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È previsto si vedano giganti in questo I Kill Giants?

Su Netflix trovate da qualche giorno I Kill Giants, film basato sull’omonimo fumetto di Joe Kelly e Ken Niimura, edito in Italia dai tipi di BAO Publishing. In questo articolo non vi faccio una recensione del film ma provo a spiegarvi perché, secondo me, film e fumetto raccontano la stessa storia ma lo fanno in un modo sottilmente diverso.

Spoiler a cascata, dato che non posso evitare di raccontarvi la trama e una delle scene più importanti della storia. Sottolineando che Joe Kelly ha sceneggiato anche il film, partiamo dalla premessa della storia, che è la stessa in entrambe le versioni.

 

 

Barbara è una ragazzina che si affaccia all’adolescenza e deve affrontare quello che affrontano gli adolescenti di ogni epoca e cultura: giganti pronti a radere al suolo la cittadina costiera in cui vive con i fratelli.

O per lo meno è quello che racconta a tutti (i pochissimi) che la stanno a sentire, compresi i professori, la sua unica e appena conosciuta amica Sophia e la psicologa della scuola: lei caccia i giganti, affronta i giganti e uccide i giganti. Armata con Coveleski, potentissimo martello che porta sempre in una borsetta a tracolla da cui non si separa mai.

Quasi nessuno la prende sul serio e non pochi pensano che stia creando tutto nella sua testa per poter metabolizzare i problemi che sta affrontando: il sentirsi un outsider, non avere amici, la bulla della scuola che la prende di mira e la madre malata terminale. Barbara però è così convinta dell’esistenza dei giganti da passare le giornate a creare trappole e incantesimi per proteggere tutti dal loro attacco imminente.

L’esistenza o meno dei giganti in I Kill Giants non è il vero punto della storia, non siamo di fronte al classico urban fantasy in cui andiamo a scoprire un mondo fantastico e a salvare le chiappe a qualcuno. Il vero “cattivo” della vicenda non è altro che la morte impossibile da sconfiggere di sua madre, il dolore e la paura nel doverla affrontare e anche il senso di vergogna nel sentire di essere impotenti di fronte alla morte.

Però credo che l’esistenza o meno dei giganti renda più o meno intrigante la storia, soprattutto se raccontata con una certa ambiguità che lascia al lettore/spettatore la decisione in cosa credere.

La differenza tra versione filmica e versione a fumetti sta nella percentuale di ambiguità usata per decidere se i giganti esistono sul serio o meno. Il film sceglie di essere parecchio ambiguo lungo tutta la durata della vicenda e lo fa con il solito trucco: gli aspetti magici e fantastici sono visti solo dalla protagonista. Quando intravediamo il primo gigante siamo in una foresta disabitata dove Barbara ha piazzato alcune esche per attirarlo. Vediamo solo una manona lignea che sfiora un’esca e poi Barbara che esce dal proprio nascondiglio per osservare il gigante. Nessuno assiste alla scena.

Così come è sempre sola quando vede i messaggeri che preannunciano l’arrivo di un altro gigante, oltre ad essere pure parecchio stressata dagli eventi che le stanno capitando: i rapporti sempre più tesi con la sorella, la malattia inarrestabile della madre, la difficoltà nel mantenere un’amicizia che sta solo nascendo, una bulla che la vuole pestare e il senso di responsabilità per dover fermare i giganti sempre più vicini. Compresi gli incontri con una psicologa che non considera reali i giganti ma solo un modo ideato da lei per affrontare le sue difficoltà.

Questo aspetto ambiguo lo ritroviamo pari pari nel fumetto, dove non abbiamo la minaccia del gigante del bosco (inserito nel film probabilmente per aggiungere ciccia alla vicenda per aiutare il minutaggio di quasi 120 minuti) ma ci sono diversi momenti in cui Barbara vede cose fantastiche e magiche. Tutti momenti che potrebbero benissimo essere solo nella sua mente, come i piccoli folletti che le volano intorno mentre è seduta alla fermata dello scuola bus e lei ripensa alla giornata pesante che è riuscita ad affrontare come un cavaliere in armatura. Momento spezzato dall’arrivo della bulla, che non ha visto nulla di tutto ciò.

L’ambiguità procede bene o male simile, per quanto raccontata con metodi e immagini diverse, in entrambe le versioni fino alla scena della spiaggia, che è anche il punto di svolta della vicenda, quello in cui tutta l’emotività della storia arriva a sfogarsi sia per Barbara che per chi legge/guarda.

