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Dylan Dog

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Anche Dylan Dog viene fuori dalle fottute pareti

Atto primo: Tutti lo citano

Dylan Dog, figlio della mente anarchica di Tiziano Sclavi e personaggio di punta della Sergio Bonelli Editore con più di trent’anni di vita editoriale, non è un personaggio destinato a stare lontano dal discorso politico italiano. Anche quando non vorrebbe essere chiamato in causa e preferirebbe stare seduto sulla poltrona a suonare malissimo Il Trillo di Tartini con il clarino o ascoltare qualche battutaccia del suo personale demone-pard Groucho. Che i fumetti fossero diventati di nuovo materiale per i bad guys lo avevamo già capito da un po’ di tempo ma per Dylan Dog c’è la menzione d’onore.

 

Immagine: Dichiarazione nel neo-ministro della Pubblica Istruzione Bussetti

Prendiamo a esempio l’ultima dichiarazione di un politico che ha coinvolto il nostro anti-eroe: quella uscita dalle labbra del ministro dell’Interno Matteo Salvini al Senato, durante la seduta d’interrogazione parlamentare: “Spero che Famiglia Cristiana insieme a Rolling Stone e L’Espresso possano aumentare almeno di 20 volte in settimana. Penso che la mia faccia serva per questo. La prossima volta sarò su Dylan Dog, chissà”.

 

Immagine: Facebook/Roberto Recchioni

A parte la repentina risposta del curatore della serie, non stupisce che la seconda testata più venduta d’Italia venga riconosciuta come antitetica rispetto a ciò che contraddistingue il governo rappresentato dal ministro Salvini. Speriamo che almeno fosse o sia tutt’ora un lettore dell’Old Boy. E se invece vi stupisce il fatto che l’uomo che ha sulla targa della macchina il numero della Bestia sia nello stesso novero di testate in cui è presente anche Famiglia Cristiana, evidentemente vi siete persi quella fantastica saga piena di pathos della costruzione dell’opposizione cattolica. Non vogliamo sapere chi sia lo show runner di quella della sinistra mainstream. E a proposito: ve lo ricordate cosa ha combinato Maurizio Martina?

Il segretario reggente del Pd aveva postato una foto su Facebook in cui a lui era accostato un Dylan neo-tesserato al Pd con l’hashtag #sischerza. Roberto Recchioni non gradì ma Tiziano Sclavi invece ci passò sopra. Ci passò sopra con una trebbiatrice automatica, rilasciando un’intervista a Repubblica in cui chiariva la distanza di Dylan dalla politica. Nulla impedì che nascessero molti meme. Almeno Enrico Letta, fan della testata e foriero di pudicizia, si limitò a fare gli auguri per i trent’anni.

 

Immagine: Facebook/Maurizio Martina

Non solo il segretario del Partito Democratico ha utilizzato in modo improprio la figura dell’Old boy ma anche un altro partito – ormai nella galassia delle microsigle estinte – utilizzò una serie di personaggi dei fumetti per la propria campagna elettorale. Vi dice niente? No, lo so che non vi dice niente ma facciamo finta di sì: rendiamo ora tutto molto più chiaro con la diapositiva di repertorio.

 

Immagine: Google Images/Search

La Sergio Bonelli non ci fece caso: “[SBE] diffida dall’utilizzo illecito del nome e dell’immagine delle sue proprietà intellettuali”.

E adesso andiamo con la fotogallery!

 

Immagine: Google Images/Full-page screenshot

Atto secondo: L’indignazione

Ma se con l’area della sinistra liberale e Rivoluzione Civile non è andata bene, con i ferventi cattolici non è che potesse andare di certo meglio. Ma ad incazzarsi sono stati loro. Il Family Day sembra sì molto lontano ma la sua eco si fa sentire ancora oggi. Però in questo caso è anche la stampa a mettersi contro Dylan Dog, in particolare La Verità, il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Il titolo dell’articolo è: “Usato contro il Family Day. Pure Dylan Dog è diventato uno spacciatore di fake news”.

