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Now Playing: il corpo umano è costituito al 98% da storie

Ed è una stima al ribasso: ognuno, in un’età appena variabile tra i quattro e i sedici anni, assorbe come una spugna vergine le storie dal mondo che lo circonda. In tantissime forme: le più dirette, racconti orali, musica, fiabe della buonanotte, barzellette e pettegolezzi; le più canoniche, libri e film; le più mediate, videogiochi e giochi di fantasia, di ruolo e da tavolo. Non che, una volta superata la soglia dell’adolescenza, smettiamo di farlo, anzi, talvolta proseguiamo con maggiore consapevolezza e voracità. Fino a vent’anni avevo letto libri di fantascienza qui e là, raccattati col piglio del tombarolo in librerie di famiglia che prediligevano i gialli di Agatha Christie e i thriller di Kathy Reichs. Dopo, ho messo mani al portafogli e comprato tutto l’Asimov di cui avevo bisogno. Che, curiosamente, coincideva con tutto l’Asimov che esiste.

Il punto, però, è che le storie che arrivano per prime, nel corso della propria formazione inconsapevole, sono quelle cui il nostro immaginario si avvinghia più forte. Non tutte, le seleziona accuratamente e ne sceglie alcune, per elevarle a mito.

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Oggi sono questo, i miti: storie fondative, diverse, per ognuno di noi. Dopo, non si possono più cambiare ed è difficile aggiungerne di nuove. I paragoni fondamentali, nonostante possibili riletture e rivalutazioni, rimangono quelli. Esattamente come si può cambiare il proprio nome tutte le volte che si vuole, ma ci si volterà sempre, magari per sbaglio, a sentire quello di battesimo.

Quel che si può fare, però, è confrontare i propri miti, con quelli degli altri. Parlarne, consigliarli, “scambiarli” come carte Pokémon, consapevoli di averne una riserva infinita di doppioni, nel deck del proprio cuore. Pertanto, quando mi sono chiesto di cosa potessi parlare con i lettori in ambito di gusti, consigli e critica personale, non mi è venuto in mente niente di più personale di una lista dei miei miti fondativi. Non tanto perché vengano in qualche modo “recuperati” (per alcuni, sarebbe difficilotto), ma per raccontarceli, una volta di più, insieme alle storie che si portano dietro.

C’era una volta…

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Wolfenstein 3D

Siamo dalle parti del 1994, chi vi scrive allora aveva appena 4 anni. I miei genitori, ancora giovincelli, mi depositavano spesso dalla nonna, dove abitavano due zii materni. Il più giovane mi avrebbe accompagnato, un paio d’anni più tardi, lungo un interminabile numero di avventure via Super NES. Il più grande, invece, mi prese sulle ginocchia, letteralmente, per occuparmi di mirare e sparare nel primo first person shooter di grande successo della storia del videogioco: Wolfenstein 3D.

Allora, il mondo era molto diverso, da com’è ora e da come ci ricordiamo che fosse. Infatti, io non lo ricordo affatto. Ma giocare mi piaceva. Mio zio si occupava dei comandi noiosi, quelli sulla tastiera, mentre io usavo il mouse contro nazisti decisamente pixellosi. Lui, oggi dottore pluridecorato, allora fumava marlboro rosse con me in braccio. Da allora, da quei momenti, è discesa la mia predilezione, migliaia di giorni dopo, per gli sparatutto. Più specificatamente per quelli su console perché, badate bene, su computer non riuscivo a sopportare i comandi della tastiera. Inquietante, vero?

Anni dopo, al primo reboot della saga, lo stesso zio mi regalò una copia del nuovo Wolfenstein per PC (ouch!). Scoprii così, dopo aver acquistato appositamente un adattatore per controller, che la saga era anche horror. Forse, noi, ai mostri non c’eravamo arrivati, o forse non me n’ero mai accorto, con tutti quei pixel di mezzo. Delle sigarette non si scusò mai, ma non importa: lui ha smesso, io non ho iniziato. Comunque, se qualcuno fuma una marlboro rossa nei paraggi, ancora oggi, più di venticinque anni dopo, ne riconosco l’odore all’istante. Odore di nazisti che bruciano.

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Guerre Stellari

Non ha certo bisogno di presentazioni, la saga che i miei genitori mi presentarono a 7 anni. Giusto in tempo per assistere pochi anni dopo, e apprezzare con occhi tra l’ancora ingenuo e il già tifoso, alla nascita dei prequel. Fu amore a prima vista, senza renderci conto l’uno dell’età dell’altro, ma cosa importava? Io e Guerre Stellari dovevamo evidentemente essere destinati a stare insieme.

Crescendo imparai che quell’amore non era certo esclusivo, così mi ritrovai ad approfondirlo, legittimarlo, cementarlo, nuotando nell’oceano sconfinato che è la letteratura e il cinema di fantascienza. Dune, Hyperion, il Ciclo del Fiume, la trilogia della Fondazione, pecore elettro-oniriche, Valis, Solaris, fino a Interstellar, No Man’s Sky, il prossimo Ad Astra… Nel tessuto della bandiera che ho piantato su tutti i pianeti visitati in 29 anni di letture e giochi, romanzi letti o scritti in prima persona, le fibre sono fatte di iperspazio e didascalie scorrevoli sul cielo stellato.

