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La storia del termine Bimbominchia

Innanzitutto, se usi la K lo stai scrivendo sbagliato

Nella maggior parte dei casi i neologismi della lingua italiana ci arrivano dall’estero, tipo selfie, perché entrano a far parte della nostra quotidianità come mode che arrivano da fuori con due mesi di ritardo. Difficilmente la lingua italiana crea qualcosa di nuovo e quando lo fa vengono fuori cose tipo “petaloso” e tutti devono fare i brillanti su Facebook.

Per questo motivo sono particolarmente orgoglioso di raccontarvi la storia del termine “Bimbominchia” che sicuramente avrete incontrato almeno una volta nella vita, o perché lo eravate voi o perché lo avete usato contro qualcuno.

Intanto, nonostante quanto riportato sulla Treccani, si scrive senza l’uso della K, perché scrivere con la K è proprio una roba da bimbominchia. Sempre la Treccani sbaglia, perché identifica il termine come uno scontro generazionale tra adulti e ragazzi su Twitter, ma il termine nasce ben prima del social network con l’uccellino.

Il termine nasce su Manicomio, un forum creato all’interno di NGI, pioneristica associazione che nacque ai tempi della prima esplosione dei videogiochi competitivi in Italia e dei Lan Party. Manicomio era un forum decisamente particolare in cui il passatempo principale era discutere animatamente, offendersi i parenti senza farlo in maniera plateale, averla vinta sull’avversario e esercitare ogni possibile esercizio di retorica, anche i più vigliacchi, una sorta di Fight Club della parola.

Manicomio era caratterizzato da un nonnismo feroce, un regolamento contorto, pensato soprattutto per bannare i “niubbi”, ovvero quelli appena arrivati, e dal fatto che gli admin potevano essenzialmente fare ciò che volevano. Era un forum “pericoloso” perché entrarci senza conoscere le regole e senza rendersi conto che era tutto un gioco portava le persone a reagire malissimo e beccarsi ban che potevano durare mesi e che impediva loro di discutere nelle altre sezioni di NGI.


Era, anzi è, visto che esiste ancora, un luogo assurdo e sperimentale come la rete a cavallo tra ’90 e il 2000, in cui sono cresciute parole che oggi usano tutti come “troll”, “lol”, “meme” e in cui bisognava essere dotati di una buona dialettica, solide basi culturali e di un minimo di corazza, altrimenti era finita. Oppure bastava semplicemente essere troppo stupidi per capire gli insulti. Manicomio non tollerava debolezze. Probabilmente ci ho passato i miei anni su internet più divertenti, ci sono transitati diversi casi umani, che oggi probabilmente troverebbero posto in un video di Rovazzi, ma anche persone sorprendentemente brillanti.

Per chi riusciva a entrare nel suo meccanismo, il forum si rivelava per quello che era: un grandissimo gioco di ruolo sociale in cui ogni utente era un personaggio con punti di forza e debolezza, amicizie, cricche, tradimenti e colpi di scena. Tra tutti gli utenti uno dei più temuti e conosciuti era Lord Phobos, una figura dotata di autostima incrollabile, capacità retoriche e molto tempo a disposizione, che, giocando a fare il cattivo su internet, si divertiva a collezionare i ban niubbi sfruttando ogni possibile cavillo. Se Manicomio fosse stata una discarica, Lord Phobos sarebbe stato il cane da guardia che faceva paura ai bambini.

La sua frase preferita era “Dio come sono bello! Bello come sono dio!

Lord Phobos in una tenebrosa immagine di repertorio

Fu proprio lui a scrivere per la prima volta la parola “bimbominchia” per insultare un altro utente, chiamato Braindamage, come racconta lui stesso.

Volevo insultare Braindamage, che era sempre così dannatamente pirla, bambinesco, mieloso, sdolcinato, un fessacchiotto ridacchiante e trollante, un bambinetto del cazzo senza arte nè parte.Tutti i concetti sopra espressi si fusero istantaneamente in un’unica parola, diventando “Braindamage, tu sei un bimbominchia

Inizialmente il neologismo, nonostante il successo, rimase confinato al recinto di NGI o al massimo si diffuse in qualche altro forum che ne condivideva i lettori. Internet prima era un luogo fatto di compartimenti molto più stagni di adesso, mancava un canale in grado di unire quasi tutti, come Facebook.