Siamo sulla spiaggia su cui si affaccia la casa di Barbara, dove vive sua madre malata. La spiaggia è sferzata da un nubifragio che sta per diventare un uragano. La bulla ha distrutto tutte le trappole e amuleti di protezione che Barbara ha costruito nel tempo. A questo punto Barbara affronta a viso aperto un titano alto venti metri, armata con Coveleski. È la scena che contiene uno dei momenti più emotivi della storia, nonché quella che nel fumetto vede l’arrivo del fantastico in tutta la sua forza per la prima volta. Però è qui che le due versioni credo divergano parecchio facendo una scelta narrativa che le rende due storie molto diverse seppure dalla trama pressoché identica.

Nel film a trovarsi sulla spiaggia ci sono Barbara e la sua amica Sophia, ma Barbara ordina a Sophia di nascondersi quando sente che il gigante è in arrivo dal mare. Sophia si nasconde in una baracca e da le spalle a Barbara, per cui quando a uscire dalle acque non è un gigante bensì un ancora più grosso e inarrestabile titano e lui e Barbara combattono, Sophia non guarda. Esce dal nascondiglio solo a combattimento avvenuto e vede Barbara sbucare dal mare dove era finita durante la lotta. Per quel che ne sa potrebbe essere finita in mare trascinata da un’onda anomala.

Nel fumetto invece le cose vanno in altro modo.

Barbara arriva in spiaggia mentre la bulla distrugge trappole e amuleti, mentre Sophia etnta di fermarla senza riuscirci. Barbara e la bulla iniziano a lottare ed è in questo momento che il titano esce dalle acque, sotto gli occhi di tutte e tre. Anzi, il titano cattura la bulla e Sophia ed è solo grazie all’intervento di Barbara che tira fuori il suo martello magico e attacca la creatura se le due non vengono mangiate. Sophia assiste alla conseguente lotta tra i due, compresa la caduta in acqua di Barbara alla fine del combattimento e da cui sbucherà solo dopo qualche giorno, data per dispersa dai soccorritori.

Certo, si potrebbe dire che Sophia e la bulla si sono fatte suggestionare dalla situazione critica, non è una passeggiata per nessuno trovarsi in mezzo a un tifone che si abbatte all’improvviso sulla costa. Ma anche sposando questa idea, nel fumetto rimane più solida la possibilità che giganti e titani esistano sul serio e che qualcuno possa vederli e, se ha coraggio da vendere, possa tentare di fermarli.

Nel film invece tutto punta a un semplice meccanismo di difesa ideato da Barbara per difendersi dal trauma della malattia della madre, un uso della fantasia per sopravvivere anziché un’irruzione del fantastico nella realtà che scombina e aiuta Barbara a maturare.

Dalla scena della spiaggia in poi le differenze diventano minime. Barbara accetta il fatto che non può salvare la madre, riesce a recuperare il rapporto con lei e io finisco in entrambe le versioni con gli occhi che sudano anche se c’è l’aria condizionata. Questo perché nonostante le differenze nella messa in scena quello che funziona in entrambe le versioni è l’aspetto emotivo della vicenda, vero punto di forza di questa storia che, nonostante una certa esiguità nell’approfondire i personaggi e una trama che definire semplice è un eufemismo, colpisce con la forza grezza e monomaniacale tipica di un adolescente che sta cercando di capire cosa significhi vivere una vita piena. Quello che cambia è il ruolo del fantastico nel fare i conti con la trivialità ineluttabile della morte.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Trailer del Superbowl: il Pagellone!

Se come me avete spento la televisione sul 21 a 3 per i Falcons perché vi stava calando la palpebra, “tanto ormai è andata, Brady è cotto”, ma quando stamattina vi siete guardati allo specchio avete trovato la scritta “bravo scemo” sulla fronte c’è solo un modo per farvi tornare il sorriso: guardare i trailer del Superbowl.

Peccato che tra sequel e recuperi nostalgici il materiale non sia poi così interessante.

Stranger Things 2

Dalla seconda stagione mi aspetto tanti di quei colpi bassi da dover indossare una conchiglia protettiva prima di vedere ogni puntata. E il trailer non fa niente per sconfessare questa sensazione, anzi. L’aspetto che però mi interessa di più è l’idea che il Sottosopra arrivi nella realtà e spero tanto che quella specie di Grande Antico che si vede per pochissimi secondi non sia soltanto una visione ma un megamostro. Un teaser che comunque centra l’obiettivo, peccato doversi ibernare fino ad Halloween (e che diamine!!!???!!!).

Voto 8,5 Potevo fare il simpatico dando 11 come voto ma non l’ho fatto, apprezzatelo.

Guardians of the Galaxy 2

Il primo è stato un po’ come raccontare una barzelletta idiota a una donna e scoprire che 1) la barzelletta invece era più carina del previsto 2) sei riuscito a farla ridere così tanto che ora ti sposa. Il secondo film sembra voler ricalcare pari pari lo stesso percorso, battaglie spaziali, gente strana, battutine, Groot e musica vecchia. Il problema è che adesso sappiamo che il film potrebbe essere figo e quindi c‘è un’aspettativa enorme che Gunn sembra voler appagare infilando ancora più di tutto. Sono quasi certo che la tizia con le antenne sarà uno dei cosplay più copiati del prossimo anno. Il trailer in generale ci dice poco.

