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Bartali, la Shoah, il fumetto

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L'uscita del Bartali di Voloj/Canottiere per Coconino è l'occasione per riesaminare la lunga tradizione di fumetti sulla Shoah.

Coconino Press ha di recente pubblicato un interessante volume di Julian Voloj e Lorena Canottiere, “Bartali, che presenta con grande raffinatezza e padronanza stilistica del medium fumetto la vita del grande campione di ciclismo, e indaga in particolare, come recita il sottotitolo, “La scelta silenziosa di un campione”: il suo impegno nella Resistenza e in favore degli ebrei e degli altri perseguitati dal nazifascismo, da lui soccorsi usando la propria attività ciclistica per portare documenti falsi essenziali per non essere catturati, deportati e uccisi, con suo enorme rischio personale.

 

Bartali

 

Un tema noto, tornato all’attenzione pubblica – almeno scolastica – nell’ultima maturità pre-Covid, nel 2019, quando tale vicenda era stata inserita in un tema che chiedeva di riflettere sul rapporto tra sport, storia, impegno civico (si trattava, anche, della maturità in cui veniva tolta ufficialmente la traccia di storia, recuperata in modo indiretto con questo e altri titoli). Torneremo in seguito su quest’opera e sulle sue caratteristiche: ma per apprezzare meglio la sua validità, colgo l’occasione per un breve excursus sul rapporto importante che sussiste tra fumetto, identità ebraica e ricordo della Shoah.

 

 

Da docente appassionato di fumetti, mi capita spesso di cercare delle convergenze potenziali tra fumetto e insegnamento della storia e della letteratura. I percorsi possibili sono molteplici e numerosissimi: sia sperimentati in classe, sia nei corsi specifici sulla lettura del fumetto che da qualche anno ho modo di tenere per docenti e per studenti interessati ad approfondire tale tema.

 

Il canale principe di utilizzo del fumetto in classe si lega per molti versi alla testimonianza della Shoah. Non è un fatto del tutto casuale: la comunità ebraica ha dato infatti un contributo decisivo alla cultura mondiale e americana, in particolare newyorkese. In modo ancor più forte, questo è avvenuto in alcuni ambiti innovativi nel primo ‘900, come la fantascienza (Isaac Asimov in testa, ma anche Robert Sheckley) e il fumetto.

 

 

Già Al Capp, con Li’l Abner, fumetto di satira sociale di vastissima presa negli anni ’30, è un autore ebraico; ma soprattutto il genere supereroico vede molti contributi di autori di tale origini. Lee Falk, l’autore di Mandrake e Phantom, è ebreo; e soprattutto “Superman” (1938), che avvia il genere supereroico, è creato da due autori ebrei, Siegel e Shuster, in un anno certo non casuale, in cui in Italia esordiscono le famigerate leggi razziali e, a un anno prima dell'avvio del secondo conflitto mondiale, la persecuzione nazifascista in generale si inasprisce contro le minoranze. “Superman” vuole essere un superuomo “altro” rispetto alla barbarie nazista e alla sua falsante rilettura di Nietzche e dell'Ubermensch. Superman è, pertanto, secondo molit ispirato all’opposto al mito (letto in positivo) del Golem, il protettore dell’ebraismo che può essere magicamente evocato – non senza rischi – a fronte di una persecuzione.

 

 

Anche Bill Finger e Bob Kane, i creatori di Batman, erano di origine ebraica, così come Jack Kirby, che crea Capitan America (1941), campione degli USA nella lotta contro il nazifascismo (celeberrima la prima copertina in cui il Cap abbatte con un pugno Adolf Hitler). In seguito, con Stan Lee (anch’egli ebreo) Kirby riforma, alla Marvel, il fumetto supereroico approfondendo le psicologie dei personaggi e il concetto chiave che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Soprattutto tramite gli X-Men, gli autori parleranno spesso del tema delle discriminazioni.

 

 

Anche la graphic novel nasce da un importante autore di origine ebraica, Will Eisner, che dopo il successo del suo “The Spirit” (1940), eroe mascherato ironico e quasi umoristica decostruzione dei super, dedica una serie di romanzi a fumetti al tema dell’identità ebraica, a partire da “A Contract with God” (1978).

