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Netflix

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Trailer del Superbowl: il Pagellone!

Se come me avete spento la televisione sul 21 a 3 per i Falcons perché vi stava calando la palpebra, “tanto ormai è andata, Brady è cotto”, ma quando stamattina vi siete guardati allo specchio avete trovato la scritta “bravo scemo” sulla fronte c’è solo un modo per farvi tornare il sorriso: guardare i trailer del Superbowl.

Peccato che tra sequel e recuperi nostalgici il materiale non sia poi così interessante.

Stranger Things 2

Dalla seconda stagione mi aspetto tanti di quei colpi bassi da dover indossare una conchiglia protettiva prima di vedere ogni puntata. E il trailer non fa niente per sconfessare questa sensazione, anzi. L’aspetto che però mi interessa di più è l’idea che il Sottosopra arrivi nella realtà e spero tanto che quella specie di Grande Antico che si vede per pochissimi secondi non sia soltanto una visione ma un megamostro. Un teaser che comunque centra l’obiettivo, peccato doversi ibernare fino ad Halloween (e che diamine!!!???!!!).

Voto 8,5 Potevo fare il simpatico dando 11 come voto ma non l’ho fatto, apprezzatelo.

Guardians of the Galaxy 2

Il primo è stato un po’ come raccontare una barzelletta idiota a una donna e scoprire che 1) la barzelletta invece era più carina del previsto 2) sei riuscito a farla ridere così tanto che ora ti sposa. Il secondo film sembra voler ricalcare pari pari lo stesso percorso, battaglie spaziali, gente strana, battutine, Groot e musica vecchia. Il problema è che adesso sappiamo che il film potrebbe essere figo e quindi c‘è un’aspettativa enorme che Gunn sembra voler appagare infilando ancora più di tutto. Sono quasi certo che la tizia con le antenne sarà uno dei cosplay più copiati del prossimo anno. Il trailer in generale ci dice poco.

Voto 7 Cose buffe, alieni e nostalgia, di nuovo.

The Fate of the Furious

Qua si comincia decisamente a ragionare, l’idea di far diventare Toretto cattivo era l’unico modo per uscire da una serie che sembrava non aver più niente da dire dopo il settimo capitolo, quello in cui avete detto alla vostra compagna che vi era entrata una bruschetta nell’occhio. Il critico che è in me dice che si poteva chiudere al capitolo prima, il tamarro invece vuole vedere al rallentatore la scena con la minigun e quella della palla da demolizione.

Voto 8 Sgasate e Toretto il tamarro perfetto

Pirati dei Caraibi: La vendetta di Salazar

Onestamente io non sento il bisogno di un nuovo film dei pirati dei Caraibi più o meno dal secondo capitolo e se fossi il re del mondo approverei una legge in cui puoi colpire fortissimo i cosplayer di Jack Sparrow e uscirne con la fedina penale pulita. Tuttavia nel trailer son stati bravi a giocare sporco con uno che, se esistesse, dovrebbe vincere il premio “Miglior cantante per rendere il tuo trailer intenso, profondo e interessante anche per il critico più difficile”: Johnny Cash.

Voto 6,5 Magari stavolta Jack muore sul serio

Transformers: The Last Knight

Dopo il secondo film ho deciso di avvicinarmi ai film dei Transformers con questo spirito: mi godo i trailer ma evito i film, così mi rimane solo il senso dell’epico e schivo quello del ridicolo. Qua Optimus Prime sembra aver subito la cura Toretto del buono che diventa cattivo e fa l’unica cosa giusta, ovvero menare BumbleBee. A questo giro però il trailer non convince, almeno nel film precedente c’erano i Dinobots, e ciò nonostante era riuscito a essere il peggior film della saga, qua neppure quelli.

Voto 5 AutoroNO!

Ghost in the Shell

Sono cresciuto così tanto a pane e cyberpunk che sono uno dei pochi interessato più al film e alla speranza che rilanci il genere che alla tutina della Johannson. La voglia di far tornare la moda del cyberpunk mi sembra d’altronde l’unico scopo di un film che può solo essere un ricalco meno spettacolare dell’originale. Il trailer comunque ti fa venire voglia di chiederti “Siamo quasi al 2020, dov’è il mio braccio meccanico col lanciarazzi?”