Voto 7 Cose buffe, alieni e nostalgia, di nuovo.

The Fate of the Furious

Qua si comincia decisamente a ragionare, l’idea di far diventare Toretto cattivo era l’unico modo per uscire da una serie che sembrava non aver più niente da dire dopo il settimo capitolo, quello in cui avete detto alla vostra compagna che vi era entrata una bruschetta nell’occhio. Il critico che è in me dice che si poteva chiudere al capitolo prima, il tamarro invece vuole vedere al rallentatore la scena con la minigun e quella della palla da demolizione.

Voto 8 Sgasate e Toretto il tamarro perfetto

Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazar

Onestamente io non sento il bisogno di un nuovo film dei pirati dei Caraibi più o meno dal secondo capitolo e se fossi il re del mondo approverei una legge in cui puoi colpire fortissimo i cosplayer di Jack Sparrow e uscirne con la fedina penale pulita. Tuttavia nel trailer son stati bravi a giocare sporco con uno che, se esistesse, dovrebbe vincere il premio “Miglior cantante per rendere il tuo trailer intenso, profondo e interessante anche per il critico più difficile”: Johnny Cash.

Voto 6,5 Magari stavolta Jack muore sul serio

Transformers: The Last Knight

Dopo il secondo film ho deciso di avvicinarmi ai film dei Transformers con questo spirito: mi godo i trailer ma evito i film, così mi rimane solo il senso dell’epico e schivo quello del ridicolo. Qua Optimus Prime sembra aver subito la cura Toretto del buono che diventa cattivo e fa l’unica cosa giusta, ovvero menare BumbleBee. A questo giro però il trailer non convince, almeno nel film precedente c’erano i Dinobots, e ciò nonostante era riuscito a essere il peggior film della saga, qua neppure quelli.

Voto 5 AutoroNO!

Ghost in the Shell

Sono cresciuto così tanto a pane e cyberpunk che sono uno dei pochi interessato più al film e alla speranza che rilanci il genere che alla tutina della Johannson. La voglia di far tornare la moda del cyberpunk mi sembra d’altronde l’unico scopo di un film che può solo essere un ricalco meno spettacolare dell’originale. Il trailer comunque ti fa venire voglia di chiederti “Siamo quasi al 2020, dov’è il mio braccio meccanico col lanciarazzi?”

Voto 7,5 Tutine e violenza

Logan

Quando hai fallito così clamorosamente come in Wolverine — L’Immortale la tua unica speranza è travestire un film d’azione da pellicola vagamente sporca e intimista in cui l’eroe appare debole, ma sempre pronto a combattere, e magari in procinto di passare la mano alla prossima generazione. Logan sembra voler essere tutto questo, mescolando Old Man Logan, la morte di Wolverine e altre cose qua e là. Amazing Grace in sottofondo continua la grande tradizione delle musiche calme per contrastare la violenza su schermo. Ho paura che sia solo un gioco di specchi per un film d’azione nella media.

Voto 6,5 Logan sei vecchio, vai a vedere il cantiere dell’Avenger Tower

Baywatch

Tette e stupidità lo renderanno probabilmente un film da guardare previa lobotomia, anche perché The Rock ha il potere di prendersi sulle spalle progetti abbastanza assurdi e trasformarli in qualcosa di godibile semplicemente col suo carisma. Il resto è tutto materiale un tanto al chilo per uomini e donne che andranno al cinema dicendo di farlo per il gusto della nostalgia ma lo faranno solo per il piacere della carne. Nel trailer c’è più o meno tutto ciò che vi serve.

Voto 7 “Cara non è come pensi, è solo nostalgia”

Life

Cosa abbiamo qua? Astronauti che combattono una forma di vita ostile in un ambiente isolato? Claustrofobia? Lanciafiamme e decisioni difficili? Un cast interessante? Life sarebbe un film molto interessante… se non fosse mai uscito Alien! Rimane comunque un boccone molto goloso per chiunque sia vissuto all’ombra dello xenomorfo. Del gruppo di trailer è forse quello che più di tutti mi ha fatto venire voglia di andare al cinema, anche solo per capire come possono giustificare l’assoluta mancanza di norme di sicurezza per distruggere l’alieno semplicemente premendo un bottone.

