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Consigli a Fumetti — 4

Malloy, BlackBox Volume 2, Monolith: Secondo Tempo, Champions e Golconda!

Eccoci al consueto appuntamento coi fumetti letti in questi giorni che mi sento di consigliare, soprattutto se avete poco tempo per le cose brutte e cercate qualche bel volume con cui arricchire i vostri scaffali.

Malloy

Malloy è un gabelliere spaziale, uno che per lavoro riscuote le tasse in tutto l’universo, anche con la violenza, quando serve. Vive per l’ordine, la burocrazia e la sua moglie-insetto. Ama il suo lavoro e il suo lavoro ricambia assegnandogli ogni anno il premio di Gabelliere dell’anno. Insomma, tutto bene finché non gli viene chiesto di andare sulla Terra per incassare migliaia di anni di tasse arretrate. Queste le premesse del nuovo fumetto di Taddei e Angelini che dopo aver vinto un botto di premi con Anubi decidono che la vita facile gli dà fastidio e decidono di buttarsi in un’opera di fantascienza che rimbalza tra Adams e Gilliam, tra migliaia di idee una più assurda dell’altra e la critica sociale.


Dal punto di vista visivo invece, dopo i bianchi e neri di Anubi qua è il colore regna sovrano, pur in una gabbia abbastanza rigida che ogni tanto di concede qualche splash page e con uno stile che si rifà al fumetto del passato. Un po’ Crumb, un po’ Dick Tracy.

Malloy è un fumetto strano, che gode della propria stranezza e che ad ogni pagina cerca di stordirci con dialoghi barocchi, situazioni fuori dal comune e feroci critiche sociali. La prima metà è forse quella più fresca e divertente, mentre l’arrivo sulla Terra coincide con situazioni che ormai conosciamo bene: i consumatori stupidi, il capitalismo, ricchi oligarchi che vivono alle nostre spalle, oro e merda che si distinguono solo dal colore. Nel finale invece ogni possibile freno della realtà viene meno e si sconfina nell’assurdo più totale, in una struttura di scatole cinesi, allucinazioni e spiegazioni sul senso dell’universo che ci riporta infine al punto di partenza. È successo davvero? È stato solo un viaggio mentale causato dall’acido?

Non lo sapremo mai, ma al di là di un certo autocompiacimento, Malloy è senza dubbio un fumetto interessante, diverso e degno della vostra attenzione se cercate qualcosa per sfuggire dai supereroi.

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BlackBox — Volume 2: Innocenza Meccanica

Nel capitolo precedente vi avevo parlato del primo numero, recuperato con un anno di colpevole ritardo, e di come fosse un’opera tosta, criptica, che non ha assolutamente intenzione di prendere per mano il lettore, ma che i disegni non aiutassero questa sua intenzione.

Per chi lo scoprisse ora: BlackBox è un fumetto steampunk che racconta attraverso vari salti temporali la vita di alcuni abitanti di Ecrònia, una città regolata da una serie di leggi ferree che prevedono l’allontanamento dei membri non più utili, una rigida divisione in classi e l’obbligo per giovani e adulti di andare in guerra gli uni contro gli altri ogni 25 anni per decidere chi governerà nel quarto di secolo successivo.


Il secondo capitolo di BlackBox, uscito un anno dopo e presentato all’ultimo Comicon di Napoli, fa tesoro delle osservazioni rivolte al suo predecessore e inizia finalmente a sviluppare una storia che fino a quel momento era rimasta soprattutto nel non detto e si confondeva tra i molti salti temporali. Scopriamo ad esempio che i bambini di Ecrònia vengono condotti in una specie di Luna Park che deciderà il loro destino, vengono mostrati per la prima volta gli Ubromi, esseri biotecnologici che verranno usati per addestrare i più giovani, e si entra ancora di più nelle vite dei protagonisti.

Anche il disegno, pur con qualche incertezza su alcuni volti, è decisamente migliorato con l’arrivo di Scipioni, lascio a voi il gusto di ritrovare nei vari personaggi le citazioni di attori famosi che affollano l’immaginario di Grossi, critico cinematografico prestato alla sceneggiatura. Personalmente vi consiglio di acquistare i due volumi assieme e godervi una storia che pur affondando le radici nei classici steampunk e distopici sa comunque ritagliarsi un suo spazio vitale.

