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No time to Die – l’ultima volta di Daniel Craig

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Daniel Craig torna per l'ultima volta ad indossare gli eleganti panni dell'Agente 007 in No Time to Die, un film destinato a segnare un'epoca.

Una doverosa premessa

Dal momento che io potrei essere tranquillamente associato a quella fazione di sfegatati fan dell’agente 007 che ama definirsi “Bondisti” per distaccarsi dai “Bondmaniaci” il ramo estremista integralista della fanbase, mi prenderò un po’ di tempo e un po’ di spazio per parlare nel modo giusto di quello che nel mondo dell’agente 007 è sostanzialmente un unicum: la carriera di Daniel Craig.
Come mai questa scelta invece di fare un pezzo dritto proprio a me che di lore e continuity non frega un cazzo? Grazie per la domanda, un ottimo spunto per cominciare.

Casino Royale – Ritratto dell’eroe da giovane

L'anno è il 2006, l'avvento del Bond Biondo.

Prima di Daniel Craig c’era Pierce Brosnan.
Se mettete queste due figure a confronto, noterete che l’unica cosa che hanno in comune è il non somigliarsi per niente.
Eppure, la loro origine bondiana ha una matrice comune nell’abile regia asciutta e scattante di Martin Campbell.
Campbell è, tipo, uno della vecchia scuola, un regista non troppo acclamato, ma solido, asciutto, competente e, per certi versi, estremamente versatile, con una adeguata percezione dell’azione su schermo, i suoi regie migliori le ricordiamo come, appunto, solide e molto competenti. Le vette che raggiungerà nel 2006 con Casino Royale non le raggiungerà mai più in carriera, pur arrivando dal più che convincente esordio di Brosnan con la sigla 00, Goldeneye (di cui forse qualcuno ricorderà uno dei migliori giochi per N64).

Se dovessimo mettere vicino Goldeneye e Casino Royale come poco sopra abbiamo messo vicino i due interpreti la prima cosa che noteremmo è il gusto per l’azione ripresa bene, Goldeneye inizia con un un salto nel vuoto da una diga attaccato ad una corda da bungee jumping con successiva infiltrazione, sparatoria, esplosione e fuga da una base sovietica.

Per essere il 1995 era un cold opening esplosivo, ma per davvero.

E quindi Martin Campbell a battezzare un nuovo James Bond. Nel mezzo 11 anni di cinema completamente diverso.
Talmente diverso che, per capirci, se guardate adesso Casino Royale pare un film girato ieri, molto spesso meglio di un sacco di film davvero girati ieri. Pulitissimo, ben coreografato e con una regia inaspettatamente più elegante di quanto ricordassi e interpretazioni clamorose, e questa era la cosa meno scontata.

Specialmente a sentire il chiacchiericcio di fondo che i tabloid britannici sparpagliavano in giro quando venne scritturato Daniel Craig.

Ora come allora, il casting di un personaggio iconico come James Bond generò una serie di turbolente dichiarazioni da parte della stampa meno lungimirante che dichiarava Craig come “troppo biondo”, “troppo grezzo”, “troppo segnato”. Chiaramente la contrapposizione con Brosnan pesava. Il Bond di Brosnan era un damerino, faceva bella figura in smoking, chiaramente, ma si è bruciato presto nel gorgo dei cambiamenti degli anni ’90, prima fallendo miseramente la ricorsa hollywoodiana di Hong Kong e poi pestando la mina postmodernista con quella specie di montaggio best of che qualcuno ha avuto il coraggio di chiamare film di Die Another Day.
Insomma, Brosnan non era adatto da utilizzare come metro di paragone per come un Bond avrebbe dovuto essere a causa di una serie di limiti imposti anche in fase di sceneggiatura a bloccare il personaggio su binari chiusi molto tradizionali.

Qualcosa del Bond di Craig lo si poteva trovare nel nervosismo di Timothy Dalton, nella freddezza che traspariva dai suoi occhi azzurri, dal modo in cui butta lì il suo nome, quasi come fosse un cerotto da strappare rapidamente per togliersi il pensiero.
Dalton comunque era lì a ricordarci che Bond non è solo un damerino (un saluto alla buonanima di Roger Moore), ma ha una vena intrinseca di violenza che deve esprimere suo malgrado, la famosa “crudeltà bondiana”, quel gusto per la caccia, per la ritorsione, sempre presente nel Bond letterario ma che raramente è fuoriuscito dalle controparti cinematografiche.
La sfida per la nuova generazione di 007 era quindi quella di combinare azione, crudeltà, ed emozioni in un cocktail che non risultasse scontato o stucchevole.

