The Creator: quando Gareth Edwards racconta l’umanità
The Creator è una pellicola che parla di un mondo vicino al nostro, dove l’anima dei robot è sull’ago della bilancia mondiale.
Quanto mi piace Gareth Edwards? Troppo, lo ammetto. Potevo iniziare questo pezzo asetticamente, ma perché? Meglio mettervi in prospettiva per parlarvi di un film che mi è piaciuto davvero, che mi ha fatto impazzire per l’estetica e ha confermato la bellezza di un regista (e in questo caso anche sceneggiatore) che prende scelte interessanti, visibilmente guidate dalla passione per un certo tipo di artisticità e con messaggi specifici.
The Creator è, in analisi breve, la somma completa di Gareth Edwards, nel bene o nel male.
Personalmente il mio amore è partito da Godzilla e per certi versi The Creator riprende molto un certo tipo di estetica da quel film, il che è solo un punto a favore. La famosissima scena del paracadutaggio sulla città devastata da Godzilla è una di quelle cose che ritorneranno per sempre nella mia testa e guarda un po’ ne avevo già parlato su Nerdcore al tempo, perciò se volete approfondire molte delle cose che troverete nel testo a seguire vi rimando al mio articolo.
La cosa che nei tempi recenti ha segnato Edwards però è che ha lavorato solo a IP già costruite (Star Wars, Godzilla) e non era tornato a fare come gli pareva come era successo su Monster. Ora che ha avuto di nuovo questa possibilità ha creato un universo molto credibile, dettagliato e a tratti visionario, in un misto tra le correnti orientali del cyberpunk, una spruzzata di robotica fondamentalista con incursioni dalla filosofia anima/corpo del buddhismo e un’evoluzione tecnologica lo-fi che non fa mai male.
Più che sulla trama, vorrei concentrarmi su ciò che la contorna e che reputo essere il vero motivo per cui andare a vedere The Creator, oltre che a comprarne il futuro artbook/making-of perché merita davvero se viene realizzato come quello di Godzilla o Rogue One.

Del resto la storia la liquidiamo in breve senza troppi spoiler: l’intelligenza artificiale ha raggiunto picchi utopici, l’umanità ha creato robot simili a umani in ogni caratteristica e le prodezze dei sistemi informatici hanno permesso di costruire reti complesse.
La forza lavoro dei robot ha incrementato lo sviluppo urbano e sono nate diverse megalopoli dalle foreste metalliche di grattacieli, mentre fuori dai centri maggiori sono rimasti insediamenti dove legno e latta si uniscono in piccole sinfonie architettoniche.
Questo fino a quando l’intelligenza artificiale non ha deciso di bombardare con l’atomica la città di Los Angeles, scatenando un conflitto tra l’America più America che c’è e le nazioni della Nuova Asia. La prima vuole bandire l’IA e sterminare ogni robot per evitare che si ripeta un attacco del genere, la seconda invece vive in armonia con i Robot e non vuole far sì che tutto venga bandito, ospitando inoltre il ricercato Nirmata: il creatore dell’intelligenza artificiale avanzata e attualmente minaccia più rilevante per l’America vista l’accusa di star costruendo un’arma per vincere la guerra.