 

Immagine: Facebook/Mauro Uzzeo

L’articolo fu scritto in reazione a una vignetta in cui un nerboruto signore picchia Dylan con un cartello anti-gender, vignetta che viene dal numero La fine dell’oscurità ad opera di Mauro Uzzeo e Giorgio Santucci. L’albo suscitò il fervore di Massimo Gandolfini, esponente di spicco del Family Day, che successivamente criticò la testata per le sue prese di posizione, facendo manifesta la sua volontà di chiedere le “pubbliche scuse e gli adeguati risarcimenti”, per aver “diffamato il movimento pro family in modo così violento ed esplicito”.

E ancora su Next Quotidiano si legge: “Tra le condivisioni c’è chi sposa in pieno la tesi di partenza, parlando di “Fumetti per diffondere atteggiamenti culturali molto chiari, concreti e specifici… Ovvero propaganda ideologica verso le nuove generazioni, inoculata dentro a mezzi di intrattenimento”, mentre le Sentinelle in piedi di Legnago segnalano “Eterofobia e discriminazione no? In un fumetto per bambini e ragazzi! …come facevano i regimi: bisogna educarli fin da piccoli!”. E qui, se volete, c’è una divertentissima discussione sotto a un thread di Reddit. Che il grande Chtulu ci abbracci con i suoi preziosi tentacoli.

Interludio: Flashback

Immagine: Recchioni, Carnevale – Mater Morbi, SBE

E’ il 2009 ed Eluana Englaro è deceduta solo da pochi mesi. Nelle edicole esce Mater Morbi, il numero che fa conoscere meglio al grande pubblico bonelliano Roberto Recchioni in quanto autore dylaniato. Mater Morbi è un albo che tratta la malattia da un punto di vista particolare, che in sintesi potremmo riassumere così: “Con la malattia ci devi andare a letto, lascia che il dolore ti attraversi”. O almeno spero di aver capito bene cosa intesse dire l’autore. Il numero venne subito accusato di istigare all’eutanasia dall’allora sottosegretaria alla salute Eugenia Roccella, la quale dalle colonne del Corriere della Sera denunciò il presunto atto sacrilego. Tutto cadde quando si decise a leggere l’albo e a chiedere scusa. E insomma, Dylan è entrato anche nelle vicende del Governo Berlusconi IV. Non male, eh?

Atto terzo: E mo’ so cazzi

Ma è successo anche che fosse Dylan ad arrabbiarsi, sfondando al quarta parete di carta in cui è imprigionato: è capitato che fosse il personaggio stesso a riversare la sua nera e collerica bile davanti alle storture del mondo, in certe occasioni in cui gli sceneggiatori non l’hanno mandata a dire a nessuno. Stiamo parlando di una storia particolare in ogni sua forma con Piero Dall’Agnol ai disegni e il Tiz alla scrittura della sua 44esima storia: Albo 69, Caccia alle streghe.

 

Immagine: Splatter, rivista

...si intende infatti l’ondata di censura stile anni Cinquanta che sta incombendo sui fumetti horror. Il protagonista è Justin Criss, sceneggiatore e disegnatore, appunto, di fumetti horror. Come è successo nella realtà per Silver, Justin si ritroverà querelato da un padre benpensante che ha scoperto il figlioletto a leggere i suoi fumetti”*. Queste sono le parole che Sclavi buttò giù l’una dopo l’altra nel 1992 per spiegare al disegnatore cosa avesse in mente per la nuova storia.

Ma meglio ascoltare ancora le parole del Tiz**.

Caccia alle streghe è un numero di cui vado fiero, ma non è piaciuto a nessuno. Era l’epoca in cui c’erano molti imitatori di Dylan Dog. Dylan Dog ha dato la stura a una serie infinita di imitazioni non dico brutte, però molto forti, molto più splatter. Questo ha provocato addirittura un’interrogazione parlamentare in cui devo dire, Dylan Dog non ci è mai entrato. In tutta la polemica sui fumetti splatter, sanguinari, Dylan Dog non è mai stato nominato né dai giornali né in questa interrogazione parlamentare. Mi ha fatto particolarmente dispiacere che uno dei firmatari di questa interrogazione parlamentare fosse Luciano Violante”.

