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Now playing: dalla Folgoluce a The Office il passo è breve

Nessuna estate può ritenersi tale se non è collegata a qualche prodotto dell’intrattenimento, per quanto mi riguarda. Diverso dal tormentone estivo, che ha lo scopo di nascere e morire nel corso di poco più di tre mesi, il mio personale amore è fatto per rimanere.

Ricordo l’estate in Corsica, in cui le passeggiate in spiaggia e le serate in campeggio furono funestate dalla morte di Ned Stark. Oppure le giornate in Grecia, passate insieme ai libri di Carrere. O quella del 2009, in cui fu Ryszard Kapuściński a tracciare la linea. Ci sono intere estati dominate dal ricordo di un videogioco, forse perché collegate a singoli episodi (Cadillacs & Dinosaurs quando aprirono una sala giochi a cinquanta metri da casa e ci passavo le serate con mio fratello o Double Dragon quando mio cugino si accorse che il cabinato al lido dava credito illimitato, se la botta era abbastanza forte) o da quello di una serie tv.

In ognuna di quelle estati io ho messo nel cassetto dei ricordi un prodotto, che ogni tanto mi piace recuperare o che vedo/gioco/leggo di nuovo con grande piacere.

Crescendo, spesso il prodotto in questione è diventato più di uno, su più media: eccoci quindi arrivati a oggi, a questo pezzo in cui provo a riassumere il meglio che ho incontrato sulla mia strada nerd, le milestone che vedrò quando mi volterò indietro e guarderò al 2019 con qualche anno in più sulle spalle.

Libro: La via dei re e Le cronache della folgoluce in generale

Sono un amante del fantasy, sotto (quasi) tutte le forme. Datemi un libro fantasy e ci passerò un’estate su. Datemi una buona saga e mi ci immergerò, parlandone a tutti gli interlocutori possibili.

Nonostante l’enorme quantità di titoli pubblicata negli ultimi tempi, da alcuni anni a questa parte mi sono sentito orfano. Ci sono state belle scoperte – come il weird ad opera di China Melville – o la scrittura di Ursula K. Le Guin, però nulla di cui innamorarsi, su cui passare ogni momento libero, in una febbrile ricerca di tempo di lettura che diventa sempre più spasmodica.

Poi arriva lui, Brandon Sanderson: a me sconosciuto fino alla presentazione delle novità Mondadori dell’inverno scorso, in cui è stata annunciata l’uscita del terzo libro della saga de Le cronache della Folgoluce, sua più grande opera. Ed è stato subito amore.

Il perché è presto detto: Sanderson consegna ai lettori un mondo fatto di storie appassionanti e dolorose, di morte e riscatto, di vendetta e mistero, di divinità capricciose e lame fatte di nebbia. Il tutto confezionato con dei personaggi che si fanno amare al primo capitolo e un mondo vasto e variegato: migliaia di pagine di passioni, duelli, guerre, razze, inganni, nobili, spettri – o entità simili – e uno stile di scrittura che rende immediata l’epicità degli accadimenti.

Non fatevi spaventare dalla mole dei libri – ognuno di oltre mille pagine – o dalla durata dell’opera – la cui fine è prevista, forse, per il 2024 – prendete in mano un libro di Brandon Sanderson e ficcateci dentro il naso. Non vorrete leggere più nulla (almeno) fino alla fine delle vacanze.

Fumetto: Magico Vento, Il ritorno

Sono cresciuto a pane e fumetti, questo lo sapete. Quello che forse non sapete è che se abiti in un paese piccolino, le edicole avranno solo qualche fumetto Bonelli. Quindi sono cresciuto a pane e fumetti Bonelli. Non mi lamento, sia chiaro, ho attraverso l’universo, il sogno, l’incubo, la pianura americana, la giungla sudamericana, le metropoli del passato, del presente e del futuro insieme agli eroi Bonelli e sono stati tutti viaggi splendidi. Qualcuno si è interrotto bruscamente, qualcun altro meno.

È il caso di Magico Vento, creatura di Gianfranco Manfredi, uscita tra il 1997 e il 2010, ambientato intorno alle metà del XIX secolo in un far west a cavallo tra il classico western e l’horror.

Proprio la dimensione sovrannaturale della serie attirò la mia attenzione ai tempi del primo numero e ammetto che il prodotto che mi trovai davanti mi ha dato costanti soddisfazioni. L’evoluzione dei personaggi, con la Storia degli Stati Uniti sullo sfondo, è stata regolare e coerente, pur riuscendo a mantenere un buon timone sugli aspetti più squisitamente orrorifici. Il piacere della lettura stava anche nello scoprire ogni mese che taglio avrebbero deciso di dare alla storia in edicola: portare avanti un fumetto per più di 100 numeri significa sapersi ancorare saldamente al proprio genere di riferimento ma lasciarsi andare anche a qualche sapiente esplorazione.