L’ultimo bond che si è visto coinvolto emotivamente e addirittura piangere è stato lo straordinario George Lazenby sul cadavere della novella sposa Tracy Drago ma nella pellicola immediatamente dopo vediamo le conseguenze che quest’azione ha su Blofeld, ma il Bond che esce da quel cold opening è come se non avesse accusato il colpo, come se la cosa non gli appartenesse, e del resto a tornare in Una Cascata di Diamanti è Connery, in uno strano gioco metanarrativo quando la continuity non era ancora una catena e tutti facevano un po’ quello che gli pareva.

Tempi avventurosi, tempi formativi ma, appunto, altri tempi.

Bond doveva essere adattato al tempo presente, specie dal momento in cui il retaggio di Bond era stato declinato altrove in altre forme.
Jack Bauer, Jason Borne, Ethan Hunt, sono aspetti di James Bond a cui sono stati costruiti personaggi autonomi intorno, con le dovute differenze.
Nel 2006 per 007 era arrivato il momento di raccogliere quello che gli altri avevano seminato.

La prima cosa che spicca è un gusto per l’azione figlio degli anni 00 ma senza i vezzi e le steady di un Greengrass. In Casino Royale è tutto pulito e montato in maniera leggibile e chiara.
In più, per prepararsi al ruolo di Bond, Daniel Craig ha intrapreso un training per girare gran parte degli stunt in maniera credibile, arrivando a cambiare la sua fisicità e il suo modo di recitare passando da caratterista a protagonista, in un mondo del cinema dove troppo spesso attori anche bravi restano incastrati sempre negli stessi ruoli.

Il Bond di Craig nonostante i suoi 37 anni è inesperto, immaturo, avventato e, soprattutto, umano e fallibile.

Lo vediamo nella sequenza prima dei titoli di testa commettere i suoi primi due omicidi per accedere alla licenza di uccidere, lo vediamo distruggere un bagno (nella madre di tutte le successive sequenze di combattimento nei bagni del cinema di menare), lo vediamo fare irruzione in un’ambasciata e scappare facendo esplodere tutto e senza nemmeno la prontezza di spirito di guardare in camera e dire “Questo non era mai successo a quello di prima”.

"Ma nel copione non era scritto che avrei dovuto vincere?"

La tendenza a raccontare quella che a tutti gli effetti è una origin story minimale e senza eccessi, votata alla spettacolarizzazione del realismo, è figlia dell’approccio di Nolan a Batman e, dato che siamo arrivati a concludere la lunga epopea di Craig nel 2021 dopo 15 anni, questo 007 è il più lungo e riuscito esperimento post-nolan.

La serie che ha rallentato, certo, ma non si è mai stoppata, non è mai andata incontro ad una crisi che non è riuscita a superare nel film successivo correggendo il tiro solo in parte, senza premere convulsamente il pulsante di uscita d’emergenza, come accaduto per intenderci per il rapporto a tre tra Warner, Zack Snyder e DC Comics.

L’altra novità grossa è la continuity serrata.

Che poi capiamoci, “serrata”.
Dove i film di Bond originali avevano un blando collegamento fatto di rimandi e personaggi ricorrenti (anche se spesso con le facce di attori differenti), il Bond di Craig vive di continuità, con le dovute specificazioni.

Quantum of Solace, il film meno riuscito dei cinque, attacca immediatamente dopo l’epilogo di Casino Royale, perché la tipica missione del cold opening in media res è quella che ha iniziato alla fine del film precedente, e questo senza che ci fossero scene di raccordo girate in un secondo momento o scene dopo i titoli di coda. Semplicemente andava così.

I due film visti uno di seguito all’altro vanno proprio a costituire un ideale primo atto della carriera di 007, sia tematico che stilistico, pur accogliendo tutti i limiti della regia e del montaggio di Forster.

Un Bond irruento, dai modi spicci, caparbiamente in contrasto metodologico con l’MI6, in una sorta di adolescenziale ribellione all’autorità, diversa dalla quasi benevola carta bianca che gli veniva data nei film immediatamente precedenti e l’accettazione dell’autorità per il bene superiore (seppur operando in deroghe) delle origini. Per capirci, il Bond di Connery non sarebbe mai stato braccato dai suoi e il suo rapporto con M era quasi di un figlio per il padre.

