Browsing Tag

Alien

Stanton1

La speciale normalità di Harry Dean Stanton

Sulla Nostromo di Alien c’è un personaggio che più di tutti incarna la favolosa banalità di un futuro possibile che rende la potenza visiva del film ancora attuale: Brett.

Brett è un meccanico che vuole semplicemente far funzionare le cose e guadagnare il più possibile, con un occhio ai bonus in busta paga, potrebbe trovarsi su un cacciatorpediniere durante la Seconda Guerra Mondiale, nel mondo post nucleare di Mad Max o in una delle prima fabbriche della Rivoluzione Industriale.

Brett è la normalità, è l’umanità sporca di grasso col cappellino consumato e il giramento di palle continuo, Brett è uno degli esempi più semplice della grandezza di Harry Dean Stanton.

Stanton se n’è andato a 91 anni, lasciandosi alle spalle centinaia di film, alcuni ruoli memorabili, una vita poco pubblicizzata, “uno o due figli” (parole sue), l’amore per Rebecca deMornay, i flirt con Nastassja Kinsky, Debbie Harry e molte frasi che sarebbero un ottimo tatuaggio.

“Mangio solo per poter fumare e rimanere in vita”

Il caratterista nel cinema è un po’ come la senape nell’hotdog o il formaggio sulla pasta, un elemento di contrasto che col suo sapore arricchisce la portata principale. È il mediano che ti fa l’assist, l’asta del saltatore.

I bravi caratteristi sanno che raramente avranno molto spazio sullo schermo, quindi infondono nei loro personaggi qualcosa in più, che sia il tono della voce, la presenza scenica, una battuta particolare, una forza che in qualche modo deve rapire l’attenzione dello spettatore, totalmente concentrata sulla star o sull’azione del momento.

Harry Dean Stanton non funzionava così, la sua era una grandezza basata sulla sottrazione. Riusciva a rubare la scena perché spariva dentro di essa, se la portava dietro, risucchiando tutto e ciò che restava eri tu. La sua forza era riuscire a mantenere una parvenza di normalità anche nelle situazioni più assurde, ogni suo personaggio diventava un ponte fra il film e lo spettatore perché viveva i film come un uomo comune.

“Di solito interpreto me stesso. Qualunque trauma o conflitto psicologico stia attraversando in quel momento cerco di metterlo nel mio ruolo. A volte è abbastanza difficile farcela, ma a volte funziona. Se ciò che sento non corrisponde ai dilemmi del personaggio, allora non faccio il film.”

Così è stato per Alien, così era in Christine, Fuga da New York e Fuoco cammina con me, ma anche in ruoli maggiori, come Paris, Texas. C’era sempre qualcosa di assolutamente “normale” in lui, una forte ma impercettibile connessione col pubblico che gli consentiva di rendere credibile qualunque situazione.

La sua cifra riesce a emergere persino un cinecomic, gli bastano poche battute, un’aria dimessa e qualche gesto per spiegarci tutta l’umanità e il conflitto interiore di Hulk. Peccato che questa scena sia stata rimossa, ma forse era veramente troppo “autoriale” per gli Avenger.

Stanton rappresenta una razza particolare di attori, quelli che sbocciano tardi, che non hanno fretta, fino alla fine dei suoi 50 anni ha sempre fatto cose minori, era la classica comparsa con la faccia da western che mettevi sullo sfondo di una serie di cowboy per rendere il tutto più credibile. Si è svelato al mondo con la stessa lentezza della sua parlata, proprio grazie a un western: Le Colline Blu, scritto dal suo amico Jack Nicholson, per il quale fu anche testimone di nozze e persona da cui rifugiarsi quando il matrimonio si concluse.

Un altro suo grande amico fu Bob Dylan, conosciuto sul set di Pat Garret e Billy the Kid, i due erano soliti andare spesso in macchina e suonare assieme, d’altronde la musica era il secondo amore di Stanton.

Un’altra sua grande passione erano le filosofie orientali, che si legano perfettamente alla sua recitazione che potremmo tranquillamente definire zen e alla scarsità di informazioni sulla sua vita personale.

ALIEN, Harry Dean Stanton, 1979, TM & Copyright (c) 20th Century Fox Film Corp. All rights reserved.

Stanton credeva nel vuoto, nel nulla prima e dopo l’esistenza, nell’accettare ciò che accade e nell’assoluta vacuità delle ansie umane. Quando una volta Marlon Brando gli chiese un parere su di sé, lui rispose “tu sei niente”, ma non perché non lo stimasse, per il semplice fatto che “Realizzare che sei niente è saggezza, realizzare che sei tutto è amore”.