E così ha fatto Magico Vento, portando con sé i lettori nel giallo, nelle ispirazioni lovecraftiane, nel romanzo storico, financo nel biografico. Lasciando dietro di sé pochissime sbavature.

Ecco il motivo per cui la chiusura della serie regolare non fu accolta benissimo, in casa mia.

Ed ecco perché ritrovarlo in edicola è stata una piacevole sorpresa, un po’ come ritrovare quell’amico del mare che non vedevi da tanto tempo ma con cui hai passato tante estati a giocare prima e a filosofeggiare al tramonto, poi.

Esattamente per lo stesso tipo di paragone, non vorrei una serie regolare di Magico Vento di nuovo in edicola: non potrei dedicarle troppo tempo – o comunque il tempo che meriterebbe – e poi avrei paura che, così come l’amico del mare in inverno, possa rivelarsi una delusione. Quindi ben venga la miniserie, che ci riporta, per un breve momento, alla gloria di più di un decennio fa.

Gioco: Citadels

L’estate, si sa, è il momento dell’anno in cui tutti abbiamo un mazzo di carte nella borsa. Perché capiterà di dover aspettare l’arrivo di qualcosa (il traghetto? Il treno? L’aereo?) o perché è semplicemente un modo rapido e veloce di passare tempo in compagnia.

Personalmente ho passato tante estati a giocare con le classiche carte da scala quaranta, finché – più di venti anni fa – uno dei ragazzi della comitiva si presentò con un mazzo di carte di Magic. Da allora non fu più lo stesso.

Ho imparato che ci sono tanti giochi di carte (quindi leggeri e facilmente trasportabili), ognuno più appassionante dell’altro. Negli anni sono passato dai classici Uno e compagnia bella fino a quelli che più sento come miei, ossia Munchkin e Citadels.

È su quest’ultimo che vorrei soffermarmi, perché l’ho ripreso dopo tanti anni: creato da Bruno Faidutti, Citadels dà al giocatore lo scopo di costruire una città nel più breve tempo possibile. Per farlo, dovrà impersonare a ogni turno un personaggio (Re, Assassino, Mercante, Architetto, Ladro, ecc.) e usarne le specifiche abilità.

Citadels è il giusto dosaggio di strategia e fortuna (che con i giochi di carte un po’ c’entra sempre!) e ha il grande pregio di essere facilmente spiegabile e comprensibile. Caratteristica fondamentale se volete proporlo a dei casual gamers.

Serie tv: The Office

Anche in questo caso sono arrivato in ritardo. In colpevolissimo ritardo.

Complice alcuni giorni da solo a casa, la memoria è andata a questa serie di cui conoscevo solo le centinaia di meme in giro per la rete: avendo tempo a disposizione mi sono lanciato alla sua scoperta.

Non guarderò più i miei colleghi allo stesso modo, perché lo so che in fondo, in ognuno di loro si nasconde un Dwight. O uno Stanley. Magari anche un Toby.

Scherzi a parte, le dinamiche di The Office sono talmente agghiaccianti da fare il giro e diventare divertenti, non il contrario. Le situazioni a cui sono sottoposti i protagonisti non sono molto lontane dalla quotidianità di tanti uffici, gli autori si sono limitati a spingere sul pedale dell’acceleratore rendendo grottesco questo o quell’aspetto, a seconda dei casi.

E quindi ecco temi difficili come l’orientamento sessuale, la privacy, i rapporti tra colleghi, la competizione e la diversità fatti a pezzi sull’altare sacrificale del politicamente scorretto. A esser precisi, in alcuni casi, sull’altare dell’inconsapevolmente politicamente scorretto: perché il personaggio di Michael – interpretato da uno Steve Carrell meraviglioso – ha un’aura candida che lascia sconvolti. O meglio, che mette in fibrillazione i miei neuroni specchio, facendomi vergognare sempre di più a ogni puntata.

Mentre scrivo sto finendo la terza stagione e vorrei riuscire a mettermi in pari entro la fine dell’estate. Poi, magari, chissà, sarà la volta di Parks and Recreations.