Voto 7,5 Tutine e violenza

Logan

Quando hai fallito così clamorosamente come in Wolverine — L’Immortale la tua unica speranza è travestire un film d’azione da pellicola vagamente sporca e intimista in cui l’eroe appare debole, ma sempre pronto a combattere, e magari in procinto di passare la mano alla prossima generazione. Logan sembra voler essere tutto questo, mescolando Old Man Logan, la morte di Wolverine e altre cose qua e là. Amazing Grace in sottofondo continua la grande tradizione delle musiche calme per contrastare la violenza su schermo. Ho paura che sia solo un gioco di specchi per un film d’azione nella media.

Voto 6,5 Logan sei vecchio, vai a vedere il cantiere dell’Avenger Tower

Baywatch

Tette e stupidità lo renderanno probabilmente un film da guardare previa lobotomia, anche perché The Rock ha il potere di prendersi sulle spalle progetti abbastanza assurdi e trasformarli in qualcosa di godibile semplicemente col suo carisma. Il resto è tutto materiale un tanto al chilo per uomini e donne che andranno al cinema dicendo di farlo per il gusto della nostalgia ma lo faranno solo per il piacere della carne. Nel trailer c’è più o meno tutto ciò che vi serve.

Voto 7 “Cara non è come pensi, è solo nostalgia”

Life

Cosa abbiamo qua? Astronauti che combattono una forma di vita ostile in un ambiente isolato? Claustrofobia? Lanciafiamme e decisioni difficili? Un cast interessante? Life sarebbe un film molto interessante… se non fosse mai uscito Alien! Rimane comunque un boccone molto goloso per chiunque sia vissuto all’ombra dello xenomorfo. Del gruppo di trailer è forse quello che più di tutti mi ha fatto venire voglia di andare al cinema, anche solo per capire come possono giustificare l’assoluta mancanza di norme di sicurezza per distruggere l’alieno semplicemente premendo un bottone.

Voto 9 “Ok ragazzi voglio un reboot di Alien senza chiamarlo Alien”

A Cure for Wellness

A livello puramente tecnico, l’idea di mascherare un trailer come uno spot pubblicitario è senza dubbio la scelta più interessante vista la collocazione del filmato. Sul film in sé c’è poco da dire perché siamo di fronte al classico montaggio veloce creato per mettere ansia, però dietro c’è pur sempre Verbinski eh! La storia parla di un misterioso centro benessere sulle Alpi svizzere che nasconde terribili segreti. Immagino che dopo anni di case stregate, istituti psichiatrici e ospedali bisogna pur inventarsi qualcosa di nuovo, adesso mi aspetto un bell’horror in un villaggio vacanze.

Voto 8 Cavallo di Troia

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Dirk Gently, agenzia d’investigazione olistica

Dalla mente di Douglas Adams, l’assurdità che mancava in TV

Lasciate perdere i revival anni ’80 con le bambine telepatiche, i parchi del selvaggio west, l’ennesima noia zombi o un’altra serie di supereroi, tutto ciò che vi serve adesso è Dirk Gently, l’investigatore olistico.

Sapete quando sono felice? Quando mi rendo conto che mi mancano ancora tantissime cose per poter dire di saperne tanto. Ad esempio, come moltissimi esseri umani del pianeta Terra adoro La Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams, ma ignoravo l’esistenza della sua deviazione verso il romanzo giallo, ovvero le storie di Dirk Gently, un investigatore fuori di testa che segue le vie del caos e dei collegamenti invisibili per risolvere casi assurdi. Grazie al cielo Netflix ha deciso di risolvere questa imperdonabile lacuna.

La cosa buffa è stata aver scoperto questa serie per caso e non perché centinaia di persone si esaltavano su Facebook.

Adams, assieme a Pratchett, è la risposta alla domanda “quale stile di scrittura vorresti avere se tu potessi caricare nel tuo cervello la personalità di un autore”. Mai banale, mai accomodante con il lettore, perfettamente a suo agio nelle trame più assurde e intricate, in grado di passare in maniera repentina dalla satira al nonsense, piegando le regole di genere, inventando parole, personaggi, situazioni che a nessun altro verrebbero in mente.

