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In difesa di One Piece

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One Piece è davvero un adattamento mediocre? Dopo averlo bastonato, proviamo a difenderlo: tra cuore, mercato, equivoci e giudizi troppo severi.

È passata più di una settimana dall’uscita di One Piece, l’adattamento “live action” dell’omonima serie manga a firma Eiichiro Oda. Sarà abbastanza per buttar giù qualche riflessione a mente fredda? Ricordiamo qualche numero: quasi 20 milioni di visualizzazioni a cinque giorni dall’uscita, serie più guardata in 46 paesi, insomma tutti i crismi di un successo commerciale che incombe, pesante, sulla schiena del recensore, e chiede di essere spiegato. Compito tanto più arduo se si pensa che può essere spiegato in qualunque senso (One Piece è bello, pessimo o mediocre) con identica facilità: sono i paradossi dell’età del content. Alle giuste condizioni, qualunque cosa può fare il botto.

"MEDIOCRE."

Dalle pagine di N3rdcore, Tanzillo non ha dubbi: è un prodotto mediocre. La sua tesi in breve è che One Piece sia un adattamento poco inventivo, che punta a restituire in carta-carbone il manga. Il suo successo è dovuto in parte all’investimento fatto da Netflix nella creazione di hype, e in parte al fatto che i fan hanno aderito al suddetto hype in modo acritico. Codesti fan, povere bestie da soma, lodano l’identico senza capire che l’identico, quando si parla di adattamenti, è sintomo di scarsa qualità: lodano il cuore della serie, ma sono cascati piedi e mani nel trappolone del Mercato. Il cuore non esiste, dice Tanzillo: è solo il nome con cui la Piattaforma vi propina i suoi trucchi.

La tesi è ben argomentata, anche se bisogna togliere di mezzo fin da subito l’espediente con cui Tanzillo cerca di andare a bersaglio: la relazione tra One Piece come prodotto commerciale e questo famigerato “cuore”.

L’articolo vorrebbe suggerire un nesso tra le due cose, una sorta di imbroglio giocato ai danni dello spettatore, che viene catturato in una dinamica di investimento emotivo dietro cui nascondere tutto ciò che non funziona. Ma quale sarebbe, esattamente, questa dinamica? Dice l’autore: “Il cuore non ha niente a che vedere con la creazione di un prodotto commerciale. Le serie su Netflix non sono create perché una piattaforma dominata dagli algoritmi vi vuole bene, vuole solo i vostri soldi.

Come a dire: chi loda il cuore di One Piece loda la carezza di un babbo fantasma, scambia la tetta avvelenata del Capitale per quella di mamma.
E qualcosa di vero, in questa tesi, c’è.

One Piece, più di altri prodotti, si è ammantato di un paratesto ben studiato: le dichiarazioni di fiducia di Oda per la produzione, seguite da una ridda di interviste, para-interviste e notizie (gli attori che rispondono alle 50 domande più gettonate sul manga, ma anche le storie su Taz Skylar che fa da cuoco per tutta la produzione, il video di Iñaki Godoy che incontra Oda nello studio-tempio, Emily Rudd che si prepara al ruolo per tre anni)... Il senso dell’operazione è aprire una finestra oltre il palcoscenico, far vedere allo spettatore gli ingranaggi della macchina dei sogni.

Guarda come siamo tutti contenti e partecipi! E ora sei anche tu parte del processo. Non vorrai certo farlo deragliare, no?

Ci sarà sicuramente chi casca in questa trappola, e scambia il pacchetto per il contenuto. Ma nello stesso pezzo, Tanzillo sembra implicare che il cuore sia la genuinità del prodotto. E la genuinità del prodotto è un’altra cosa. Cosa? Be’, probabilmente è quella che Tanzillo chiama adesione pedissequa al materiale originale.

Non il paratesto propinatoci da Netflix. Forse le due cose congiurano, insieme, al successo globale della serie, ma restano due concetti separati, da trattare individualmente. Altrimenti si finisce per sovrapporli indebitamente, e dire che chi loda One Piece in quanto genuino si è fatto fregare dalle manovre pubblicitarie della piattaforma.

Resta comunque la possibilità, non da poco, che il cuore tanto lodato sia la mancanza di inventiva: la restituzione di una cosa già vista. La quale, in materia di adattamenti, sarebbe un demerito. Dobbiamo quindi ragionare sull’altra parte del pezzo di Tanzillo, ben più consistente, relativa a cosa sia un adattamento, e soprattutto cosa sia un buon adattamento.

