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Un assaggio di Mutazioni Seriali: Buffy L’ammazzavampiri

Cos’hanno in comune Twin Peaks e Le terrificanti avventure di Sabrina? Il formato, direte voi, ma anche un persorso lungo decenni che ha portato nella serialità televisiva tutti gli elementi più eversivi dell’horror, adattandoli al nuovo pubblico e alle nuove modalità di consumo. Nel saggio Mutazioni Seriali – La stramba vicenda che ha portato l’horror dal cinema al salotto si tenta proprio di fare un breve riassunto di questa evoluzione, partendo dagli epigoni di fine secolo scorso per arrivare alla produzione originale Netflix, soffermandosi ad analizzare alcuni dei titoli più emblematici per contenuto e linguaggio.

Partiamo dalle basi: Buffy L’Ammazzavampiri.

Prima vampiri, ora streghe… ecco perché a Sunnydale gli affitti sono così bassi.

Xander Harris – Buffy L’ammazzavampiri

Nel corso degli anni ‘90, la tv e le sue serie prendono a trascurare in maniera evidente il core business degli show del decennio precedente: la famiglia. I Robinson, Genitori in blue jeans, Casa Keaton e Happy Days avevano mostrato già ampiamente la vita quotidiana di diversi nuclei familiari, quasi sempre con il tono leggero della sit-com, ma i principali fruitori di serie alla fine del secolo sono gli adolescenti, che di vita in famiglia ne vogliono sentir parlare il meno possibile. Sono finiti i tempi in cui la tv si guardava insieme ai genitori, per loro ci sono le soap e le serie d’azione. Si apre l’era d’oro del teen drama.

Dimenticando il rigurgito puritano di Settimo Cielo, gli show degli anni ‘90 con il maggior seguito sono quelli dedicati ai ragazzi in età da liceo, alle loro scoperte, alle loro piccole e grandi tragedie ormonali, come in Beverly Hills 90210, Dawson’s Creek, Bayside School, Freaks and Geeks e Willy, il principe di Bel-Air. Nel 1996 arrivò la prima variante soprannaturale del filone, Sabrina, vita da strega, tratto dall’omonimo fumetto della Archie Comics e incentrato sulla vita dell’adolescente protagonista, che deve far coesistere la magia con il quotidiano. Appena un anno dopo, Joss Whedon trasforma il suo film del 1992, Buffy L’ammazzavampiri, in una serie tv, che negli Stati Uniti andrà in onda non a caso sullo stesso canale di Sabrina, la WB di Warner Bros. Negli Stati Uniti Buffy debutta nel 1997, mentre in Italia abbiamo aspettato fino allo scoccare del nuovo secolo, proprio nel 2000, nonostante lo show fosse, soprattutto agli inizi, un catalogo meraviglioso di anni ‘90.

Buffy Summers arriva a Sunnydale dalla glamour Los Angeles per frequentare il liceo, dopo essere stata espulsa dalla sua precedente scuola per vandalismo. Insieme alla madre spera di cominciare una vita più regolare e tranquilla, ma con lei arrivano nella piccola cittadina californiana anche i numerosi vampiri che è destinata a combattere nel ruolo della Cacciatrice. Al suo fianco ci saranno Giles l’Osservatore e i nuovi amici incontrati tra i banchi, Xander e Willow, oltre al tenebroso non-morto Angel, con il quale Buffy inizierà una travagliata storia d’amore. Il compito di Buffy è quello di tenere a bada le forze malifiche che gravitano intorno a Sunnydale, costruita niente di meno che sulla Bocca dell’Inferno, ma tra i suoi compiti c’è anche la salvaguardia dell’anonimato e la gesione della sua esistenza di adolescente, spesso sacrificata, anche letteralmente, per il bene dell’umanità.

La macrotrama di Buffy L’ammazzavampiri è frammentata in sottotrame stagionali, ne sono andate in onda 7, e in microtrame da uno, massimo due, episodi, nei quali viene offerto al giovane pubblico di riferimento una sorta di bignami di mostri e atrocità varie, dai sempre presenti vampiri ai licantropi, dai fantasmi alle aberrazioni scientifiche. Il tutto è incastonato perfettamente nello schema generale della teen comedy, con ampio spazio dato alle relazioni, alla scuola, alla famiglia e all’amore. Uno dei grandi punti forti di Buffy è la commistione tra leggerezza da sit-com e contenuti spesso fortemente adulti, raccontati in maniera onesta, veritiera e comunque divertente e ironica.

Tra una battuta e l’altra, nella serie di Whedon vengono trattati argomenti delicati per un contesto televisivo, come il sesso, il lutto, l’amore non corrisposto e la depressione, unito oltretutto a una messa in scena della violenza a tratti propriamente horror. Pur essendo uno show su vampiri e mostri assortiti, la quantità di sangue che vediamo in Buffy è totalmente irrisoria, ma non sono mancate nel corso degli anni le manovre di censura, soprattutto da parte della programmazione italiana, nei confronti di scene dedicate a mutilazioni, squartamenti, sesso esplicito e argomenti tabù come l’omosessualita. Anche soltanto nel trattamento del fondamentale tema della morte, Buffy ha costituito un piccolo miracolo seriale, in cui il Tristo Mietitore va costantemente a braccetto con siparietti, love story e comicità. Buffy ha già compiuto 20 anni, quindi niente è più spoiler: Buffy muore, non una ma due volte (tre se contiamo un momentaneo schermo piatto da un letto d’ospedale). Ogni volta torna dall’oltretomba e ogni volta è un po’ cambiata, meno leggera e più investita di responsabilità, anche perché ogni sua morte è frutto di sacrificio. Niente male per un teen drama su una ragazzina che caccia vampiri.

Saggiamente, lo show amplia i propri contenuti adulti con l’evoluzione della sua protagonista. Buffy passa da ingenua e confusa adolescente a donna consapevole del proprio ruolo nel mondo, nel quale arriva ad affermare il proprio potere dopo anni di lotta, soprusi e sofferenza. Ogni ragazza che ha seguito l’avventura televisiva di Buffy può rispecchiarsi nell’eroina di Sunnydale, con tutti i suoi difetti e le sue insicurezze, bilanciate però da una forza di volontà adamatina che si nutre dell’amore degli amici, della famiglia e, soprattutto, della fiducia in se stessa.

Sebbene, quindi, Buffy L’ammazzavampiri non sia una serie horror al 100%, la sua eredità televisiva sta prorio nell’aver dimostrato che l’orrore può mischiarsi e convivere con una vasta gamma di altri generi, mantenendo intatta la propria carica sovversiva pur innestandosi sul terreno della comedy o del teen drama. L’horror può essere pop, non solo prendendo la via dell’astrazione onirica alla David Lynch, ma anche percorrendo i corridoi di un liceo. I fan dei vampiri sexy di True Blood e Twilight adesso sanno chi ringraziare.

Turbamento: 2

Gore: 1

Contaminazione: 5

Buffy L’ammazzavampiri in cinque (o meno) parole: Girl power e canini affilati.

Mutazioni Seriali è edito da Gonzo Editore ed è reperibile sui principali store online:

www.ibs.it

www.lafeltrinelli.it

www.unilibro.it

www.libreriauniversitaria.it

www.amazon.it

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I vampiri di What we do in the shadows preferiscono il giardinaggio e le orge alla conquista del mondo.

Ci sono tre vampiri pluricentenari, più un vampiro un po’ particolare, che vivono in una casa di Staten Island insieme al famiglio Guillermo, e vengono seguiti 24 ore su 24 da una troupe che sta girando un documentario su di loro. Poi un giorno arriva dal vecchio continente il Barone, vampiro vecchio stile che vuole conquistare il mondo, e la loro quotidianità inizia a scricchiolare. Queste le premesse della serie What we do in the shadows, che riesce in due obiettivi non semplici:

1) prende spunto da un film mantenendone appieno lo spirito originale senza snaturarlo e senza farlo rimpiangere, ma anzi abbracciandolo con brio e voglia di andare avanti ampliandone l’ambientazione.

2) trova nuovi modi per far ridere usando la figura del vampiro che è, forse solo dopo quella dello zombie e dei supereroi, stata usata e abusata in tv e cinema negli ultimi 10-15 anni.