Adams è stato forse uno degli esponenti più brillanti di quella vena di pazzia e genialità che caratterizza le produzioni britanniche, passando attraverso la Guida Galattica, Doctor Who e in parte toccando anche Harry Potter. La serie tra l’altro è scritta da Max Landis, già autore di Chronicle e figlio del ben più noto John, che ho scoperto sfoggiare senza problemi sul red carpet una testa rasata con tanto di ciuffo arcobaleno.

Tutto il suo spirito è perfettamente racchiuso nella storia di Dirk Gently che nei primi episodi si limita a lanciare contro lo spettatore tutto ciò che gli passa per la testa. Una banda di teppisti post-punk che sembrano usciti dalla periferia di Berlino, un’assassina che si fa guidare dal caso e non può morire, esperimenti governativi, malattie mentali assurde che ti fanno credere di prendere fuoco e omicidi in stanze d’albergo ad opera di squali. Questi gli elementi rivelabili senza spoiler di una storia che dura 8 episodi e che si rifiuta prepotentemente di avere un senso fino all’ultima puntata.

Non ho assolutamente idea di quanto la serie sia fedele ai libri, ma se, come credo, è ancora meglio, vuol dire che l’acquisto appena fatto su Amazon ha avuto senso.

Tutto ciò che la serie vi chiede è esattamente ciò che Dirk chiede al suo involontario e improvvisato assistente Todd, interpretato da un secchissimo e stralunato Elijah Wood: fidati e segui la corrente, alla fine tutto è collegato. D’altronde proprio questo è il credo vagamente new age della disciplina olistica predicata nella serie: ogni dettaglio è connesso, ogni scelta predestinata, se sei quel posto e in quel momento un motivo c’è, ma se pensi che la tua vita non abbia senso è solo perché stai cercando di contrastare il fluire del cosmo. Dirk aggiunge a tutto questo un’attitudine esageratamente positiva e ottimista che ovviamente cozza con il pessimismo cosmico di Todd e la sua voglia di sopravvivere alle situazioni potenzialmente letali in cui viene coinvolto.

Il pregio maggiore di Dirk Gently è forse lo stesso di Kimmy Schimdt: riuscire nella difficile opera di creare una serie TV che sia allo stesso tempo appassionante, divertente, leggera, ma non stupida. Qualcosa che si può consumare con avidità ma senza un impegno emotivo e mentale, che ricarica le batterie. Il prodotto finale di questo frullato è una serie che ricorda i battibecchi e gli intrichi di Sherlock Holmes ma soprattutto le situazioni e le soluzioni assurde di Zak McKraken e i suoi occhiali e nasone, i marziani e il pane secco duro come la pietra.

Purtroppo sono solo otto puntate ma grazie a dio la serie è stata già confermata per una seconda stagione di 12 episodi.

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Black Mirror — Terza Stagione: Il Pagellone

La terza stagione di Black Mirror è stata annunciata dalla più bella e involontaria operazione di marketing virale che una serie così potesse sperare: un massiccio attacco DDOS che ha resto Netflix e la maggior parte dei siti che visitiamo ogni giorno inaccessibili per qualche ora. Un attacco che ha avuto successo anche grazie alle centinaia di dispositivi “smart” che abbiamo in casa e che sono più vulnerabili di uno sbronzo girato di schiena con le cuffie. Come sempre, ogni episodio racconta una storia completamente diversa che mescola distopia, nuove tecnologie, social network e dinamiche sociali in un grande murales con su scritto “Facciamo schifo e andrà sempre peggio”, il problema è che ormai Black Mirror è passato dalla fantascienza al documentario, tanto che non ho ben capito se è Charlie Brooker a ispirarsi alla realtà o viceversa. La cosa che più mi spaventa è anche la mia assenza di spavento. La realtà in cui viviamo mi ha quasi del tutto desensibilizzato a una sana paura del futuro.

Vabbe’, pagellone?