Tutto ciò fa parte della nuova indagine psicologica del personaggio. Il suo passato di orfano ci viene ribadito a più riprese dove prima era solo un tratto di contorno buttato lì per dare colore e mai un vero perno intorno a cui ruotassero le azioni del Bond maturo.

Secondo Atto - o della Maturità

Dicevo poco sopra di come la continuity sia uno degli elementi caratteristici dei film con Craig e di come questa cosa sia andata giù anche a me che normalmente aborro qualsiasi tipo di narrazione orizzontale forzosa data a una serie di film che per ragioni commerciali vengono incastonati in una “trama più ampia” dove il primo film “getta le basi” e quelli successivi autonomamente perdono parte della propria rilevanza e vanno tutti letti come grande progetto in divenire. (un saluto agli amici della Marvel)

La continuity del Bond di Craig appartiene ancora ad una vecchia maniera di intendere le serie con ogni capitolo in successione per fattuale non premeditata e non perché si è deciso che i film debbono essere prodotti in serie.

In termini pratici ogni film di 007 con Craig è sostanzialmente autonomo fino a che non decide di poggiarsi pesantemente su quello precedente. Questo funziona solo nel momento in cui le motivazioni di Bond devono essere ricercate all’interno della pellicola e non in quella precedente.
Per certi versi Quantum of Solace mostra la debolezza intrinseca di questo metodo, per quanto la cold opening possa essere letta sia come generica che specifica, il moto delle azioni di Bond è pur sempre da ricercare nel film precedente cosa che in parte risolve i problemi di sceneggiatura evidenti presenti nel film, contribuendo a sforbiciare un lungometraggio che sarebbe stato ben più lungo della sua ora e quaranta (Quantum of Solace è il più breve dei film con Craig).

Detto ciò, con Quantum of Solace il Bond di Craig affronta quella che forse è la sua prova più dura, aggirando non senza difficoltà lo scoglio dello sciopero degli sceneggiatori del 2007.

Quando viene scelto Sam Mendes alla regia di un film di 007, il regista era ancora parco di esperienze legate a grossi budget o a grosse produzioni action.
Un certo pubblico dalla facile fascinazione adolescenziale per un certo genere di cinema lo ricorderà per American Beauty, il film con Kevin Spacey che si masturba sotto la doccia per sfuggire all’alienazione della suburbia fantasticando sull’amica minorenne della figlia.

Se avete un amic* cinefilo dell’era dell’internet sarete sicuramente inciampati in qualche foto che utilizza come didascalia qualcuna delle quotes del film oppure in un repost di quella terribile scena della busta di plastica portata dal vento perché “oddio ma parla di me”.

Non credo di dover aggiungere altro per lasciare intendere che trovo American Beauty uno dei film più sopravvalutati degli anni 90.

Fatto sta che la sua carriera non si ferma all’inquadratura ortogonale del letto ricoperto di petali di rose.
Mendes dirigerà successivamente l’adattamento di Road to Perdition, Jarhead, Revolutionary Road ed Away we go.
Un pedigree comunque strano e variegato che lasciava un pelo confusi sulla direzione che avrebbe preso la nuova pellicola di 007.

Possiamo definire Skyfall il film che fa fare al James Bond di Daniel Craig il salto.

La regia, specie dopo Quantum, è elegante, efficace e pulitissima. Impreziosita dalla fotografia di  (direttore della fotografia di robetta tipo Non è un paese per vecchi, Sicario, Prisoners, Blade Runner 2049, ma il suo curriculum è sorprendente).

Ci sono dispute in dottrina tra quale sia il miglior film di Bond dell’Era Craig.
C’è chi a mani basse preferisce Casino Royale per la sua spiccata vocazione cinetica e per il suo rappresentare in potenza tutto quello che una nuova generazione può desiderare da una materia “vetusta” come quella bondiana.
Per quelli che sono i miei gusti ho sempre trovato Skyfall un pelo superiore, per la sua estetica soverchiante, per le sue scenografie ricchissime e per quello strano connubio, e l’ancor più marcato contrasto, tra azione ed emozione.