Il film originale dallo stesso titolo, scritto e idretto da Jaimaine Clement e il Taika Waititi successivamente alle redini di Thor Ragnarok, e che  è uscito nel 2014, vedeva come protagonisti tre vampiri che racchiudevano in loro un certo tipo di vampiro cinematografico (un Lestat, un Vlad e uno più sensibile, oltre al taciturno Vampyr) coinquilini in Australia, seguiti tutto il tempo da una troupe documentaristica, alle prese con la parte più pratica e quotidiana della loro vita: tenere in piedi la loro casa, avere rapporti di buon vicinato con altri vampiri e i licantropi, non dare troppo nell’occhio con gli umani. E un sacco di battibecchi tra di loro, come in ogni rapporto tra coinquilini di lungo corso.

In questo senso la serie continua sulla stessa linea, mantenendone lo spirito e le premesse, cambiando però i protagonisti e spostando l’ambientazione. Ora siamo negli USA, a Staten Island, e seguiamo la quotidianità di Nadja (Natasia Demetrio), Laszlo (Berry), Nandor (Kayvan Novak) — e del famiglio Guillermo (Guillén), e del vampiro psichico Colin Robinson (Proksch).

Nadja e Laszlo sono una coppia molto affiatata (anche perché Nadja ha vampirizzato Laszlo), Nandor è un ex-nobile decaduto a cui ogni tanto piglia nostalgia della sua vecchia vita, Guillermo fa il famiglio da 10 anni, prendendosi cura della casa e sperando di diventare un vampiro. Colin è il vampiro più curioso: dato che il suo potere consiste nel cibarsi dell’energia psichica delle altre persone, non è un vampiro in senso classico, non si nutre di sangue, non teme aglio o croci e può stare al sole senza problemi, tanto che ha un lavoro d’ufficio e paga l’affitto della villa dove vivono tutti (ed è probabilmente l’unico motivo per cui gli altri lo tollerano pur trovandolo insopportabile).

È un vampiro energetico e di sicuro conoscete qualcuno come lui.

La serie, così come il film, trova buona parte della sua riuscita comica nella decisione di creare un’ambientazione realistica, per lo meno quella di una realtà in cui esistono i vampiri e devono sottostare a regole piuttosto rigide: non possono mangiare cibo ma solo sangue, l’aglio, i paramenti e i luoghi sacri li feriscono e il sole li uccide, per entrare da qualche parte devono essere invitati. Proprio come in un film drammatico, oppure horror. Qui però queste e altre regole vengono usate per fini comici grazie a una scrittura che è uno dei punti di forza della serie: tutto quello che succede viene utilizzato per far ridere, sia sul momento, sia per creare il terreno fertile per battute successive e premesse che rendano logici (e divertenti) alcuni colpi di scena che costellano i 10 episodi della prima stagione.

L’altro grande punto di forza è nel cast e nel feeling palpabile che c’è tra tutti loro e rende ogni dialogo esilarante. I battibecchi da marito e moglie tra Nadja e Laszlo sono assurdi date le premesse da immortali figli della notte che bevono sangue, ma sono costellati dal tipico fastidio di qualsiasi coppia rodata, così come l’affetto che mostrano tra di loro è intriso di quella intimità da amanti di lungo corso (con quei due secoli di orge con ogni sesso immaginabile e non) che li rende una delle coppie più credibili del piccolo schermo. Similmente il rapporto tra Nandor e il suo famiglio Guillermo (grandissimo fan di Antonio Banderas, primo vampiro ispanico del cinema in Intervista col vampiro) è abbastanza sfumato e approfondito da far trapelare qua e là un rapporto di odio e amore tra i due che permette di vederli come personaggi sfaccettati e non solo due cliché ambulanti usati per far ridere.

La serie riesce inoltre a creare un mondo fantastico che è solido non solo nelle sue regole narrative ma anche nella messa in scena. Se vi prendete il tempo per guardare alcune foto della serie che non siano di momenti prettamente comici, vi sfido a trovare una differenza sostanziale nella cura che è stata messa nei costumi dei protagonisti e negli arredi della loro casa (compresi tutti quei dettagli che ne costruiscono la storia passata come foto o ritratti) rispetto a un qualsiasi film o telefilm con vampiri “serio”. Questo, insieme alla scelta di ampliare l’ambientazione del film originario cambiando continente e facendoci fare la conoscenza anche di un Concilio di vampiri (in uno degli episodi migliori che trabocca di guest star inaspettate ma perfettamente in parte) e altre crew di vampiri permette agli autori di dare corpo e profondità alla storia e ai personaggi costruendo solide basi di “realismo” su cui poggiare gag anche stupidissime (l’arma usata da Nandor per combattere con i Licantropi) ma del tutto logiche date le premesse.

La serie è stata rinnovata per una nuova stagione, sempre per FX. GUARDATELA.

I match di WWE Hell in a Cell 2017 e perché si combattono

I think you should leave with Tim Robinson è lo show comico giusto se vi piace ridere con un filo di disagio

In periodo di sovrapproduzione di serie e film pare sempre più importante tirare fuori un’idea che sia vendibile facilmente, un così detto High Concept comprensibile in poche parole. Oppure fare la scelta opposta: concentrarsi sul come si raccontano le cose, i dettagli su cui concentrarsi e l’atmosfera che si vuole rendere. Tim Robinson direi che ha optato per la seconda opzione creando I think you should leave with Tim Robinson: ha tirato fuori una serie di sei episodi composta da sketch comici che non sono collegati tra di loro, non hanno una singola premessa precisa e la cui caratteristica principale è quella di avere un’atmosfera peculiare apprezzabile solo guardandola.

Per fortuna Netflix continua a produrre non solo storie che seguono schemi precostituiti e che tendono ad assomigliarsi un po’ tutti ma punta ogni tanto su visioni un po’ più personali e fuori dagli schemi. L’uscita dagli schermi di I think you should leave with Tim Robbins credo si possa capire già dai primi sketch del primo episodio che mostrano bene due delle atmosfere principali scelte da Robinson e dagli altri autori per far ridere gli spettatori.

Nel primissimo sketch, interpretato dallo stesso Robbins, quella che è una gag di una semplicità disarmante e brevissima viene allungata fino all’estremo dilatandone i tempi, forte della capacità di Robbins di stare in bilico tra ridicolo e inquietudine nella sua interpretazione. Tutto parte dal classico errore che compiamo ogni tanto: tirare per aprire una porta che in realtà deve essere spinta. Una piccola gaffe imbarazzante che però viene affrontata da Robbins con un’abnegazione invidiabile nel tentativo di negarla in ogni modo.

Nel terzo sketch una premessa stravista come un contest per decretare il bambino più bello degenera velocemente verso territori violenti, sopra le righe e di devianza sessuale, mantenendo però una certa adesione alla realtà irreale dei premi di bellezza e dei reality. Senza voler diventare una vera e propria satira, lo sketch sottolinea alcune storture di quel tipo di contest, virando il tutto all’esagerazione surreale per accumulo.

Lungo tutta la breve serie sono questi gli elementi che la rendono una visione interessante, soprattutto per gli appassionati di comicità a proprio agio quando le battute spingono fino a mettere a disagio i protagonisti delle stesse. Nella scelta dei soggetti, ma soprattutto nella realizzazione, sembra che a Robinson interessi parecchio sottolineare l’imbarazzo che si prova in determinate situazioni sociali quando qualcosa va storto ma si decide di non ammettere l’errore, cercando invece un qualche tipo di giustificazione esterna o di cavarsela in maniera assurda (come lo sketch della porta).

In diverse scene è proprio il disagio creato da una situazione nata in pubblico a creare un forte conflitto tra due o più personaggi, come nello sketch del ristorante in cui Robbins si strozza col cibo rischiando di soffocare ma, a causa dell’imbarazzo, fa finta di nulla sotto gli occhi increduli di un amico. Robinson e gli altri autori decidono di approfondire, ricamare e aggiungere dettagli alla premessa che rende le gag divertente fino a passare in un territorio sottilmente inquietante. In altri casi il divertimento nasce invece dall’equilibrio sottile e ben orchestrato tra la stupidità dell’idea e la serietà della realizzazione, come nello sketch dell’aereo con la presenza di un Will Forte psicopatico e vendicativo, fino alla scoperta delle sue motivazioni ridicole per infastidire Robinson. Non mancano poi sketch semplicemente buffi e surreali come quello sui cavalli selezionati apposta per avere il pene piccolo, con una motivazione tanto ridicola quanto perfettamente legata alla logica maschile.