03X01 — Caduta Libera: Immagiate che Facebook acquisti TripAdvisor e ci permette di votare le persone attorno a noi, rendendo palese la divisione in classi sociali attraverso un numeretto e dandoci la possibilità di sfogare pregiudizi, scazzi e frustrazioni personali affibbiando un bell’uno al tizio che ci ha spintonati per strada e dando cinque a qualcuno di famoso che vogliamo impressionare, insomma esattamente come facciamo ora coi like. Una camionista che bestemmia avrà una stelletta, una coppia ipocrita e sorridente che sembra uscita dalla pubblicità di Tommy Hilfiger, e a cui daresti fuoco da dove prendono meglio, cinque. Più alto è il voto, maggiori sono i tuoi privilegi sociali, compresi il saltare le code e alloggi migliori. Il risultato è una sorta di paradiso ipocrita che sembra preso dal video di Black Hole Sun in cui lo smartphone diventa un’arma di pressione sociale. Un collettivo stallo alla messicana in cui tutti sorridono. La deriva dei social, la ragione a colpi di like e la modifica delle nostre dinamiche è forse uno dei temi più abusati della serie, ma i colori pastello, la finta risata di Bryce Dallas Howard, la leggerezza con cui viene progressivamente umiliata per motivi futili e il pensiero che potrebbe tranquillamente succedere sul serio fra qualche hanno la rende una delle puntata più angoscianti della serie. Peccato per quel finale liberatorio che trasforma l’offesa in liberta e che stride parecchio con tutto il resto. Ciò che ci viene mostrato è ciò che succede portando all’estremo la facilità di giudizio e il bisogno di essere accettati che viviamo in questi anni. Se la cosa vi fa paura, sappiate che in Cina la stanno già testando. Voto 9 anzi, cinque stelline.


03X02 — Giochi Pericolosi: I videogiochi che in qualche modo analizzano le reazioni dell’utente e si regolano di conseguenza non sono una novità. Qualche anno fa Left 4 Dead ti scagliava addosso orde di zombi se si rendeva conto che eri troppo prudente, ma in questo caso parliamo di cosa potrebbe succedere dando mano libera a personaggi come Hideo Kojima o Keiji Inafune in un mondo che sta cercando di farci giocare sempre di più con realtà aumentata e virtuale. Fra tutte le storie è probabilmente la più debole come ossatura, ma questo non vuol dire che non sia comunque girata e pensata con gran cura, soprattutto nei colpi di scena stile Inception della fine. Personalmente ho trovato lunga e inutile l’introduzione e fastidioso il protagonista. Mi è sfuggito anche quale vorrebbe essere il messaggio di fondo: chiamate vostra madre prima che sia tardi e un gioco vi frigga il cervello? Se vi dicono di spegnere il cellulare fatelo? Se sei una di quelle persone che viaggia tanto e se ne vanta meriti una pessima morte? Comunque ormai è solo questione di tempo prima che qualcuno muoia per lo spavento di un survival horror virtuale e quel qualcuno potrei essere io. Voto 7 Prossimamente in un articolo sui videogiochi violenti de Il Corriere


03X03 — Zitto e Balla: Fondamentalmente l’arte del trolling applicata alla giustizia sociale. Anche qua il tema è abbastanza noto alla serie: vergogne private esposte al pubblico, invasione della privacy, sorveglianza sociale e il prezzo dei nostri errori. In questo caso tuttavia c’è un ulteriore livello di cattiveria, visto che fino all’ultimo pensiamo che sia solo un ragazzino che si vergogna a farsi vedere mentre si fa una sega, mentre di fatto stiamo guardando un giovane pedofilo disposto a qualunque cosa per uscirne pulito. Fra tutti gli episodi è probabilmente quello più cattivo, angosciante e privo di ogni via di scampo, ma questo lo scopriamo solo alla fine, quando la più classica delle Trollface ci svela che è tutto un crudele scherzo, una prolungata tortura anonima che ha coinvolto anche persone che avrebbero potuto chiedere aiuto alla polizia e che non hanno fatto niente di illegale, ma dato che viviamo in un era in cui compiere un crimine è l’ultimo dei problemi, hanno avuto troppa paura delle conseguenze. Anche se sono quelli con le colpe più grandi a pagare il conto più salato, tutti alla fine devono pagare, perché quando la tua vita finisce in mano a qualcuno che non conosci il lieto fine non esiste. D’altronde Bronn, qua nei panni di un uomo d’affari che ha voluto provare l’ebrezza di una prostituta ventenne lo dice chiaramente qual è il messaggio della puntata: “Non c’è cura per l’internet”. Voto 8 Da far vedere a tua figlia se non vuoi che mandi foto in giro