Persino dove mai e poi mai mi aspetterei di trovarla, la storia degli Skywalker mi sorprende impreparato: nell’amore per il teatro shakespeariano e, più remota ancora, la tragedia greca. Che cos’è, in fondo, l’Edipo Re, se non l’archetipico rovesciato del celebre “Io sono tuo padre”? Non sorprende, freudianamente parlando, che Anakin sia così chaotic evil senza, anzi, con così tante figure paterne. Certo, se Edipo avesse avuto una spada laser, le cose sarebbero andate diversamente…

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Pokémon Yellow

Quando uscì il primo Super Smash Bros per Nintendo 64, tra i personaggi figurava un certo topo giallo dai poteri elettrici che, nella mia cerchia di amici, solo io conoscevo. All’epoca, il fenomeno Pokémon non era ancora esploso in Italia, ma qualcuno doveva sapere che, a breve, l’avrebbe fatto: i negozi di videogiochi avevano tutti qualche copia americana di Pokémon “Yellow”, per Game Boy. Io, alla cieca, l’avevo comprato e squagliato, e alla cieca davvero perché di inglese non sapevo che due o tre parole. Ho fatto fatica persino a scegliere il nome dell’avatar.

Ricordo lunghi viaggi in macchina, per andare o tornare dalla settimana bianca, nottate rubate al sonno, a giocare a un gioco che spesso era un labirinto sia letterale che linguistico. Ora a Pokémon potrei giocare a occhi chiusi, anzi qualche volta, per scommessa, credo di averlo fatto. Ma allora dovevo provare a immaginare il significato di ogni singola voce, incomprensibile, del menu, tra oggetti e mosse dai termini anche piuttosto fantasiosi (idropompa, turbosabbia, fulmisguardo).

Pietra fondativa del mio rapporto con i GdR su console, portatile o meno, Pokémon Yellow di Pikachu copertinato significò soprattutto l’inizio dell’apprendimento dell’inglese, oggi “platinato”, radicato nell’interesse e nel bisogno. Date a un bambino un gioco o un libro appassionante in lingua straniera e forse per un po’ non la tradurrà né parlerà, ma capirà e da lì, si sa, il resto è una comoda discesa.

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Magic: The Gathering

Era un’estate calda come la precedente e quanto la successiva, quando conobbi un nuovo gruppo d’amici, quasi tutti più grandi dei miei undici anni appena sufficienti a essere accettato. Il gruppo era ben diversificato nelle provenienze di quartiere e città, nel genere e l’età, eppure, questo mi colpì, a un certo momento del giorno, quando l’afa era troppa anche per stare sotto l’ombrellone, andavano tutti ai tavoli per giocare a Magic: The Gathering.

Mi ci volle qualche estate per padroneggiare il gioco e, contemporaneamente, racimolare carte abbastanza buone per costruire un mazzo competitivo. Magic, oltre ad insegnarmi cosa volesse dire “ogniqualvolta”, mi fece sanguinare il cervello, restituendomelo più forte e flessibile di prima. L’ultima estate prima che il gruppo si disperdesse, dopo tante combinazioni (verde-rosso, poi solo rosso, verde-nero per poco, bianco-blu per pochissimo), trovai un mazzo verde a pedine che faceva il culo a tutti, tutti, anche ai campioni di sempre.

L’eco di quella soddisfazione mi accompagna sempre, a ogni partita vinta in qualsivoglia gioco da tavolo con, neanche a dirlo, somiglianze ingombranti a The Gathering. E tutte le volte che mi capita di pensarci, persino adesso, mi viene voglia di ricominciare. In fondo, perché no? Già, perché no?

L’assassinio di Roger Ackroyd

Ho già accennato alle librerie familiari, gialle e ingiallite, costellate di Christie e Conan Doyle, rigorosamente in ordine abbastanza sparso da permetterti, sempre, di trovarne uno ma mai, precisamente, quello che cerchi. Quattordici o quindici anni fa avevo, rispettivamente, quindici o quattordici anni, e la professoressa di italiano assegnò una relazione su Dieci Piccoli Indiani. All’epoca ero già abbastanza snob e pensavo (lo penso ancora) che Dieci Piccoli Indiani sia, per carità, bello quanto sopravvalutato, Il Piccolo Principe dei gialli all’inglese. Oltretutto, per la legge murphyana di cui sopra, non lo trovai nella libreria di casa, così me ne feci consigliare un altro.

Assassinio di Roger Ackroyd, chiamato nelle prime edizioni Dalle nove alle dieci, è tuttora nella mia top ten dei libri preferiti. Non tanto per profondità emotiva o strutturale, è pur sempre un giallo, con Hercule Poirot, omicidio e sospettati, è semplice matematica. Eppure, per motivi che, purtroppo, ho l’obbligo di morale di tacere, è tra le letture più formative che si possano intraprendere.

Credo che la passione non solo per l’ascoltare ma per il raccontare storie, oggi cresciuta a dismisura e tramutata in lavoro, sia nata anche da questo breve romanzo. Lo consiglio a tutti, quando mi viene chiesto un consiglio su cosa leggere e quando non mi viene chiesto, amici, parenti, voi, a tutti. Tranne alla professoressa di italiano, con cui chiaramente non potevo ammettere di aver trasgredito. La relazione, comunque, la scrissi, soffermandomi appena sulla trama e dilungandomi più sulle doti dell’autrice: presi un ottimo voto. Anni dopo, ritrovai Dieci Piccoli Indiani nella libreria di famiglia. E non lo lessi.

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