Di sicuro non è comicità che possa piacere a tutti ma Robinson, già autore tra gli altri per il Saturday Night Live Show, pare chiaramente interessato a tentare strade meno battute per mostrare l’umorismo e l’assurdità nel quotidiano e sembra ben felice della libertà creativa datagli da Netflix. La serie ha poi il vantaggio di essere parecchio breve, sei episodi tra i 15 e i 18 minuti ciascuno, ognuno composto da sketch di diversa lunghezza, perfetta per essere vista in pausa caffè oppure, se vi piglia bene di botto, per spararvela tutta in poco più di 90 minuti. Negli scorsi giorni Netflix ha annunciato il rinnovo per la serie.

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In Dead to me i dialoghi raccontano con precisione una relazione basata sull’abuso

Passata un po’ in sordina su Netflix, Dead to me è una dramedy in cui Jen e Judy si conoscono a un incontro di auto-aiuto per persone in lutto. Jen ha da poco perso il marito Ted, ucciso da un pirata della strada di cui non si conosce l’identità. Judy ha subito l’ennesimo aborto spontaneo. Judy fa la prima mossa iniziando un’amicizia con Jen che diventa subito profonda e quasi totalizzante, senza dirle però che è lei ad aver tirato sotto Ted.

 Premessa e svolgimento sono da mistery , ma Dead to me è soprattutto una riflessione a volte divertente ma più spesso dolorosa sul percorso che alcuni intraprendono per poter affrontare un lutto improvviso e la solitudine che si prova per la difficoltà nel trovare qualcuno con cui aprirsi e condividere quel dolore. La serie ha avuto la fortuna di trovare in Christina Applegate e Linda Cardellini due interpreti che non solo sono brave, con un background nella comicità che torna benissimo per il tono della storia, ma due attrici la cui chimica è palpabile e rende credibile il rapporto parecchio sui generis che si instaura tra le due protagoniste. Proprio i rapporti tra persone sono alla base della serie  che, dopotutto, cerca di raccontare il lutto, il dolore, la solitudine che si devono affrontare quando una morte improvvisa chiude un rapporto durato decenni, oppure un rapporto che stava letteralmente nascendo nel ventre di una donna.

 Racconta anche rapporti che non funzionano  e lo fa in maniera molto precisa quando mette in scena il rapporto tra Judy e Steve, il suo compagno con cui prova da anni ad avere un figlio e con cui è evidente da subito ci sia qualcosa che non funziona al di là del concepimento. All’inizio la serie sembra suggerire che Judy possa essere una stalker, sia per il modo quasi ossessivo in cui cerca di approfondire la sua amicizia con Jen, sia perché la vediamo tentare in tutti i modi di continuare la sua storia con Steve anche se si sono mollati. Dopo pochi episodi è però evidente che il problema è Steve e il suo essere un pezzo di merda. La serie mostra la vera natura di Steve in maniera spesso sottile ma molto efficace, raccontando quella che in inglese viene definita abusive relationship , una relazione in cui l’uso del ricatto fisico e psicologico, i giochi di potere, il silenziare il partner minandone la sicurezza mentale sono all’ordine del giorno.

In diversi episodi ci sono dialoghi tra Judy e Steve in cui tutto questo, anche se non esplicitato in modo evidente, esce in maniera molto forte perché la scrittura della serie, la messa in scena (entrambe in larga parte in mano a donne) e le interpretazioni degli attori funzionano alla grande per portare a segno quel tipo di gioco nel dire e non dire ma farsi capire di chi si conosce da anni e anni . C’è in particolare uno scambio tra i due che viene ripetuto più volte:

JUDY – Non urlarmi contro.

STEVE – Scusa.

JUDY – Va bene/Tutto apposto/Ok.

Letto così pare poco, ma i tempi con cui i due si scambiano queste battute e il tono usato da entrambi mostrano quanto sia per loro una routine forse iniziata in modo traumatico che nel tempo è diventato solo gergo comune nei loro scambi. L’espressione tra lo scorato e lo sconfitto di Judy, inoltre, mostra in maniera evidente ma non urlata quanto sia ogni volta un dolore, un turbamento e un’umiliazione dover accettare le scuse di Steve e minimizzare quanto appena successo . Allo stesso modo la scusa automatica di Steve sottolinea quanto per lui sia la norma urlarle contro, chiedere scusa e andare avanti nella discussione come non fosse accaduto nulla. Questo si evidenzia ancora di più in un’altra scena successiva, quando Steve afferra Judy per un braccio e:

JUDY – Ahi!

STEVE – Scusa.

JUDY -Va bene/Tutto apposto/Ok.

Anche qui il resto del dialogo prosegue poi come nulla fosse. Certo, lungo la serie quanto il rapporto di sudditanza e dipendenza di Judy nei confronti di Steve sia sfumato, profondo e si regga anche su altri rapporti di potere, viene raccontato e approfondito mostrando il suo lasciarlo per poi tornare da lui, il suo essere gelosa anche da separati e la complicazione della componente mistery della serie. Questi dialoghi però colpiscono in particolare per la naturalezza e il tono piano con cui vengono raccontati che lascia passare una quotidianità sottile che potrebbe sfuggire agli occhi dello spettatore, o agli occhi di amici e parenti  che conoscono persone in relazioni di questo tipo ma non colgono, o fingono di non cogliere, segnali di un malessere profondo e difficile da raccontare.

In Dead to me la scrittura e la regia hanno un’idea ben precisa di quel che vogliono dire ma, di nuovo, le interpretazioni sono quello che rendono le idee efficaci e  James Marsden risulta un ottimo pezzo di merda , dotato di quel carisma, gentilezza e fascino che rende credibile il suo non aver problemi a instaurare relazioni senza fatica, tenendo a freno il suo lato peggiore che però trapela qua e là tra espressioni e movimenti del corpo. Un Principe Azzurro* dalle tonalità parecchio scure che manipola Judy in ogni momento e trova solo in Jen qualcuno in grado di tenergli testa e vedere al di là della cordialità da manager vincente.

Dead to me è stata rinnovata per una seconda stagione e c’è da sperare che la risoluzione del mistero non tolga mai il tempo e l’attenzione all’approfondimento dei personaggi che nella prima stagione le danno modo di staccarsi dalla marea di produzioni Netflix.

 

* In americano il Principe non è Azzurro ma Prince Charming, Principe Affascinante. E nessuno ha mai detto che il fascino sia esclusivamente positivo. 

Quel pasticciaccio brutto de La Torre Nera

Le famiglie disfunzionali in tv

La complessità delle produzioni seriali contemporanee probabilmente non sarebbe stata possibile senza l’intrusione del marcio nella perfetta bolla di innocenza che si pensava propria del piccolo schemo. Quando gli apparecchi televisivi entrarono nel mercato piccolo borghese, la pubblicità si premurò di specificare che la tv era un affare di famiglia, un totem attorno al quale ci si ritrovava insieme per godere di intrattenimento pulito, buono per tutte le età, e magari anche educativo. È durata un’eternità questa bolla e ha impregnato i palinsesti mondiali di family show fino ai primi anni ’90. Ci siamo sorbiti ore e ore di Genitori in blue jeans e di I Robinson (scrisse pensando all’ironia della vita) prima di vedere il canto del cigno della sit-com sulla famiglia aspirazionale, prima di guardare i propri genitori con sospetto, prima di Twin Peaks.

Genitori in blue jeans

Il concetto, la struttura e la funzione della famiglia sono cambiate incessantemente nel corso dei secoli. Tra le regole di base per il suo buon mantenimento possiamo comunque inserire senza dubbio dei punti imprescindibili: non molestare i tuoi familiari, non uccidere i tuoi familiari, non crescere figli come futuri serial killer.

Vi pare legittimo? Bene.

Basta l’attuazione di uno dei punti sopra citati per poter definire tranquillamente una famiglia come 100% disfunzionale, poiché altera la sua funzione, inceppa il proprio meccanismo e produce individui molto probabilmente disfunzionali a loro volta. È il brodo primordiale della disfunzione.