In quest’opera, Eisner indaga da par suo la vita nei quartieri della tumultuosa New York degli anni ’30, con una particolare attenzione alla comunità ebraica, ovviamente. Il tema maturo e vicino ai grandi narratori dell'ebraismo (Isaac Singer, Chaim Potok, Philip Roth e numerosi altri...) unito all’etichetta “graphic novel” crea un successo dirompente, in grado di innovare il medium. Si supera il pubblico tradizionale del fumetto, parlando a quello generalista: il libro viene venduto in libreria in spazi diversi da quelli dei “comics” (termine che era oltretutto percepito come inadatto dall’autore per un’opera di stampo tragico).

 

 

All’opera di Eisner si ispira dichiaratamente quello che è un capolavoro assoluto del fumetto, primo a vincere il Pulitzer: “Maus” di Art Spiegelman, iniziato appunto nel 1979 e pubblicato in due parti nel corso degli anni ’80, con cui l’autore, figlio di deportati ad Auschwitz (la madre, come anche il nostro Primo Levi, si suicida molti anni dalla liberazione per i traumi irrisolti), ricostruisce la testimonianza del padre in un’opera di enorme impatto emotivo, che utilizza (come noto) la metafora animale dei gatti, topi e affini, tipica del fumetto.

 

Quest’opera è quella che più, in questi anni, è entrata meritoriamente nelle classi scolastiche, anche in connessione al doveroso ricordo che ogni anno si celebra della Shoah (non solo, quindi, nel programma del terzo anno delle medie, e del quinto delle superiori). Il fumetto, come ovviamente la letteratura e il cinema (a questo proposito, rimando a un film che trovo molto valido, "Il giardino dei Finzi-Contini", tratto dal capolavoro di Bassani), è strumento prezioso per introdurre il tema con una variazione del punto di vista mediatico: e con il pregio, in questo caso, di presentare anche un’opera di indiscusso valore.

 

Ma l’importanza del tema ha prodotto una ricca messe di opere fumettistiche dedicate ad esso, anche e soprattutto forse nel fumetto italiano, una delle quattro grandi scuole nazionali del fumetto (assieme a Francia, Giappone e ovviamente USA) e ovviamente quella più vicina all’orrore della Shoah. Pietro Scarnera ad esempio ha realizzato una biografia fumettistica di Primo Levi particolarmente intensa; ma numerosi altri autori si sono confrontati con il testimone letterario della Shoah per eccellenza, non solo in Italia.

 

BeccoGiallo, che del fumetto storico e d’attualità ha fatto il suo focus, ha visto numerosi titoli, tra cui “Charlotte Salomon – I Colori dell’anima”. La prima biografia ufficiale a fumetti di Anne Frank è invece ad opera di Sid Jacobson ed Ernie Colòn; al tema della shoah è inoltre dedicato La stella di Esther di Eric Heuvel.

 

 

Un’altra opera di Will Eisner fondamentale è “Il complotto”, che ricostruisce (anche prima del nazismo, nel corso dell’Ottocento) la storia dei Protocolli dei Savi di Sion, che furono di ispirazione per la follia hitleriana. Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso hanno invece ricostruito, in “Jan Karski”, la storia del primo a narrare e documentare, inizialmente non creduto, la Shoah. E, nel fumetto popolare, citerei almeno il Dylan Dog di Sclavi, col suo efficace “Doktor Terror”.

 

Anche il fumetto nipponico, a partire da “Storia dei tre Adolf” di Tezuka, ha dato alcune opere fondamentali sul tema: ma in generale, come è inevitabile, vedendolo più “a distanza” (a differenza ad esempio dell’orrore di Hiroshima). Anche se, per contro, il fumetto giapponese (e, oggi, ancor di più, il manwha sudcoreano) sono “identitari” per molti allievi, e quindi si tratta di opere che forse avrebbero per loro un ancor miglior aggancio emotivo.

 

Insomma, una ricchezza di offerta indiscutibile.