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Monolith — Secondo Tempo

Il primo volume di Monolith aveva posto le premesse per una storia che stuzzica la nostra ansia tecnologica e le mescola con le ansie e le angosce che accompagnano il diventare genitori. Una dalle premesse semplici che era portata a un livello superiore dal genio grafico di Lorenzo Ceccotti, alias LRNZ.

Questo secondo capitolo ha un solo enorme difetto: la scritta sulla costola del volume diversa da quello precedente, perché per il resto gli è superiore in tutto. Le note degli autori sono quel tocco di cura in più che fa sempre piacere, così come i bozzetti preparatori e l’analisi di come il fumetto si è fatto film per diventare altro.


Dal punto di vista grafico non ho onestamente più parole per descrivere la potenza visiva, la bravura e la versatilità di LRNZ che in questo volume spazia da splash page iperdettagliate che vorresti appende al muro a vignette flat design lisergiche senza perdere la minima forza espressiva. Il tutto ovviamente basato su un lavoro di sceneggiatura di Recchioni e Uzzeo che avendo a disposizione una mano del genere hanno scelto di fare un passo indietro, togliere spazio ai dialoghi e puntare più su un racconto fatto di immagini e suggestioni. Per un lettore poco attento può sembrare un lavoro semplice in cui fa tutto il disegnatore, ma per certi versi siamo vicini a qualcosa che ricorda la Nouvelle Vague cinematografica, una sintesi completa, uno “show, don’t tell” in cui lo sceneggiatore si mette a servizio del racconto, lasciando che siano le immagini e l’intelligenza del lettore a entrare in contatto.

Come se non bastasse, è una delle poche cose italiane che di questi tempi entrano a far parte di un progetto cinematografico crossmediale, vi pare poco?

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Champions — 1

Finita la seconda Civil War, che penso sia piaciuta veramente a pochi è tempo di un nuovo cambiamento per gli eroi Marvel, un assestamento che riguarda soprattutto i personaggi più giovani. In questo periodo infatti la Casa delle Idee sembra aver posto grande attenzione nel rendere alcune serie, tipo gli X-Men e parte degli Avengers un laboratorio di spunti pensato per attirare nuovi fan. Un po’ come Peter Parker anni fa, che ormai è diventato Elon Musk, Ms. Marvel, Nova, il nuovo Hulk, la figlia di Legione e gran parte dei ringiovaniti X-Men sono impegnati su due fronti: la salvezza del mondo (o almeno del quartiere) e il superamento di quell’inferno che è l’adolescenza. Le storie quindi mescolano voglia di essere accettati dagli altri e mostri galattici, primi appuntamenti e palazzi che crollano, coming out e politica planetaria.


Per organizzare meglio tutto questo e separarlo dai personaggi storici, che probabilmente hanno un pubblico che ha poca voglia di tornare ai turbamenti giovanili, nasce Champions, un supergruppo di personaggi giovani, idealisti e stanchi di dover sempre sottostare alle logiche degli adulti che dovrà cercare un proprio equilibrio personale tra voglia di fare la cosa giusta, sbornia di popolarità social e rischio di superare la linea che separa un supereroe da un cattivo con un altro costume.

Il primo numero è uscito in questi giorni e non sembra affatto male, grazie anche all’ottima scrittura di cui godono i personaggi, anche se per adesso non siamo ai livelli di Dr. Strange, che secondo me rimane il miglior fumetto Marvel spillato sulla piazza. Dategli una possibilità, anche se forse vi sentirete vecchi.


Golconda!

Avevo 9 anni quando uscì per la prima volta in edicola e probabilmente guardai la copertina di Stano con un misto di fascinazione e paura, quando finalmente l’ho letto, probabilmente dopo la prima ristampa è stato uno degli albi che più di tutti mi è rimasto in testa.

