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Stranger Things 3, l'analisi

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Un'America sempre più divisa, mostri conosciuti e personaggi che cambiano, ecco la nostra recensione della terza stagione di Stranger Things

Dopo una stagione d’esordio incredibile, a cui probabilmente non credeva neppure Netflix, e una seconda stagione che ha vissuto soprattutto sull’affetto provato per i personaggi, Stranger Things arriva al suo terzo ciclo narrativo e lo fa con una storia estremamente densa, che mescola i vari piani narrativi, ci mostra la crescita dei suoi protagonisti e si toglie anche il gusto di mostrarci i primi segni di una crisi che continua ancora oggi.

Si conferma insomma un prodotto estremamente denso, alla faccia della sua apparente semplicità e del suo appoggiarsi sulla nostalgia (anche se questa volta è tutto molto meno smaccato rispetto alla scena col Millenium Falcon del primo episodio), che sa proporre un intrattenimento di alto livello senza rinunciare a una scrittura attenta al periodo e all’oggi.

 Ovviamente attenzione che da qua in poi vige lo spoiler. 

Solve et Coagula

Uno dei grandi temi che accompagnano le otto puntate è la disgregazione del tessuto sociale, che riprende i temi cari a Romero e Carpenter che utilizzavano l’orrore e soprattutto il body horror per colpire la morale americana e mostrargli cosa stava diventando. Non è dunque un caso che il fulcro di tutto sia il centro commerciale, vera e propria malattia dei piccoli centri urbani e simbolo di un capitalismo al neon che non guarda in faccia nessuno. La piccola Erica diventa in questo caso lo stereotipo del consumatore medio, fiera capitalista, arrogante e frequentatrice del centro commerciale per il puro gusto del luogo e pronta a sfruttarne le regole (gli assaggi gratis) per il tornaconto personale.

Lo Starcourt Mall è il simbolo degli anni ’80: uno spazio di aggregazione totalizzante che assorbe tutto il tempo della comunità locale, calpesta i negozi familiari, è il covo in cui alberga la cospirazione russa e il varco verso il Sottosopra. In generale, il commento sull'America, per quanto sottotraccia è abbastanza presente in tutta la stagione, che finalmente supera la mera nostalgia per farci intuire anche cosa è rimasto degli anni '80 e l'immagine di copertina, Undici bendata con la bandiera con alle spalle i prodotti surgelati in un market stile "The Fog" è abbastanza esemplificativa.

Non è neppure un caso che il Mind Flayer (un mix di Alien, la Cosa, Tremors e Blob) attacchi il rifugio di Hopper, violandone la sacralità, un tema che va di pari passo con la violazione corporea del body horror e degli zombi, fortemente presente nella stagione (e in tutto l'horror di quel periodo, i film che i ragazzi vedono di nascosto è Il giorno degli zombi). Per la cultura americana ogni casa è un tempio inviolabile, un luogo che sta a metà tra il religioso e il politico. Ricordiamoci che la massima espressione del potere statunitense si chiama Casa Bianca.

L’orrore americano ha sempre visto nella dissacrazione della casa un momento importante (Amytiville Horror, La Casa), perché è una simbolica violazione e critica della cultura americana. Distruggendo una casa o rendendola un luogo non sicuro io sto simbolicamente facendo lo stesso a tutti gli USA e allo stesso tempo sto dicendo che le tradizioni e il passato devono morire, così come la casa di Hopper non può più essere vista come  un sancta sanctorum.

Il tema delle apparenze che ingannano e del lento declino della comunità americana dietro i sorrisi e i lustrini è legato in parte al modo in cui il Mind Flyer infetta la comunità di Hawkins, che richiama L’Invasione degli Ultracorpi, anzi Visitors, che uscì proprio nel 1985 ed è un ottimo esempio di allegoria delle spie dormienti, ma anche a una cultura omogeneizzante in cui tutti siamo “dissolti” e privi di senso critico. Da questo punto di vista la scena cardine è senza alcun dubbio quella della cena familiare a casa del direttore del giornale in cui la figlia e il bullo-paziente zero, si comportano con affettata cortesia di fronte a Undici e Max per poi drogare e attaccare senza pietà gli adulti ignari.

Una disgregazione che continua nell’inevitabile tema della crescita e riverbera in una trama che segue vari gruppi di persone che percorrono cammini differenti per poi arrivare quasi tutti nello stesso punto, perché disgregazione sì, ma alla fine l’amicizia deve trionfare. Il nucleo originale di amici è ormai allargato e perso in mille rivoli in cui ognuno punta soprattutto a soddisfare il suo egoismo adolescenziale. Le prime cotte i primi traumi, la prima voglia di esplorare una sessualità ancora non del tutto compresa, mostrano ai ragazzi che la vita non è una palla di vetro con la neve in cui tutto resta perfetto per sempre, ma ci saranno sempre scelte da fare e persone che inevitabilmente ne saranno ferite.

E crescere purtroppo spesso vuol dire che ciò che ti piaceva un attimo prima poi improvvisamente non ti piace più, che non vuoi più essere un mago, un bardo, un chierico o un paladino.