 

 

Dylan-Dog-I-colori-della-paura-ico-g

Anche Dylan Dog viene fuori dalle fottute pareti

Atto primo: Tutti lo citano

Dylan Dog, figlio della mente anarchica di Tiziano Sclavi e personaggio di punta della Sergio Bonelli Editore con più di trent’anni di vita editoriale, non è un personaggio destinato a stare lontano dal discorso politico italiano. Anche quando non vorrebbe essere chiamato in causa e preferirebbe stare seduto sulla poltrona a suonare malissimo Il Trillo di Tartini con il clarino o ascoltare qualche battutaccia del suo personale demone-pard Groucho. Che i fumetti fossero diventati di nuovo materiale per i bad guys lo avevamo già capito da un po’ di tempo ma per Dylan Dog c’è la menzione d’onore.

 

Immagine: Dichiarazione nel neo-ministro della Pubblica Istruzione Bussetti

Prendiamo a esempio l’ultima dichiarazione di un politico che ha coinvolto il nostro anti-eroe: quella uscita dalle labbra del ministro dell’Interno Matteo Salvini al Senato, durante la seduta d’interrogazione parlamentare: “Spero che Famiglia Cristiana insieme a Rolling Stone e L’Espresso possano aumentare almeno di 20 volte in settimana. Penso che la mia faccia serva per questo. La prossima volta sarò su Dylan Dog, chissà”.

 

Immagine: Facebook/Roberto Recchioni

A parte la repentina risposta del curatore della serie, non stupisce che la seconda testata più venduta d’Italia venga riconosciuta come antitetica rispetto a ciò che contraddistingue il governo rappresentato dal ministro Salvini. Speriamo che almeno fosse o sia tutt’ora un lettore dell’Old Boy. E se invece vi stupisce il fatto che l’uomo che ha sulla targa della macchina il numero della Bestia sia nello stesso novero di testate in cui è presente anche Famiglia Cristiana, evidentemente vi siete persi quella fantastica saga piena di pathos della costruzione dell’opposizione cattolica. Non vogliamo sapere chi sia lo show runner di quella della sinistra mainstream. E a proposito: ve lo ricordate cosa ha combinato Maurizio Martina?

Il segretario reggente del Pd aveva postato una foto su Facebook in cui a lui era accostato un Dylan neo-tesserato al Pd con l’hashtag #sischerza. Roberto Recchioni non gradì ma Tiziano Sclavi invece ci passò sopra. Ci passò sopra con una trebbiatrice automatica, rilasciando un’intervista a Repubblica in cui chiariva la distanza di Dylan dalla politica. Nulla impedì che nascessero molti meme. Almeno Enrico Letta, fan della testata e foriero di pudicizia, si limitò a fare gli auguri per i trent’anni.

 

Immagine: Facebook/Maurizio Martina

Non solo il segretario del Partito Democratico ha utilizzato in modo improprio la figura dell’Old boy ma anche un altro partito – ormai nella galassia delle microsigle estinte – utilizzò una serie di personaggi dei fumetti per la propria campagna elettorale. Vi dice niente? No, lo so che non vi dice niente ma facciamo finta di sì: rendiamo ora tutto molto più chiaro con la diapositiva di repertorio.

 

Immagine: Google Images/Search

La Sergio Bonelli non ci fece caso: “[SBE] diffida dall’utilizzo illecito del nome e dell’immagine delle sue proprietà intellettuali”.

E adesso andiamo con la fotogallery!

 

Immagine: Google Images/Full-page screenshot

Atto secondo: L’indignazione

Ma se con l’area della sinistra liberale e Rivoluzione Civile non è andata bene, con i ferventi cattolici non è che potesse andare di certo meglio. Ma ad incazzarsi sono stati loro. Il Family Day sembra sì molto lontano ma la sua eco si fa sentire ancora oggi. Però in questo caso è anche la stampa a mettersi contro Dylan Dog, in particolare La Verità, il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Il titolo dell’articolo è: “Usato contro il Family Day. Pure Dylan Dog è diventato uno spacciatore di fake news”.

 

Immagine: Facebook/Mauro Uzzeo

L’articolo fu scritto in reazione a una vignetta in cui un nerboruto signore picchia Dylan con un cartello anti-gender, vignetta che viene dal numero La fine dell’oscurità ad opera di Mauro Uzzeo e Giorgio Santucci. L’albo suscitò il fervore di Massimo Gandolfini, esponente di spicco del Family Day, che successivamente criticò la testata per le sue prese di posizione, facendo manifesta la sua volontà di chiedere le “pubbliche scuse e gli adeguati risarcimenti”, per aver “diffamato il movimento pro family in modo così violento ed esplicito”.