Golconda è probabilmente uno degli albi più particolari, belli e ricercati di Dylan, perché al suo interno confluiscono lo splatter, la ricerca culturale, il non sense, l’amore, l’umorismo. Normalmente le storie dell’Indagatore dell’Incubo ruotano attorno a due o tre elementi, qua abbiamo un occhio gigantesco in tandem, uomini con la bombetta, demoni burocrati, death metal e l’India, un frullato di riferimenti culturali e difficilissimo da tenere in piedi che riletto oggi dimostra, casomai ce ne fosse bisogno, il talento cristallino di Sclavi, che dopo tutto il sangue e l’assurdo chiude con un finale romantico che lascia spiazzati.


Senza dubbio è una delle storie più adatte a mostrare i molti possibili livelli di lettura di un albo di Dylan. Il ragazzo di 10 anni sarà affascinato dallo splatter, dalla bellezza di Amber Cat e da una storia troppo assurda per avere senso, soprattutto nelle edicole italiane di trent’anni fa. Lo stesso ragazzo che rilegge la storia molti anni dopo, quando già se che Golconda non è solo una decrepita città indiana, ma anche il quadro di Magritte in compaiono gli uomini con bombetta, che ha visto Scanners, sa chi sono Blake & Mortimer o la Tatcher apprezzerà tutti i rimandi, le citazioni, le sottigliezze di una storia che per una volta ci porta lontani dai momenti più cupi e “sociali” di Dylan.

Discorso a parte va fatto per questa operazione di recupero dei Dylan Dog più belli di Sclavi, impreziositi da un colore “anticato” e da contenuti di approfondimento, con una copertina cartonata e senza numero, così da permettere a tutti di scegliere solo i preferiti, senza ansie di collezionismo. Probabilmente la miglior case history su come bisognerebbe affrontare la riedizione di classici del passato e una delle cose più belle che potete trovare in libreria in questo periodo. “Ma io ce li ho già, che me frega?” Beh nessuno vi obbliga a comprarli con una pistola alla tempia.

Rileggere Golconda oggi è ancora un’esperienza bellissima, una di quelle che ti fanno venire voglia di cancellarti la memoria per provare di nuovo le stesse sensazioni. I dialoghi, le situazioni, il tratto non sono invecchiati di un giorno. Andate in edicola prima che un occhio gigantesco vi stritoli.

Voto:

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Guardiani della Galassia Volume 2 — Recensione

Dopo averci colti di sorpresa Star Lord e compagnia cercano di bissare il successo tra risate e qualche lacrimuccia

Di cosa stiamo parlando?

Guardiani della Galassia Volume 2 è il secondo film di James Gunn dedicato a un gruppo di personaggi abbastanza secondari nel grande universo Marvel che sono saliti alla ribalta dopo il successo della prima pellicola. Oltre alle facce note di Star Lord, Gamora, Drax, Groot, Rocket Raccoon, Yondu e Nebula, in questo capitolo debuttano Mantis, un’aliena in grado di percepire e influenzare i sentimenti altrui e Kurt Russel nei panni di Ego ovvero, se avete i visto il trailer, il padre di Star Lord.

Ah sì, c’è anche Stallone, ma non esaltatevi troppo.

Ok, ma com’è?

Fondamentalmente è un film comico con qualche scena d’azione che nasconde temi abbastanza interessanti dietro un sacco di battutine e la tendenza a non prendersi mai sul serio. Avete presente quella fase della crescita in cui ogni momento anche solo vagamente profondo viene immediatamente sdrammatizzato con una risata perché ti rendi conto che le cose stanno cambiando e l’unico modo che hai per gestire tutto è l’ironia?

Guardiani della Galassia Volume 2 è fondamentalmente un diciottenne che sente sul collo il fiato dell’età adulta, ma che probabilmente finirà a cazzeggiare in sala studio a Scienze Politiche, tra una sigaretta e una lettura veloce degli appunti. Un po’ come il suo pubblico di riferimento.

Sul piatto, celati sotto tonnellate di gag ben riuscite, ci sono temi come la crescita, il rapporto con i propri genitori, la fiducia in se stessi, la ricerca della propria strada, l’amicizia, la fratellanza. Il personaggio di Mantis per esempio è fondamentalmente il simbolo dell’empatia, in grado di placare la mente di Ego, un essere supremo in preda a un delirio di onnipotenza, ma è anche quella che parla buffo e che viene presa in giro da Drax.

