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Shirley Jackson

Shirley Jackson, una mamma dal cuore tenero che studia il Male di continuo

Pochi mesi fa è uscito sul mercato on demand americano il film liberamente ispirato alla vita di Shirley Jackson, tratto dall’omonimo romanzo di Susan Scarf Merrell. Shirley non è neanche lontanamente un biopic classico, non ha la pretesa di risolvere in un paio d’ore l’esistenza di una delle più brillanti e influenti autrici del ‘900, e non tenta di risolverne neanche una piccola parentesi nel tempo. Probabilmente non basterebbero dieci film per raccontarne anche un singolo giorno.

Questo non significa che Shirley non sia un film assolutamente riuscito, capace di creare un ritratto terribile e affascinante della sua protagonista, una Elizabeth Moss sempre sull’orlo della crisi. La Shirley di Josephine Decker è infatti reduce dal successo inatteso di The Lottery e sta lavorando sul suo primo romanzo, Hangsaman, che la trascina in un vortice di immedesimazione, angoscia, incubi, genio e distruzione. La quantità di personale che Jackson metteva in ogni sua storia è ben rappresentata dall’ossessione di Shirley per un caso di cronaca dell’epoca, la scomparsa della mai ritrovata Paula Jean Welden, ma l’insistenza sul lato più instabile dell’autrice ne neutralizza purtroppo la complessità. Il film spacca Jackson in due, introducendo il personaggio di Rose, con la quale si instaura una gustosa dinamica di amore-odio, ma non riesco mai a scacciare il sogno di cosa avrebbe potuto essere un personaggio più aderente alla biografia della vera Jackson, che supera facilmente in ricchezza qualsiasi volo pindarico fiction.

Shirley Jackson

Elizabeth Moss

Se Shriley vi fa venir voglia di saperne di più su questa donna incredibile, per fortuna esiste un’accurata biografia, Shirley Jackson – A Rather Haunted life di Ruth Franklin (reperibile solo in inglese), che raggiunge la profondità necessaria a fare di Jackson un ritratto veramente completo. E guardandolo da vicino vedremo che questo ritratto in realtà è un puzzle, un rompicapo umano che l’autrice stessa definiva “il composto di creature che chiamo me”. Il film ha dovuto, per ragioni di tempo e coerenza narrativa, limitare la protagonista al suo ruolo di creatrice un po’ matta, mentre il bello e lo stupefacente della vita di Jackson sta proprio nella molteplicità delle sue esperienze, nella capacità di far convivere (non senza problemi) le sue tre identità: la strega, la scrittrice e la casalinga.

Frequentando il college, Jackson inizia a interessarsi alla stregoneria e all’esoterismo, passione che la accompagnerà per tutta la vita e che influenzerà in maniera massiccia la sua intera produzione letteraria. Sebbene abbia dichiarato di non credere nei fantasmi, le sue storie sono pervase di spiriti e presagi, incantesimi e scongiuri, mentre nella vita reale Jackson si dilettava nella lettura dei tarocchi e nell’accumulo di testi sul tema. Molti dei suoi fantasmi erano certamente ombre della mente, ricordi che tormentano, proiezioni di ansia e depressione, ma la connessione con il mondo delle streghe, anche se non letterale, è uno degli aspetti più peculiari e interessanti di Jackson. La sua magia era innanzitutto artistica, tesa a trasformare la realtà attraverso il potere della scrittura, ma anche molto quotidiana. Le case di Shirley sono state piene di animali, soprattutto di gatti (neri), e tra le stanze da lei più amate c’è sempre stata la cucina, il luogo in cui si trasformano gli elementi, con il calderone sul fuoco, con le spezie, le erbe, le ricette segrete, il potere di dare vita o morte. La stregoneria di Jackson è anche fortemente politica, poiché simbolica di un potere femminile sconfinato e mandato al rogo per insolenza.

Shirley Jackson

La fascinazione di Shirley Jackson per la figura della strega può addirittura costituire il punto di unione tre le sue diverse anime: quella creativa, quella domestica e quella sovversiva. Jackson era una scrittrice a tempo pieno, una professionista, e allo stesso tempo era una moglie e una madre. Quando scrisse The Lottery, aveva già due figli e stava aspettando il terzo. Si trovò spesso a essere criticata per il suo stile genitoriale rilassato e per il suo disinteresse a incarnare la figura della perfetta donna di casa, sobria e accomodante. Ricordiamo che si tratta della metà del secolo scorso, quindi Jackson era troppo bizzarra per inserirsi nella normalità della vita familiare, e troppo normativa per essere apprezzata dai movimenti più progressisti. Più volte Betty Friedan, l’autrice di La mistica della femminilità, liquidò Jackson come parte di un retaggio antico e bigotto fatto di pannolini e vestaglie, senza accorgersi che la scrittrice era invece una ribelle che si rifiutava di accettare i compromessi di entrambi i mondi.

I quattro figli di Shirley Jackson non furono il prodotto della coercizione, furono la salvezza per una donna intrappolata in un matrimonio complicato, con un marito infedele e narcisista, con i costanti rimproveri della madre sul peso, l’abbigliamento, i traguardi mai veramente soddisfacenti, con il terrore di non avere più nulla da raccontare. La maternità fu una fonte inestinguibile di stimolo, e infatti fu il tema di due libri di Jackson, dove emerge con maggiore forza la sua ironia, la sua gioia disordinata e il sollievo nel sapere che non sarebbe più stata sola. Friedan fu probabilmente sviata dall’ossessione di Jackson per la casa, ma anche in questo caso la relazione è più complicata di quanto sembri.

Shirley Jackson

La casa può essere il luogo del sogno, fatto su misura, perfetto, sicuro, dove poter nascondersi dai pericoli del mondo, ma può facilmente diventare un incubo, una prigione da cui non si scappa e che può inghiottire i suoi abitanti, cancellandoli dalla vita e dalla memoria. Le protagoniste di Jackson sono quasi sempre donne inquiete, in cerca di una casa tutta per loro, oppure intrappolate in case che non possono lasciare. Hill House ha entrambe le cose, è il trionfo della dimora in cui si scompare, mentre We’ve always lived in the castle, il romanzo successivo, è l’immagine del nido come scudo contro l’aggressione esterna. Nell’ultimo romanzo rimasto incompiuto, la protagonista avrebbe dovuto essere una vedova che vende la casa per trasferirsi in città a fare la medium. Forse Jackson era pronta a lasciare il marito e abbracciare la sua vocazione stregonesca, la sua libertà da un vincolo di co-dipendenza decennale, a essere se stessa senza più mettere in dubbio il proprio valore. Purtroppo non ha avuto il tempo di buttarsi in quella nuova avventura, ma ci ha lasciato in dono il suo universo popolato di donne, spettri, bambini e gatti neri, una casa fatta di carta e inchiostro in cui possiamo sempre tornare a rifugiarci.

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