Già. Il vecchio Silver, allora editore della rivista SPLATTER – non credo bisogni aggiungere altro per spiegare quali fossero i contenuti – si beccò una denuncia e rischiò effettivamente delle sanzioni molto pesanti. E infatti ci furono delle interrogazioni parlamentari in merito a molte riviste e fumetti dell’epoca, che ci hanno fatto ricordare i bei vecchi tempi non-così-andati del caro Dr. Wertham.

Qui, invece, come ultima chicca, potete trovare un pezzo di Repubblica dell’epoca in cui Dylan Dog viene chiamato fumetto sado-demoniaco.

Vorrei tanto sapere cosa ne penserebbe in merito il caro Saudelli o il buonista Santucci.

La crociata – di questi tempi pare attualissimo dirlo – contro i fumetti non è mai finita, è sempre dietro l’angolo: che sia per contestarne i contenuti o le forme e i generi, sia per demonizzare lo stesso, innocuo, micidiale, popolare, chiacchieratissimo medium. Ma ci sarà sempre qualcuno pronto a rispondere. Carta e inchiostro. Alla vecchia maniera.

 

Immagine: Tex primo numero, ricolorato, SBE

 

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Dylan Dog: Il Bianco e il Nero

Cosa è un uomo senza le sue paure? Se tutti gli altri sono mostri e tu non lo sei chi è il mostro?

Dylan che cita IT che cita Neil Young con la celebre frase “Fuori dal blu, dentro il nero”. Dylan che inizia a vedere macchie scure che gli altri ignorano, come Bev Marsh nel suo bagno, Dylan che improvvisamente si trova faccia a faccia con l’uomo nero.

Le storie di Dylan Dog si possono dividere in grandi sottogeneri, ci sono quelle action, tipo il crossover con Dampyr, quelle con un profondo risvolto sociale, l’escapismo puro, quelle che portano avanti la sua storia e così via. Il Bianco e il Nero è uno di quei racconti metafisici in cui tutte i personaggi che ruotano attorno a Dylan: Ghost, Groucho, Bloch, Rania, si fanno da parte e lasciano spazio a una storia che si concentra su due temi importanti: la paura e la crescita.

Come in Il mio nome è leggenda, e coerente col tema della mostruosità dell’umano, Dylan si trova in un mondo pieno di creature orribili e questo lo rende automaticamente l’unico mostro in città, un mostro dotato di un potere terribile per un mondo che vive di paure: la gentilezza.

Come puoi aiutare qualcuno che si fa male ogni volta che cerchi di avvicinarti per curarlo? Come visualizzare un mondo che prende vita solo se pensi alle tue paure più grandi senza venirne divorato? Cosa succede quando ti affidi così tanto alla paura da non riuscire più a farne a meno?

La risposta è in una storia di Paola Barbato che in teoria doveva essere solo di 24 pagine, ma in cui il fascino per l’atmosfera, il tema e i dialoghi erano tali che alla fine si è trasformata in un albo completo. La bellezza di Il Bianco e il Nero è che non c’è una sola pagina, una sola vignetta e un solo dialogo che vadano sprecati, tutto è costantemente in bilico tra farsa e tragedia, tra temi interessanti (le paure ci definiscono così come tutto ciò che ci piace, senza non siamo umani) e situazioni paradossali, tra dialoghi divertenti e frasi pesanti come macigni.

Per illustratr tutto questo poche scelte potevano essere migliori di Corrado Roi, anzi forse nessuna lo sarebbe stata, perché la sua capacità di giocare con i chiaroscuri e con le sfumature si rivelano fondamentali per tratteggiare un mondo dell’uomo nero che ricorda Bacon, Giger, Bruegel e Bosch. Quando invece il tratto si fa sottile, quasi come un disegno a matita, allora possiamo apprezzare l’espressività del suo Dylan, la sua bravura nel definirlo sia con molti dettagli che con poche ombre scavate in un bianco abbacinante. D’altronde parliamo di uno dei più grandi disegnatori italiani e una delle colonne portanti di Dylan Dog, non poteva essere altrimenti.

