Manga Essentials – Slam dunk di Takehiko Inoue
Slam Dunk è universalmente conosciuto come il manga sportivo più famoso di sempre, ma io non lo avevo mai letto. Ho colto l’occasione di iniziarlo circa un anno fa in concomitanza con l’uscita di The First Slam Dunk, il film diretto dallo stesso Inoue, e da allora è stata una bellissima marcia. Impossibile non considerarlo un Manga Essentials
Dovendo stilare una classifica dei manga sportivi migliori di sempre è facile che al primo posto ci sia Slam dunk.
Anche solo cercando online, la prima cosa che esce è lo strillo della quarta di copertina dell’ultima edizione che recita
“IL MANGA SPORTIVO PIÙ FAMOSO DI SEMPRE”
Normalmente la troverei una presa di posizione arrogante, con una visione storica parziale, soprattutto considerando l’enfasi che si pone sul “sempre”, come a dire che da qui alla fine dell’eternità Slam Dunk nella narrativa sportiva occuperà ancora lo stesso valore che occupa adesso in termini di popolarità.
Manga sportivi (spokon) che comunque possono contare Rocky Joe, Mila e Shiro, Captain Tsubasa (non so tra i regazz adesso ma quando ero regazz io era veramente molto popolare), Touch (“prendi il mondo e vai”), Jenny la tennista, Mimì e la nazionale di pallavolo, Tutti in campo con Lotti, Yawara (Jenny la ragazza del Judo), Sampei solo volendo ripercorrere quelli che già esistevano quando io ero ragazzino e che, sono sicuro, negli ultimi 23 anni si sono moltiplicati a dismisura, giustamente. Lo stesso Inoue è poi tornato sul basket in contesti differenti con Buzzer beater e Real, forse non con lo stesso livello di popolarità, questo sì.

Senza sapere o cercare i titoli, ricordo, così a naso, quello sul ciclismo, quello sulla pallavolo e un altro invece che unisce calcio e battle royale… quindi insomma, Slam Dunk può davvero aspirare ad essere “il manga sportivo più famoso di sempre”?
Per spiegare il fenomeno Slam dunk procederò in modo assolutamente casuale, che poi è l’approccio che ho avuto io, tanto per cambiare.
Di Slam dunk avevo un’idea, perché è esistita l’Anime Night di MTV, perché al liceo qualche amico giocava a basket, perché non sono vissuto in una bolla per 33 anni e perché indipendentemente con chi parli di manga, Slam dunk rientra nella top 5 di manga imprescindibili per un abbondante 75% di lettori. Probabilmente perché il restante 25% non lo ha letto, aggiungo io.
Ormai sono due anni abbondanti che ho iniziato questa transizione orientale, che mi vede sempre più lontano dalle logiche decadenti del comics americano in favore della ricerca di manga che brillino della scintilla dell’opera, Slam dunk l’ho iniziato per sincronicità: uno spunto di una conversazione come avvio, il trailer di The first slam dunk al cinema a rafforzare l’idea e l’opportunità data da una infelice coincidenza di treni passata alla Feltrinelli della stazione di Napoli.

Inizio a leggere il manga quasi a cavallo dell’uscita del film. Ho la giusta infarinatura dei personaggi quando entro in sala per The first slam dunk. Sono preso benissimo, nonostante non colga tutto il background dei personaggi, non sappia le differenze col manga e soprattutto non avevo la più pallida idea del fatto che la partita tra lo Shohoku e il Sannoh Kogyo è l’ultima partita raccontata dal manga.
Normalmente sarebbe stato un problema, in realtà è stata una forma di liberazione, distaccarmi da questa costante sindrome ossessiva compulsiva che mi obbliga ad incasellare opere e autori, inoltre ha rafforzato tantissimo la voglia di immergermi in quella storia, di conoscere i personaggi e ripercorrere le tappe che li hanno portati a quel punto.
Non sono sicuro se consigliarvi la mia esperienza come “raccomandata” come approccio a Slam dunk, sicuramente non è penalizzante. Il film e il manga sono due opere che camminano serenamente a fianco, fruibili e soprattutto godibili autonomamente.
Slam Dunk non è solo un manga sportivo, ma possiamo dire che il “manga sportivo” è la forma che sceglie per raccontare la sua storia, che è una storia di formazione, con i protagonisti che esprimono loro stessi esclusivamente attraverso i loro corpi in movimento. Ogni miglioramento fisico è prima di tutto il superamento di uno stato mentale, un aumento in termini di consapevolezza. Il percorso che li porta da singoli individui a diventare una squadra di basket temibile è un’evoluzione della loro consapevolezza sociale, una presa di coscienza del proprio ruolo all’interno del campo e, per estensione, del mondo.