03X04 — San Junipero: Puntata totalmente fuori dagli schemi della serie per due motivi: per la maggior parte del tempo la tecnologia è assente e tutto finisce bene, anche se la gente muore. Probabilmente gli autori hanno pensato che a battere troppo il tasto del pessimismo prima o poi qualcuno si buttava di sotto. Puntata anche estremamente paracula, visto che gioca per tutto il tempo con l’estetica, la musica e i videogiochi anni ’80. Visto e considerato che lo spettatore medio di Black Mirror è un nerd sui 30, 40 anni il trucchetto è fin troppo facile, perché se citi i due finali di Bubble Bobble sai che lo apprezzerò, maledetto Charlie Brooker. Ma a noi onestamente non ce ne frega niente se per una volta vince la nostalgia facile, perché dopo le visioni paranoiche di mille futuri possibili in cui tutti finisce in merda per una volta ci va anche bene assistere a una storia d’amore ed eutanasia. Il cast è allegoricamente perfetto: Gugu Mbatha-Raw è il simbolo di una vita vissuta a pieno, senza rimpianti, con sfrontatezza e passione, Mackenzie Davis è l’amore che non conosce malizia, quella compagna di classe impacciata a cui batteva forte il cuore se qualcuno la guardava, che faceva tappezzeria nei balli solo perché era lei a scappare. Il resto è una riflessione sul ricordo, sul fine vita, sull’andare avanti, ma soprattutto sull’amore. Chiunque abbia avuto una relazione sa già che forse le protagoniste non si ameranno sempre alla follia per l’eternità, ma in questo momento non ci pensiamo, ci godiamo il momento, sperando che questa volta sia per sempre. A pensarci bene però questo è forse l’episodio più triste: questa tecnologia è la meno fattibile, i morti restano morti e l’oblio è ciò che ci aspetta. Solo Black Mirror poteva mettere il lieto fine nella tecnologia più irrealizabile della serie. Voto 8 Il paradiso può attendere


03X05 — Gli uomini e il fuoco: Forse la puntata in cui il metaforone e più palese e spiegato di tutte: un soldato efficiente non è quello con l’arma più grossa, ma con la coscienza più piccola, quello che spersonalizza così tanto il nemico da non vederlo più neppure come un essere umano. Tuttavia, anche il condizionamento mentale più efficiente non riesce a impedire traumi psicologici post bellici che consegnano alla società individui danneggiati e difficili da reinserire. La soluzione? Un sistema di realtà aumentata che visualizza gli umani come mostri indegni di alcuna pietà, che ti impedisce di sentirne le parole ed elimina l’odore del sangue. Il resto del mondo non deve fare altro che stare al gioco e far credere ai soldati che è tutto così. Se la cosa vi ha fatto salire il Chomsky il motivo è abbastanza semplice: per fare una buona guerra il nemico dev’essere spersonalizzato, svestito di ogni umanità, dev’essere una bestia del quale non capisci la lingua e della quale non ti interessano le motivazioni, se non per il fatto che sicuramente vuole solo ucciderti. Ogni riferimento a persone di religione musulmana è chiaramente voluto. Ma non è finita qua, perché quando il nostro eroe si rende conto degli orrori ha partecipato in maniera inconsapevole viene incarcerato per evitare che parli, un po’ come Chelsea Manning e quando torna a casa si trova di fronte a un luogo ormai privo di vita, distrutto, come l’esistenza di molti soldati, ma a lui che gli frega, tanto si è fatto rimettere nel sistema e vede una bella ragazza che lo aspetta. Buoni personaggi, tra i quali un sempre ottimo Michael Kelly, non male la regia sui toni freddi, che fa ottime cose con un set chiaramente poverissimo e recuperato in qualche sobborgo post-industriale fuori Londra. Voto 7 I mostri siamo noi