Per quanto riguarda la copertina di Cavenago c’è poco da dire se non che è l’ennesima conferma di un artista che sa rendere unico ogni albo, che la sua scelta come copertinista è stata decisamente felice e che il suo lavoro in questo numero è stato grandioso, visto come è riuscito a rendere un tocco dello stile di Roi senza perdere la sua identità.

Il Bianco e il Nero è una storia appassionante che miscela molto bene gravitas e divertimento, con una spruzzata di metafumetto e tavole ricche di mostri.

E ricordate che mostro viene da monstrum, ovvero prodigio o meraviglia.

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Consigli a Fumetti — 4

Malloy, BlackBox Volume 2, Monolith: Secondo Tempo, Champions e Golconda!

Eccoci al consueto appuntamento coi fumetti letti in questi giorni che mi sento di consigliare, soprattutto se avete poco tempo per le cose brutte e cercate qualche bel volume con cui arricchire i vostri scaffali.

Malloy

Malloy è un gabelliere spaziale, uno che per lavoro riscuote le tasse in tutto l’universo, anche con la violenza, quando serve. Vive per l’ordine, la burocrazia e la sua moglie-insetto. Ama il suo lavoro e il suo lavoro ricambia assegnandogli ogni anno il premio di Gabelliere dell’anno. Insomma, tutto bene finché non gli viene chiesto di andare sulla Terra per incassare migliaia di anni di tasse arretrate. Queste le premesse del nuovo fumetto di Taddei e Angelini che dopo aver vinto un botto di premi con Anubi decidono che la vita facile gli dà fastidio e decidono di buttarsi in un’opera di fantascienza che rimbalza tra Adams e Gilliam, tra migliaia di idee una più assurda dell’altra e la critica sociale.


Dal punto di vista visivo invece, dopo i bianchi e neri di Anubi qua è il colore regna sovrano, pur in una gabbia abbastanza rigida che ogni tanto di concede qualche splash page e con uno stile che si rifà al fumetto del passato. Un po’ Crumb, un po’ Dick Tracy.

Malloy è un fumetto strano, che gode della propria stranezza e che ad ogni pagina cerca di stordirci con dialoghi barocchi, situazioni fuori dal comune e feroci critiche sociali. La prima metà è forse quella più fresca e divertente, mentre l’arrivo sulla Terra coincide con situazioni che ormai conosciamo bene: i consumatori stupidi, il capitalismo, ricchi oligarchi che vivono alle nostre spalle, oro e merda che si distinguono solo dal colore. Nel finale invece ogni possibile freno della realtà viene meno e si sconfina nell’assurdo più totale, in una struttura di scatole cinesi, allucinazioni e spiegazioni sul senso dell’universo che ci riporta infine al punto di partenza. È successo davvero? È stato solo un viaggio mentale causato dall’acido?

Non lo sapremo mai, ma al di là di un certo autocompiacimento, Malloy è senza dubbio un fumetto interessante, diverso e degno della vostra attenzione se cercate qualcosa per sfuggire dai supereroi.

Voto:

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BlackBox — Volume 2: Innocenza Meccanica

Nel capitolo precedente vi avevo parlato del primo numero, recuperato con un anno di colpevole ritardo, e di come fosse un’opera tosta, criptica, che non ha assolutamente intenzione di prendere per mano il lettore, ma che i disegni non aiutassero questa sua intenzione.

Per chi lo scoprisse ora: BlackBox è un fumetto steampunk che racconta attraverso vari salti temporali la vita di alcuni abitanti di Ecrònia, una città regolata da una serie di leggi ferree che prevedono l’allontanamento dei membri non più utili, una rigida divisione in classi e l’obbligo per giovani e adulti di andare in guerra gli uni contro gli altri ogni 25 anni per decidere chi governerà nel quarto di secolo successivo.