Nel 1990 Twin Peaks raccontò del brutale omicidio di Laura Palmer. Le famiglie raccolte intorno alla tv per gustarsi questo horror travestito da giallo travestito da soap opera appresero con sgomento che l’assassino era il padre di Laura, il buon Leland Palmer. Vi immaginate (o ricordate) il silenzio imbarazzato che calò in salotto?

L’assassinio Palmer portò in tv l’amara verità che il cinema conosceva già dai tempi di Psycho: la famiglia è un covo di serpi. È lì che si annida il Male. Non siamo al sicuro neanche quando siamo a casa nostra. L’effetto destabilizzante di questo risveglio fu intensificato in real life, perché i 90s sono anche gli anni del caso Lorena Bobbitt (1992) e del caso O.J. Simpson (1994), entrambi famosissimi ed entrambi legati al problema epidemico della violenza domestica.
 There’s no place like home, e meno male. 

Una volta scoperchiato il Vaso di Pandora, le serie tv hanno tuffato le mani spesso e volentieri nel grande tesoretto narrativo della famiglia disfunzionale. Il materiale che ne è derivato si è declinato in una moltitudine di gradi e generi, dal crime di I Soprano e Dexter, alla commedia di Shameless e Arrested Developement, fino al teen drama di Riverdale e all’horror di The haunting of Hill House, solo per citarne alcuni.

Il paradosso della famiglia come guscio nel quale crescere e contemporaneamente come sorgente di traumi ne fa il topos perfetto per qualsiasi tipo di narrazione, perché ogni buona storia nasce da un conflitto, quindi perché non andare a vedere dove stanno le sue radici?

Una volta appurato di avere un mostro in casa, a chi ci rivolgiamo? Ma alle forze dell’ordine, ovviamente. Magari a quell’astuto ma simpatico detective alla Magnum PI, oppure alla dolce e rassicurante Signora Fletcher. Dopo aver distrutto il mito televisivo della famiglia amorevole, l’unico step possibile stava nello scardinare allo stesso modo il suo succedano al di fuori della propria abitazione: l’ordine costituito, incarnato dalla sempreverde figura del detective, colui che ha giurato di proteggerci perché è il suo lavoro ma anche la sua vocazione, colui che acciuffa i cattivi e mantiene l’equilibrio nella società civile. Abbattuti i pilastri della famiglia, si abbattono i pilastri della legge e non resta che abbracciare il caos, la negazione finalmente televisiva del crollo delle nostre certezze, ingenuamente conservate in un’immagine di normalità da salotto.

La tv abbraccia gradualmente gli investigatori depravati e disfunzionali del noir cinematografico e dell’hard boiled letterario. Ci mette un po’ ma poi non li lascia più, e vi sfido a trovare un detective televisivo oggi che non abbia problemi di rabbia, di alcol, droghe, depressione o tutti i precedenti mischiati insieme. Ne sono esempi perfetti Luther, quel brillante tossico di Sherlock, il coprotagonista di Hannibal, ma anche gli insospettabili, inseriti in show mainstream come C.S.I: scena del crimine e Criminal Minds.

Criminal Minds

Abbiamo perso tutto quello che ci faceva sentire al sicuro, la famiglia e la legge. Siamo sul baratro della perdizione, a un passo dall’anarchia, ma guardate lassù nel cielo. È un uccello? È un aereo? È un supereroe! Non è però il superman bonaccione di Smallville e neanche il Batman camp di Adam West. È un individuo dotato di capacità straordinarie che non sa ancora bene come utilizzarle e perché utilizzarle. È un supereroe che ha già sentito parlare di Wolverine, di Magneto e degli Watchmen di Alan Moore. L’ingresso dei supereroi in tv è stato abbastanza tardivo e sporadico.

L’esplosione della febbre da superpotere televisivo è infatti esplosa in tutta la sua gloria solo dal 2015, quando Netflix in collaborazione con Marvel Television ha iniziato ad adattare i personaggi di Daredevil, Jessica Jones, Luke Cage e Iron Fist.

Il terreno sul quale sono approdati era però già stato infettato diversi anni prima dal germe della disfunzione, grazie a Misfits, il più esaustivo compendio sul superpotere disfunzionale a disposizione.

Una volta messo in scena un gruppo di individui allo sbando che impara a gestire le proprie abilità straordinarie, la strada percorribile con i supereroi oscuri della Marvel era ormai in discesa. Netflix ha imparato dalle vittorie altrui e per i suoi salvatori dell’umanità ha sfruttato al massimo le possibilità della disfunzione, regalando a Jessica Jones un alcolismo e una sindrome post-traumatica da manuale, mentre per Daredevil ha preferito una lenta discesa verso gli Inferi della rabbia e del rancore. I punti deboli dei supereroi sono essenzialmente anche i nostri, e se anche riescono ancora a salvarci dalle catastrofi più disparate, spesso non sono in grado di salvare loro stessi dall’abisso di solitudine nel quale sono spinti dalle responsabilità dettate dal potere. In The Umbrella Academy i supereroi che tentano di prevenire l’apocalisse devono per prima cosa fare i conti con le conseguenze della propria educazione all’interno di una famiglia che definire disfunzionale è un eufemismo. Non a caso, la forza distruttrice che potrebbe annientare il mondo proviene dall’interno della famiglia stessa ed è una forza che si nutre del dolore di una donna.

The Umbrella Academy

Teoricamente, non esite una donna disfunzionale, come non esiste un uomo disfunzionale. Il genere non determina meccanismi predeterminati o funzionalità specifiche, se non quelle che hanno in comune tutti gli essere umani: sopravvivere, inserirsi più o meno attivamente in un sistema sociale, economico e civile, rispettare le regole di base per l’esistenza altrui. Uomini e donne non hanno funzionalità distinte, o almeno non dovrebbero.  In realtà, una società con rigide distinzioni di genere (e solitamente un certo attaccamento al patriarcato) pretende spesso di imporre ruoli codificati in base al sesso, soprattutto alle donne. La rappresentazione femminile in contesto narrativo ha risentito di questo approccio sessista per secoli, tramandandosi dalla letteratura, al cinema e, infine, alla serie tv.  Personaggi aderenti ai più stantii cliché hanno conservato intatta un’immagine di donna che fosse costantemente attraente, giovane, rassicurante, mite, sessualmente disponibile ma senza eccessivo entusiasmo, fragile, in cerca della salvezza tra le braccia di un uomo. Le donne che non rientrano in questo schema generale possono essere definite disfunzionali, ma la loro è una disfunzione politica, una presa di posizione che mira a incrinare lo stereotipo, a decostruire e ridefinire le linee guida per la creazione di un personaggio femminile.

Russian Doll

In particolare nel caso delle donne nella serialità, ma anche più ampiamente per le categorie della famiglia, del detective e del supereroe, la disfunzione diventa mezzo per rinnovare gli strumenti della narrazione. Tra i primi a compiere questo fondamentale passo c’è stato Girls di Lena Dunham, seguito a ruota da Fleabag e Killing Eve di Phoebe Waller-Bridge, da Big Little Lies e Sharp Objects di Jean-Marc Vallée e da Russian Doll di Natasha Lyonne, Amy Poehler e Leslye Headland. Non è certo un caso se gran parte dei personaggi femminili non conformi allo standard sociale sia frutto del lavoro di ideazione e scrittura di artiste donne.

In sostanza, il lavoro di disturbo, interferenza e trasformazione attuato da personaggi apertamente disfunzionali ha prodotto uno slittamento nel rapporto tra spettatore e protagonisti. Da un legame di empatia e supporto verso il “buono“, siamo passati a fare il tifo per il “difettoso“, finendo per non aver più bisogno di immedesimarci perché il “difettoso” è diventato “patologico“. Invece di un atto di fede, ci viene richiesto un esercizio critico.

Chicche videoludiche: Reigns

Da dove comincio se voglio scoprire il magico mondo delle serie web?

Il binge watching è diventata una pratica talmente diffusa da aver fatto entrare l’espressione nell’immaginario collettivo: le piattaforme di streaming si contendono autori ed esclusive, mentre i canali televisivi classici aumentano i budget dedicati alle serie in maniera vertiginosa.

