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Oscar

Birdman, ovvero dell’ansia di esserci (e dei piani sequenza)

Scritto originariamente per WIRED.

Doverosa premessa: amo i piani sequenza come è giusto che sia, ma mi trasmettono un’ansia incredibile.
Non so se questa sensazione sia colpa di un’infanzia a base di televisione e videogame o della scarsa soglia d’attenzione che possono avermi regalato, ma riesco a gestirli solo distogliendo lo sguardo ogni tanto, che sia Hitchcock, Gravity o True Detective.
Dunque, considerando che Birdman è girato come se fosse un lunghissimo, bellissimo, claustrofobico e allucinato piano sequenza, è facile intuire l’effetto che ha avuto su di me questo film.

Effetto che, probabilmente, è fortemente voluto e ricercato anche dallo stesso Iñárritu, visto che per quasi due ore ci racconta le ansie e i timori di Riggan Thomson/Michael Keaton, ex attore famoso che ha avuto il picco massimo di popolarità una decina di anni fa recitando in tre blockbuster come supereroe, Birdman appunto, e che adesso cerca un nuovo riscatto artistico mettendo in scena un adattamento di Carver a Broadway.

Il parallelismo in cui Birdman sta a Riggan come Batman sta a Keaton non credo necessiti di spiegazione vero?

Intorno a lui ruotano una serie di personaggi allucinati e psicotici come vuole la tradizione del teatro e di Hollywood. Abbiamo Edward Norton nei panni dell’attore bravo, ma un po’ stronzo che recita seguendo il metodo, Naomi Watts che impersona l’attrice brava ma non troppo in cerca di approvazione e conferme, l’ex moglie con cui ricordare i bei tempi, la nuova compagna con cui forse avere un figlio, l’agente sempre stressato (un sorprendente e dimagrito Galifianakis) e infine Emma Stone, la figlia in riabilitazione, sempre scazzata, a cui sono dedicate le inquadrature più belle e alcuni dei dialoghi più interessanti.

Nel primo atto l’azione si svolge solo all’interno del teatro in una sorta di commedia dell’ansia in cui tutti sono a un passo dallo sbrocco e niente va come deve. Qua e là si avvertono voci interiori e strani segni di telecinesi che ci fanno capire come il film, pur cercando una sorta di unità di tempo e spazio, segua il punto di vista e lo scorrere del tempo con una certa soggettività. Per tutto il tempo non capiremo mai se la prospettiva è quella di un occhio esterno o se tutto viene invece filtrato attraverso la lente distorta di Riggan, che vede e fa cose che esistono solo nella sua testa.

Dal secondo atto in poi piano piano crolla il senso del reale e ci troviamo sempre più spesso nella testa di un uomo che crede di poter volare, di riuscire a spostare gli oggetti col pensiero ed è costantemente disturbato dalla profonda voce di Birdman.

Riggan è infatti roso dal tarlo del successo, vuole essere ricordato e significare qualcosa per le persone che gli stanno attorno. La voce di Birdman in fondo rappresenta proprio il successo hollywoodiano, potente, esaltante, il suo passato glorioso e la voglia di riscatto. Una voglia che lo porterà a compiere gesta assurde pur di ottenere un applauso in più.

Ma Birdman non è solo un film sulla voglia di essere qualcuno, è anche una denuncia del “Genocidio culturale”, per usare le parole del film, messo in atto da Hollywood. È un film contro i critici che fanno questo lavoro solo perché non sanno creare, ma anche contro chi si improvvisa artista, è un film sul teatro e le sue follie, è un film sulla fama, ossessiva e assillante, che cresce quando smetti di essere un personaggio e diventi il meme di un social network.

Per certi versi Birdman parla di chiunque abbia un blog, un podcast, una pagina Facebook, un account Twitter, uno spazio su un giornale, in teatro, in radio o in televisione. Parla di quella fastidiosa voglia di non voler mai scendere dalla cresta dell’onda, di sperare che ci sia sempre qualcuno a rendere la nostra vita un successo col suo acclamare.

Il problema è che proprio volendo essere tutte queste cose, finisce poi per non sviscerare nessuno dei vari temi come meriterebbe. Il regista sembra limitarsi ad accatastare ottime idee come fossero legna per il falò, senza mai incendiarle. L’unico vero monologo riguarda il bisogno di voler essere famosi, per il resto i personaggi e gli argomenti rimangono in sospeso, e ogni qualvolta in cui si potrebbe dire qualcosa di più arriva un bel movimento di macchina o una scena d’impatto che svia l’attenzione.

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Esempio di scena d’impatto

Birdman più che un bel film è una bella performance, è bello da vedere, bellissimo da ascoltare, sia per la colonna sonora che per le prove di recitazione, una pellicola che sicuramente profuma di Oscar, ma è che si crede forse più brillante di quello che è.

Di sicuro il tutto poteva finire 20 minuti prima, o magari come nel finale alternativo con Johnny Depp che non è stato mai girato, e che avrebbe dato un senso di circolarità al tutto (l’idea era quella di far vedere Depp nella stessa situazione iniziale di Riggan, anni dopo i Pirati dei Caraibi, ma l’attore non ha dato il permesso)

Birdman dunque ricorda un po’ un modello bravo a conquistare formaggini a Trivial Pursuit. Sicuramente fa la sua bella figura e conosce alcune cose, ma sapere qualche nozione equivale a vera conoscenza?

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