Il secondo capitolo di BlackBox, uscito un anno dopo e presentato all’ultimo Comicon di Napoli, fa tesoro delle osservazioni rivolte al suo predecessore e inizia finalmente a sviluppare una storia che fino a quel momento era rimasta soprattutto nel non detto e si confondeva tra i molti salti temporali. Scopriamo ad esempio che i bambini di Ecrònia vengono condotti in una specie di Luna Park che deciderà il loro destino, vengono mostrati per la prima volta gli Ubromi, esseri biotecnologici che verranno usati per addestrare i più giovani, e si entra ancora di più nelle vite dei protagonisti.

Anche il disegno, pur con qualche incertezza su alcuni volti, è decisamente migliorato con l’arrivo di Scipioni, lascio a voi il gusto di ritrovare nei vari personaggi le citazioni di attori famosi che affollano l’immaginario di Grossi, critico cinematografico prestato alla sceneggiatura. Personalmente vi consiglio di acquistare i due volumi assieme e godervi una storia che pur affondando le radici nei classici steampunk e distopici sa comunque ritagliarsi un suo spazio vitale.

Voto:

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Monolith — Secondo Tempo

Il primo volume di Monolith aveva posto le premesse per una storia che stuzzica la nostra ansia tecnologica e le mescola con le ansie e le angosce che accompagnano il diventare genitori. Una dalle premesse semplici che era portata a un livello superiore dal genio grafico di Lorenzo Ceccotti, alias LRNZ.

Questo secondo capitolo ha un solo enorme difetto: la scritta sulla costola del volume diversa da quello precedente, perché per il resto gli è superiore in tutto. Le note degli autori sono quel tocco di cura in più che fa sempre piacere, così come i bozzetti preparatori e l’analisi di come il fumetto si è fatto film per diventare altro.


Dal punto di vista grafico non ho onestamente più parole per descrivere la potenza visiva, la bravura e la versatilità di LRNZ che in questo volume spazia da splash page iperdettagliate che vorresti appende al muro a vignette flat design lisergiche senza perdere la minima forza espressiva. Il tutto ovviamente basato su un lavoro di sceneggiatura di Recchioni e Uzzeo che avendo a disposizione una mano del genere hanno scelto di fare un passo indietro, togliere spazio ai dialoghi e puntare più su un racconto fatto di immagini e suggestioni. Per un lettore poco attento può sembrare un lavoro semplice in cui fa tutto il disegnatore, ma per certi versi siamo vicini a qualcosa che ricorda la Nouvelle Vague cinematografica, una sintesi completa, uno “show, don’t tell” in cui lo sceneggiatore si mette a servizio del racconto, lasciando che siano le immagini e l’intelligenza del lettore a entrare in contatto.

Come se non bastasse, è una delle poche cose italiane che di questi tempi entrano a far parte di un progetto cinematografico crossmediale, vi pare poco?

Voto:

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Champions — 1

Finita la seconda Civil War, che penso sia piaciuta veramente a pochi è tempo di un nuovo cambiamento per gli eroi Marvel, un assestamento che riguarda soprattutto i personaggi più giovani. In questo periodo infatti la Casa delle Idee sembra aver posto grande attenzione nel rendere alcune serie, tipo gli X-Men e parte degli Avengers un laboratorio di spunti pensato per attirare nuovi fan. Un po’ come Peter Parker anni fa, che ormai è diventato Elon Musk, Ms. Marvel, Nova, il nuovo Hulk, la figlia di Legione e gran parte dei ringiovaniti X-Men sono impegnati su due fronti: la salvezza del mondo (o almeno del quartiere) e il superamento di quell’inferno che è l’adolescenza. Le storie quindi mescolano voglia di essere accettati dagli altri e mostri galattici, primi appuntamenti e palazzi che crollano, coming out e politica planetaria.


Per organizzare meglio tutto questo e separarlo dai personaggi storici, che probabilmente hanno un pubblico che ha poca voglia di tornare ai turbamenti giovanili, nasce Champions, un supergruppo di personaggi giovani, idealisti e stanchi di dover sempre sottostare alle logiche degli adulti che dovrà cercare un proprio equilibrio personale tra voglia di fare la cosa giusta, sbornia di popolarità social e rischio di superare la linea che separa un supereroe da un cattivo con un altro costume.