Ogni tipo di approfondimento viene alleggerito fino alle ultime battute, in cui tutto il carico emotivo accumulato dal film in maniera quasi impercettibile esplode violentemente e, vi avverto, rischiano seriamente di sudarvi gli occhi.

Perché questo sotto sotto è il classico film sulla famiglia fatta non di sangue, ma di persone che ti scegli (in questo è molto più Disney che Marvel) e in cui le trame più belle e interessanti sono quelle parallele alla principale, dedicata a Star Lord. Il non detto fra Gamora e Nebula, le schermaglie fra Drax e Mantis e i traumi irrisolti di Yondu e Rocket sono la vera spina dorsale del racconto.

Un altro aspetto singolare è che pur essendo all’apparenza un film d’azione pieno di scene abbastanza movimentate, quasi mai vediamo il gruppo combattere assieme. Nei geniali titoli di testa l’azione si svolge tutta alle spalle di Baby Groot (meno odioso del previsto) e ci vieni quasi negata, mentre nel resto del film, escludendo il finale, gli scontri sono quasi sempre a bordo di astronavi.

Effetti speciali? Bene, ma non benissimo. Tutta la parte sul pianeta di Ego è volutamente barocca, ma anche tremendamente posticcia, il resto è invece ordinaria amministrazione Marvel. La colonna sonora, che nel primo era quasi un personaggio in più, qua rimane piacevole, ma non sembra altrettanto incisiva, manca forse il pezzo giusto per consacrarla del tutto.


Insomma, bello o brutto?

Ovviamente manca l’effetto sorpresa del primo, che spuntava dal nulla con personaggi abbastanza sconosciuti al grande pubblico. Ora l’estetica è sdoganata, l’uso di musica retro sa di vecchio e in generale alcune cose che prima sembravano fresche adesso appaiono forzate, ma è tutto sommato un film estremamente divertente, privo di cali di ritmo, che riesce a tenere in piedi una trama abbastanza esile che si sfilaccia un po’ troppo e scorre molto meno fluida del primo film.

Tutto si regge su un paio di idee che potrebbero tranquillamente far parte di una puntata di Star Trek che nasconde fondamentalmente un metaforone sulla crescita. D’altronde parliamo di un film in cui alla fine si combatte contro un padre che si chiama EGO e in cui ogni componente del gruppo rappresenta una fase della nostra vita.

Pollice alto per quanto riguarda la visione artistica colorata ai limiti del pacchiano, anche se l’estetica Laser in stile ’80 comincia un po’ a tirare troppo la corda, bene le scene d’azione, tranne il combattimento finale, sembra preso da Dragon Ball ed è in totale contrapposizione col tema generale dei Guardiani, inoltre, dimostra la generale evanescenza dei cattivi Marvel. Peccato, perché la regia, a partire dai titoli di testa, dimostra una certa personalità.

Nel generale equilibrio tra i vari personaggi, su tutti spunta Drax, vera e propria anima comica del film, seguito da Rocket Raccoon, entrambi deputati a riportare ogni situazione sui binari dell’ironia. Baby Groot si conferma invece macchina per il marketing e i pupazzetti, onestamente non vedo l’ora che cresca e torni a essere una specie di quercia spaccatutto.

Tuttavia la sua figura si rivela estremamente efficace nell’evidenziare il punto di vista di Gunn sulla storia, soprattutto nella sequenza iniziale. Il piccolo Groot è un bambino che gioca a stare con i grandi, senza curarsi di problemi e conseguenze, che un po’ si cura di ciò che accade attorno a lui, un po’ balla per i fatti suoi. Una filosofia che riesce a trasformare anche lo scontro più drammatico in un momento di avventura scanzonata.

Insomma, al netto di qualche difetto che lo posiziona sotto il primo Guardiani della Galassia 2 è un ottimo fumetto in movimento. C’è ritmo, si ride, si spara, esplodono un sacco di cose e alla fine parte anche la lacrimuccia. Senza dubbio nel panorama del Marvel Cinematic Universe i Guardiani sono una delle parti più in forma. Bene così e avanti col terzo.