Forse lo capiremo meglio dopo aver visto Lucky, film in cui interpreta un ateo novantenne che ha tutta l’impressione di essere il suo ultimo lascito. La sensazione che si  prova scavando nei suoi ricordi è quella di trovarsi di fronte a uno dei suoi personaggi: gente che le ha viste tutte e porta sulle spalle i ricordi di una vita che si nascondono tra le rughe e dietro un paio d’occhi che sembrano sempre chiederti perché ti senti tanto speciale, quando tutto ciò che resta dopo è il vuoto.

841a2-1zhrb2owepep2doqne7gm-g

La grandezza senza tempo di Alien

Quando un film del ’79 sembra uscito due giorni fa.

La storia di Alien è la storia della creatività e di come un’idea possa rimbalzarti in testa per anni per poi uscire dal tuo petto al momento giusto e spaventare chiunque sia attorno a te.

Per quanto il concetto di fondo sia molto semplice: pochi uomini, ambienti angusti e una creatura mortale, il cammino che ha portato alla creazione di uno dei mostri più famosi del mondo è tortuoso come gli alveari in cui abita.

Chiunque si straccia le vesti per le opere originali dovrebbe tatuarsi sul braccio questa frase dello sceneggiatore Dan O’Bannon: “Non rubai Alien a nessuno in particolare. Lo rubai un po’ da tutti”.

O’Bannon inizia a pensare ad Alien dopo aver scritto Dark Star insieme a Carpenter. Dark Star è un racconto di fantascienza assurdo, politico e parodistico che gli lascia però la voglia di scrivere qualcosa di più tetro, più horror. Nel frattempo viene invitato sul set di un bellissimo e assurdo progetto che non si concretizzerà mai: la versione di Dune di Alejandro Jodorowski.

Un progetto sobrio

Il progetto crollò sotto la sua potenza visionaria, ma, come spesso accade, il fallimento è solo un nome differente per l’opportunità. Sul set di Dune O’Bannon conosce infatti Foss, Moebius e Giger, ovvero i tre artisti che successivamente crearono il mondo di Alien (anche se Moebius collaborò pochissimo ed è responsabile soprattutto del design della tuta) riutilizzando anche parte dei bozzetti inizialmente preparati per il film di Jodorowski.

Nel frattempo lo sceneggiatore lavora alla sua creazione, prendendo spunti da La Cosa da un altro mondo, Il Pianeta proibito, Terrore nello Spazio di Mario Bava e il racconto Discord in Scarlet di Van Vogt. E se altri spunti arrivano dal quotidiano, l’idea dell’alieno che esce dalla pancia seguì un avvelenamento da cibo, il resto è tutta farina dell’inconscio disturbato di Giger.

20th Century Fox decide dunque di produrre questo “Lo Squalo, ma nello spazio” sull’onda dell’amore per la fantascienza post Star Wars. Alla direzione viene messo Ridley Scott, che aveva impressionato i produttori con I Duellanti, mentre una certa Sigourney Weaver è l’ultimo membro ad aggiungersi al cast.

Bozzetto di Foss per la Nostromo

Alien debutta nelle sale a maggio del 1979 e il titolo, nel suo minimalismo, dice già tutto: gli extraterrestri degli altri film erano solo uomini molto sudati all’interno di una tuta di gomma, il vero Alieno è questo e sono cavoli (letteralmente) acidi. Se non bastasse c’è la frase (geniale)“Nello spazio nessuno può sentirti urlare” a chiarire ulteriormente le cose.

Ma ciò che rende tutt’ora grande questo film non è solo il favoloso design del mostro, che tra l’altro si vede pochissimo, il vero mostro qui è il modo in cui la trama si sviluppa. Proprio quando pensi di aver capito cosa succederà, accade qualcosa che improvvisamente cambia tutto, che rimescola le carte in tavola, che esce dai binari della fantascienza classica e un fumettosa vista fino ad allora.

Ormai Alien è uno di quei film che non puoi guardare senza conoscerne almeno un minimo la storia ed è uno dei pochi per cui varrebbe la pena resettarsi la memoria per affrontarlo ogni volta con lo stesso stupore.

Se non hai vissuto in una caverna sai che c’è un alieno che esce dal petto di un tizio, che Ripley è la protagonista, che uno dei componenti principali è un robot omicida eccetera.

Ma se avete la fortuna di vederlo con qualcuno completamente all’oscuro e ci parlate dopo, quasi certamente vi dirà che Alien è un film della madonna per un motivo molto semplice: non è mai ovvio.

Le tute spaziali di Alien secondo Moebius

Oggi è difficile capirlo, ma la forza anticonvenzionale di Alien sta nel fatto che non è chiaro fin da subito chi è il protagonista. All’inizio Ripley e gli altri membri della Nostromo stanno sullo schermo più o meno per lo stesso periodo. Le coordinate iniziali che Scott ci dà sono pari a zero, tutto ciò che sappiamo è che dei tizi su un’astronave commerciale sono stati svegliati, il resto dei dettagli dovremo raccoglierli lungo la strada, proprio come l’equipaggio della Nostromo.