Tuttavia, di lì a poco sarebbe arrivata un’altra piccola rivoluzione: World of Warcraft. Il gioco di ruolo online di Blizzard uscì 10 anni fa (col cavolo, ormai sono 13 e questo mi fa sentire ancora più vecchio) e portò in rete tantissimi giocatori, tra cui anche molti italiani e ovviamente anche una bella fetta di utenti NGI. La comunità italiana si concentrò soprattutto su un server chiamato Crushridge, fino a colonizzarlo quasi completamente in maniera non ufficiale. Il successo del gioco fu tale che per molti rappresentò anche la prima esperienza online di massa. Secondo voi cos’è un server di gioco pieno di ragazzini italiani che scrivono contemporaneamente? Un server pieno di bimbominchia.

In pochissimo tempo il termine si diffuse a macchia d’olio e fu storpiato con la K, arrivò in tutti i forum d’Italia, nei blog, nelle chat di msn, su FriendFeed, ICQ e tutte le forme d’espressione che stavano sbocciando in una web italiano ormai in piena espansione. Da là alla televisione, alle scuole, a Facebook e a YouTube il passo era breve brevissimo.

Eppure quasi nessuno sa come è nata la parola bimbominchia, perché con internet funziona così, è un ottimo strumento se devi informarti su ciò che è successo un mese fa o fuori dai suoi confini, ma quando si tratta di qualcosa generato al suo interno, soprattutto se è successo quasi vent’anni fa, la situazione si fa molto più complicata.

Per questo motivo quando i giornalisti scrivono dei fenomeni della rete tendono a prendere cantonate mostruose. Ad ora, pur scomodando gli amministratori di NGI, non sono riuscito a risalire al primo post, perché probabilmente il database originale non esiste più. Conservare ogni post di un forum per quasi vent’anni comporta un lavoro enorme… e spesso inutile.

EDIT: Dopo un lavoro collettivo con utenti dell’epoca siamo riusciti a risalire a quello che dovrebbe essere il post in cui tutto è iniziato. Ovvero questo. Alcune fonti apocrife e che verranno probabilmente represse nel sangue dichiarano che il termine “bimbominchia” sia stato utilizzato poco tempo prima da un altro utente che Lord Phobos sia solo responsabile di averlo reso famoso in tutta NGI.


Nessuno in quel momento aveva capito di trovarsi di fronte a un neologismo che un giorno sarebbe stato usato da Travaglio contro Renzi.

Ormai il termine non mi appartiene più, ma ha quasi mantenuto il suo significato originale: bambino indisponente, capriccioso, fastidioso, rumoroso ed inappropriato in ogni contesto, molesto nella sua enciclopedica inadeguatezza ed ignoranza che ostenta con fragore come una scimmietta che lancia le sue feci in giro, impunita. Il povero Braindamage non era in realtà poi così male”.

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Fritz!Box 7430, il router per chi non sa cosa è un router

Semplice e ricco di funzionalità perfette per la casa o per chi gestisce piccole imprese, locali o case su Airbnb

Sapete qual è il modo migliore di testare un prodotto pensato per le reti casalinghe? Darlo in mano a chi di infrastruttura di rete non ne sa assolutamente niente. Sotto questo punto di vista sono senza dubbio la persona perfetta perché ho sempre considerato la configurazione di rete una di quelle attività che superano il confine tra tecnologia e negromanzia.

Per questo motivo quando mi hanno chiesto di testare il Fritz!Box 7430 ero abbastanza restio. In fondo i modem non sono prodotti affascinanti né io sono particolarmente bravo nel gestirli. Tuttavia uno dei pregi principali di questo prodotto è proprio tutta qua: non fa sentire un incapace.

Questa non è una recensione per esperti, ma per chi cerca un prodotto che non li faccia impazzire e per tutti quegli esercizi commerciali abbastanza civili da voler condividere un Wi-Fi con i propri clienti.

