fosse avventurato nel municipio 10 di Praga e avesse sbirciato qualche allenamento dei Bohemians, avrebbe notato una singolare gara. Quella tra Zdenek Hruska e lo stesso Panenka. Sfida ai rigori: se Toni segna vince o una birra o una barretta di cioccolato. E siccome a lui piacciono un sacco entrambe, non si fa pregare. Ma il rigore dopo un po’ annoia, è prevedibile.

E che cos’è il genio?

Panenka prende una rincorsa lunghissima. Sguardo fisso sul portiere e, all’ultimo passo, abbassa il collo del piede sotto la palla, quasi a toccare il terreno. Non calcia forte, la scodella con un morbidissimo e centrale tiro a foglia morta.

A Praga era il segreto di Pulcinella, visto che in campionato lo faceva spesso e volentieri. In Germania non lo sapeva nessuno, tantomeno Maier. Quando gli ricapita un’occasione del genere? Anche se, parole sue, “lo avessi sbagliato mi avrebbero spedito in fabbrica per trent’anni”. E invece quel gol, perchè sí Toni fa gol, spedisce la Cecoslovacchia sul tetto d’Europa per la prima e unica volta e consegna Panenka alla gloria eterna tra gli dei del Pallone.

Il documentario “Ritratto di mio padre”, di Maria Sole Tognazzi, esce nel 2010. Pochi mesi prima del suicidio di Monicelli, il quale è presente nel film.

É lui a svelare che gran parte delle zingarate vennero prese dalla realtà.

Castiglioncello: località balneare livornese, meta di intellettuali vacanzieri negli anni ‘40. Non c’erano solo Pirandello e De Chirico a passeggiare su quelle spiagge, ma anche cinque ragazzi del posto. L’architetto Ernesto Nelli, il giornalista Silvano Nelli, il rappresentante Cesarino Ricci, il nobile decaduto Giorgio Menicanti e un medico dal nome talmente strano che si può sentire solo in questa parte del globo: Mazzingo Donati.

Un’accolita di amici dedita agli scherzi più folli.

Donati, che sarà immunolgo di fama mondiale, era l’ideatore delle bischerate, mentre Menicanti era il vero Mascetti, ricco nobiluomo che sperperava tutto, tra viaggi in giro al Mondo, bagordi con gli amici e l’acquisto di un orso da tenere al guinzaglio. Una scanzonata brigata che ha ispirato quello che, secondo Giovanni Veronesi, “Monicelli, da grande film, trasformò in capolavoro”.

Passati i 32 anni, Panenka può finalmente provare l’ebbrezza del calcio oltecortina. Firma per il Rapid Vienna, va a un passo dal vincere la Coppa delle Coppe e poi chiude con il calcio di alto livello. Torna a Praga, che dal 1993 è la capitale, ma della Repubblica Ceca.

E non ha dimenticato l’amore della sua vita: i biancoverdi del Bohemians, di cui è presidente. Quando i ragazzi vincono il titolo, nel 1983, è già in Austria. Ora, invece, si naviga nelle acque agitate di metà classifica della prima serie e va bene cosí.

Lui, ad ogni modo, l’immortalità calcistica se l’è guadagnata tutta con quel penalty che, dal 20 giugno 1976, tutto il mondo chiama con il suo cognome: il “panenka”.

Solo nella provinciale Italia ci ostiniamo a nominarlo “cucchiaio”, ignorando che quel ragazzo che lo tirò, agli Europei del 2000, non avesse inventato niente. Perchè Totti sarà pur sempre Totti, ma vuoi mettere ricevere la benedizione di sua maestà Pelè? “Solo un pazzo o un genio poteva calciare un rigore in quel modo”. Propendiamo per la seconda opzione. D’altronde, cos’è il genio se non quelle quattro caratteristiche racchiuse in un beffardo tiro?

 

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