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Una Notte da Rider: comunità e consegne secondo Arlen

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Una Notte da Rider ci racconta di comunità, consegne e una notte folle immaginata da Arlen nel suo fumetto.

Cosa significa fare il Rider in una città come Roma o Milano? È difficile dirlo per chi ordina, cioè chi ogni giorno riceve la spesa oppure la cena che non ha voglia di cucinare. Eppure, da diversi anni ormai, i Rider fanno  parte della nostra quotidianità e allo stesso modo loro vengono inglobati in quel tessuto sociale che compone gli spazi urbani. Chi meglio di loro, del resto, può descrivere con dovizia le strade delle città e chi le abita? Vanno di casa in casa per piazze, quartieri e vie isolate, vengono a contatto con spaccati umani di ogni genere e vivono anche situazioni al limite del paradosso.

Vivendo nella periferia di Roma, i Rider sono spesso persone di borgata, ragazzi che fanno parte di un’attività o giovani alla ricerca di prime esperienze lavorative insieme a persone di altre comunità lontane dal loro paese, ma sempre pronte a consegnare con un sorriso sulla faccia e accolte dai titolari come uno di famiglia. Infatti, alla porta, chi è di zona trova lo stesso volto in più di un’occasione e alla fine ci si conosce tra una mancia e l’altra. Ecco, è questa l’essenza alla base di Una Notte da Rider, fumetto di Arlen edito da Bao Publishing. Arlen descrive questa vita perché l’ha vissuta, utilizza i propri aneddoti per farci rendere conto di quello che succede e, bene o male, ci mette anche la sua fantasia trasformando la città in una sorta di Zootropolis se fosse contenuta nel Grande Raccordo Anulare. Come è nato il tutto ce lo spiega direttamente Arlen, o Arianna Lentini se volete, grazie alla possibilità che ci è stata data di utilizzare le sue risposte per arricchire questo pezzo.

Arlen: Volevo raccontare i lati a volte grotteschi e assurdi di quel lavoro, allo stesso tempo volevo che il lettore potesse empatizzare con i tre lavoratori protagonisti senza la patina di pietismo che spesso avvolge i mestieri umili. Molte delle scene che ho rappresentato sono ispirate a fatti realmente accaduti mentre lavoravo, erano aneddoti che non potevo far a meno di raccontare anche ai miei amici perché dimostravano quanto siano paradossali certe situazioni, di quanto siano bizzarre le persone. Ad esempio una volta ho dovuto consegnare a questa signora, dalla voce suppongo avesse almeno una sessantina d’anni, che inizialmente non rispondeva al citofono. Al terzo tentativo, mentre stavo per chiamare il numero segnato sullo scontrino, rispose e rispose in malo modo, a quel punto avevo già intuito la situazione.

La signora sembrava molto scocciata che io fossi già lì, stranamente infastidita. Mi dice di spicciarmi a salire le scale e fare il mio lavoro, mi urla anche mentre salgo gli scalini, al che io le rispondo di calmarsi, non mi era mai successa una cosa del genere, ma la conversazione assurda per le scale continua e mi chiede di lasciare il sacchetto con il suo ordine e il resto davanti alla porta, il tutto in modo aggressivo e non mancando di essere offensiva. Questa cosa mi aveva scossa molto, era stato tutto davvero strano e ho voluto inserire tutta la dinamica anche nel fumetto, dove ho lasciato anche spazio alla fantasia e alle domande che non ho potuto evitare di pormi: come mai la signora era infastidita se non ero in ritardo? Come mai non si era fatta vedere? Eccetera eccetera. Allora nel fumetto, ho trasformato la signora matta in un calamaro-polpo gigante, che si nasconde nell’ombra della sua abitazione per non mostrare la sua natura, che usa l’aggressività per proteggersi dal mondo.

L’unico umano presente nel racconto è Malakia, il rider protagonista che interagisce con il resto della città in tutte le sue sfaccettature. Ho ritrovato il calore comunitario degli spazi semplici, la scortesia dei cafoni sparsi in giro e anche la malavita, la criminalità che invade anche ciò che non ha attinenza con essa e che serpeggia flebilmente tra i palazzi grazie alle sostanze e al girarsi dall’altra parte. Quest’ultima è l’intreccio che porta Malakia in una notte folle e lontana dalle consegne di cibo a cui è abituato, trasformando l’ultima corsa in una folle caccia all’uomo che avrà fine solo alle prime luci dell’alba.

Il fatto che Malakia sia umano è stata una decisione che ho apprezzato, perché l’ho percepito come un elemento di raccordo tra le mille caricature dei personaggi che si trovano in giro. Una sorta di avatar del “dare senso a chi si ha davanti” e che spesso nelle aree urbane è un grande sforzo interpretativo, specie se visiti 20-30 persone a serata e magari interagisci con molte altre. In parte lo capisco, lavoravo nel bar di famiglia sempre qui in periferia e di caricature ne ho viste parecchie, quando servi il cliente ti sembrano un po’ tutti dei personaggi usciti da un fumetto e Arlen ha creato proprio il melting pot perfetto per descrivere molte delle situazioni familiari a chiunque, bhe, giri per strada.

Arlen: Ho scelto di inserire questo elemento per sottolineare l’assurdità di alcune situazioni che si creano nel corso del fumetto e allo stesso tempo raccontare quanto a volte siano bizzarre le persone, interessanti. Lavorando col pubblico capita spesso di incontrare delle persone comuni che sono dei personaggi fatti e finiti. Un altro buon motivo per rappresentare, invece, Malakia come un essere umano è che è immediatamente riconoscibile dal lettore e così risulta più semplice empatizzare con lui. È proprio attraverso gli occhi di Malakia, che il lettore osserva questo mondo di animali antropomorfi e personaggi grotteschi, mentre il protagonista non vede in modo caricaturale se stesso. Se dovessi scegliere un unico animale che mi possa rappresentare farei molta fatica, forse direi il crisocione, un mix slanciato fra lupo e volpe, un po’ introverso, un po’ solitario, un po’ strano e un po’ scemo.