Dal punto di vista estetico ammetto che i modem della Fritz! non mi fanno impazzire, per quanto iconici nella loro colorazione sono un discreto pugno nell’occhio in qualunque punto della casa decidiate di metterli. Ma tutto sommato le dimensioni contenute consentono di nasconderlo in maniera abbastanza discreta e la potenza delle antenne vi eviterà perdite di segnale.

Il collegamento è estremamente semplice: se avete una linea adsl con username e password staccate il vostro modem e ci mettete questo. Se invece usate Fastweb il mio consiglio è di collegarlo al loro modem e utilizzarlo come linea aggiuntiva.

In entrambi i casi la procedura è davvero banale. Basta agganciarsi al suo segnale, andare sul sito apposito e inserire la password per trovarsi direttamente sul browser Fritz!Os ovvero il sistema operativo del modem pensato per una configurazione a prova di idiota.

Dal Fritz!Os di controllo potrete impostare il Fritz!Box 7430 secondo le vostre necessità seguendo le indicazioni in italiano. Ci sono un sacco di funzioni utili per chi vuole gestire in maniera efficiente una linea Adsl sia in casa che nel proprio negozio, con particolare attenzione a Internet of Things, gaming online, streaming e un sacco di altri fattori.


Pur avendo una potenza che gli permette di coprire molto bene una casa media, questo router ha qualche ombra, rappresentata dalla mancanza del WiFi a 5 GHz e dalle porte Ethernet limitate a 100 Mbps rispetto al nuovo standard GigaBit. Poco male, ma senza dubbio da migliorare nel lungo periodo.

Dal pannello di controllo possiamo persino creare numerosi profili di accesso a internet e assegnare a ciascuno di essi un relativo consumo della banda, distribuendola magari tra due figli che vogliono guardare Netflix e fraggare su COD contemporaneamente oppure tra clienti e proprietario, affittuario e ospiti.

Potremo impostare di sospendere l’accesso a internet in determinate ore del giorno, creare una password dedicata per eventuali ospiti o clienti che potranno così sfruttare il collegamento senza saturare la banda, decidere che un determinato dispositivo ha la priorità sugli altri quando vogliamo guardare qualcosa in streaming e far valere i nostri diritti di capofamiglia e così via.

Un altro aspetto importante per i genitori più attenti è la possibilità di inserire dei siti in una blacklist, così da limitare ai figli l’accesso a siti web non pensati per loro e in cui casualmente potrebbero incappare.

Grazie alla presa USB del modem potremo collegare inoltre una chiavetta USB o un Hard Disk rendendo così il suo contenuto immediatamente disponibile a tutte le persone connesse e dotate della password di accesso. Un’ottima soluzione per condividere file in famiglia, in piccoli uffici o se siete host Airbnb e volete mettere a disposizione dei vostri clienti piccole guide sulla casa e la città. Volendo è addirittura possibile accedere a queste memorie anche quando non si è connessi alla propria rete casalinga, insomma una soluzione veloce e pratica per crearsi un piccolo cloud personale.

C’è poi tutta la parte legata al Voip che permetterà di utilizzare la Fritz!Box come centralina per un massimo di sei telefoni Cordless, non soltanto gli appositi Fritz!FON ma anche, tramite app, il vostro smartphone.

L’app è un’altra piccola chicca, visto che permette di gestire quasi tutte le attività del router, monitorarlo, visualizzare le chiamate perse, la potenza del segnale e così via, senza dover nemmeno accendere il PC.

Presenti anche le funzionalità di segreteria telefonica e FAX, che è una di quelle cose che non usa nessuno… finché non vi servono.

Se nonostante le nostre rassicurazioni pensate pensate che sia complesso nessun problem; il sito di supporto è pieno di guide semplicissime, l’interfaccia e le istruzioni sono sempre molto chiare.

Dunque, nonostante alcuni nei, pollicione in su per questo Fritz!Box 7430, senza dubbio il router perfetto per chi non vuole stress. Se poi lo renderanno anche più bello esteticamente sarà tutto di guadagnato.