Tutto ciò è raccontato al 90% attraverso l’azione sportiva sul campo da basket. Il mondo al di fuori del campo è tessuto connettivale tra una partita e l’altra, molto asciutto, un passaggio rapido, meno che contesto, perché lo sforzo di Inoue è tutto concentrato sul raccontare lo sport: dal momento che l’azione concretizza tutto, che i ragazzi si esprimono solo attraverso i loro corpi, che l’azione rappresenta la dimensione fisica di un processo mentale, questa è disegnata in maniera semplicemente perfetta.
Lo sport è linguaggio
Inoue non astrae il movimento, non c’è grafismo o sintesi: Slam dunk è l’anatomia di Grey del Basket tanta è la cura e la precisione che l’autore mette nel disegno per renderlo realistico.
Il manga si sviluppa attraverso una serie di partite disputate tra licei, prima della prefettura di Kanagawa per selezionare chi saranno le due squadre che parteciperanno al prestigioso torneo Inter-High, che mette a confronto i migliori giocatori liceali di tutto il Giappone. Quando Slam dunk è stato scritto, in Giappone non c’era una lega professionistica di basket quindi il torneo interscolastico disputato in quegli anni era una delle competizioni più ambite a cui partecipare e spettacolari alle quali assistere, subito prima del basket universitario.
Per tutto il primo atto del manga c’è un minimo di racconto scolastico in fase di “formazione” della squadra: i vari elementi vengono presentati progressivamente con le loro caratteristiche per poi iniziare a rodare le varie dinamiche di gruppo, i nodi dello sviluppo caratteriale di ognuno, i punti di forza, le debolezze; una volta che la squadra si è formata sembra davvero di assistere alla stagione di un campionato del vostro sport preferito, sempre in virtù del fatto che per quanto sia una racconto di formazione, lo sport non subisce nessun tipo di alterazione o concessione spettacolistica.

Financo le scarpe che i ragazzi hanno al piede sono modelli realmente esistiti di scarpe da basket in uso nella prima metà degli anni ’90.
L’altro elemento che può confondere chi non è troppo dentro al basket (abbastanza come me, che le regole me le hanno spiegate le note a piè pagina di Inoue stesso) è la questione del rapporto tempo/punteggio.
Chi è più abituato ad assistere a partite di calcio non è minimamente preparato ai punteggi alti e al timing delle azioni, perché un conto è vedere il numero, un altro è assistere a come i punti vengono cumulati in intervalli di tempo che paiono brevissimi. Eppure, guardando un po’ di basket giocato (perché, dopo che ho iniziato a leggere Slam Dunk, per avere più basket nella mia vita, ho iniziato anche a seguire le partite), la velocità di certe azioni, il recupero di certi svantaggi anche consistenti è una condizione ordinaria di questo sport, e il fomento aumenta a dismisura dal momento che la tensione che si prova leggendo (un manga il cui risultato non solo è già scritto ma lo hai anche visto succedere a schermo con il film) è del tutto uguale alla tensione che si prova durante i momenti più concitati di una partita vera, nonostante tutte le concessioni registiche del caso come gli stacchi, i primi piani, le inquadrature improbabili che nel basket giocato non avresti mai e i flashback, non presentissimi o invasivi, ma strutturali per cogliere il momento che il personaggio sta passando.

L’altro elemento che stupisce è l’utilizzo del tempo: Inoue compie una specie di magia nolaniana nel rappresentare una serie di azioni che si svolgono in un lasso brevissimo di tempo che però è lo stesso tempo che impiega il lettore a far scorrere gli occhi sulle tavole del manga creando l’illusione del movimento. Una sensazione impareggiabile di unità spazio-temporale spalmata su un numero variabile di pagine che vengono lette al ritmo del tempo di gioco.
Penso che la frase che più riassume il mio giudizio su Slam Dunk sia che dopo che ho iniziato a leggerlo, ho iniziato a seguire il basket, perché arrivato ad un certo punto ne vuoi di più. Allo stesso tempo però raggiungi una consapevolezza in termini narrativi, che l’arco di quei personaggi si è concluso, la loro parabola umana raggiunge una vetta e il resto è vita: ogni tanto ti capita di chiederti che fine hanno fatto e che cosa stanno facendo i ragazzi dello Shohoku, ma la risposta non la puoi trovare in nessun manga; i ragazzi dello Shohoku sono esattamente quei milioni di giocatori che calcano i campetti del mondo intero e che in quello sport trovano una valvola di sfogo, una ragione d’essere, una dimensione nella quale definirsi come esseri umani.
Slam Dunk finisce, ma il basket continua.
Nel suo abbracciare la parte più profondamente umana dello sport, senza perciò sottomettere la sua dimensione più spettacolare, Slam Dunk è semplicemente bellissimo.