Voto 9 “Ok ragazzi voglio un reboot di Alien senza chiamarlo Alien”

A Cure for Wellness

A livello puramente tecnico, l’idea di mascherare un trailer come uno spot pubblicitario è senza dubbio la scelta più interessante vista la collocazione del filmato. Sul film in sé c’è poco da dire perché siamo di fronte al classico montaggio veloce creato per mettere ansia, però dietro c’è pur sempre Verbinski eh! La storia parla di un misterioso centro benessere sulle Alpi svizzere che nasconde terribili segreti. Immagino che dopo anni di case stregate, istituti psichiatrici e ospedali bisogna pur inventarsi qualcosa di nuovo, adesso mi aspetto un bell’horror in un villaggio vacanze.

Voto 8 Cavallo di Troia

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Dirk Gently, agenzia d’investigazione olistica

Dalla mente di Douglas Adams, l’assurdità che mancava in TV

Lasciate perdere i revival anni ’80 con le bambine telepatiche, i parchi del selvaggio west, l’ennesima noia zombi o un’altra serie di supereroi, tutto ciò che vi serve adesso è Dirk Gently, l’investigatore olistico.

Sapete quando sono felice? Quando mi rendo conto che mi mancano ancora tantissime cose per poter dire di saperne tanto. Ad esempio, come moltissimi esseri umani del pianeta Terra adoro La Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams, ma ignoravo l’esistenza della sua deviazione verso il romanzo giallo, ovvero le storie di Dirk Gently, un investigatore fuori di testa che segue le vie del caos e dei collegamenti invisibili per risolvere casi assurdi. Grazie al cielo Netflix ha deciso di risolvere questa imperdonabile lacuna.

La cosa buffa è stata aver scoperto questa serie per caso e non perché centinaia di persone si esaltavano su Facebook.

Adams, assieme a Pratchett, è la risposta alla domanda “quale stile di scrittura vorresti avere se tu potessi caricare nel tuo cervello la personalità di un autore”. Mai banale, mai accomodante con il lettore, perfettamente a suo agio nelle trame più assurde e intricate, in grado di passare in maniera repentina dalla satira al nonsense, piegando le regole di genere, inventando parole, personaggi, situazioni che a nessun altro verrebbero in mente.

Adams è stato forse uno degli esponenti più brillanti di quella vena di pazzia e genialità che caratterizza le produzioni britanniche, passando attraverso la Guida Galattica, Doctor Who e in parte toccando anche Harry Potter. La serie tra l’altro è scritta da Max Landis, già autore di Chronicle e figlio del ben più noto John, che ho scoperto sfoggiare senza problemi sul red carpet una testa rasata con tanto di ciuffo arcobaleno.

Tutto il suo spirito è perfettamente racchiuso nella storia di Dirk Gently che nei primi episodi si limita a lanciare contro lo spettatore tutto ciò che gli passa per la testa. Una banda di teppisti post-punk che sembrano usciti dalla periferia di Berlino, un’assassina che si fa guidare dal caso e non può morire, esperimenti governativi, malattie mentali assurde che ti fanno credere di prendere fuoco e omicidi in stanze d’albergo ad opera di squali. Questi gli elementi rivelabili senza spoiler di una storia che dura 8 episodi e che si rifiuta prepotentemente di avere un senso fino all’ultima puntata.

Non ho assolutamente idea di quanto la serie sia fedele ai libri, ma se, come credo, è ancora meglio, vuol dire che l’acquisto appena fatto su Amazon ha avuto senso.

Tutto ciò che la serie vi chiede è esattamente ciò che Dirk chiede al suo involontario e improvvisato assistente Todd, interpretato da un secchissimo e stralunato Elijah Wood: fidati e segui la corrente, alla fine tutto è collegato. D’altronde proprio questo è il credo vagamente new age della disciplina olistica predicata nella serie: ogni dettaglio è connesso, ogni scelta predestinata, se sei quel posto e in quel momento un motivo c’è, ma se pensi che la tua vita non abbia senso è solo perché stai cercando di contrastare il fluire del cosmo. Dirk aggiunge a tutto questo un’attitudine esageratamente positiva e ottimista che ovviamente cozza con il pessimismo cosmico di Todd e la sua voglia di sopravvivere alle situazioni potenzialmente letali in cui viene coinvolto.

Il pregio maggiore di Dirk Gently è forse lo stesso di Kimmy Schimdt: riuscire nella difficile opera di creare una serie TV che sia allo stesso tempo appassionante, divertente, leggera, ma non stupida. Qualcosa che si può consumare con avidità ma senza un impegno emotivo e mentale, che ricarica le batterie. Il prodotto finale di questo frullato è una serie che ricorda i battibecchi e gli intrichi di Sherlock Holmes ma soprattutto le situazioni e le soluzioni assurde di Zak McKraken e i suoi occhiali e nasone, i marziani e il pane secco duro come la pietra.

Purtroppo sono solo otto puntate ma grazie a dio la serie è stata già confermata per una seconda stagione di 12 episodi.