Capire la propria età nell’era di internet


Ogni società è fatta di riti di passaggio, anche la più avanzata. Andare per la prima volta a un concerto, saltare dallo scoglio più alto, la prima sbronza, la prima cotta, uccidere la tua prima antilope, guidare un’auto, il primo stipendio, resistere alla puntura di centinaia di formiche incazzate nere sono tutte azioni molto diverse tra di loro, ma accomunate da un unico filo conduttore: sono tappe di un percorso di vita, riti che ti identificano come una persona diversa da quella che eri il giorno prima.

Una volta a sedici anni davi del lei agli adulti, a diciotto dovevi già iniziare a vestirti e comportarti in un certo modo, a trenta eri praticamente già l’uomo che saresti stato fino alla pensione. C’erano regole, etichette, classi sociali ben definite, un tempo per tutto, un ruolo per tutto.

Poi qualcosa ha iniziato a sfaldarsi lentamente attorno ai primi anni ’80, all’inizio in modo quasi impercettibile. Il posto fisso, l’auto a rate, il mutuo, la laurea, rappresentavano le tappe di una vita scandita da ritmi precisi, poi pian piano abbiamo perso la certezza del posto fisso, l’auto è stata sostituita dal car sharing e la laurea è diventata qualcosa che è bene prendere, ma senza fretta.

Nel frattempo quei ragazzi finivano per ritrovarsi con meno prospettive e meno possibilità delle generazioni che avevano fatto la guerra e il dopoguerra, una situazione che li ha trasformati non in semplici bamboccioni, ma in persone la cui età viene definita in modo elastico da una cultura dell’intrattenimento che ha saputo valorizzare e recuperare molte delle cose che una volta erano solo per bambini, ma che col tempo sono diventate un culto della nostalgia nato come balsamo per le ferite da futuro incerto.

E intanto alcune forme di espressione maturavano insieme al suo pubblico, diventando qualcosa di diverso, ma rimanendo per certi versi ancorate alle loro definizioni iniziali, come i fumetti e videogiochi.


Nel frattempo è arrivata anche Internet, suprema arma di cazzeggio, che ci ha cullati offrendoci intrattenimento gratuito, un enorme parco di divertimenti dove niente invecchia, tutto viene ricordato e dove puoi passare ore e ore a guardare ciò che amavi da piccolo senza che le tue lancette mentali si muovano di un passo. Una sorta di fumeria d’oppio, un tempio dei lotofagi in cui se ti dicono “gli anni ‘90” pensi ancora che si parli di 10 anni fa.

Insomma, leggi fumetti, indossi magliette dei Goonies, giochi a Pokémon Go, divori serie TV e campi di qualche lavoretto. Ma qual è la tua vera età? Quanti anni ti senti? Quali sono le tue passioni? Quali sono i riti che hai dovuto superare?
 Non ti fai mai queste domande, poi improvvisamente Internet con una mossa in stile Game of Thrones ti pugnala allo stomaco: “oh hai visto? Wannabe delle Spice Girls compie vent’anni”.
 “Ah ti ricordi Bud Spencer? Tuo mito d’infanzia? È morto”.
 “Netflix ha messo tutto Friends online, hai visto quanto sanno di vecchio le prime puntate?”. Oppure certe muse che hanno modellato la tua pubertà le scopri improvvisamente arruolate per recitare nel ruolo della mamma di Spock in Star Trek (Winora Rider) o di zia May nel prossimo Spiderman (Marisa Tomei)


E mentre ancora barcolli dopo lo schiaffo ricevuto pensi solo: “Ma come vent’anni? Ma io mi ricordo dov’ero 20 anni fa… è passato così tanto tempo?” Prima che te ne possa rendere conto lo tsunami dei ricordi e della consapevolezza del tempo si abbatte sulla tua nuca con la forza di mille prese di coscienza.

Stordito, cerchi conforto nei videogiochi, ma sei troppo deconcentrato per fare una buona partita soprattutto se l’utente con cui ti sfidi su PlayStation Network si chiama Jimmy_2002. Ti sei fatto fare il sedere a strisce da un ragazzino, proprio come tu lo facevi a quelli più grandi.
 Solo che ora sei tu quello più grande, non importa quante volte guardi la nuova stagione di Voltron.


Originally published at www.wired.it on July 13, 2016.