Dai suoi confini, invece, l’America ha fatto quello che sa fare meglio: ha costruito un enorme e sgargiante Bombardiere (chiamato Nomad) che orbita sulle regioni asiatiche e bombarda a tappeto utilizzando uno scanner digitale, giusto perché avevano nostalgia delle loro atrocità in Hiroshima e Nagasaki.
The Creator quindi segue il viaggio di un soldato americano che viene condotto verso la caccia a Nirmata e si ritrova a condividere una scampagnata asiatica con la prima bambina robot o Sembiant nel gergo del film: ovvero Robot con pelle e caratteristiche perfettamente umane, anche se con tecnologia visibile il più delle volte.
Il viaggio tra uomo e bambina/macchina ha uno sviluppo prevedibile per chiunque mastichi lo sci-fi e la strada verso la fine ha un’unica possibilità di svolgimento, il che è sicuramente un difetto che ho avvertito alla fine della pellicola. Però The Creator si focalizza sul viaggio, per quanto sia scontato dirlo, e ci sono alcuni momenti assolutamente topici che ben definiscono quello che il film vuole comunicare.
In particolare dei dialoghi tra Joshua, il protagonista, e Alfy, la bambina, hanno una struttura particolareggiata da momenti intimi tra loro due e scene che invece definiscono il tono della riflessione. Ce ne è una in particolare dove Joshua e Alfy prendono un autobus e parlano del paradiso, definendo chi può andarci o meno prendendo in esame i loro casi. Qui c’è particolare enfasi nel concetto di “persona” che chiaramente Alfy non è perché fatta di componenti tecnologici, ma cos’è che lo definisce davvero? Perché un essere senziente con emozioni, intelligenza ed empatia non può possedere un’anima? La risposta i due non la possono dare e neanche il regista vuole farlo, in una certa misura.
Si vedono infatti inquadrature di robot che vivono in armonia con il mondo e le persone, che fanno atti quotidiani come accompagnare un bambino a scuola con la stessa andatura di una delle tante nonne che si fanno portare dal felice salto dei loro nipoti, così come altrettante scene di umani che fanno altrettanto, che costruiscono e che si ricompongono nella loro normalità che un po’ rifugge la tecnologia a ogni costo.
Se i presupposti di The Creator ci fanno partire da un clima di guerra, tensione e pericolo imminente, appena Joshua varca l’Asia si vede un mondo in pace che non sta conducendo nessuna offensiva nonostante abbiano un gigantesco bombardiere sopra le loro teste. Dov’è il vero pericolo? Solo chi cerca di prevenirlo nel futuro rappresenta la minaccia reale ed è una metafora più che reale se si considera la storia americana.
Ma The Creator non è un film politico che scimmiotta il paese a stelle e strisce, piuttosto punta il ditro contro gli umani e la loro natura violenta mentre ne celebra quella pacifica o inventiva, mostrando gli scenari opposti che caratterizzano l’assetto asiatico.
Il film è stato prima girato nei luoghi che si vedono e dopo è stato fatto il lavoro di design, di solito è l’esatto opposto. Questo ha fatto sì che la cultura asiatica uscisse fuori da ogni poro e che la tecnologia si basasse su quello spirito e fosse uno strano incrocio tra Stalenhag e Blade Runner con le campane tibetane. C’è tanta campagna quante slums acide al neon e ogni cosa ha un suo perché, mostra la serenità naturale dell’equilibrio che contraddistingue la terra e che se ne frega di che cosa è fatto il tuo corpo se sei uno che rispetta dove vive.

Allo stesso tempo ne mostra anche la verve caotica, la danza di costruzioni e innovazioni che si affanna a costruire su edifici distrutti e glorificazioni corporative in un ammasso di plastica e metallo, tanto scomposto quanto armonioso e stupefacente.
Tutto ha un logo e tutto ha un’identità e le inquadrature non fanno altro che dipingere elementi su scenario che li accolgano a braccia aperte, in nome della fusione di intenti e culture di cui Edwards si fa fautore. Anche se non completamente da solo: molto del merito va anche ad Hans Zimmer alla colonna sonora, qui in splendida forma e oltretutto in perfetta sinergia con gli effetti sonori di alcune macchine del film, prima fra tutte il Nomad stesso.
Il grande rispetto che il regista ha per i luoghi dell’Asia in cui è stato girato The Creator è forse il punto di forza più attrattivo della pellicola, poiché rimane talmente aggrappato alla realtà quotidiana da sembrare un futuro lontano solo nei momenti più d’azione o strettamente fantascientifici.
Per il resto è stato come rivedere un po’ di District 9 e ricordarci che non siamo più di fronte a scenari in cui i robot inseguivano Will Smith e ci sembrava tutto finto, ma che prima o poi l’intelligenza artificiale sarà in grado di tenerci compagnia nella nostra solitudine o accompagnare i nostri figli a scuola come un parente stretto, e a quel punto chi saremo noi per dire che quella tecnologia che abbiamo sempre visto come Terminator non sia invece un’anima degna di andare in paradiso?