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Ma perché i personaggi giapponesi hanno gli occhi tondi?

Un’intricata storia a base di jeep di latta, cyberpunk e kawaii

Whitewashing è una parola spuntata fuori negli ultimi anni per indicare tutte quelle volte in cui un personaggio con origini etniche ben precise viene interpretato dal classico attore bianco per vendere meglio il film a quello che viene ritenuto il principale pubblico di riferimento.

Tilda Swinton che interpreta il maestro del Doctor Strange, Benedict Cumberbatch che fa Khan, Emma Stone che fa la mezza hawaiana e mezza cinese in Aloha e volendo andare molto indietro anche la versione bianca e capellona di Gesù è stata pensata per un pubblico che potesse identificarsi con la figura del Salvatore.

Tuttavia, quando la polemica riguarda un prodotto giapponese, come gli adattamenti di Death Note e Ghost in the Shell, nella discussione viene spesso fuori la frase “I manga sono disegnati con gli occhi tondi perché i giapponesi vorrebbero essere occidentali. I personaggi sono pensati con tratti occidentali e pelle chiara, quindi è normale che gli attori siano occidentali”.

Ebbene questa affermazione è abbastanza sbagliata perché non considera alcuni concetti base della rappresentazione di sé, anche se contiene un piccolo fondo di verità legato alla storia del Giappone dal dopoguerra ad oggi.

Innanzitutto, i mangaka non disegnano i personaggi di anime e manga pensando agli occidentali, ma basandosi su una standardizzazione che si è creata in oltre sessant’anni di storia e si basa su un lento processo di spersonalizzazione razziale.

Tezuka mentre pensa a tutti i soldi che ha fatto

La versione breve è che Osamu Tezuka, padre di Astro Boy e figura influentissima nel mondo dei manga e degli anime, ha iniziato a disegnare i suoi primi personaggi con gli occhi grandi ispirandosi ai personaggi Disney e a Betty Boop. Questo ha imposto uno standard al quale si sono ispirati moltissimi disegnatori, ammiratori e imitatori di Tezuka che perdura ancora oggi.

Tuttavia il motivo per cui Motoko Kusanagi di Ghost in the Shell e moltissimi altri personaggi hanno tratti che ci ricordano gli occidentali è ben più radicato nella storia del Giappone di una semplice ispirazione a Topolino.

Una nazione da ricostruire

Al termine della Seconda Guerra Mondiale il Giappone era fisicamente e mentalmente a pezzi. Una nazione che si riteneva nettamente superiore alle altre e vedeva nella sconfitta militare il più grave dei disonori era stata costretta a firmare una resa umiliante, a spogliarsi del suo esercito e del suo sistema economico. Per non parlare del trauma di aver subito due bombardamenti atomici.

In questo contesto culturale aveva bisogno di ripartire e lo fece partendo dai giocattoli, che furono la spinta iniziale per quello che negli anni 2000 diventò il cosiddetto “Cool Japan”.

Nel libro Millennial Monsters: Japanese Toys and the Global Imagination possiamo leggere che gli artigiani iniziarono a costruire modellini delle Jeep americane utilizzando le lattine delle razioni militari della forza occupante. La scelta di usare come modello chi li aveva sconfitti era l’unica possibile: il Giappone non aveva nessun esercito a cui far riferimento e gli americani non avrebbero altrimenti visto la cosa di buon occhio.


L’uso di materiale di scarto per creare giocattoli è una pratica diffusa in tutto il mondo, ma l’abnegazione nipponica li rese giocattoli desiderati in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti.

Le Jeep di latta furono la pietra angolare del nuovo impero economico del Giappone e il Cavallo di Troia per un’ondata di giocattoli pensati per i ricchi bambini americani che non erano certo interessati alle bambole kokeshi (quelle sì che hanno gli occhi a mandorla) ma a prodotti che si ispirassero alla più grande industria culturale del momento: la Disney. Lo stesso motivo che portò agli occhi tondi di Astro Boy (il resto venne preso, anche, da Metropolis), che non a caso fu il primo anime importato e adattato per il pubblico americano.

Paradossalmente, non furono gli Stati Uniti a imporre la propria visione del mondo al Giappone, furono le industrie giapponesi ad appropriarsi dell’immaginario americano per fare un sacco di soldi. Il Whitewashing, o comunque il rimescolamento dell’immaginario giapponese, in questo caso non è un fenomeno legato agli ultimi anni, ma è nato nel momento in cui l’Imperatore Hiroito ha firmato la resa sul ponte della USS Missouri.