Il primo numero è uscito in questi giorni e non sembra affatto male, grazie anche all’ottima scrittura di cui godono i personaggi, anche se per adesso non siamo ai livelli di Dr. Strange, che secondo me rimane il miglior fumetto Marvel spillato sulla piazza. Dategli una possibilità, anche se forse vi sentirete vecchi.


Golconda!

Avevo 9 anni quando uscì per la prima volta in edicola e probabilmente guardai la copertina di Stano con un misto di fascinazione e paura, quando finalmente l’ho letto, probabilmente dopo la prima ristampa è stato uno degli albi che più di tutti mi è rimasto in testa.

Golconda è probabilmente uno degli albi più particolari, belli e ricercati di Dylan, perché al suo interno confluiscono lo splatter, la ricerca culturale, il non sense, l’amore, l’umorismo. Normalmente le storie dell’Indagatore dell’Incubo ruotano attorno a due o tre elementi, qua abbiamo un occhio gigantesco in tandem, uomini con la bombetta, demoni burocrati, death metal e l’India, un frullato di riferimenti culturali e difficilissimo da tenere in piedi che riletto oggi dimostra, casomai ce ne fosse bisogno, il talento cristallino di Sclavi, che dopo tutto il sangue e l’assurdo chiude con un finale romantico che lascia spiazzati.


Senza dubbio è una delle storie più adatte a mostrare i molti possibili livelli di lettura di un albo di Dylan. Il ragazzo di 10 anni sarà affascinato dallo splatter, dalla bellezza di Amber Cat e da una storia troppo assurda per avere senso, soprattutto nelle edicole italiane di trent’anni fa. Lo stesso ragazzo che rilegge la storia molti anni dopo, quando già se che Golconda non è solo una decrepita città indiana, ma anche il quadro di Magritte in compaiono gli uomini con bombetta, che ha visto Scanners, sa chi sono Blake & Mortimer o la Tatcher apprezzerà tutti i rimandi, le citazioni, le sottigliezze di una storia che per una volta ci porta lontani dai momenti più cupi e “sociali” di Dylan.

Discorso a parte va fatto per questa operazione di recupero dei Dylan Dog più belli di Sclavi, impreziositi da un colore “anticato” e da contenuti di approfondimento, con una copertina cartonata e senza numero, così da permettere a tutti di scegliere solo i preferiti, senza ansie di collezionismo. Probabilmente la miglior case history su come bisognerebbe affrontare la riedizione di classici del passato e una delle cose più belle che potete trovare in libreria in questo periodo. “Ma io ce li ho già, che me frega?” Beh nessuno vi obbliga a comprarli con una pistola alla tempia.

Rileggere Golconda oggi è ancora un’esperienza bellissima, una di quelle che ti fanno venire voglia di cancellarti la memoria per provare di nuovo le stesse sensazioni. I dialoghi, le situazioni, il tratto non sono invecchiati di un giorno. Andate in edicola prima che un occhio gigantesco vi stritoli.

Voto:

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Mater Dolorosa: chi ti ama ti odia?

Riflessioni e recensione dell’incredibile albo che celebra i 30 anni di Dylan Dog

Se la vita è un mare, ognuno di noi è una barca. Alcuni sono yacht di lusso in cui niente sembra andare male e tutti sorridono felici, incuranti di onde e pericoli, altri sono vecchi galeoni piegati dalla tempesta e dalle malattie, sempre sull’orlo di un ammutinamento o di una ricaduta, ma sempre in grado di affrontare i marosi, anche con le vele squarciate.

Questa la metafora principale di Mater Dolorosa, albo di Recchioni e Cavenago che sigla i 30 anni di Dylan Dog, che per qualità di scrittura e disegni rischia realmente di alzare fin troppo gli standard di un settore e di un fumetto che già se la stava passando piuttosto bene.

