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Creed III brucia ancora

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Arrivati al terzo capitolo della saga è legittimo chiedersi se Creed, spin-off della serie Rocky, abbia ancora qualcosa da dire in termini di drammi sportivi con un protagonista, forse, troppo vincente.

C’è una scena alla fine del classico montaggio di allenamento incrociate che vede Adonis Creed arrivare in cima al Monte Lee che sovrasta Los Angeles, immediatamente sopra la famosa Hollywood sign. Arrivato sulla cima dopo la corsa, chiaro rimando alla scalata della scalinata di pietra di fronte l’entrata del Philadelphia Museum Art, a Philadelphia (appunto), Adonis non alza le braccia al cielo in segno di vittoria (come ha fatto e come avrebbe fatto Rocky nella sua posa iconica); Adonis arriva in cima e urla.

 

Non è una scelta casuale, è forse solo quella più evidente a voler rimarcare la distanza che separa la storia di Creed da quella di Rocky, nonostante sia stato lo stesso Stallone a battezzarla con la sua presenza nei primi capitoli.

Rocky era la storia di un underdog, uno che spala quintali di merda dalla mattina alla sera, un dolente ritratto estremamente attinente alla sensibilità della Nuova Hollywood, raccontava anche la banalità dell’esistenza di quest’uomo, tutt'altro che perfetto o integerrimo, chiamato alla sfida della vita.

 

Rocky poteva tranquillamente finire prima dello scontro, con quel monologo dolente che racconta di come qualsiasi cosa accada su quel ring, lui comunque avrà vinto. E infatti l’incontro lo perde, ma farà scontare colpo su colpo quella durissima vittoria ad Apollo Creed.

 

Rocky è la storia di un uomo contro sé stesso e contro i suoi limiti. Creed come approccio alla materia, come scelta del personaggio, come temi trattati, non si pone proprio il problema, o meglio, se lo pone entro certi limiti nell’avvio della carriera, perché il nome che porta è una parte di sé, è una parte importante che gli apre molte porte ma allo stesso tempo è anche un’eredità pesante da gestire, e la sua serie è tutta incentrata su questo, sul gestire la propria eredità.

Creed è un predestinato.

Questo comporta una serie di anomalie nella storia che lo rendono più antipatico, specialmente se messo a paragone con il figlio manovale di Ivan Drago, uno caduto dalle stelle alle stalle e che, per tutte le botte che prendeva, per quella voglia di rivalsa, ci stava troppo più simpatico, forse anche per la faccia dolente da uno davvero sconfitto dalla vita di Dolph Lundgren che porta addosso i segni della vita che ha fatto, senza mai raggiungere il peso degli amici “action hero” (sintetizzo, è davvero triste chiamarli così) come Stallone o Swartsnegger in un momento in cui Hollywood (e le sue sottomarche) avevano fame di corpi da mandare in pasto alla macchina dell'intrattenimento.

 

Con Creed II è stato esposto il nocciolo del problema: c’è un limite entro il quale una storia come quella di Rocky può essere raccontata addosso ad uno come Creed, istruito e benestante. C’era bisogno di ricalibrare il racconto affinché Creed si emancipasse dall’ultima eredità, quella di Rocky, diventando qualcos’altro.

Creed III sotto questo punto di vista è una mezza vittoria, nel senso che gioca consapevolmente con la materia trattata, dice chiaramente che “agli spettatori piacciono le storie di rivincita e mette davanti ad Adonis il suo doppio oscuro, Damian “Dame” Anderson, amico fraterno dei tempi della casa famiglia, finito al gabbio per una storia brutta di risse e pistole che ha fatto tutta la differenza tra i due, come direbbe Robert Frost, che non sono sicuro masticasse di pugilato, ma tant’è.