Certo, il film non può prescindere da certe convenzioni e dagli spaventi facili dell’horror, ma tutto il resto, tutto ciò che sta intorno, a partire dalla struttura, è totalmente non convenzionale, non solo per quei tempi, ma tuttora.

Ripley diventa ufficialmente il personaggio principale nella scena in cui fa il ruolo della precisina che vuole seguire le procedure di quarantena, cercando di non far entrare Kane mentre ha sulla faccia il facehugger. È una scena credibile, sensata, girata, come gran parte del film, senza un ritmo eccessivo, senza i difetti che saranno poi di Prometheus, detto anche “il film cui è obbligatorio fare cazzate mortali”.

I ritmi lenti e volutamente misurati della prima parte non sono altro che un modo per preparare il terreno a quello che succederà dopo. Senza questa calma iniziale, quasi disturbante nel suo soffermarsi sui dettagli, sui dialoghi, sul silenzio dei corridoi, la rapida e brutale carneficina che seguirà non avrebbe lo stesso effetto.

Non parliamo di trucchetti di bassa lega come il mandare il volume a zero per poi far apparire la classica bambina che urla. Quello di Alien è un orrore lovecraftiano, insondabile e oscuro che cresce sempre di più finché non occupa tutta la stanza, ma che fino a un momento prima non sembrava esistere.

Anche il personaggio di Ripley segue lo stesso lento percorso, se non sapessimo che è la protagonista non potremmo certo intuirlo dalle scene iniziali, non è neppure nel gruppo che scende a esplorare il pianeta, solo quando la situazione si compromette escono fuori il suo carattere deciso e i suoi tratti da eroina senza tempo.

Carattere evidenziato tra l’altro da un dettaglio che non si nota subito: Ripley non urla mai come farebbero i classici personaggi femminili dell’horror, certo ha paura, ma agisce, non chiede di essere salvata, si salva da sola.

Ma al di là della trama, il vero banco di prova per un film è quanto appare datato quello che si vede sullo schermo.

Nell’anno in cui uscì, parliamo del ’79, Alien era talmente avanti che se si girava vedeva il futuro, non solo per la qualità degli effetti speciali, ma proprio per il diverso approccio al genere fantascientifico. Un approccio “realistico” nato con 2001 ma poi condotto ancora più avanti.

Secondo molti, sono stati Gibson, Dick e soprattutto Blade Runner a definire visivamente e concettualmente il cyberpunk: un futuro sporco e disilluso, lontano dalle fascinazioni positive di Star Trek e dalla speranza di un domani all’insegna del progresso. Un mondo dove l’uomo, nonostante l’evoluzione, alla fine mangia sempre la stessa merda.

Guardiamo adesso le atmosfere della Nostromo, i corridoi semibui, gli spazi angusti, la mancanza di grandi schermi luminosi e uniformi colorate, un equipaggio di persone normali, alle prese con guasti, rattoppi, problemi sindacali, robot androidi… Alien era cyberpunk prima che il cyberpunk fosse anche solo nominato come genere letterario.

E infatti, se guardiamo il film oggi, fatte le debite proporzioni a livello visivo, notiamo che non ci propone un futuro di ologrammi, enormi schermi touch e tecnologie improbabili, ma scenografie possibili, che contribuiscono a trasportare lo spettatore nella storia e a renderla reale. Alien è la fantascienza del plausibile e dell’attuale.

Di solito nei film di fantascienza la parte più difficile del gioco sta proprio nell’inventarsi qualcosa che non esiste, sia esso un computer gestuale alla Minority Report o facce intercambiabili come in Atto di Forza, oppure dipingere i computer e gli ambienti come se li avesse progettati un designer sotto anfetamine e con fondi illimitati (Per non parlare del fatto che uno schermo trasparente è ergonomico come una bici con le ruote quadrate).

Le uniche concessioni al realismo di Alien sono Mother e l’androide, anche se sono comunque rappresentati in una chiave sensata e non-positiva, ripescando un po’ da HAl 9000 e anticipando il tema degli androidi indistinguibili e inquietanti che sarà poi di Blade Runner (senza star là a discutere sulle simbologie sessuali della scena di soffocamento col giornale).

Se guardi adesso Alien, tutto è ridotto all’osso, funzionale, reale, se oggi avessimo un’astronave commerciale sarebbe probabilmente così, solo magari senza gli schermi monocromatici verdi. L’unica cosa che stona è che su un’astronave del genere non ti farebbero certo fumare come un turco, ma per il resto Alien è ancora un possibile futuro verso cui ci stiamo muovendo.

Magari non troppo velocemente eh?


N3rdcore è anche una newsletter fatta di link bellissimi, immagini riflessioni e parole in libertà, iscriviti qua sotto!

https://tinyletter.com/N3rdcore


Se ti è piaciuto quello che hai letto puoi supportare N3rdcore.it su Patreon!