Captain America: Civil War — La R3censione!

Abbiamo chiesto all’amico Roberto Vicario di darci le sue impressioni sull’anteprima di Captain America: Civil War. Dopo aver esaurito l’adrenalina in circolo cercando di rifare le mosse di Pantera Nera, ecco cosa ci ha scritto!

Uscire dal cinema dopo la proiezione di Aven…no scusate, Captain America: Civil War è stata una di quelle esperienze che difficilmente dimenticherò in tempi brevi. Avete presente quel misto di eccitazione e incredulità che inizia a scorrere nel corpo quando si capisce di aver appena preso parte a un evento fuori da qualsiasi parametro? Ebbene con l’ultimo film dei fratelli Russo io mi sono sentito esattamente così!

N3rdcore mi ha chiesto di buttare giù due righe sul film e io lo faccio molto volentieri perché, mai come questa volta, di carne al fuoco ce n’è davvero tantissima. Partiamo dal tema principale, la Civil War. Scordatevi quella del fumetto, non tutta ma buona parte. Gli sceneggiatori e i registi hanno costruito una guerra differente, più subdola, che viene controllata dall’alto e che si insinua tra le crepe e le ferite che i nostri eroi si portano dentro dopo anni di battaglie. È anche vero però che il tema principale resta sempre lo stesso: la pericolosità dei supereroi quando hanno carta bianca. Ed ecco quindi arrivare il redivivo Generale Ross interpretato dal glaciale William Hurt, pronto a far firmare a ogni supereroe un atto governativo che ne limita la libertà d’azione.

Ogni storia richiede il suo tempo per essere raccontata e, proprio per questo motivo, i Russo nella prima ora di film riprendono una struttura già vista all’interno di Captain America: Winter Soldier, sfruttando però una maggiore dinamicità data dai continui cambi di location che manco nei film di James Bond abbiamo visto susseguirsi così velocemente.

C’è Bucky (Soldato d’Inverno) che non sta bene, ma questo già lo sapevamo. C’è Steve Rogers che non riesce a togliersi dalla mente la volontà di aiutare un amico. C’è Iron Man che mai come in questo film viaggia, insieme al suo ego, su delle montagne russe fatte di pericolosi alti e bassi. Ci sono poi tutti gli altri che ruotano attorno a questi tre personaggi creando un equilibrio quasi perfetto, fatto di momenti più introspettivi, cazzotti (tanti cazzotti!) e qualche gag in pieno stile Marvel.

Onestamente non potevo chiedere di più a questo film. La coralità — Age of Ultron docet — non è una cosa semplice da gestire, soprattutto quando sul piatto ci sono personalità spiccate come Wanda Maximoff, Vedova Nera e due new entry piuttosto ingombranti. Ciascuno però ha un suo ruolo ben definito e sottolineato da battute che aiutano a capire qualcosa di più sulla sua posizione all’interno di un puzzle che muta costantemente sotto gli occhi dello spettatore.

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Ma parliamo un attimo dei due nuovi pesi massimi che in futuro avranno lo spazio che meritano: T’Challa meglio conosciuto come Pantera Nera e Spider-Man. Il primo è interpretato in maniera egregia da Chadwick Boseman, un innesto all’interno del MCU che ho trovato estremamente positivo. Il suo personaggio ricopre un ruolo chiave all’interno della vicenda e una volta indossato lo splendido costume convince ancora di più. Sono davvero curioso di capire quanto la sua potente influenza e il suo carisma impatteranno i futuri lavori della Casa delle Idee, soprattutto alla luce di alcuni avvenimenti di cui si rende protagonista all’interno della pellicola.

Poi c’è Spider-Man e qui ragazzi mi sono sciolto in un brodo di giuggiole. Non sono mai stato uno Spidey fan, devo però ammettere che Marvel ha avuto il coraggio e la delicatezza di portare su schermo quello che è realmente Peter Parker a 15 anni: logorroico, cialtrone e a tratti irritante. Insomma il vero Spider-Man. Dieci minuti di computer grafica (perché di questo comunque si tratta) sono bastati per farmi dimenticare tutto quello che è stato realizzato precedentemente su questo personaggio. Menzione d’onore per quella gran donna di Marisa Tomei che in due minuti nei panni di Zia May riesce a bucare come sempre lo schermo.