Il tempo intercorso tra Quantum e Skyfall è diegetico, caratteristica costante per tutti e cinque i film, funzionale al racconto di cambiamenti subiti dal personaggio.
007 viene rappresentato già come un "relitto di un mondo vecchio" al capolinea, un esemplare raro eppure in dubbio se necessario e adatto ad affrontare le complesse sfide di un presente sempre più ambiguo.
A rendere realistico il discorso è il fatto che l'opposizione che gli viene mossa funziona anche sul piano metanarrativo.
C'è ancora posto per Bond nel cinema? La risposta è fermamente sì.

La storia è incentrata sul rapporto conflittuale di Bond con la sua figura materna di riferimento M e (spoiler) proprio la morte di M alla fine del film è come se emancipasse 007, lo rendesse più "uomo" allontanando il ragazzo irruento e irresponsabile conosciuto in Skyfall. A chiudere i conti con un passato ingombrate c'è la home invasion finale che comporta la distruzione della casa patria in in Scozia, metaforicamente e letteralmente illuminando quello che è uno dei punti più oscuri e tragici del suo passato.

Sotto questo punto di vista è anche interessante come la figura di M, l’incarnazione di tutti gli alti valori britannici siano stati per il giovane James, orfano, un chiaro rimpiazzo sul quale riversare parte della sua sfera emotiva, e per certi versi, quel rapporto conflittuale, si ripercuote su come egli stesso vede tutte le donne della sua vita.

Alla luce dell’ampliato spettro emotivo di Bond, ha senso che su tutte le vicende si spandesse l’ombra lunga della morte di Vesper.

Per James Vesper rappresentava la donna ideale-idealizzata in virtù sia del suo ruolo di rappresentante del Tesoro britannico (la tanto disprezzata autorità), sia a causa del suo carattere, delle opposizioni che muove alle sue avanches e non ultimo proprio il tradimento e la successiva morte che contribuisce ad idealizzare la sua figura astraendo il rapporto che perciò resterà per sempre ambiguo e irrisolto.
Tutta una storia di compensazione che avrebbe fatto felicissimo Freud.

Silva, il villain interpreato da Javier Barden è l’esatto opposto di Bond. Figli entrambi della stessa macchina che trasforma orfani (le reclute perfette, e qui sarebbe interessante una riflessione alla Kojima sui Bambini Soldato) in agenti al servizio di sua maestà però corrotto dal tradimento di M e tramutato in un figliol prodigo al servizio solo di se stesso e al soldo del miglior offerente.

Con Skyfall il mondo che circonda Bond subisce una pesante ristrutturazione.

La River House dell’MI6, storica sede dei servizi segreti britannici, viene rimpiazzata.
Ritornano Moneypenny (una splendida Naomi Harris), la storica segretaria di M, e Q, il quartiermastro, in una versione consona a quelli che sono i canoni del nuovo Bond, più giovane, più digitale, con meno “trucchetti irrealistici” se non vogliamo contare tra questi il ticchettio sui tasti del computer. Nonostante ciò, il rapporto che lega i due resta lo stesso che abbiamo visto attraversare i decenni, da quando il personaggio fu introdotto, quel continuo battibeccare scherzoso sui rispettivi ruoli all’interno dello scacchiere del servizio segreto.

Con il passaggio di testimone a Ralph Fiennes come nuovo M anche il rapporto con l’autorità del personaggio cambia, e per certi versi, la distanza che separa i due è più formale che psicologica. Se la M di Judi Dench era la figura materna, sopraelevata, una tollerabile incarnazione dell’autorità anche per un carattere così restio a piegarsi, il rapporto con Mallory è completamente diverso ed è emblematica la sequenza della sparatoria durante la deposizione che li qualifica come fratelli in armi, accorcia la distanza che separa i due personaggi e sottintende come una serie di scelte diverse porterebbero Bond a ricoprire un ruolo diverso nella gerarchia dei Servizi Segreti.

Speculari

Quindi un nuovo M, un nuovo Q, Moneypenny, il ritorno dell’iconica Aston Martin DB5 e relativi trucchetti, tutte le figure del Bond Classico sono tornate al loro posto, ma manca ancora uno dei pezzi più importanti, manca la Nemesi per eccellenza di Bond, Ernst Stavro Blofeld e la SPECTRE.

Originariamente Quantum, l’organizzazione di cui facevano parte LeCiffre, Mr. White e Mr. Greene doveva essere la “nuova” SPECTRE ma succede che i diritti di sfruttamento del nome tornano in possesso dei Broccoli e i tempi sono maturi per reintrodurre in pompa magna l’Esecutivo Speciale per il Contro Spionaggio, il Terrorismo, la Vendetta e l’Estorsione.