Ci provo, ma metto fin da subito le mani avanti: lo confesso, sono uno di quei maledetti fan di One Piece. E so bene che in questa posizione, il mio giudizio verso la serie è inevitabilmente condizionato. Se non dai trucchi della malvagia piattaforma, sicuramente da ciò di cui (in quanto lettore del manga) non posso liberarmi in nessun modo: le aspettative.

LA DIFFERENZA FRA OPERA E ADATTAMENTO

Cos’è un adattamento? Si è tentati di dire che sia ciò che traduce da un medium all’altro un qualche ineffabile contenuto essenziale. Quel qualcosa che non sappiamo definire a priori, ma che una volta consumato il prodotto riconosciamo come presente o assente. Ma questo definisce un adattamento, o un buon adattamento?

Il problema di fondo quando si parla di adattamenti cinematografici è la difficoltà nel distinguere il buon adattamento dall’adattamento, e il cattivo adattamento dal non-adattamento. Ad esempio: che cos’è Shining? Come è noto, il film è così lontano dal romanzo di King che lo stesso scrittore fatica a riconoscere una parentela. Questo non impedisce a Shining di essere un ottimo film. Ma quindi Shining è un cattivo adattamento, o semplicemente un adattamento mancato?

One Piece

Alla fine sembra essere una questione di semplice denominazione. Potremmo dividere salomonicamente i due aspetti: un film o una serie TV che adattino un libro o un fumetto possono essere più o meno riusciti come adattamenti, e più o meno riusciti come opere. Shining è un adattamento mancato, e un ottimo film. Il signore degli anelli è un adattamento riuscito, e un'ottima trilogia di film.

Secondo questa logica, per Tanzillo One Piece sarebbe un adattamento riuscito, ma una serie TV mediocre; e lo sarebbe perché non riesce a rielaborare a sufficienza il proprio materiale, a traghettare il contenuto essenziale verso le specificità del nuovo medium; un lavoro che di per sé richiede, in qualche misura, di tradire il materiale di partenza. Un buon adattamento che sia anche un buon film sarebbe, insomma, ciò che riesce a tradire quanto serve (e quanto basta).

Quando c’è da fare la conta delle colpe di One Piece, però, la critica di Tanzillo si fa molto stringata: un’estetica troppo parruccona da “parata dei cosplayer”, nessuna idea di fotografia, “una regia ballerina che vorrebbe essere dinamica, movimenti di macchina che non stanno né in cielo né in terra” e “un montaggio che svilisce la categoria”.

La prima critica è una contraddizione su cui Tanzillo vola rapido: certo, il farsesco è una delle cifre stilistiche di One Piece… Però non importa, perché l’estetica doveva essere parruccona ma parruccona in un altro modo. Parruccona meglio. E vabbè. Le altre sono due righe di considerazioni tecniche, a cui si può rispondere che tanto la fotografia quanto la regia e il montaggio seguono l’intento ben riconoscibile di restituire l’impatto visivo “sopra le righe” del manga (con quei primi piani dal basso che distorcono corpi e volti, calci cazzotti ed espressioni). Ma anche questa per Tanzillo sarebbe una colpa: adesione pedissequa al materiale originale.

One Piece

Bene. Ma cos’è, a questo punto, che manca? La domanda è un po’ vigliacca: un adattamento riuscito è definito dalla presenza dell’ineffabile qualcosa che riconosciamo solo dopo averlo visto; e il buon film che sia anche buon adattamento è definito, a sua volta, dalla presenza di un ineffabile qualcosa che possiamo chiamare innovazione, e che possiamo ipotizzare su più fronti (stili, temi, estetiche…) ma che possiamo definire chiaramente solo dopo averlo visto. Il fan lo sa riconoscere per sottrazione dall’originale, e lo spettatore neofita lo avverte come si avverte un tremito interiore. In One Piece questa scintilla di novità manca. La dimostrazione del negativo è una probatio diabolica, e giustamente Tanzillo non la dà.