 

Qui la storia inizia a farsi interessante: con il fatto che noi sappiamo Dame essere “il villain” del film senza nessun tipo di mistificazione da parte della comunicazione del film, la sua presenza in scena è continuamente minacciosa, anche le scene relativamente tranquille sono trasformate dal rapporto tra i due personaggi e dalle interpretazioni che Michael B. Jordan e Jonathan Majors restituiscono loro, in una molla costante di tensione e non detti accumulati per anni e che alla fine li porterà a confrontarsi su un ring piuttosto che accettare loro stessi, scendere a patti col proprio passato e, banalmente, comunicare.

 

Il Dame di Majors ci viene quindi presentato come un Clubber Lang ma non è quel tipo di personaggio.

Se Lang rappresentava il doppio oscuro di Rocky e Dame è il doppio oscuro di Adonis la differenza che separa i due è la stessa che separa i protagonisti delle due saghe. Consapevole della distanza che separa i due personaggi e le due saghe, il film gioca sul doppio registro dell’attesa/disattesa delle aspettative dello spettatore. Ad esempio Dame rivolge ad Adonis proprio le stesse accuse che Clubber Lang rivolgeva a Rocky, di essersi imborghesito, di essersi ritirato troppo presto, di aver combattuto incontri facili per una chiusura di carriera orchestrata, di restare al sicuro nella sua villa dalla quale domina tutta Los Angeles e “sembra Don King” alludendo alla sua nuova carriera di manager per giovani talenti.

 

Eppure il rapporto che lega Dame ad Adonis è fondamentale, mentre nulla legava Lang a Rocky e questo si traduce, ancora una volta, in un incontro di boxe che non è contro l’avversario, ma contro il proprio passato, contro il senso di colpa e contro una serie di irrisolti e non detti che esplodono con violenza.

Velatamente, è anche un film che racconta di come la rete dei sistemi sociali sia disfunzionale, di come il sistema carcerario sia più votato alla punizione che alla correzione del detenuto e che se entri per una cazzata è facile finire per diventare qualcosa di peggio. Tutte tematiche tirate dentro ad un film che tocca tutte piano, non ne approfondisce davvero nessuna ma riesce a vincere il box office in scioltezza portando al cinema tantissima gente che magari un film dichiaratamente su queste tematiche non lo andrebbe a guardare mai.

 

L’esordio alla regia di Michael B. Jordan è anche l’occasione per segnare una serie di punti sul tabellone delle differenze tra le due saghe. Il fatto i contendenti dello scontro  non sono due perfetti sconosciuti mette sul ring molto più di una cintura e di un titolo. Tutto ciò è visualizzato, in maniera forse un po’ didascalica, ma la grana grossa è segno distintivo di tutto il film, nella sequenza dell’incontro finale, dove dopo che ti è stato mostrato lo stadio, la folla, i supporter, il casino dell’arena (per l’occorrenza uno stadio di baseball) con il solito montaggio sincopato, ad un certo punto dell’incontro sparisce tutto, cala il silenzio e sono solo loro due e quello che li ha portati a quel punto in un momento di catarsi.

In chiusura, l’ultimo atto di emancipazione della saga di Rocky. Se i film di Rocky si concludevano con la campanella alla fine dell’incontro in una scena di trionfo mentre l’avversario spariva, esaurita la sua funzione narrativa, qui vediamo Adonis andare a parlare con Dame dopo l’incontro, aprirsi nel modo in cui due uomini cresciuti nell’incomunicabilità possono fare. Anche in questa scena sono didascalicamente separati dalle pareti di ferro degli armadietti, ma l’incontro ha aperto una breccia attraverso i muri eretti tra di loro.

 

Misurare Creed con i parametri con i quali abbiamo misurato Rocky è sbagliato. Se pure formalmente l’aderenza al canone tracciato da Rocky è innegabile, è impossibile affermare lo stesso dal punto di vista tematico. Con questo ritengo che Creed III sia un film riuscito nello sviluppare l’arco dei personaggi, e che in questi trova la sua forza, nelle interpretazioni muscolari e allo stesso tempo intime di Michael B. Jordan e Jonathan Majors.

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