 

 

Il merito di quest’opera di Voloj e Canottiere, al di là della indubbia riuscita artistica e della bellezza delle tavole, è quella di assumere, come già accennato, un punto di vista ulteriore. L'opera non si esaurisce nella testimonianza della Shoah con un racconto globale o di una parte di essa, ma si concentra sulla vicenda del grande campione sportivo che sa farsi campione anche nella vita, con l’eroismo di fronte alla tragedia. La storia dunque parte dall’infanzia di Bartali ricostruendo la passione fin da piccolissimo per la bicicletta, che in quell’Italia poverissima era l’incarnazione concreta di un sogno di libertà, negli anni plumbei del regime.

 

Bartali

La scelta cromatica di "Bartali" è decisamente interessante: la colorazione avviene infatti nei toni del rosso, con un colore puro che rinuncia al nero del segno di contorno ed esalta ancor di più, così, la vitalità associata a questo colore. L’uso di una colorazione fortemente emotiva e volutamente antinaturalistica si rafforza nel mantenersi sempre nelle tonalità rosse, magari con micro-variazioni (si veda la lieve differenza tra la sequenza iniziale, che va verso la fine della storia, al 1948, per tornare poi in un flashback all’infanzia) ma non adottando colori dominanti diversi per epoche diverse, cosa che avrebbe rimarcato maggiormente gli stacchi temporali.

 

Solo occasionalmente, alcune scene particolarmente drammatiche che emergono nel ricordo dei personaggi sono effigiate in un violetto e con una vignettatura differente, smussata: ma si tratta di pochi momenti (che per tale ragione si stagliano con più forza) che non cambiano molto l’impatto complessivo.

 

Bartali

 

Si preferisce quindi mantenere un tono “fiammeggiante”, dove il rosso fuoco sembra un perfetto correlativo oggettivo dell’energia che sprigiona da Bartali personaggio. Il segno della Canottiere si sposa molto bene, naturalmente, a questa scelta: un segno infatti morbido, a tratti dolce, ma anche ricchissimo di energia, specialmente nelle numerose scene d’azione, storica o più spesso sportiva.

 

Anche la scelta di rinunciare allo “spazio bianco” tra le vignette appare per certi versi funzionale, perché accentua a mio avviso un certo senso di sovraccarico, di enorme energia a stento rattenuta che si associa al personaggio di Bartali, roccioso e invincibile come gli eroi del vecchio fumetto. Tra l’altro, curiosamente, la celebre impresa del Tour de France del 1948 che lo consolida nel mito, e su cui si va a chiudere anche questo volume, avviene nello stesso anno che nel fumetto italiano vede emergere il mito di Tex.

 

Efficace anche la scelta di usare il verde, il complementare (blu + giallo) del rosso, per le battute di dialogo, essenziali ed icastiche, che staccano così molto bene sullo sfondo che avrebbe forse soffocato maggiormente un classico balloon bianco.

 

Bartali

 

La storia di Bartali, ricostruita correttamente, con un giusto equilibrio tra narrazione storica e aggancio emotivo del lettore, evita quindi eccessi di verbosità e di dettaglio. Appaiono gli incontri di Bartali con gli esponenti del mondo ebraico che incroceranno la sua vita, si evidenzia come già accennato al valore della bici come strumento di rivalsa contro potenti e prepotenti, si narra del degenerare della situazione verso la guerra, le persecuzioni, la resistenza. Ma appare superfluo sintetizzare oltre quello che è ben narrato, con un ritmo avvincente, dagli autori.

 

L’elemento di merito di "Bartali" – all’interno del percorso che abbiamo voluto accennare - ci appare appunto nel suo narrare una storia originale, ricca di spunti educativi, ma al tempo stesso che non rinuncia a una chiave fortemente interpretativa, immediatamente evidente (ma non, è chiaro, limitata a quello) dalla forte e coraggiosa scelta cromatica. Inoltre la vicenda di Bartali appare significativa per il “legame emotivo” che può rappresentare, sul piano educativo, con allievi appassionati di sport, che possono vedere qui come la rigorosa disciplina sportiva possa divenire, nei casi virtuosi, una disciplina di vita in grado di sfidare, in Bartali, i grandi orrori della storia. Una lettura quindi ideale, magari, per un Liceo Sportivo sotto il profilo didattico, ma in realtà utile a più ampio raggio, data la rilevanza dello sport come elemento identitario in una parte non trascurabile degli allievi e dei ragazzi in generale.

 

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