Accanto a questo mercato, ne esiste un altro: non paragonabile, perlomento per la portata economica, a quello delle major del settore ma sicuramente comparabile per la qualità della scrittura e l’originalità delle idee. A questo va aggiunto che le web serie hanno l’innegabile vantaggio di durare di meno ed essere dei classici contenuti snack, da recuperare ovunque possibile (e quindi, anche per questo motivo, ampiamente diffusi).

In questa quarta puntata di Da dove comincio, ho fatto la mia personale selezione di web serie, concentrandomi su quelle italiane, per consigliarvi i prodotti che reputo migliori, almeno per approcciarsi al tema.

Buona lettura e buona visione!

Freaks

Una serie di fantascienza trasmessa a partire dal 2012 scritta e diretta da Claudio Di Biagio, Matteo Bruno e Guglielmo Scilla, Freaks è il classico esperimento nato dall’idea di alcuni youtuber e che quindi – almeno per la prima stagione – vedo un grande dislivello tra la passione, la bravura e l’impegno di tutto il cast e il risultato finale. Intendiamoci, Freaks è una bella serie, è solo che la differenza tra la prima e la seconda stagione (in cui sono arrivati i soldi degli investitori resisi conto che il progetto aveva un certo valore!) si nota.
Otto episodi per la prima stagione, dodici per la seconda, una durata che va man mano aumentando, assestandosi poi sui ventiquattro minuti, è una serie che va vista perché ha una trama solida, una recitazione discreta e perché è stato il primo esperimento così audace, almeno qui in Italia.

Ritals

Cambiamo completamente genere per un fenomeno nato negli ultimi anni. Ritals nasce dall’idea di Svevo Moltrasio e Federico Iarlori, due expat italiani a Parigi (in cui gli italiani vengono chiamati, appunto, Ritals) e racconta le disavventure dell’adattamento a una realtà nuova. Questa serie ha avuto una progressione qualitativa impressionante, perlomeno per quanto mi riguarda: è partita con i classici tormentoni sulle differenze tra Roma (e l’Italia) e Parigi (o la Francia), la mancanza di sole, il buon cibo, gli aperitivi striminziti, l’educazione, la lingua, le case e così via e poi è esplosa mostrando le abilità registiche degli autori e la loro conoscenza enciclopedica della storia del cinema. La seconda stagione, in particolare, ha evidenziato il cambio di passo, citando film e omaggiando grandi registi, in un’escalation qualitativa che ha pochi eguali.
Le stagioni successive – per adesso siamo arrivati alla quarta – sono stati sempre all’insegna del divertissement e della citazione, lavorando anche sullo sfondamento della quarta parete e sulla costruzione di un personaggio su youtube, che spesso viene confuso con la persona che lo interpreta.
Una serie da vedere perché è anche divertente, oltre che tremendamente ben fatta.

The Jackal – Vrenzole e Lost in google

I The Jackal sono quanto di meglio ha prodotto youtube negli ultimi anni, capaci di reinventarsi ogni volta, utilizzando lo strumento – intenso come il video, il linguaggio cinematografico ma in senso lato anche la rete – in maniera innovativa, dirompente e sempre sorprendente (e scusate l’orrenda rima!). Lost in Google è tra i loro primi lavori, datato ormai 2011 e racconta di come, cercando la parola Google sull’omonimo motore di ricerca, si diventi testimoni di fatti apparentemente inspiegabili. Un mix di intelligenza, humor e bravura a cui difficilmente resisterete.

Sempre dallo stesso gruppo di youtuber nasce Vrenzole, un’idea e una realizzazione semplice che più semplice non si può: due persone che si parlano da un balcone all’altro, imitando voci, gestualità e argomenti delle matrone napoletane. Da vedere perché Ciro Priello raggiunge livelli inenarrabili di immedesimazione e perché così scoprirete, finalmente, qual è la definizione di Vrenzole.

Under the series

Under – The series

In chiusura, un progetto interessante perché va al di là del singolo mezzo espressivo: Under – The series nasce, infatti, dal romanzo distopico di Giulia Gubellini ambientato in un futuro non troppo lontano, in un’Italia distrutta dal default economico e in mano a un’Autorità Provvisoria di stampo militare che, per fronteggiare la crescente ribellione delle masse popolari, ha messo a punto una speciale arma di dissuasione, ossia l’esecuzione di 13 ribelli in diretta tv con un format in stile reality show chiamato, appunto, Under.
Alla regia troviamo Ivan Silvestrini, sempre attento ai dettagli e già in grado di tratteggiare personaggi e situazioni col suo personalissimo stile. Il progetto di Under è stato molto interessante perché la prima puntata della serie è uscita in contemporanea con il libro, in un’ideale staffetta che ha lo scopo di offrire al lettore e allo spettatore un’esperienza che si completa con l’altro mezzo espressivo.

Bonus: a un certo punto sono stato tentato di inserire in questa lista The Lady, quell’orrendo capolavoro del trash italiano nato da un’idea di Lory Del Santo. Ho deciso di evitare perché, per quanto possa essere divertente vedere un progetto nato male, sviluppato peggio e recitato ben oltre il limite del grottesco, quella serie ha avuto fin troppa visibilità. E scusate lo snobismo.

Detto questo, una volta viste queste serie e apprezzato il format, potete rivolgervi al mercato internazionale, foriero di molte serie interessantissime.
Ma questa è un’altra storia, a cui dedicheremo il giusto spazio più avanti.

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Archie’s Angels: storia delle ragazze di Riverdale e Greendale

Riverdale e Le terrificanti avventure di Sabrina sono nate dallo stesso padre, il fumettista e sceneggiatore Roberto Aguirre-Sacasa, e da madri diverse, l’emittente The CW per il primo e Netflix per la seconda. Facendo parte dello stesso universo narrativo, il crossover è inscritto nel loro dna e probabilmente prima o poi verrà reso esplicito, andando oltre i riferimenti, le strizzate d’occhio e gli accenni. Il terreno è stato già ampiamente preparato, e in particolare nello sviluppo dei personaggi femminili è palese la volontà di sviluppare i due show su parametri gemelli, coerenti e comunicanti.

A Riverdale e a Greendale, la cittadina dove vivono Sabrina e le sue zie streghe, i segreti nascono e prosperano. Spesso vengono portati nella tomba, ma le tombe sono luoghi che tendono a riaprirsi, facendo tornare a galla il passato e i suoi ingombranti fardelli. Tutti i personaggi delle due serie sono in qualche modo condizionati o perseguitati dagli errori commessi dai propri genitori (o antenati), compresi i personaggi maschili, ma è sulle ragazze che con più veemenza si abbatte l’ombra delle colpe di famiglia, soprattutto dei padri. Vista l’attenzione che il teen drama contemporaneo dedica alle trasformazioni sociali del suo tempo, questa insistenza sulla lotta femminile contro un’eredità culturale tossica risulta tutt’altro che sorprendente.

Strega a metà

Sabrina Spellman è figlia di una donna mortale e di un padre stregone, un Sommo Sacerdote per l’esattezza. Al compimento del suo sedicesimo compleanno, deve scegliere se abbracciare la propria natura di strega o se rinunciare per sempre ai poteri inimmaginabili che le offre il Signore Oscuro. Dietro a questo dilemma e alla lotta di Sabrina per l’indipendenza, si celano intrighi demoniaci, patti siglati con il sangue e tragedie che si tenta di nascondere con bugie elaborate. L’assenza dei genitori di Sabrina crea un falso vuoto, perché man mano che la protagonista impara a gestire la sua nuova forza di strega si avvicina anche ai segreti che si celano nel suo albero genealogico.

Nancy Drew dall’anima dark

Betty Cooper è la ragazza della porta accanto, letteralmente. È la vicina di casa di Archie, bionda, carina, intelligente, con la passione per il giornalismo. Il suo fiuto e la sua curiosità ne fanno un’ottima detective e contribuirà a più riprese alla soluzione dei misteri di Riverdale, non senza provocare qualche guaio nel frattempo. La sua sete di verità e l’intraprendenza che dimostra come investigatrice fai-da-te portano presto al manifestarsi di un lato di Betty inedito e inatteso. In lei si cela un’oscurità dissimulata, in agguato sotto l’apparenza angelica e rassicurante da brava ragazza, un’oscurità che ha radici profonde all’interno della sua famiglia. La madre e il padre hanno bagagli straripanti di segreti e, una volta esposti, costringono Betty a domandarsi con terrore se la malvagità sia un fattore ereditario.