C’è chi accetta tutto questo come parte naturale delle cose e chi no, come Will, quest’anno più in disparte perché si è esaurito il suo ruolo di vittima sacrificale e non gli resta altro da fare che essere una sorta di “sensore per Mind Flyer” che si tocca il collo ogni tanto. Nella sua generale inutilità brilla però la scena della demolizione di Fort Byers (torniamo al tema della casa), rabbioso atto di resa contro lo scorrere del tempo di chi fino all’ultimo secondo ha creduto nell’amicizia e nel gruppo, in quei sogni di bambino in cui ci immaginiamo per sempre vicini agli amici di infanzia.

Ritorno al nostalgico

Stranger Things vuol dire nostalgia e marchi sbattuti in faccia a ripetizione finché tutto il pubblico non è completamente innamorato. Tuttavia, questa nuova stagione sembra aver attuato una strategia differente rispetto al consueto bombardamento geek. Sì, ci sono i marchi, soprattutto la famigerata New Cola, simbolo di quanto sia sbagliato abbandonare la via vecchia per la nuova, ma stavolta la nostalgia sembra voler colpire in maniera più subdola poggiando soprattutto sui riferimenti visivi e cinematografici. Ovviamente tratteremo tutto questo in un articolo stracolmo di riferimenti, citazioni e strizzatine d’occhio, ma alcuni di questi elementi si legano innanzitutto alla storia.

Siamo pur sempre dalle parti del classico teen movie con ragazzi che fanno cose straordinarie, tipo i Goonies, che uscì proprio in quell’anno.

Il più banale è l’utilizzo dei russi come cattivi, un riferimento esplicito ad Alba Rossa e a tutto il cinema d’azione del periodo reaganiano, in cui l’hanno fatta da padrone. Curiosamente l’85 è anche l’anno di Rocky IV, forse primo vero tentativo di disgelo in stile Glasnost. Inoltre, il sicario russo sembra proprio, ma proprio tanto, pensato per essere una sorta di mix tra Danko e Terminator, del primo ha la provenienza, del secondo le movenze, il make-up, i capelli, un po’ del vestito e, se vogliamo anche la missione. (Se volete prendervi un minuto per piangere Alexei, questo è il momento giusto).

C’è poi tutto il tema del centro commerciale, che ruota attorno all’esplicito riferimento a Fast Times at Ridgemont High, da noi Fuori di Testa, che negli Stati Uniti è diventato col tempo una sorta di saggio sulla gioventù americana del periodo. Da là arrivano le divise marinaresche di Scoops Ahoy, che riprendono il vestito da pirata di Captain Hook Fish & Chips, Dustin che paragona la sua ragazza a Phoebe Cates, il cartonato di lei su cui inciampa Steve e la scena della sua uscita dalla piscina ribaltata nella camminata di Billy sulle note di Moving in Stereo di fronte alle mamme.

Il commento più interessante sul tema della nostalgia e del citazionismo, soprattutto di tipo cinematografico, arriva dalla visione di Ritorno al Futuro, che arriva in sala proprio in quel periodo e sarà il film col maggiore incasso del 1985. Per quanto sia una produzione originale, Ritorno al Futuro fa ampio utilizzo dello strumento nostalgico, anzi, il suo messaggio è proprio quello di un passato intoccabile, che per gli anni ’80 era l’epoca d’oro degli anni ’50, quella dei baby boomer, dei diner e del rock n’roll. Un passato che da noi arrivò anche con Happy Days. Il messaggio è abbastanza chiaro: la nostalgia è sempre esistita e ha sempre funzionato.

Undici, Hopper e tutti gli altri

L’unica grande vera obiezione che possiamo muovere a Stranger Things è che di strano accade ben poco. Tutto è perfettamente apparecchiato per andare esattamente come personaggi e spettatori pensano che andrà. Certo, ci sono un paio di colpi di scena, soprattutto nel finale. Ma tutto va esattamente come deve andare dall’inizio alla fine e tutto viene spiegato e gestito senza grandi scossoni. Forse ci sono i russi? Sì, ci sono proprio i russi, ma è veramente tornato il mostro? Certo, è tornato il mostro, e così via. Questo ovviamente non vuol dire che non possa funzionare, anzi, la bellezza di Stranger Things sta in quella capacità di intrattenerti mescolando un sacco di registri senza cercare mai di prenderti troppo in giro. Sai come finirà, ma questo non ti impedisce di rimanere affascinato. Dove invece secondo me si è alzato il tiro è dal punto di vista della fotografia, che ogni tanto stupisce con inquadrature veramente spettacolari (e ovviamente citazioniste).

È una serie che alla fine sa confortarti e spaventarti con scene costruite al millimetro, anche quando piazza il coretto di Neverending Story nel momento più drammatico del finale.

Ci troviamo chiaramente in una stagione di transizione in cui da una parte c’è il bisogno di riciclare vecchie idee, come il Mind Flayer, e dall’altra di aggiungere nuovi pezzi, come i russi, cercando di amalgamare meglio personaggi già introdotti, come Max e Billy, dare un senso a quelli storici e introdurne di nuovi, tipo Robin.