03×06 — Odio Universale: Sapete qual è la vera moneta di internet? L’indignazione. Il nostro potere npon è deciso dal numero di persone che ci seguono, ma da quante ne facciamo arrabbiare quando apriamo bocca. Per tutto l’episodio non ho potuto fare a meno di pensare quanto avessi sbagliato nel mettere alla gogna gli imbecilli che postavano stronzate post terremoto, non tanto per una questione del dargli visibilità, ma perché alla fine ero soltanto l’ennesima scimmia urlatrice in un baccano generale che non aggiungeva né toglieva niente al dibattito. Fondamentalmente la puntata ci racconta di cosa succederebbe se potessimo uccidere Selvaggia Lucarelli, se i suoi fan potessero uccidere quelli che hanno dato della zoccola a Tiziana Cantone, se avessimo potere su quelli che ci spoilerano Game of Thrones, sulla moglie di Renzi che si permette di non fare lezione per una cena con Obama, su Adinolfi, gli antivaccinisti, su chiunque secondo noi semplicemente se lo merita. Perché tanto è facile trovare qualcuno che fa una stronzata, la mette su internet e sbaglia al 100% no? E non parliamo magari di cose veramente gravi, magari è una dichiarazione sbagliata, magari è un foto poco opportuna, non basta tanto per scatenarci. Quando il direttore de Il Resto del Carlino è stato licenziato per la questione delle “cicciottelle” chi non ha provato un piacevole brivido di potere che gli ha anche messo un po’ di paura? In fondo che c’è di male quando ci auguriamo che qualcuno muoia o venga sottoposto a qualche forma di tortura medievale? Per noi sono solo parole su internet, mica stiamo veramente uccidendo nessuno no? Mica siamo quei bulli che se la prendono con un ragazzino gay, noi siamo nel giusto, la nostra indignazione è legittima. Che importa se qualcuno perde il lavoro, passa mesi in analisi o magari si ammazza? Che importa se qualcuno legge tutte quelle minacce di morte e pensa che bisogna passare ai fatti? Detto questo la detective con i capelli scuri aveva un accento gallesescozzese così fastidioso e accentuato che l’avrei strozzata. Voto 9 I mosti siamo noi, parte 2

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Stranger Things: il miglior motivo per farsi Netflix dai 30 anni in poi

Operazioni furbette che puntano al cuore dei trentenni ne abbiamo viste tante, ma Stranger Things, miniserie Netflix da 8 episodi uscita tre giorni fa, è probabilmente il gesto d’amore e di rispetto più grande verso un cinema che oggi sembra perduto.

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Lo so che lo abbiamo sentito dire tante volte, ma stavolta è vero, fidatevi. Se non l’avete ancora fatto è il momento di sfruttare il mese gratuito su Netflix, ma procediamo con ordine.

Quali sono gli elementi fondamentali di un film d’avventura per ragazzi?

Un gruppo di amici eterogeneo, una sorta di piccola società segreta in cui ci sono leader naturali, geni, clown, litigi e riappacificazioni, riti personali e interessi comuni. Un naturale ritrovarsi di personaggi che normalmente vengono dipinti come nerd, sfigati, diversi, deboli.


Una cittadina fuori dai ritmi delle grandi metropoli, in cui l’evento più grande è la fiera di paese.

Dei bulli che inizialmente sembrano intoccabili, che spesso rompono qualcosa di prezioso, ma che alla fine la pagano.

Una sorella maggiore un po’ stronza e snob.

Il sesso visto non con morbosità, ma con curiosità, emozione e un po’ di paura, un mondo mistico e ancora distante.

Gli adulti, col loro peso del mondo, le loro responsabilità, le loro regole, personaggi a cui sfuggire, a cui nascondere, perché tanto non capirebbero.

Un elemento fantastico e spesso terrificante, una forza sovrannaturale incontrollabile che i nostri eroi combattono con un coraggio che non credevano di avere, spesso senza l’aiuto degli adulti, se non alla fine.

Il colpo basso

I Goonies, Navigator, Stand By Me, IT, ET, Scuola di Mostri, Peter Pan, tanto per citare i primi che ci vengono in mente, sono tutti film che fanno ampio uso di questi elementi e sono riusciti, grazie anche a una scrittura a prova di bomba a tatuarsi nella nostra mente e diventare una grande cineteca condivisa, una sorta di scala di valori, fiabe moderne che hanno accompagnato la crescita di milioni di persone.

Altro colpo basso

Stranger Things prende tutti questi elementi e li spalma lungo otto puntate, saccheggiando a piene mani sia dal filone fantastico per ragazzi sia dagli horror in stile “Seconda serata sui Italia 1”, da X-Files ma soprattutto da Stephen King, dal quale, per andare sul sicuro, prende anche il font del titolo, che ricorda clamorosamente quello delle prime edizioni a cavallo tra ’80 e ’90. Non è un caso che dietro ci siano i Duffer Brothers che già in Wayward Pines avevano trasportato una certa suggestione a metà tra King e Twin Peaks.