La figlia del Boss

Veronica Lodge è arrivata a Riverdale da New York, insieme alla madre Hermione e al padre Hiram, entrambi originari della piccola cittadina. Gli affari di famiglia sono loschi e Veronica se ne rende conto molto presto. La ragazza condivide con il padre la personalità dominante e il carisma manipolatorio, ma fa un passo indietro quando la situazione si fa irrimediabilmente criminale. Con i genitori ha un rapporto conflittuale, ma spesso si accorge di comportarsi esattamente come loro. Al pari di Betty, della quale diventa la migliore amica, si chiede se il fattore ereditario includa le colpe di chi l’ha preceduta.

Cappuccetto rosso sangue

Cheryl Blossom è l’erede dell’impero di famiglia, dedita alla produzione di sciroppo d’acero ma anche a un giro di droga e corruzione che porta alla morte del figlio maschio Jason. Per i coetanei, Cheryl è la classica bella stronza, capitano delle cheer leader, crudele, arrivista, impermeabile alle sofferenza altrui. In realtà, il suo è il personaggio forse più segretamente agonizzante della serie. Nel passato dei Blossom c’è di tutto, dall’incesto all’omicidio, e anche il presente non regala grandi gioie. Cheryl mette su una corazza per proteggersi dagli orrori del suo retaggio e lotta ogni giorno per sopravvivere alle pugnalate in agguato nella sua stessa casa.

Le protagoniste dell’universo Archie Comics declinato al seriale televisivo condividono il peso di famiglie disfunzionali, segreti inconfessabili, patti mortali e colpe che si trascinano per generazioni. Tutte hanno una facciata da preservare, ma sotto di essa sprofondano nell’oscurità, nella paura di non riuscire a riscattare il proprio futuro dal Male degli avi. Dentro sono tutte incrinate, contese tra due poli: presente e passato, luce e ombra, tradizione e rinascita.
Dalle prossime stagioni di entrambe le serie possiamo aspettarci veramente tanti ottimi spunti. Le terrificanti avventure di Sabrina tornano su Netflix il 5 aprile, mentre la terza stagione di Riverdale (un mix tra True Detective e Scooby-Doo da leccarsi i baffi) è già partito negli Stati Uniti, ma arriverà in Italia
dal 26 marzo.

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You, nella mente del serial killer in salsa millennial

Attansiòn: il seguente pezzo contiene spoiler. Continuate la lettura se avete già visto YOU o siete appassionati della pratica delle anticipazioni.

Stando ai dati che comunica Netflix, You ha avuto più di quaranta milioni di spettatori durante il suo primo mese sulla piattaforma, e non è difficile crederlo: la serie racconta di un giovane libraio che si innamora di un’aspirante scrittrice e che farà di tutto – davvero di tutto – per stare con lei, in una New York molto contemporanea e molto millennial, invasa dai social network.

Il libraio Joe (Penn Badgley, il Dan Humphrey di Gossip Girl) è un bravo ragazzo, uno di quelli ancora convinti che l’amore possa trionfare su ogni cosa; peccato che sia anche uno psicopatico e che il suo amore debba affrontare molti ostacoli: l’aspirante scrittrice Beck (Elizabeth Lail, già vista in Dead of Summer e in Once Upon a Time) ha un ragazzo – il divertentissimo stereotipo dello startupper hipster interpretato da Lou Taylor Pucci – e delle amiche, tra cui la discutibile ricca snob Peach Salinger (Emily Fields, Pretty Little Liars) e l’instagramer Annika (Kathryn Gallagher).

Proprio come Gossip Girl, il ruolo dei social è importantissimo in You, ma questo non è un teen drama, è un thriller psicologico che esplora le ossessioni – quelle moderne e quelle che esistono da sempre.

A un certo punto della serie, nell’ottavo episodio, Joe dice “Addiction is a monster” – la dipendenza è un mostro – ed è di questo che parla la serie: c’è la dipendenza reale, fisica, della vicina Claudia o del ragazzo di Beck; c’è quella affettiva che a volte scivola nella violenza psicologica e altre invece sfocia in quella vera e propria; e c’è quella da social media, dal giudizio degli altri, dall’immagine di noi che decidiamo di dare al mondo.

Da brava serie americana molto mainstream, e secondo i dettami classici dei generi “di paura” come il thriller e l’horror, You ha un fondo moralista quando ci parla di social media: ci mette in guardia dal non esagerare – stranger danger, si dice in inglese. Con un po’ di ingegno è possibile scoprire tutto su di noi e usare le informazioni per ingannarci, per trovarci, per sfruttarci e magari pure per ammazzarci. O per farci sembrare ancora vivi. Se pure queste sono le conseguenze estreme, è vero che la fenomenologia dello stalking – la tematica iniziale di You, prima delle sue evoluzioni di puntata in puntata – è cambiata con l’avvento dei social media. È stato reso più facile e non si limita alla sola persecuzione fisica.

Di più, You posiziona lo spettatore direttamente all’interno della testa di Joe, con la sua voce narrante sempre presente – a tratti inquietante e a tratti ironica, quando non isterica – a commentare tutto quello che vediamo sullo schermo. A volte funziona, costruendo un’ironia drammatica – ovvero quando lo spettatore conosce più elementi dei personaggi sullo schermo – che riesce a intrattenere, a divertire e a tenere incollati; altre volte invece sembra di guardare in loop la sesta puntata della quarta stagione di BoJack Horseman, quella in cui il nostro amato cavallo continua a darsi del pezzo di merda in un delirio di alcol e psicofarmaci.

Magistrale, eh, ma pensate se durasse quattrocentocinquanta minuti.

Al di là di questo, l’operazione che You compie – l’identificazione con lo psicopatico – non può che far ragionare: spesso ci comportiamo come Joe; non possiamo fare a meno di recuperare più informazioni possibile sulle persone che ci interessano, di entrare digitalmente nelle loro vite; arriviamo a un’intimità telematica e a un’idealizzazione dell’oggetto del desiderio che però è al tempo stesso influenzata da come l’oggetto stesso si pone nel mondo digitale. È voyeurismo ed è voglia di essere guardati.

Ed è qui che entra in gioco il titolo, con uno scarto grammaticale e semantico che non si può rendere in un’altra lingua: You non rappresenta solo l’ossessione di Joe per Beck, ma è anche You nel senso di tu/voi. Quando nei titoli di testa la appare la parola e si colora di sangue, è la serie che parla direttamente a noi spettatori, che ci dice “Attenti, stiamo parlando di voi. In un ruolo o nell’altro, voi vivete questa storia”.

Metaforicamente, si spera.

Al di là dei diversi gradi di disagio psicologico, You riesce a fare bene un’altra cosa: riesce a parlarci di come funzionano le relazioni adesso; non solo per i social media, ma per il carico emotivo e per le preoccupazioni che riguardano i millennial in generale, dipingendo il ritratto di una generazione divisa tra la superficialità, la leggerezza e il desiderio di esperienze profonde e totalizzanti. Certo, lo fa sempre con il filtro del thriller, ma anche con citazioni pop (da Harry Potter a Game of Thrones, passando per il caso Weinstein e le Kardashian) per dirci che è davvero, profondamente, radicata nel mondo del qui e ora, individuando di sbieco lo Zeitgeist meglio, forse, di altre concorrenti della famiglia Netflix come Thirteen Reasons Why o Baby. Una tensione, questa, espressa bene attraverso la fotografia della serie: dove ci aspetteremmo i toni freddi – blu-verdi – del thriller, You usa invece colori caldi, rassicuranti.