E ancora su Next Quotidiano si legge: “Tra le condivisioni c’è chi sposa in pieno la tesi di partenza, parlando di “Fumetti per diffondere atteggiamenti culturali molto chiari, concreti e specifici… Ovvero propaganda ideologica verso le nuove generazioni, inoculata dentro a mezzi di intrattenimento”, mentre le Sentinelle in piedi di Legnago segnalano “Eterofobia e discriminazione no? In un fumetto per bambini e ragazzi! …come facevano i regimi: bisogna educarli fin da piccoli!”. E qui, se volete, c’è una divertentissima discussione sotto a un thread di Reddit. Che il grande Chtulu ci abbracci con i suoi preziosi tentacoli.

Interludio: Flashback

Immagine: Recchioni, Carnevale – Mater Morbi, SBE

E’ il 2009 ed Eluana Englaro è deceduta solo da pochi mesi. Nelle edicole esce Mater Morbi, il numero che fa conoscere meglio al grande pubblico bonelliano Roberto Recchioni in quanto autore dylaniato. Mater Morbi è un albo che tratta la malattia da un punto di vista particolare, che in sintesi potremmo riassumere così: “Con la malattia ci devi andare a letto, lascia che il dolore ti attraversi”. O almeno spero di aver capito bene cosa intesse dire l’autore. Il numero venne subito accusato di istigare all’eutanasia dall’allora sottosegretaria alla salute Eugenia Roccella, la quale dalle colonne del Corriere della Sera denunciò il presunto atto sacrilego. Tutto cadde quando si decise a leggere l’albo e a chiedere scusa. E insomma, Dylan è entrato anche nelle vicende del Governo Berlusconi IV. Non male, eh?

Atto terzo: E mo’ so cazzi

Ma è anche successo che fosse Dylan ad arrabbiarsi, sfondando la quarta parete di carta in cui è imprigionato: è capitato che fosse il personaggio stesso a riversare la sua nera e collerica bile davanti alle storture del mondo, in certe occasioni in cui gli sceneggiatori  e i disegnatori non l’hanno mandata a dire a nessuno. Stiamo parlando di una storia particolare in ogni sua forma con Piero Dall’Agnol ai disegni e il Tiz alla scrittura della sua 44esima storia: Albo 69, Caccia alle streghe.

 

Immagine: Splatter, rivista

...si intende infatti l’ondata di censura stile anni Cinquanta che sta incombendo sui fumetti horror. Il protagonista è Justin Criss, sceneggiatore e disegnatore, appunto, di fumetti horror. Come è successo nella realtà per Silver, Justin si ritroverà querelato da un padre benpensante che ha scoperto il figlioletto a leggere i suoi fumetti”*. Queste sono le parole che Sclavi buttò giù l’una dopo l’altra nel 1992 per spiegare al disegnatore cosa avesse in mente per la nuova storia.

Meglio ascoltare ancora le parole del Tiz**.

Caccia alle streghe è un numero di cui vado fiero, ma non è piaciuto a nessuno. Era l’epoca in cui c’erano molti imitatori di Dylan Dog. Dylan Dog ha dato la stura a una serie infinita di imitazioni non dico brutte, però molto forti, molto più splatter. Questo ha provocato addirittura un’interrogazione parlamentare in cui devo dire, Dylan Dog non ci è mai entrato. In tutta la polemica sui fumetti splatter, sanguinari, Dylan Dog non è mai stato nominato né dai giornali né in questa interrogazione parlamentare. Mi ha fatto particolarmente dispiacere che uno dei firmatari di questa interrogazione parlamentare fosse Luciano Violante”.

Già. Il vecchio Silver, allora editore della rivista SPLATTER – non credo bisogni aggiungere altro per spiegare quali fossero i contenuti – si beccò una denuncia e rischiò effettivamente di andare incontro a sanzioni molto pesanti. E infatti ci furono delle interrogazioni parlamentari in merito a molte riviste e fumetti dell’epoca, che ci hanno fatto ricordare i bei vecchi tempi non-così-andati del caro Dr. Wertham.

Qui, invece, come ultima chicca, potete trovare un pezzo di Repubblica dell’epoca in cui Dylan Dog viene chiamato fumetto sado-demoniaco.

Vorrei tanto sapere cosa ne pensi in merito il caro Saudelli . O il buonista Santucci.

La crociata contro i fumetti – di questi tempi pare attualissimo dirlo –  non è mai finita, è sempre dietro l’angolo: che sia per contestarne i contenuti, le forme e i generi, sia per demonizzare lo stesso, innocuo, micidiale, popolare, chiacchieratissimo medium. Ma ci sarà sempre qualcuno pronto a rispondere. Carta e inchiostro. Alla vecchia maniera.

 

Immagine: Tex primo numero, ricolorato, SBE

 

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