Skyfall, per quanto atipico, per certi versi addirittura autoriale e formalmente impeccabile, ad oggi è il più grosso successo cinematografico di 007 al cinema.
Non era così scontato, eppure per girare il nuovo film di Bond fu riconfermato Sam Mendes.

E alla fine arriva la SPECTRE

Parlare di Spectre non è facile.
O meglio, sarebbe facile se non fosse un film di questo Bond.

Per certi versi, è il più Bondiano dei film di Craig.
Ci sono tutti i clichè del caso.
Una nuova Aston Martin, la DB10, un nuovo splendido Omega Seamaster, il ritorno dei cattivi di sempre, ormai legittimamente assenti dallo schermo da Diamonds are Forever, l’ultimo film con Connery.

Per certi versi un campionario di tutte le cose che devono succedere in un film classico di Bond, ma facendo ciò, si spegne la vivida luce che aveva animato Skyfall.

Si apre con una sequenza in elicottero, poi il funerale a Roma, che può ricordare la sequenza iniziale di Thunderball, chiudendosi con un rocambolesco inseguimento. Sequenza sulle Alpi Svizzere, a richiamare vagamente Al servizio segreto di Sua Maestà, chiudendosi con un rocambolesco inseguimento tra aereo e auto. Segmento in treno, il cui esito ricorda il combattimento di Dalla Russia con Amore. Meeting con il Cattivo nella Base del Cattivo alla fine del secondo atto che tipicamente chiuderebbe il film, con tanto di scena di tortura ed esplosione finale.
Insomma, tutto il film è articolato per riportare il Bond di Craig al canone in senso stretto ma non lo fa in maniera sgamata e ruffiana, nonostante chi conosce a menadito la saga può cimentarsi nel gioco postmoderno della ricerca delle reference.

Il "Canone" di cui abbiamo una diapositiva.

Lo stesso personaggio di Bautista è un chiaro ricalco degli “sgherri muti” dei film classici, minacce per lo più fisiche con attributi immediatamente riconoscibili a caratterizzarli. Nel caso specifico Bautista sfoggia delle bislacche unghie metalliche e una pistola “doppia” che avrebbero certamente sfigurato negli altri film della saga.

E ovviamente Blofeld, interpretato da Christopher Waltz, che non risulta viscido come Donald Pleasence, o minaccioso come Terry Savalas e verrebbe quasi da ricordarlo in negativo definito dalle caratteristiche che gli altri Blofeld avevano e che a lui mancano, se non fosse per un bislacco giro di sceneggiatura che lo fa diventare il fratellastro di Bond, figlio di Hans Oberhauser, ovvero l’uomo che si prese cura di James dopo che rimase orfano e che ha tirato su un impero del crimine perché sì, andando contro tutte le logiche del buon senso e facendo scivolare la ricostruzione del personaggio, così improntata al realismo, in una discendente spirale di luoghi comuni da soap opera.

Vale la pena aggiungere che in nome della continuity retroattiva tutti i villain dei film precedenti sono ovviamente diventati agenti della Spectre, che passi per Quantum e i suoi impiegati, ma viene tirato dentro anche Silva andandone un po' a depotenziare il personaggio.

Il Bond di Spectre è più maturo, più sicuro dei suoi mezzi e sembra essere ritornato in possesso della sua proverbiale infallibilità. Spectre chiude i conti col passato di Bond che in realtà sembravano già abbondantemente chiusi nel film precedente col simbolico incendio della tenuta, risolvendo ulteriormente quel processo di emancipazione iniziato con la morte di M e concretizzandosi con l’abbandono dei servizi segreti nel finale in virtù nel nuovo legame emotivo che trova in Madelin Swan.

Purtroppo, qualcosa nella formula che aveva graziato Skyfall si è spento.
SPECTRE non riesce a convincere del tutto, non è un film rotto e riattaccato alla bella e meglio come Quantum of Solace ma non è nemmeno forte come Casino Royale, è un film che incapace di reinventarsi si adagia troppo e si vede.
Sam Mendes non è in botta come nel film precedente, sembra avere la testa altrove.
Craig inizia ad accusare una certa stanchezza nell’interpretare di nuovo Bond per quella che, pare, essere una forzata ultima volta. Recitare metà film con una gamba rotta non aiuta certamente sul piano della naturalezza dell’interpretazione e in alcuni momenti tutto ciò è palpabile.
Cambia il direttore della fotografia, Hoyte van Hoytema prende il posto di Roger Deakins, confezionando una fotografia non brutta, ma opalescente, quasi soffusa, in contrasto ai netti giochi di luce e ombre di Deakins.

