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The lighthouse - La recensione della follia a due di Robert Eggers

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Due uomini, un faro e la follia come unica compagna, ecco il nuovo progetto di Robert Eggers che si regge soprattutto su due attori incredibili

The Lighthouse è quel tipo di film che quando finisce, si accendono le luci e tu resti ancora un po’ lì in silenzio, poi ti alzi, esci, inizi a pensare e mentre sali in macchina ti domandi: ma cosa ho visto esattamente?

Partorito dalla mente di Robert Eggers (The Witch) e del fratello Max, The Lighthouse è un omaggio al cinema dell’orrore delle origini. Il film è stato girato su pellicola 35mm in bianco e nero con un aspect ratio 1.19:1 e lenti Baltar degli anni Trenta, è un solido monolite dedicato al gotico americano più puro e al cinema horror degli anni Venti e Trenta.

Una specie di R’lyeh cinematografica di celluloide che è riemersa per ricordarci che l’orrore più grande è quello dentro di noi.

La storia è semplice, Thomas Wake, il guardiano del faro e il suo tuttofare, Ephraim Winslow, restano bloccati su un isolotto roccioso a causa di una terribile tempesta che impedisce di dargli il cambio. L’isolamento, le innaturali condizioni climatiche e uno smodato uso di bevande alcoliche, porteranno Wake e Winslow in un baratro di follia. I due protagonisti sono interpretati da uno spettacolare William Dafoe (Wake) e da un altrettanto impressionante Robert Pattinson (Winslow) che da una prova di recitazione fisica, più che verbale, davvero notevole (Bat-amici, secondo me, potete stare sereni).
Nota di merito a Wake: Dafoe è veramente un istant character de Il Richiamo di Cthulhu, fisicità, fisionomia, voce, recitazione, ne fanno il perfetto protagonista di un racconto di Lovecraft o del cultista della prossima sessione di gioco.

Attenzione, da qui in poi spoiler in agguato.

I rimandi cinematografici sono chiari. Il film è un delicato bilanciamento tra espressionismo tedesco e primi film horror. Dell’espressionismo tedesco si vede l’uso delle luci e delle inquadrature che ricorda moltissimo i film di Fritz Lang e in particolare Nosferatu. Eggers su Nosferatu pare avere una vera e propria mania sin dall’età adolescenziale che l’aveva portato qualche anno fa ad essere quasi sicuro di poterne fare un remake. Problemi di produzione hanno poi bloccato il progetto e nel frattempo è arrivato The Lighthouse, ma Eggers ha dichiarato di averci speso molto tempo ed energie e vorrebbe portare a termine il film.

Se l’espressionismo tedesco è un po’ l’anima del film, l’horror delle origini è il corpo della pellicola. Dei film horror degli anni Trenta ci sono molte delle migliori sequenze, come quando Pattinson spia le misteriose attività di Dafoe. Le inquadrature sulle scale del faro e nei corridoi, i tagli di luce sugli occhi dei protagonisti e le immagini della follia che accompagna i due protagonisti sono omaggi piuttosto consapevoli ad un cinema che il regista conosce bene e ama.

Sul fronte letterario il gotico americano è ampiamente riconoscibile. Nel finale viene citato dal regista lo stesso Melville, ma c’è anche tanto Poe ed è difficile non pensare a Lovecraft quando i due protagonisti iniziano ad impazzire vedendo demoni tentacolari e il ruggire osceno delle onde del mare.  Ad ogni modo la storia, come riporta un’intervista di Vice America, pare sia un racconto popolare gallese su un fatto realmente accaduto a due guardiani di un faro.  Da qui i fratelli Eggers hanno preso spunto aggiungendoci tutta la carica di delirio e follia che caratterizza il film.

 Anche in questo film, come nel precedente The Witch, Eggers non rinuncia ad un certo simbolismo.  Esiste un terzo innegabile protagonista nella pellicola, silenzioso e immobile: il faro, che nel corso della pellicola andrà ad assumere sempre più caratteristiche falliche. Il faro, questo gigante, bianco e solido torrione, non deve essere mai spento. Penetra nell’oscurità della notte e della tempesta con la sua lattiginosa luminescenza e racchiude al suo interno la luce che rappresenta il simbolo della vita.

Su questa base si pone poi la difficile relazione dei due protagonisti.

Wake/Dafoe è il veterano guardiano del faro, custode delle chiavi e dei segreti, ogni notte ammira la luce da vicino in una sorta di rito orgiastico. Winslow/Pattinson invece è il giovane apprendista a cui non è concesso avvicinare la luce. A lui toccano tutti i lavori più duri, al limite dello schiavismo, senza nessuna concessione da parte del vecchio Wake. Ben presto la difficoltà dell’isolamento e l’ossessione per la luce che gli viene negata, porteranno Winslow sul baratro della follia mostrandoci che il vero orrore è quello che abbiamo dentro di noi, le nostre ossessioni, le nostre pulsioni e i nostri desideri. La difficoltà della relazione tra i due guardiani toccherà l’apice con la tempesta che si abbatterà sul faro. Per sopravvivere alla perdita dello scorrere del tempo i due si lasceranno andare a sbronze sempre più colossali, dove la perdita dei sensi sarà l’unico stimolo che gli permette di andare avanti giorno dopo giorno.

Nel finale Eggers schiaccia l’acceleratore e appaiono creature marine mostruose, onanismo, dubbi sugli orientamenti sessuali e in un vortice di alcol e sangue si vira in fretta verso il gore con un finale dove finalmente al giovane guardiano e permesso arrivare alla luce come in una sorta di rinascita cosmica.

The Lighthouse ha il merito di spingere il concetto di follia sul grande schermo in maniera elegante e non banale, forse con un pizzico di manierismo ma che è tipico di questi anni e rientra in quella che potremmo azzardare a definire come una sorta di “nouvelle vague del gore” che vede in Hereditary, Mandy e The Lighthouse un tentativo di portare in scena l’annientamento dei protagonisti in mezzo ad esercizi di stile, simbolismo e una buona dose di sanguinosa violenza.

In tutti film infatti abbiamo degli inizi abbastanza canonici che riprendono degli stilemi ben precisi, ad esempio con Ari Aster in Hereditary sembra quasi di vedere Polansky in Rosemery’s baby, Panos Cosmatos con Mandy ci regala un inizio di film caratterizzato da delle atmosfere che sembrano un coctktail Argento-Malik e in the Lighthouse certe scene e dialoghi iniziali sembrano un thriller co-diretto da Hitchcook e Bergman.

In tutte e tre le pellicole c’è una ricerca sull’identità dei protagonisti (ok in Mandy meno, lì c’è Cage sbronzo che cerca solo vendetta, ma è pur sempre una ricerca), ma tutti e tre i registi ad un certo punto decidono che l’unico modo per finire questa ricerca sia una sorta di rito di iniziazione che deve passare attraverso un bagno di sangue e solo così c’è la possibilità di una rinascita/salvezza.

 The Lighthouse quindi potrebbe essere il terzo e ultimo tassello di questa trilogia (gli altri due film sono del 2018) che ha come filo conduttore una certa follia registica e che ama veder star male i propri protagonisti.  Non cerca di compiacere il pubblico e forse fa bene, visto che i risultati sono particolarmente interessanti e apprezzabili.

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