Esaurita l’euforia per questi nuovi personaggi, quello che rimane è un film che quando deve spingere l’acceleratore sull’azione e sul coinvolgimento ci riesce senza troppi problemi, come solamente il miglior Dom Toretto sarebbe in grado di fare. La scena dell’aeroporto, quella dove avviene lo scontro tra le due fazioni e che rischiava di assomigliare a una rissa di mezzanotte tra ubriachi fuori da un supermercato, si è invece rivelata la battaglia più emozionante mai vista all’interno di un film Marvel con idee geniali come Giant-Man, Wanda Maximoff in modalità berserk e molto altro che voglio davvero lasciarvi il piacere di scoprire… citazioni da lacrime agli occhi comprese!

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Ecco, in un contesto dove la Civil War viene pesantemente rivisitata i fratelli Russo hanno trovato il loro equilibrio. Gli amanti del fumetto avranno modo di captare citazioni prese pari pari dalla mini serie realizzata da Millar e McNiven. Coloro che hanno amato i film troveranno diversi collegamenti che gli faranno apprezzare ancora di più il fatto di aver visto tutti i film Marvel, compresi quelli brutti, e c’è persino un piccolo riferimento ad una delle serie TV.

Pazienza se molti penseranno che si tratta di una struttura forse già vista, o che la computer grafica a tratti sembri “smarmellare” manco ci trovassimo in una serie TV con René Ferretti alla regia. In fin dei conti quello che i Russo hanno creato è un enorme carrozzone del Luna Park dove tutto funziona e soprattutto ci si diverte come dei bambini, senza sacrificare un pizzico di maturità e profondità.

Insomma Captain America: Civil War è esattamente quello che volevo vedere. Uno scontro di ideologie in cui a prendere il sopravvento sono i sentimenti, le fragilità di ogni singolo uomo e la determinazione nel perseguire le proprie convinzioni al di là delle conseguenze. Questo è il maggior successo dei Russo, questo è il motivo che mi ha fatto amare Civil War e questo, signori, è il motivo per cui vi consiglio caldamente di non perdervi quello che per me è in assoluto il miglior film dei Marvel Studios.

Avengers: Age of Ultron — la recensione quasi seria

Quando non sono semplici minestre riscaldate oppure occasioni perse, i sequel dei film di supereroi hanno il grosso vantaggio di non dover raccontare la genesi, possono quindi concentrarsi solo sulla storia e sull’azione.

Sotto questo punto di vista, possiamo candidamente affermare che Age of Ultron salta addosso allo spettatore come un amante focoso che non lascia neppure il tempo di chiudersi la porta alle spalle.

Sin dai primi minuti di puro fanservice, ci mostra il gruppo alle prese con l’ennesima base dell’Idra piena di soldati che sparano malissimo mentre Capitan America lancia le moto, Iron Man fa il coglione, Hulk “hulka”, Thor fulmina, la vedova nera fa le mossette e Occhio di falco palesa la sua inutilità. Un eccesso visivo che in certi momenti rischia perfino di non farci capire che diamine stia succedendo sullo schermo e ruba la scena a soldato Hydra numero 3434 che sicuramente stava morendo con grande pathos.

Sciolto questo nodo, la pellicola comincia a introdurre il tema principale: non ha senso cercare di proteggere la gente, non gli piace e finisci per fare cazzate. La gente vuole la sicurezza, ma se le metti davanti un robot che le impedisce di raggiungere il luogo in cui un bestione verde sta strappando la corazza ai carri armati allora sei cattivo.

Segue poi una parte in cui Tony Stark, nonostante una visione in cui vede tutti gli Avengers morti, decide che vuole creare un’intelligenza artificiale che abbia lo scopo di salvaguardare gli umani, ma decide di farlo di nascosto e andando anche a bere con gli amici anzichè sorvegliare ogni momento del delicato procedimento.

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È chiaro che poi Ultron nasce, vede che suo padre è andato a ubriacarsi e s’incazza!