Sì perché se i testi di Recchioni sono asciutti e incisivi, i disegni di Cavenago sono grandiosi, esagerati, riempiono gli occhi, sottolineano le frasi, esaltano i personaggi e assaltano la pupilla del lettore con un’alternanza di dettagli, sfumature e sontuose visione d’insieme. E poi i colori, dio mio, quei colori che rendono tutto così giusto, sensato, perfetto. Sarà dura dopo aver letto questo numero tornare alla comunque alta qualità del bianco e nero degli altri albi.

Mater Morbi is not amused

La storia, oltre a fornirci squarci importantissimi sul passato e sul futuro dell’Indagatore dell’Incubo, riprende in parte il discorso interrotto con Mater Morbi in cui Recchioni mise tutta la sua esperienza personale di ospedali e cicatrici per raccontare un orrore molto terreno, quello della malattia, di come gestire il senso di una coscienza attaccata alle macchine, della vita in balia di medici, cure dolorose e speranze talvolta inutili.

Chiunque abbia avuto più di un raffreddore sa che non si guarisce mai veramente. Dunque se Mater Morbi era la malattia e la sofferenza, Mater Dolorosa è l’amore che ti isola dal mondo e ti impedisce di crescere, ma è anche l’albo della ricaduta, della paura di tornare di nuovo a dormire in un letto non tuo, ma soprattutto della sensazione di aver lottato invano.

Ma più che di malattia, Mater Dolorosa parla di crescita e di come la sofferenza sia forse una parte fondamentale di questo processo. Dopotutto chi ti vuole più bene? Chi ti protegge da ogni male, senza mai farti sentire il peso delle cose, sobbarcandosi ogni affanno, o chi ti espone fin da subito ai colpi della vita, così da indurirti la pelle di fronte a un mondo che non fa sconti?

La risposta dipende dal cammino di ognuno di noi, ma di sicuro una vita di sofferenze non ci rende automaticamente migliori di chi ha avuto la strada spianata. Se infatti l’eccessiva serenità rammollisce, le troppe difficoltà incattiviscono.

Per Recchioni la soluzione sta nel mezzo: “La sofferenza è un vento che spazza i campi, puoi nasconderti, alla fine di troverà sempre, e più ti sarai nascosto più sarai debole, ma se lasci che ti trasformi… farà di te un mostro capace di vedere solo sé stesso”.

“Allora in questa pagina la tocchiamo piano eh?”

Dunque il dolore, un po’ come la paura del Duca Leto Atreides di fronte al Gom Jabbar, dev’essere qualcosa da far scorrere, per poi andare oltre.

In fondo anche i cattivi, quel male assoluto personificato in John Ghost, altro non sono che una parte del tutto, attori in una recita il cui senso finale ancora dev’esserci svelato.

Nel mio periodo più “dylandoghiano”, quello in cui il figlio di Tiziano Sclavi arrivò a contendere poster e copertina di Max alle soubrette con tette al vento (mi pare fosse il ’93), avevo in camera un adesivo (l’ho ritrovato!)lungo circa un metro per una ventina di centimetri in cui compariva Dylan Dog con alle spalle tutto il pantheon di mostri presenti nelle sue storie, nel cinema e nelle letteratura. Sull’adesivo c’era scritto “Salta su, l’unico mostro che manca sei tu!”.


All’epoca era solo la frase di un adesivo, in fondo avevo 12 anni e leggevo Dylan da quando ne avevo 8 (non ho ancora capito come convinsi i miei genitori a comprarmelo), ma leggendo Mater Dolorosa, quelle parole acquistano definitivamente un senso, una motivazione ripetuta e sottolineata nel corso di questi 30 anni. Perché alla fine quell’adesivo diceva la verità, i mostri, i veri mostri, quelli che quando stanno male si trasformano in grumi di egoismo e cattiveria siamo noi, vivono dentro di noi e spesso ci fanno fare cose che non vorremo.

Sono mostri che spesso non muoiono tanto facilmente, perché non hanno corpo, ma sono solo un’idea. Per fortuna oggi Dylan Dog ci rassicura e ci dice che possiamo batterli, se siamo disposti a soffrire rimanendo umani.


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