Spectre è un film troppo lungo, con un ritmo altalenante, con un finale di troppo e che patisce il complessivo disinnamoramento e forse una generale mancanza di coraggio nello scegliere di omaggiare il passato di Bond piuttosto che continuare a traghettare la saga nel futuro. Sembrava inoltre destinato ad essere davvero l’ultimo film dell’era Craig. Ogni volta che gli si poneva la domanda fatidica lui rispondeva picche, con il tono tipico che lo rese famoso alla stampa come inavvicinabile.
Eppure…

One More Time with Feeling

No time to die segna la fine di un ciclo con un film controverso, destinato a creare una profonda spaccatura tra i fan.
Nel senso che è veramente giunta la fine dell’era Craig, senza possibilità di appello. Questi anni sono scivolati via insieme al personaggio, e uscendo dalla sala, la sensazione è proprio quella di un capitolo di vita che si chiude.

Ci sono diversi modi per approcciare l’analisi di questo film.
Se vogliamo essere banalmente analitici, prendere in considerazione i valori oggettivi della pellicola, dobbiamo partire da una sceneggiatura non a prova di bomba, sulla quale hanno messo mano forse troppe persone, dettaglio evidente nel momento in cui ci si sofferma sui passaggi logici causa effetto per i quali si vuole fortemente che funzionino più che funzionare e basta.Apprezzato molto il lavoro fatto da Phoebe Waller-Brige nella rifinitura, dove ci ha messo la mano il suo gusto e la sua sensibilità è concretamente percepibile. Il risultato è una brillantezza che traspare da alcuni dialoghi e nella caratterizzazione di alcuni personaggi.

La regia: Cari Fukunaga è una seconda scelta dopo le divergenze creative che hanno allontanato Danny Boyle (e adesso mi verrebbe da chiedere cosa sarebbe stato se) eppure nonostante non abbia una mano sempre riconoscibile, si è dimostrato bravo, riuscendo ad infilare anche un bel piano sequenza nel terzo atto e mi sento di dire che, sotto il profilo dell’azione pura, è migliore di Skyfall, anche nel modo in cui l’azione è utilizzata in termini narrativi.

Linus Sandgreen alla fotografia allontana il film dalle vette estetiche raggiunte dai film precedenti, normalizzando un po’ il tutto.

Prendendo in considerazione questi che sono elementi oggettivamente misurabili, la pellicola sarebbe un normalissimo film d’azione, con una durata eccessiva (seppure in linea con i nuovi standard del cinema contemporaneao), alcuni bei momenti divertenti e nulla più.

Però dobbiamo analizzarlo come un film di Bond.

Come film di Bond ha, tirando le somme, uno schema bondiano classico seppure tirato per le lunghe. Auto, sequenze d’azione ambientate in luoghi esotici (l’esotica Matera), gadget, belle donne. Mi viene anche da riscontrare una similitudine non troppo marcata, con Dr. No, il primo 007 ad arrivare al cinema con Sean Connery, da noi passato con il titolo sicuramente più spendibile di “Licenza di Uccidere”

Che poi oddio, non troppo marcata, per un film che sceglie di aprire i titoli di coda con la stessa grafica a cerchi, e sono quasi certo, con la stessa disposizione, del film del ’62.

È più che altro una eco, un suono in sottofondo che alla fine ti convinci di aver materialmente ascoltato, ma la maschera del teatro No, la caratterizzazione estetica del villain, il fatto di possedere un’isola privata contesa tra diverse nazioni alla quale chi si avvicina muore, mi hanno ricordato appunto il Dr. No.

Bravissimo qui perché non parla e non gli si vede la faccia.

Ma il gioco di rimandi iniziato con Spectre continua in maniera intelligente: tutta la sequenza iniziale è una chiara variazione sul tema del finale di Al Servizio segreto di sua maestà, con tanto di tema musicale ricorrente, ma nel vero primo atto del film, dato il furto del mcguffin, in termini assoluti più che specifici, è impossibile non ritornare col pensiero alle missione assegnata a Bond in Dr. No.

Questa consapevolezza, che più ne scrivo più me ne assuefaccio, aumenta di gran lunga il senso di circolarità del film, tra passato e presente.