Un po’ meno chiaro è cosa pensavano i gemelli Maximoff (il cui rapporto incestuoso era PEGI 18, quindi non viene menzionato) nell’allearsi con lui. Hai di fronte un robot avanzatissimo, crudele e quasi onnipotente, capisco che tu venga da un grigio paesino dell’est ed è già tanto se non ti sei ritrovata in un finto casting dopo che tuo fratello ti ha convinta con le botte a fare porno, capisco che la Stark Industries ti ha buttato giù la casa, ma dai lo sanno anche i bambini che le intelligenze artificiali c’hanno il vizietto dell’estinzione, no?

Poste tutte queste premesse, la pellicola diventa una serie di emozionanti momenti in cui gli Avengers cercano di fermare Ultron e non ci riescono, fino al grande epilogo finale a cui si arriva passando attraverso numerose scazzottate, tra cui il famigerato scontro Hulk vs Hulkbuster che da solo vale il prezzo del biglietto (anche se Hulk battuto a pugni mi suona male).

La caratteristica più importante di Age of Ultron però non sono tanto le botte, le scene epiche, le battute e le strizzate d’occhio o il fatto che si capisca ciò che succede sulla scena, ma il ritmo, che non cala praticamente mai.

Le scene più tranquille, gli spiegoni minimi sindacali e i momenti di “introspezione” sono centellinati con cura, come sigarette fra una scopata e l’altra. Anzi, può capitare che il cervello, assediato da scene ricche di dettagli in movimento, implori un attimo di pace per elaborare la figaggine di ciò che si è appena trovato di fronte.

Se proprio gli dobbiamo trovare una nota stonata, è forse la rapida parabola evolutiva del personaggio di Visione che, nel giro di pochissimo tempo, passa dall’essere una specie di deus ex machina dotato di poteri cosmici che parla come un lavoro in pelle di Blade Runner a semplice picchiatore. Ma d’altronde si tratta di un personaggio fin troppo complesso da pennellare, quando il tempo rimasto è solo quello dell’epilogo. Ottimo invece l’equilibrio tra i vari componenti della squadra, con particolare attenzione al rapporto tra Vedova Nera e Hulk, del quale non mi dispiacerebbe una trattazione separata.

Applausoni e pacche sulle spalle metalliche a Ultron, che ce la mette tutta per essere un cattivo migliore del solito e ci riesce. Non cade nei cliché del genere, non perde tempo, non si compiace. Ha un obiettivo e picchia duro per cercare di portarlo a termine.

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Age of Ultron è un film strano per il genere supereroistico. Di solito o sono film estremamente caciaroni, come il primo, o la buttano soprattutto sul dark & gritty. Whedon invece riesce miracolosamente a portarsi a casa una pellicola dai toni cupi, filosofici, piena di gente che s’interroga sui dilemmi morali del salvare il mondo, che litiga, che viene messa di fronte ai suoi fantasmi, che viene sconfitta, senza però rinunciare a infarcire il tutto con battutine, schiaffi e scene maestose, come quella del finale.

Per carità, anche i temi più importanti del filone “supereroi con superproblemi” come la famiglia, la sicurezza, la casa, la condizione umana, l’evoluzione come diversità o l’errore come ripetizione delle stesse cose sono a malapena abbozzati eh? Del resto non stiamo mica guardando una pellicola coreana! Però è ben chiaro il filone principale: tutti vogliono fare il bene del mondo, devastandolo. Tony Stark lo vuole proteggere, Ultron lo vuole migliorare, il problema è che in entrambi i casi la soluzione porta più casini di quelli che risolve, un po’ come l’esportazione della democrazia. Age of Ultron ci vuole raccontare, senza farci troppo la morale, che “Io volevo solo fare del bene” può essere la frase dietro cui nascondere ogni nefandezza.

In definitiva è un buon cocktail, che sa mescolare le sue parti più amare con una spruzzatina di esplosioni, chiudendo alcune linee narrative che andavano avanti da troppo tempo e indirizzando la cinematografia Marvel verso le prossime sfolgoranti pellicole.

Un po’ spiace che Whedon abbandoni in questo momento il carro del vincitore, ma forse ha capito che se vivi troppo a lungo diventi il cattivo, come il Nolan del terzo Batman.