Qualche giorno fa mi hanno chiesto “Qual è la tua molla creativa? Cosa ti spinge a scrivere e cosa ti ha portato a fare questo lavoro?”.

Credo di poter serenamente rispondere “L’ansia”.

L’ansia di “oddio c’ho questa idea in testa, la devo subito mettere giù”.

L’ansia di “odio tutti i lavori che ho fatto finora, devo vivere di scrittura”.

L’ansia di “avrò scritto una cosa interessante? Fammi rileggere”.

L’ansia di “non scrivi da troppo tempo, fai qualcosa o il mondo si dimenticherà di te e finirai sotto un ponte, senza una presa di corrente per la PS4”.

L’ansia, se gestita bene, è una gran bella motivazione sapete?

Per questo quando ho iniziato a leggere Ansia, la mia migliore amica”, edizione grande e grossa di A Panda piace l’avventura, miniserie Panini di Giacomo Bevilacqua uscita l’anno scorso, immaginavo che avrei trovato qualcosa a me affine. A dire il vero ne sarei stato certo anche se si fosse chiamato “Racconto senza titolo”.

Come tutti ho conosciuto Bevilacqua grazie a quel colpo di genio che è la striscia di fumetti “A Panda piace…”, poi ho avuto occasione di scambiarci qualche parola sia in rete che dal vivo. Magari un giorno si scoprirà che era un serial killer, ma mi ha sempre dato l’idea di essere una delle poche persone al mondo su cui è impossibile dire qualcosa di male. Ha un atteggiamento positivo, non l’ho mai sentito sparlare di nessuno, è paziente, disponibile e, come dimostrato in Metamorphosis, è baciato da una singolare bravura sia nei testi che nel tratto. Insieme a ZeroCalcare è senza dubbio uno dei maggiori esponenti dell’attuale scuola fumettistica italiana che si scrive e disegna i testi da sola.

Chiunque abbia letto almeno una volta le vignette di Panda sa benissimo con quale semplicità riesca a passare da argomenti leggeri ad altri decisamente più sensibili senza mai perdere la freschezza o risultare forzato.


Avete presente la Pixar, che ti fa il cartone animato coi personaggi buffi e poi ti piazza a tradimento scene come l’inizio di UP, il finale di Toy Story 3 o la morte di Bing Bong? Ecco Bevilacqua è come la Pixar, ma meglio.

Ansia, la mia migliore amica è un viaggio interiore, una storia in cui risate e occhi lucidi convivono serenamente senza darsi troppo fastidio, il racconto allegorico di un mondo in cui Pigrizia e Creatività sono due sorelle che si odiano e lottano con magie fatte di librerie artigianali vs modelli dell’Ikea, Ozio è un tranquillo signore che gira con un joypad come collana, Paura è il re del paese immaginario in cui fuggiamo quando quello reale diventa insopportabile, dove la felicità si compra in minuti e i problemi sono mostri che ti sbarrano la strada e diventano più grandi se li eviti. Dove l’importante è mantenere la calma per non farsi divorare (letteralmente) dal Panico, dove la Crisi, se la lasci fare, si prende tutto e la Rabbia non la sconfiggi con le botte, ma districandola.

È praticamente impossibile scorrere le pagine del volume senza trovare una parte di sé, un momento che abbiamo vissuto e che ci fa dire “e c’hai ragione”.

Tra l’altro è anche un ottimo modo per apprezzare l’evoluzione del tratto di Bevilacqua, che capitolo dopo capitolo si fa più preciso, più interessante e ricco di sfumature. Una sorta di esercizio continuo che lo ha senza dubbio preparato a ciò che verrà.

Una vignetta di “Il suono del mondo a memoria”

Sì perché “Ansia, la mia migliore amica” è ciò che vi serve per passare meglio la vostra estate, in attesa che il 15 settembre esca “Il suono del mondo a memoria”, una storia ambientata a New York in cui l’autore abbandona i toni umoristici di Panda per un intreccio fatto di passati difficili e presenti da scoprire, sullo sfondo di un racconto a colori che promette benissimo già dalle prime vignette.

Questo libro è il frutto di due anni e mezzo di lavoro.
È qualcosa di estremamente intimo, qualcosa di cui volevo parlarvi da tempo, e farlo cercando le giuste parole, le giuste battute, il giusto umorismo, non è facile.
Questo è un libro a strati, a spirale, ogni capitolo che vi lasciate alle spalle, è un passo in più che decidete di compiere verso il centro della mia anima e di quella di Panda.
Spero vivamente che coloro i quali si erano fermati all’inizio decideranno, questa volta, di continuare il viaggio perché Panda è sempre stato superficiale, semplice e a volte stupido, come il primo capitolo di questo libro, ed è esattamente da lì che io ho sentito l’esigenza di farlo partire.
Era l’unico modo che avevo per poi riuscire a trascinarlo fuori con la forza, e spedirlo in un viaggio più grande di lui.”

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