La storia è essenziale, ma da subito interessante: un ragazzino sparisce in circostanze misteriose, la colpa è probabilmente degli esperimenti fatti dal governo nei laboratori vicini alla città, i suoi amici lo cercano, la madre lo cerca, il resto del mondo non gli crede.

A pensarci bene una parola negativa come “saccheggio” è forse troppo cattiva per un’opera confezionata ad arte, che cita sì col trucchetto nostalgico, ma lasciando soprattutto che siano la costruzione di alcune scene, la regia, il colore, i costumi a suscitare nello spettatore un caldo e rassicurante senso di familiarità. E poi c’è un casting perfetto, che mescola qualche vecchia star ormai tramontata a facce nuove e assolutamente normali, volti puliti che per certi versi ricordano una versione giovane e moderna di Kevin Bacon o Sean Penn.


C’è il gruppo di ragazzetti sfigati e pieni di difetti, come IT o I Goonies, ci sono le bici di ET, ci sono mostri che escono dalle pareti come Poltergeist, c’è una bambina con poteri psionici come Carrie o L’incendiaria, i poster alle pareti de Lo Squalo e La Cosa, ci sono persone ritenute pazze che poi hanno ragione come nella maggior parte dei film con gli alieni, ci sono ragazzine vestite come quella dei Goonies, gente che sale dalla finestra per sgattaiolare in camera della ragazza, prove di coraggio, giuramenti sigillati con lo sputo e una colonna sonora che viaggia tra Carpenter, la Retro Future e pezzi dell’epoca.

La saggezza di Stranger Things sta nel fatto che dopo un inizio in cui si viene bombardati da riferimenti, strizzatine d’occhio e citazioni visive, nella seconda parte la storia prende il sopravvento e si porta avanti senza incertezze e salti logici, con una solidità e una naturalezza che manca a un’altra operazione simile, quel Super8 che cercò a suo tempo di riportare in auge il racconto di fantascienza e mistero per ragazzi.

Se hai dai trent’anni in su è praticamente impossibile non amare Stranger Things ed è oggettivamente molto difficile giudicarlo con serenità, perché sì, è una produzione furba, furbissima, a volte quasi stucchevole nel suo cercare di piacerti a tutti i costi, ma è fatta così bene che, perdonatemi il discorso da vecchio bacucco, evidenzia l’impressionante differenza di spessore tra i racconti Young Adult moderni, come Twilight, Hunger Games o Divergent e ciò che apprezzavamo da piccoli, in cui una bici lanciata a tutta velocità poteva andar più forte di un’auto della FBI.


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Daredevil seconda stagione — Il Pagellone

Dopo l’ennesimo cazzotto, l’ennesimo scontro coreografato benissimo, l’ennesima scena in cui Daredevil ne prende come una piñata per poi rialzarsi con ancora tutti i denti ho avuto un’illuminazione, anzi ad essere onesti l’ho avuta in combutta con la mia compagna di vita e di gamepad Giulia: se la prima era una sorta di crime story, la seconda stagione di Daredevil è fondamentalmente un picchiaduro a scorrimento.

Gli elementi ci sono tutti: una progressione lineare di nemici sempre più forti, scagnozzi tutti identici, ma caratterizzati in gruppi ben definiti, irlandesi, biker, carcerati e ninja, alternati a personaggi più grossi e boss di fine livello, livelli che si ripetono (covo, corridoi generici, tetti di palazzi, tribunali, fabbriche) . Possiamo persino scegliere tre personaggi: Daredevil, Elektra e Il Punitore, ognuno con mosse, armi (con tanto di upgrade) e caratteristiche differenti. C’è stato un momento, dopo la scena dello scontro sulle scale con i biker in cui ho pensato “Ecco, adesso Matt raccoglie da terra un tacchino intero e se lo mangia in un solo boccone per curarsi”.

Regia: Visti i pochi mezzi a disposizione si gioca quasi tutto su ambientazioni scure e quattro set che si ripetono, ma il lavoro è decisamente buono. Ogni puntata ha almeno un paio di belle inquadrature, per non parlare dei movimenti di macchina durante le scazzottate, il ralenti sempre azzeccato, i colori saturi da fumetto. Voto 8 — Dai dai dai che la portiamo a casa.