È naturale, con una pluralità di temi così importanti, che qualcosa debba essere sacrificato. In questo caso, si tratta dello sviluppo drammaturgico: spesso la trama avanza per coincidenze e colpi di fortuna, costruendo situazioni al limite del trash che strappano un sorriso, con leggere forzature della realtà che non giovano molto alla verosimiglianza complessiva; ma per ogni volta che succede questo c’è anche un contrappeso: un oggetto, un’informazione o un evento che torneranno utili più avanti, garantendo qualche soddisfazione e qualche brivido allo spettatore, soprattutto quando si arriva al finale – magnifico. Certo, c’è anche un ripetitività di alcuni meccanismi narrativi, ma è bello pensare che sia voluta, e funzionale a sottolineare l’ossessione che il nucleo della serie.

È notizia di pochi giorni che You avrà una seconda stagione – stanno già girando i nuovi episodi – anche se è difficile immaginare come si evolverà la storia, visto l’alto tasso di mortalità dei personaggi.

Da Dirty Dancing a Mrs Maisel, benvenuti nel mito vacanziero delle Catskill Mountains

Esistono luoghi che entrano a far parte del nostro immaginario (personale e collettivo) senza che li abbiamo nemmeno mai visti dal vivo: chi non ha mai passeggiato per New York o Los Angeles da turista meravigliandosi di come tutto gli sembrava familiare pur essendo la prima volta che li visitava?

Il cinema e la televisione ci hanno abituato ad ambientazioni che sono spesso ricorrenti – le strade di Brooklyn, la campagna britannica, i vicoletti parigini – in così tante opere da creare in noi una sorta di archivio della memoria immaginaria, in cui questi luoghi anche se distantissimi da noi diventano familiari, parte della nostra esperienza, tanto da lasciarci in qualche caso anche un po’ delusi quando li visitiamo sul serio.

Grazie alla potenza dello schermo siamo stati a Buckingham Palace, in Alaska, in Transilvania, in Nuova Zelanda e ci siamo stati spesso in epoche ben lontane dalla nostra, vivendo attraverso l’immaginazione di registi, sceneggiatori e scenografi un’idea del passato che sia pur spesso non proprio aderente alla realtà, è diventata più vera del vero nei nostri ricordi.

 

Alcuni di questi luoghi ci sono familiari nel vederli anche se non sappiamo quali sono quando li guardiamo sullo schermo: è il caso di molti luoghi che fanno parte dell’immaginario culturale americano, profondamente inseriti nella storia degli Stati Uniti tanto da essere dati per scontati nella sceneggiatura e spesso decontestualizzati totalmente per uno spettatore italiano.

Uno di questi luoghi è la zona della Catskill Mountains, che rappresentano una fetta fondamentale della storia e della cultura ebraica americana e che probabilmente avete visto rappresentati in moltissimi film e serie TV senza neppure accorgervene.

Vi sorprenderebbe sapere ad esempio che Bethel, la cittadina in cui ebbe luogo il Festival di Woodstock, si trova proprio sulle Catskill e che Dirty Dancing è ambientato in uno dei resort che tra il 1920 e il 1970 prosperarono nella zona, comunemente chiamata anche Borsch Belt? E l’elenco potrebbe continuare: Tootsie, Lolita, Come Eravamo, e moltissime altre pellicole americane hanno sfruttato il fascino di questo territorio montuoso e verde nell’Upstate New York come ambientazione, spesso rievocandone i fasti come destinazione turistica che risalgono a parecchi decenni fa.

 

La Borsch Belt, detta anche Jewish Alps (che comprendeva le contee di Sullivan, Orange e Ulster nello stato di New York) è stata infatti per quasi 5 decenni uno dei luoghi di vacanza più famosi degli Stati Uniti, popolata di campeggi e villaggi turistici che si rivolgevano principalmente a un pubblico di ebrei newyorchesi.

Ricchi borghesi alla ricerca di una vacanza non troppo lontana dalla città, certo, e che consentisse facili spostamenti (spesso le famiglie restavano in vacanza tutta l’estate mentre i mariti facevano la spola tra le Catskill e New York), ma c’era anche un lato oscuro: dalla fine del diciannovesimo secolo e fino agli anni ’60, gli ebrei erano esclusi dalla maggior parte dei country club e dunque, necessariamente, finirono per creare club e luoghi di vacanza su misura della propria comunità.

Già immortalata ben prima degli anni ’20 come luogo selvaggio e meraviglioso da pittori come William Henry Bartlett e scrittori come H.P. Lovecraft, la zona delle Catskill era sede già dal 1824 del primo Grand Resort Hotel degli USA, il Catskill Mountain House, ma raggiunse il suo periodo di massimo splendore negli anni ’50 e ’60, periodo nel quale si contavano 538 hotel, 2.500 villaggi di bungalow, 1.000 case in affitto e 21 campi da golf. Man mano che gli americani di origine ebraica compravano terreni e si trasferivano lì, infatti, si sviluppò una comunità che inesorabilmente “prese il controllo” della regione; nacquero così i grandi resort come Grossinger’s, Kutsher’s, il Concord, il Nevele, pionieri della vacanza all inclusive che comprendeva attività, 3 pasti al giorno, alloggio, insomma tutto ciò che oggi si può trovare in un villaggio Valtur o in Club Med.

Dirty Dancing

Il Kellerman resort in cui è ambientato Dirty Dancing era modellato sul più famoso, Kutsher’s, attivo per più di 100 anni e che nell’epoca d’oro non solo ospitava un numero enorme di famiglie, distribuite nei circa 13.000 acri, ma era anche sede di moltissimi spettacoli: comici, cantanti, star del cinema passavano infatti, ogni estate, quasi obbligatoriamente per le Catskill.

Elizabeth Taylor inaugurò nel 1958 la piscina di Grossinger’s, Debbie Reynolds e Eddie Fisher erano clienti regolari, Muhammad Ali e Rocky Marciano tenevano i loro allenamenti estivi da Kutsher’s ma soprattutto, la Borsch Belt divenne il catalizzatore di una popolazione di stand-up comedians alla ricerca di ingaggi estivi, molti dei quali di origine ebraica e quindi perfettamente integrati nell’ambiente.

Woody Allen, Rodney Dangerfield, Jerry Seinfeld, Henny Youngman, Sid Caesar, Billy Crystal, Buddy Hackett, Gabe Kaplan, Andy Kaufman, Joan Rivers, Jerry Lewis: la lista di comici che si sono esibiti nei resort delle Catskill è infinita ed è quindi facile capire perché anche la seconda stagione di The Marvelous Mrs. Maisel abbia deciso di trasferirsi per l’estate nell’Upstate New York. È proprio in uno di questi resort (l’immaginario Steiner’s, in realtà lo Scott’s Family Resort di Deposit, NY) che tutta la famiglia Maisel, come nella migliore tradizione delle Jewish Alps, si trasferisce per due mesi, ed è al Concord che Midge si esibisce per la prima volta davanti a un pubblico diverso da quello dei fumosi caffé newyorchesi esattamente come facevano i comedian dell’epoca.

 

La potenza iconica di questi luoghi e il loro significato per migliaia di persone che a volte per decenni hanno passato lì intere estati è incalcolabile, molto difficile da comprendere per chi non è americano o ancor meglio newyorchese e abituato a dare per scontata l’associazione tra le Catskill e la storia della stand up comedy, o tra le Catskill e uno stile di vacanza lussuosa ma famigliare, specchio di un’epoca in cui non esistevano né i viaggi aerei né la ribellione adolescenziale come oggi la conosciamo e si poteva passare l’intera vita in vacanza nello stesso luogo, una “casa lontano da casa” in cui si arrivava da piccoli e si finiva per portare anche i proprio figli.

La Borsch Belt è una delle grandi icone dell’età dell’innocenza dell’America, quegli anni ’50 e ’60 idealizzati, riveduti e corretti (soprattutto da opere create successivamente) alla luce del mito della famiglia e delle tradizioni, di una semplicità di valori e di relazioni che visti con l’occhio del presente sembrano ideali irraggiungibili. La realtà, come sappiamo, era ben diversa: sia perché le Jewish Alps erano figlie dirette dell’antisemitismo, sia perché l’idea che quel periodo fosse scevro di problematiche è tremendamente ingenua, e ce lo mostra lo stesso The Marvelous Mrs. Maisel mettendoci di fronte al quadro di una società spietata sia con le donne che con gli uomini, fatta di rigide distinzioni tra generi, classi sociali e culture.