Come spesso accade coi racconti corali, la gestione di più voci porta inevitabilmente alcuni piccoli squilibri, ma nel complesso possiamo dire che i Duffer hanno trovato un buon bilanciamento tra vecchie conferme e nuove leve.

Undici ha chiaramente perso il suo fulcro e tutto ruota attorno al suo processo di normalizzazione. Ormai è il deus ex machina per trovare le cose e risolvere la situazione quando tutto sembra perso. L’uso dei poteri è ormai dato talmente per scontato che l’unico modo per renderli nuovamente interessanti è farglieli perdere al termine della stagione così da capire come li riavrà. Senza dubbio è uno dei personaggi che fisicamente soffre di più, con sprazzi di body horror e larve infilate nella gamba.

Molto interessante la sua relazione con Max, che finalmente si slega dalle classiche logiche di rivalità femminile per abbracciare invece una sorellanza in cui Max trova finalmente un ruolo: quello di nocchiera per Undici nel mondo vero e nei rapporti interpersonali.

L’adolescenza di Undici rende ovviamente conflittuale il suo rapporto con Hopper che fra tutti è quello che forse ha subito lo stravolgimento più drastico a cavallo fra le due stagioni. Quello che inizialmente sembra solo un padre geloso e possessivo in linea coi canoni anni ’80 (anche per quanto riguarda le relazioni interpersonali, tanto da scatenare polemiche su fatto che un personaggio del genere non andrebbe mai invitato a uscire) si trasforma piano piano in un rullo compressore fatto di baffi, panza e camice a fiori che parla quasi esclusivamente con la violenza, anche quando cerca di intimidire Mike e limitare il suo rapporto con Undici, superando la sottile linea tra padre premuroso e persona pericolosa.

È palese qua il richiamo agli action hero del periodo, tanto da venire chiamato anche “Fat Rambo”, ma anche a un tipo di mascolinità che andava per la maggiore negli anni ’80 e che ha prodotto effetti fino a oggi. Hopper è il tipico uomo che non parla dei sentimenti. Un meccanismo che in parte si rivede nei ragazzi, soprattutto dopo la rottura fra Undici e Mike. A sua discolpa parziale almeno prova a fare il bel gesto di chiedere consiglio, ma alla fine fa comunque di testa propria.

Forse è una impressione mia, ma è come se la discesa di Hopper lungo la sua personalissima spirale di violenza prenda velocità dopo l’acquisto della camicia a fiori, quasi a simboleggiare un uomo che vorrebbe essere Magnum P.I. e cerca di comportarsi secondo i modelli che vede sullo schermo. Ci penserà poi il sacrificio finale a nobilitare tutti i suoi errori (che forse poi sacrificio non è), la tipica sanzione dell’antieroe per i peccati commessi. Assoluzione che arriva anche per il bulletto trasformato in zombi e che forse potevamo anche risparmiaci.

Chi invece continua un percorso bellissimo e completamente inverso è Steve. Partito come bulletto dal ciuffo ribelle si è piano piano ritagliato il ruolo di fratello maggiore di Dustin e di esempio di come la pressione sociale sia un nemico per tutti. In questa terza stagione viene completamente desessualizzato grazie a un vestito da marinaretto che gli permette di evolvere ancora di più fuori dalla sua zona di comfort.

Ma tutto questo non sarebbe possibile senza Robin, aggiunta azzeccatissima che anticipa lo scazzo degli anni ’90 e introduce il tema queer, aggiornando l’immaginario del periodo (sì, potrà sembrarvi incredibile ma gli omosessuali c’erano anche nel 1985) che va di pari passo con l’ambiente redazione sessista contro cui si scontra Nancy, altro personaggio che ha compiuto una evoluzione, mentre il suo compagno restava al palo.

E poi che bello finalmente vedere una “ship”, ovvero una relazione che molti vorrebbero tra due personaggi, per poi scioglierla in un coming out, spezzando l’archetipo per cui due personaggi di sesso opposto che collaborano prima o poi si devono innamorare in nome del fanservice.

In generale mi è sembrato che il punto di vista si sia allargato di molto rispetto al gruppo iniziale, che poi ha perfettamente senso per una serie che cresce assieme ai suoi protagonisti e deve inevitabilmente mostrarci anche una sempre maggiore complessità dei loro rapporti umani.

Adesso tutti si amplia ancora di più e la posta in gioco si fa sempre più alta. Perché nella prossima stagione, che sarà probabilmente l’ultima, i giochi andranno chiusi e non si potrà più solo fare affidamento sui mostri di un tempo. Ci vorrà qualcosa di nuovo, ci vorrà un’ambientazione furba che faccia anche da chiusura (magari l’89?) e soprattutto andrà messa la parola fine su un prodotto che ha visto un forte coinvolgimento emotivo da parte del pubblico.

In bocca al demogorgone, Fratelli Duffer.

Questo articolo fa parte della Core Story dedicata a Stranger Things

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