Sceneggiatura: La storia di per sé è abbastanza bruttina, va detto che di fronte c’era Miller che ha fondamentalmente definito Daredevil così come lo conosciamo, ha creato Elektra, ha raccontato il suo rapporto col Punitore, insomma, era come mettesi a fare gli assoli con Steve Vai. Questa non è una scusante per certi dialoghi imbarazzanti che durano almeno due minuti più del dovuto, un vile trucchetto per fare minutaggio, l’evoluzione del personaggio di Karen, la rappresentazione vagamente bimbominchia di Elektra e più in generale personaggi che quando non c’è da menarsi non sembrano saper bene cosa fare. Voto 5 — Aridatece il fumetto

Daredevil: La sua tutina da biker con le corna è l’ennesima riprova che i costumi sullo schermo non funzionano quasi mai. Le sue sono probabilmente le battute peggiori, il Punitore lo oscura in carisma, Foggy lo tratta come uno stagista per le fotocopie, Elektra lo usa per pulirsi i piedi quando rientra in casa. Per 13 episodi non fa mai quello che vorrebbe fare, ma sempre quello che vogliono gli altri. Picchia sempre forte, ma la regola del “non uccidere” viene bene a un solo personaggio: Batman. Voto 5 — Burattino senza cacchio

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Il Punitore: Personaggio rivelazione. Naso da pugile, capello militare, scheggia impazzita. Meriterebbe un encomio solo per il fatto di essere l’unico in tutta la serie, anzi, in tutta la cinematografia mondiale, su cui rimangono i segni quando viene picchiato. Si prende i monologhi migliori, trasuda badassaggine da ogni poro, spara, accoltella, sgozza, spara ancora, senza mai uscire dal binario e concedersi un momento di relax. Unica nota: avremmo preferito schivare per una volta la storia della vendetta personale per avere un Frank Castle che uccide tutti perché gli va. Voto 9 — Serie personale subito

Elektra: Personaggio a metà tra l’amico cazzone del liceo che si fa vivo dopo anni per romperti il cazzo quando devi lavorare e che non vede l’ora di dirti che sei cambiato e l’ex fiamma che ti cerca solo per incasinarti la vita. Doveva essere un’affascinante assassina, si comporta più come una ragazzina incazzata che deve sempre fare la battutina dopo aver piantato un sai nell’occhio dell’avversario. Nel suo caso la mancanza di fondi ha fatto optare per un costume avanzato a una cosplayer di Mortal Kombat. Voto 4 — Kagna Maledetta

Foggy: Seconda rivelazione dopo il Punitore. Visto che Matt è sempre a farsi i cazzi suoi, decide di salire sul palco e dimostrare di non essere solo una spalla comica. Probabilmente a spingerlo c’è la cazzimma per il fatto che non solo Daredevil gli ha fottuto sotto il naso Karen, ma poi l’ha pure lasciata andare via. Voto 8: Cicciotti alla riscossa

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Karen Page: In una storia piena di ninja, morti che resuscitano e ciechi che combattono, la parte più fantastica è il fatto che una segretaria diventi prima assistente legale e poi giornalista senza alcuno studio o qualifica. Un personaggio privo della minima abilità a fare qualcosa che si improvvisa in tutto, forse per suscitare empatia col pubblico influencer. Il problema è che gli sceneggiatori non sanno bene cosa farsene quindi la usano come tappabuchi, mettendola un po’ ovunque, affidandole scene pseudodrammatiche e espressioni finto intense, ma visto che nel fumetto il personaggio diventa una pornodiva in astinenza da eroina si può sempre migliorare. Forse sarebbe il caso di rimandare questa ragazzona a far nascere vitelli in campagna. Voto 5 — prezzemolina

La Mano: Ragazzi, forse è il caso di cambiare qualcosa nel reparto Risorse Umane, i costi previdenziali per tutti questi ninja contusi e accoltellati cominciano a essere imbarazzanti. Inoltre, ma si può sentire un tizio risorto dalla tomba che dice “Bisogna saper accettare il proprio destino”?. Voto 5 — Go ninja go ninja go!