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Le Catskill vivono nella memoria collettiva come la fotografia photoshoppata di un momento storico che a tutti gli effetti non è esistito nella realtà ma è diventato un mito sedimentato nell’immaginario culturale; non solo nell’esperienza diretta di chi le ha vissute e lo identifica come il posto di vacanze dove si fanno le prime esperienze, legato a ricordi positivi e giocoforza edulcorati dal passare del tempo, ma anche come un equivalente Made in Usa della Riviera Romagnola, della Versilia o di Cortina negli stessi periodi – l’immagine di un momento storico di benessere che a ricordarlo adesso, ci sembra così semplice.

Un momento che è arrivato alla fine circa a metà degli anni ’60: il vero declino dei resort delle Catskill, infatti, si può datare circa dal 1965 in poi, quando i voli iniziarono a costare poco ma soprattutto la controcultura iniziò a cambiare il modo di pensare delle nuove generazioni: fu proprio Woodstock, in un certo senso, a dichiarare il declino di quei luoghi con una vera e propria “occupazione” da parte degli hippies di un territorio che non era attrezzato né per ospitarli, né per capirli. E in Dirty Dancing (ambientato nel 1963, sull’orlo della fine per l’epoca d’oro della Borsch Belt), è alla voce di Max Kellerman, il proprietario del fictional resort, che è affidata la sintesi del clima di cambiamento che si respirava: “Stavolta sembra che tutto stia per finire. Credi che i ragazzi vogliano ancora venire qui con i genitori a prendere lezioni di fox-trot? Vogliono andare in Europa, ecco cosa vogliono,ventidue nazioni in tre giorni!”.

Eppure i resort, sia pure pieni di debiti, resistettero ancora per più di due decenni: il Grossinger chiuse nel 1986, il Concord nel 1998 e Kutsher’s addirittura nel 2013. Decaduti e ormai abbandonati alla natura, gli hotel delle Jewish Alps sono rimasti per anni un monumento a un’epoca che non esiste più e a un boom economico che questa zona non ha mai più sperimentato.

La buona notizia è che i turisti hanno ricominciato ad arrivare negli ultimi anni, certo non numerosi come negli anni d’oro ma la moda delle vacanze nella natura, gli hipster e una serie di festival nati nelle cittadine della zona sembrano aver rivitalizzato l’interesse verso le Catskill, ricongiungendo idealmente il presente e il passato di questo paradiso naturale dalle infinite potenzialità iconiche.

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Sul comodino ho un santino di Tata Francesca

Sono letteralmente cresciuta amando l’esuberante tata della famiglia Sheffield  – e con me almeno due o tre generazioni: si tratta di una delle sit-com più replicate in tv.

In Italia è stata trasmessa per la prima volta nel 1995 su Canale 5, con un doppiaggio che ne ha stravolto pesantemente diversi aspetti tanto che nemmeno il chirurgo plastico di Gabriel Garko avrebbe saputo fare un lavoro così meticoloso.

Se, nella versione originale Fran Fine e la sua famiglia sono di origini ebree, nella versione italianizzata Francesca Cacace è originaria della Ciociaria, così come zia Assunta e zio Antonio (in originale mamma Sylvia e papà Morty). Zia Yetta, cognata di Assunta, è in realtà la nonna di Fran: suo nonno è infatti un ebreo polacco emigrato negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale. Ammetto di amare particolarmente l’idea che Francesca venga da Frosinone e discenda da una lunga stirpe di pecorai! 

La storia inizia col licenziamento di Francesca dall’atelier di abiti da sposa dove lavora da parte di Danny: proprietario del negozio e suo fidanzato che ha, tra l’altro, deciso di lasciarla. Ma Francesca non si perde d’animo: nella scena successiva si presenta alla porta di casa Sheffield come una fiera e raggiante venditrice porta a porta di cosmetici. Qua, il produttore inglese Maxwell Sheffield, da poco rimasto vedovo che sta cercando una tata per i suoi tre figli e Francesca improvvisa un curriculum scritto col suo rossetto preferito.

Francesca non è una vera tata: è su questo che gioca la comicità degli episodi (non fraintendetemi, Tata Francesca è una delle mie pedagogiste preferite). Ma sono proprio i suoi consigli terra terra e la sua risata esuberante a portare una ventata di aria freschissima in casa Sheffield (e nelle nostre case). Francesca sembra il tipo meno adatto in assoluto al ruolo di babysitter: il suo stile sfrontato è agli antipodi rispetto a quello sofisticato dei borghesi Sheffield. Ma nonostante sia la regina indiscussa delle minigonne variopinte, del trucco appariscente e dei capelli cotonati conquista presto l’affetto di Maggie, Brighton e Gracie, come nessuna tata prima di lei aveva saputo fare.

L’inconfondibile sigla riassume bene questo punto:

“Who would have guessed that the girl we’ve described,
Was just exactly what the doctor prescribed?
Now the father finds her beguiling!
And the kids are actually smiling!”

E la stessa interprete, Fran Drescher, non ha mai perso la sua inconfondibile e contagiosa risata nonostante sia una sopravvissuta (a uno stupro, a un cancro al collo dell’utero che l’ha spinta a fondare un’attivissima associazione, al divorzio da Peter Jacobson dichiaratosi omosessuale [episodio da cui trarranno insieme la sottovalutatissima sit-com Happily Divocerd])!

Da bambina aspettavo con impazienza di rivedere Francesca e arrivavo davanti alla TV sempre un po’ in anticipo in modo da non perdere nemmeno un secondo di sigla! Passavo l’intera giornata con una madre molto rigida e conservatrice. Avevo il divieto più assoluto di giocare coi trucchi e l’ordine di dimostrare “di essere una bambina intelligente e non una stupidina”. Francesca e i suoi vestitini colorati avevano un effetto quasi psichedelico su di me!

Ovviamente avevo il divieto più assoluto anche di guardare “quellaputtanainminigonna”, Ma avevo sviluppato l’abilità di seguire l’intero episodio con un orecchio teso e in caso cambiavo immediatamente canale (questo vale anche per Xena – Principessa guerriera perché “ètroppoviolenta”, “tirendenervosa”  – anche se in realtà era il fatto di passare un’intera giornata a seguire i precetti di mia mamma a innervosirmi).

Guarda: La felicità non è una truffa

https://youtube.com/watch?v=XLdsG5gDsaw

Il punto è questo: Francesca Cacace è una donna così sicura di se stessa che non ha bisogno di dimostrare a nessuno di essere intelligente a tutti i costi, screditando la parte sexy e leggera di lei, né tanto meno screditando le altre donne (al contrario della sua algida e perennemente incazzata antagonista CC Babcock). Fa ciò che le piace fregandosene di chi la giudica solo in base all’apparenza: aspira palloncini con l’elio, dichiara di preferire Madonna a Pavarotti, è ossessionata da Barbra Streisand ed è follemente golosa di dolci. E di uomini: fin dai primissimi anni ‘90 Francesca pratica e parla di sesso senza problemi (e che dire della sessualmente attiva zia/nonna Yetta?)! Insomma, una donna cazzuta che sovverte gli stereotipi conservatori irritando non poco Maxwell (oltre che mia mamma) di tanto in tanto.

Molti di voi staranno scuotendo la testa. È vero: Francesca va a dormire con tanto di trucco e orecchini, mente circa la sua età e cerca di compiacere il desiderio di matrimonio di zia Assunta/mamma Sylvia. Ma c’è molto di più: Francesca esce con tonnellate di uomini, sì, ma perché non le interessa lanciarsi pateticamente tra le braccia di uomo qualunque. E con un gran senso dell’umorismo, ride di se stessa ma non lascia che nessun altro si faccia gioco di lei. Scherza sulla sua voce nasale (in lingua originale) perché per quanto possa suonare buffa non dimentica mai di far sentire la propria opinione con orgoglio!

Francesca mi ha insegnato che posso essere sexy senza preoccuparmi che questa dimensione faccia venire meno la mia intelligenza né, tanto meno, il mio essere femminista. Well, I am smart enough to know I have just been insulted, and sexy enough not to care!

Se anche voi, come me, siete ancora grandi fan vi consiglio l’account instagram @WhatFranWore: una raccolta dei suoi outfits più fashion e stravaganti!

Scritto da: Laura Palmer

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