Boom economico, crisi e cyberpunk

A cavallo tra gli anni ’70 e gli ’80 il Giappone mise la quinta e diventò una superpotenza economica grazie all’elettronica di consumo, ma i traumi della guerra erano ancora presenti nelle menti dei suoi cittadini, mentre Russia e Stati Uniti iniziavamo un braccio di ferro nucleare di cui solo i giapponesi conoscevano gli effetti.

Furono gli anni in cui il cinema sublimò l’orrore atomico con Godzilla e con i film tokusatsu, ovvero ricchi di effetti speciali. Un’epoca segnata da Kaiju, tutone di gomma, radiazioni che creano mostri e cinema pieni in tutto il mondo.

All’inizio dei ’90 iniziò a serpeggiare la crisi, i bambini restano sempre pù soli mentre i genitori lavorano tutto il giorno, adulti e giovani si rifugiano sempre di più in personaggi fittizi con cui identificarsi e da cui ricevere conforto. Nello stesso periodo esplode a livello mondiale un fenomeno presente nella cultura nipponica fin dagli anni ’70: gli Otaku,

Sono anche gli anni del cyberpunk, della paranoia tecnologica di un futuro spersonalizzante e alieno con megalopoli e transumanesimo. Si estremizzano i temi classici dell’animazione giapponese: bambini prodigio intrappolati in enormi robot o trasformati in cyborg, minacce aliene che ricordavano vagamente i lineamenti occidentali, adolescenti con poteri mentali che distruggono intere città, bambole sessuali, mostri tentacolari e agenti speciali con corpi cibernetici e residui di umanità.

Mokoto Kusanagi non è interessata alle tue polemiche sulla Johansson

Nel frattempo la cifra stilistica del disegno giapponese si canonizza sempre di più attorno alle figure kawaii, ai capelli colorati, al fanservice, agli shonen, agli occhi che si fanno specchio delle emozioni diventando tondi, affilati, definiti o stilizzati in base a ciò che devono comunicare. Un altro dettaglio interessante è il naso, spesso appena accennato nei personaggi orientali e ben pronunciato in quelli occidentali. Tendenzialmente i personaggi di anime e manga non devono rappresentare ciò che hanno intorno, ma topos narrativi e ruoli ben precisi. Così come i Simpson non devono per forza assomigliare agli esseri umani.

Una caratterizzazione che ovviamente ha le sue eccezioni (Dragon Ball col tempo si è indurito sempre di più nel tratto, quasi a simboleggiare la maturità dei protagonisti, mentre altri manga come JoJo o Hokuto no Ken hanno quasi sempre avuto personaggi dagli occhi molto squadrati, in quanto visti come occidentali), si è evoluta nel tratto, perdendo o incrementando i dettagli in base alla moda, ma che tutto sommato resiste fino ad oggi.

In questi anni la spersonalizzazione del cyberpunk, le influenze della tradizione, gli Oni, la magia e le paure atomiche si mescolano con lo stile giapponese, il risultato sono storie in cui l’importanza dei temi e delle metafore è al centro dell’attenzione, mentre la caratterizzazione razziale è sfumata e influenzata da anni e anni di disegno ispirato all’esterno e da una mentalità che parte dal vendere ai bambini americani bambole progettate sul modello Disney.

Anime e manga sono l’espressione del popolo giapponese a livello culturale, ma quasi mai la sua rappresentazione fisica, quella è venuta meno nel corso di anni e anni di espropriazioni e appropriazioni di una cultura diversa alla quale hanno sempre fatto riferimento. Le storie, le ambientazioni, le tematiche sono spesso giapponesi, ma i personaggi vivono in una zona etnicamente grigia decenni di oppressione vengono sublimati e diventano irrilevanti.

Questa dissonanza, questo fallout culturale è molto più forte se visto dall’esterno, ecco perché se chiediamo ai ragazzi giapponesi un parere su Scarlet Johansson che interpreta Motoko Kusanagi ci risponderanno che va benissimo, perché un’attrice giapponese non sarebbe abbastanza “anime”.

Quindi no, i personaggi giapponesi non hanno gli occhi tondi e un’apparenza occidentale perché il Giappone vorrebbe essere occidentale o perché preferiscono i tratti caucasici, è il risultato di un complesso rapporto di appropriazioni, erosioni e influenze.

Un paradosso unico, un cortocircuito secondo il quale disegnando un personaggio in stile manga sto chiaramente citando l’oriente e prendendo dalla loro cultura nipponica, che però a sua volte si ispira all’occidente perché non le era rimasto nient’altro se non qualche lattina vuota.