Scendendo dal piedistallo dell’oggettività, c’è anche da dire che gli oltre 160 minuti della pellicola che la classificano immediatamente con il film di Bond più lungo di sempre, non mi sono pesati e che, anzi, me li sono goduti proprio, apprezzando l’incedere del film come un commiato doveroso prima dell’addio, sensazione sostanzialmente inedita a causa della naturale sostituibilità del personaggio di Bond.

Le nuove aggiunte al cast sono molto riuscite.
La Paloma di Ana de Armas è un personaggio delizioso, vivace, divertente, e fresco nel suo modo di rapportarsi a Bond.

La Nomi di Lashana Lynch sprizza carisma da tutti i pori e se domani annunciassero che nel prossimo film dell’agente 007 lei sarebbe la protagonista ne sarei contentissimo.
A maggior ragione, se consideriamo la sua uscita di scena durante la missione a Cuba è impossibile non rivedere l’irruenza del Bond di Craig nella sua fuga dopo l'assalto l’ambasciata in Casinò Royale.

Note più dolenti arrivano nel momento in cui parliamo del villain interpretato da Rami Malek, l’assolutamente non-Dr. No Lyutsifer Safin (condividono anche la professione di chimico). Malek non mette nulla nel personaggio che, fortunatamente, ha un minutaggio risibile.

Possiamo anche parlare dell’ironia di avere tutta la trama incentrata su un mcguffin che arriva in periodo (post) pandemico dopo che la pellicola, a causa proprio della pandemia è stato rinviato per due anni. Un gioco che se lo si voleva fare metatestuale di proposito non sarebbe riuscito così bene, risultando quindi spaventosamente attuale in maniera del tutto involontaria.

Anche contestualizzando la pellicola nel canone bondiano la sceneggiatura è debole, pur non rinunciando a salti barocchi che in alcuni punti risulta magari troppo sbrigativa. Le svolte e i colpi di scena li ho trovati prevedibili, in un grado comunque di giustezza tollerabile ed efficace, tranne forse il finale, per il quale avevo immaginato un esito diverso, ma va bene anche così.

E poi c’è la terza chiave di lettura, quella emotiva.

Probabilmente avremmo preferito tutti un finale diverso per l’avventura di Daniel Craig come Agente 007, forse era anche legittimo aspettarsi qualcosa di più, eppure mentre scorrono i titoli di coda a chiudere il percorso di profonda riscrittura del personaggio, è impossibile non restare colpiti anche volendo disquisire dei singoli elementi di cui sopra.

È indubbio che la valutazione del film è influenzata dal carico emotivo che uno spettatore ci riversa sopra e ne condiziona il giudizio, letteralmente, spaccando il pubblico.

Se in tutti questi anni la distruzione del superomismo bondiano non vi ha preso, il suo mondo interiore relativamente fragile in contrasto con la durezza dei metodi e dell’armatura che egli stesso si costruisce intorno per poter fare quel tipo di lavoro non vi ha conquistato, il finale e il suo carico emotivo allora non vi colpirà, vi deluderà o quanto meno, vi farà dire che come andata è andata e ora avanti il prossimo, che “non sarebbe mai successo a quello di prima” e addirittura che “hanno rovinato Bond” (anche se questo lo dicono da anni).

Se invece il Bond di Craig vi ha conquistato, pur con tutte le sue fragilità e imperfezioni, con tutto il rapporto di amore ed odio tra interprete e personaggio, che per me hanno contribuito a rendere il personaggio più vivido che mai, vi renderete conto che il finale di No Time to Die era l’unico possibile per 007, anche auspicandosi un epilogo diverso.

Il Bond di Craig ha fatto la storia e i Bond successivi dovranno tenerne conto, e necessariamente trovare un modo nuovo o diverso di raccontare le vicende della spia più famosa della storia del cinema.
È stato bello, è stato intenso, è stato commovente essere ancora una volta al servizio segreto di sua Mestà con James Bond e di un percorso fatto di alti e bassi arrivo a non rimpiangere niente.

Noi non siamo più ora la forza che nei giorni lontani muoveva la terra e il cielo: noi siamo ciò che siamo, un uguale indole di eroici cuori infiacchiti dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà di combattere, cercare, trovare e non cedere mai.

Classifica dei film del Bond di Craig:
1) Skyfall
2) Casino Royale
3) No Time to Die
4) Spectre
5) Quantum of Solace

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