Ma questa critica, seppur fondata a livello di principio, è ingenerosa e poco attenta sia alle specificità dei linguaggi coinvolti, sia a quanto di nuovo la serie effettivamente riesce a fare. Il pezzo porta l’esempio di Sandman come operazione ugualmente poco riuscita; e tendenzialmente sono d’accordo. Ma ciò che manca di notare l’autore è che adattare un fumetto è un lavoro parecchio più complesso di quanto non lo sia adattare un libro. E all’interno di queste difficoltà, One Piece fa un lavoro migliore di tanti altri.

IL NUOVO C'È, MA NON SI VEDE?

È chiaro infatti che quando si passa dal linguaggio scritto a quello visivo, ci si ritrova di fronte a un campo di possibilità inedite. Lo spazio di libertà aperto dall’utilizzo delle immagini è parecchio ampio, e all’interno di quello spazio si può scegliere o di liberarsi dai vincoli ulteriori del materiale di partenza (e produrre un capolavoro come Shining) o di tradire quanto serve e quanto basta, per creare un Dune o un Signore degli Anelli.

Ma da questo punto di vista, il fumetto offre una base di partenza assai più ristretta del romanzo: il linguaggio del fumetto unisce le immagini alle parole, ed è l’insieme creato da queste due cose che contribuisce a definire il “contenuto essenziale” da traghettare verso un altro medium. Insomma: lo spazio di libertà, per chi voglia adattare un fumetto, è assai minore, perché le immagini sono già parte del codice di partenza. Questo senza considerare poi che l’estetica del manga non è l’estetica del fumetto occidentale, e rende le cose ancora più complicate.

In questo senso, è evidente che One Piece fa una scelta conservativa, e nel timore di tradire troppo forse non tradisce abbastanza. Ma è davvero una scelta di cui fargli una colpa, considerate queste specificità? Pensiamo piuttosto a tutto ciò che fa di nuovo.

Nel fumetto, i toni oscillano continuamente tra farsa ed epica, con una schizofrenia molto maggiore di quella della serie: i dialoghi sono spesso più infantili, le situazioni assai più grottesche e irrealistiche. Tutte cose che la serie abbandona, livellando i toni verso un punto di equilibrio a metà fra i due estremi che finisce per funzionare. Il Luffy della serie è, in tutta evidenza, un personaggio più contenuto e pensante del Luffy del fumetto; Buggy è un clown assai meno ridicolo, e crudele in modo molto più realistico; e Sanji riesce a evitare tutte le denunce per molestie che meriterebbe nel manga.

È un lavoro consapevole, che si nota nelle piccole cose: pensiamo solo ai commenti di Zoro quando Luffy e Sanji urlano il nome delle proprie “mosse”. Questa cosa, nel manga, la fa anche Zoro; qui, invece, viene smascherata come ridicola, e Zoro non solo si fa portavoce dell’imbarazzo dello spettatore, ma riesce comunque a riportare tutto a un senso interno alla situazione rappresentata.

Con tutto questo, e con una rivisitazione importante degli eventi nei loro snodi fondamentali (Don Krieg, ma soprattutto il diverso ruolo dato a Garp, Kobi ed Hermeppo) il live action innova dove può innovare: nella trama e nell’intreccio, nei personaggi, nel tono complessivo e nelle sfumature. E intanto che lo fa, restituisce quel cuore che non è l’adesione pedissequa al materiale di partenza, ma la capacità di sollecitare le stesse sensazioni: lo stesso entusiasmo, la stessa commozione, le stesse risate. E qui c’è la differenza fondamentale con Sandman, che non è solo un adattamento pedissequo: è anche un prodotto sterile, perlopiù incapace di raggiungere il respiro emotivo del fumetto.

One PieceMa come anticipavo, sono pur sempre un fan, e nella restituzione delle stesse sensazioni trovo un merito. Erano, in fondo, le sensazioni che mi aspettavo. Solo qualcuno che non abbia mai visto né sentito parlare di One Piece, e abbia visto la serie per la prima volta, saprebbe dire se questa cosa sia vera oppure no. Con tutto che per qualcuno potrebbe comunque essere un demerito - purché si prenda atto che parliamo di sensazioni, e non di contenuti. Ma a questo tiro la linea, e se del caso getto anche la spugna.

Per me, quelle sensazioni sono l’ineffabile che andava traghettato dal fumetto allo schermo. Resto convinto che, se sono arrivate, è anche grazie a quei pochi, importanti, colpi di pennello (forse troppo pochi per l’occhio severo di qualcuno). Quando quelle sensazioni riusciranno ad arrivare a tutti, forse avremo trovato il nostro One Piece.

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