Oltre alla caratterizzazione dei personaggi però, credo che Una Notte da Rider esca in un momento molto interessante e che propone uno stimolo ulteriore per interpretarlo. Malakia, in alcuni momenti soprattutto, rappresenta un tassello fondamentale dei contesti sociali in cui vive, un elemento di raccordo tra le persone e il mondo esterno che facciamo presto a dimenticare. Eppure, come dicevo anche qualche riga fa, questi Rider spesso sono volti che vediamo tutti i giorni, a cui ci affidiamo se diventano ricorrenti nelle nostre richieste di consegna.

Magari sono il figlio del vicino o gli universitari che hanno preso una stanza due piani sotto di noi, oppure semplicemente persone che hanno appena aperto un’attività e vogliono essere un punto in cui fermarsi per ordinare o venire a mangiare direttamente lì. Quando ne fruiamo sembra tutto invisibile, un mondo nascosto dal Click su Ordina Ora, ma c’è ed è un collante che tiene uniti piccoli centri. Un po’ come Death Stranding, che si focalizza sull’importanza del Corriere, credo che anche Una Notte da Rider ci ricordi del ruolo oltre il Delivery di Malakia.

Arlen: Penso senza dubbio che stiamo progressivamente perdendo il contatto con gli spazi comuni e allo stesso tempo il valore profondo della solidarietà, ma penso che stia accadendo per molti motivi, probabilmente uno di questi è proprio che possiamo acquistare praticamente tutto stando comodamente a casa nostra, ma sicuramente non è l’unico motivo. È vero che la figura del rider, così come quella del postino e del fattorino in generale, è molto interessante: esplora, viaggia, per consegnare un messaggio o un bene prezioso, è di per sé intrigante e si presta a varie interpretazioni, qualcuno che in effetti fa da ponte tra le persone, le connette. In un certo senso è un simbolo importante in un periodo storico in cui sembriamo così disconnessi da noi stessi e dagli altri.

Nulla però avrebbe senso se la città non fosse parte integrante di ciò che è tenuto insieme dal collante. E con città intendo proprio l’essenza urbanistica, la conformazione degli ambienti e delle spire di strade che costituiscono quartieri o piccoli anfratti residenziali. Arlen fa un lavoro eccellente nel descrivere quello che chiunque può vedere camminando fuori dai centri storici, perfino meglio di quanto fa la street photography. Lo stile e il favore di un ambiente notturno, fatto di luci sporadiche e colori che vanno dall’intenso allo spento, rendono Una Notte da Rider un piacere per gli occhi e soprattutto funzionale a quello che vuole raccontare.

Se da un lato i personaggi sono caratterizzati da dei tratti molto semplici ma efficacemente descrittivi, la parte dei palazzi e dei luoghi d’interesse è invece resa con dovizia al millimetro, pur non eccedendo troppo in dettagli fuorvianti. E credo che sia giusto così, anche nel mettere in mostra le storture o gli elementi anti estetici dei nostri quartieri, spesso accroccati alla bene e meglio. Sì, lontano dai quartieri bene dell’EUR o di Milano, del resto non ci abita nessun umano in zone del genere.

Arlen: Per quanto riguarda le strade e in generale l’ambiente cittadino, è stato per me importante che ogni scena fosse ambientata in una zona diversa della città, così da far capire la grandezza dello spazio in cui si muove il protagonista e dare un forte senso di esplorazione e avventura al lettore. Era fondamentale anche che trasparisse la disparità tra le classi sociali proprio attraverso il racconto dei vari quartieri. Sono anche molto felice che si noti la precisione con la quale ho cercato di descrivere le strade, è stato molto difficile essere coerente nel racconto degli ambienti, mi sono trovata a riguardare costantemente le scene disegnate in precedenza. Credo che la corretta navigazione delle strade sia fondamentale nel caso di questa storia, perché la guida è una delle competenze fondamentali del protagonista e inoltre rappresentare bene gli ambienti fa in modo che anche il lettore possa seguire facilmente le vicissitudini.

Nel chiudere con un ultimo contributo di Arlen, consiglio a chiunque di prendere Una Notte da Rider e capire cosa significa fare questo mestiere. Non in chiave paternalistica, no, Arlen descrive infatti la bizzarra situazione che i Rider vivono nel bene e nel male. Se qualche notte, come questa, non tutto va per il verso giusto, altre invece sono fonte di storie calorose e imperfette, dove qualcuno prova a tentoni di stabilire un contatto goffo ma anche sincero. E c’è qualcosa di più umano di questo?

Arlen: Devo dire che sono abbastanza soddisfatta del risultato, mi sono impegnata duramente e sicuramente ora farei il lavoro più velocemente e saprei risolvere meglio alcuni difetti di stile ma sono contenta perché, alla fine, ho fatto del mio meglio nel periodo in cui ci ho lavorato, non vedo l’ora di migliorare ancora. Se dovessi cambiare qualcosa, renderei più chiari i colori, i colori in stampa sono sempre un po’ diversi dal digitale. Riguardo la possibilità di esplorare nuovamente i temi di Una Notte da Rider, al momento direi di no, vorrei esplorare altre storie e nuove idee e argomenti!

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