Pesci Piccoli 2 – Dal profondo
La nuova stagione di Pesci Piccoli migliora ed espande quanto di buono fatto dalla prima stagione in favore di un approfondimento migliore degli archi dei suoi personaggi.
Quando è uscita la prima stagione di Pesci Piccoli ho intravisto immediatamente il grosso potenziale della serie a scapito del tempo ridotto a disposizione per imbastire trame e personaggi. In questo specifico frangente il meccanismo “The Jackal” colma il gap.
Avere a disposizione un cast di personaggi consolidato che il pubblico conosce è l’equivalente di una partenza lanciata, il trovare il primo atto del progetto già svolto e da lì costruire.
L’altro aspetto che funzionava molto bene era il superamento dello sketch secco, uscire da una dimensione prettamente verticale in favore di una narrazione orizzontale fatta di personaggi che si “allacciano” gli uni agli altri e che sfruttano le maschere costruite in questi anni di comunicazione per descrivere un arco più ampio.
E poi arriva la seconda stagione di Pesci Piccoli, che avevo atteso molto perché sarebbe stato il vero banco di prova per capire come e quanto i presupposti costruiti nella prima stagione avrebbero retto sulla media distanza.

La trama riparte esattamente da dove si era interrotta la serie precedente. I ritmi dell’ufficio sono consolidati. Greta (Martina Tinnirello) non è più l’elemento esterno che fa da punto di vista sulla realtà della piccola agenzia di comunicazione ed è integrata maggiormente nel gruppo e nelle sue routine, che poi è la struttura funzionale con la quale gli episodi sono articolati.
All’interno di questa unità funzionale autonoma verticale di “task da portare a termine” c’è la forza della serie, la comicità surreale e postmoderna (il giusto), il cast affiatato dove nessun comprimario o cameo è marginalizzato, la qualità di scrittura, regia e produzione sopra la media.
E ora vorrei prendermi due minuti per parlare di manzai, il tradizionale cabaret giapponese reso celebre da Beat Takeshi Kitano. Il manzai viene recitato da due comici, uno tsukkomi rigido e severo e un boke sciocco.
In questa formulazione all’interno dello schema verticale della task da portare a termine trova spazio una varietà di situazioni anche molto complessa data dalla ricchezza e dalla variabilità del cast che, secondo un giro di turnazioni, fa combaciare e interpretare questi ruoli di volta in volta a due personaggi diversi costituendo sempre una “forma” diversa dove ognuno ha un contraltare contestuale alla situazione che sta affrontando. E questa modalità di approccio, che potremmo definire policentrica, non interessa solo il cast principale, ma coinvolge il cast di supporto che, in questo modo, ha una rilevanza inusuale nella gestione dell’episodio. E funziona molto bene per garantire freschezza e varietà.

Il risultato è estremamente brillante. Anche di più della prima stagione di cui questa rappresenta un’evoluzione tematica. Non dirò che questa stagione è “meno divertente” rispetto alla prima, ma sarebbe più corretto dire che aumenta le sfumature delle cose che è possibile raccontare con la struttura proposta e calca molto più la mano sull’aspetto agrodolce, già presente nella prima (tutta la storyline di Fabio), per fare approfondimento psicologico sui personaggi, emancipandoli dal ruolo di maschere o macchiette.
Proprio parlando del cast, sono stato estremamente contento della scelta di brasare un personaggio nel passaggio dalla prima alla seconda stagione: semplicemente, non mi funzionava, e tutta la storyline ad esso collegata non era brillante, se non proprio il punto più debole della prima stagione. La sua eliminazione, quindi, ha permesso al personaggio di Aurora di uscire dal clichè dell’innamoramento da ufficio per analizzare la sua figura che assume i profili di una workaholic convinta per la quale è inevitabile sovrapporre lavoro a vita sociale, fino a smettere di distinguerli.
Inutile girare intorno al fatto che le relazioni sentimentali sperate/ipotetiche sono uno dei principali motori dell’azione, ma connotati diversamente a seconda se l’elemento è interno o esterno, corrisposto o meno e diventa anche lì un intensificare le sfumature, in quanto il love interest, specialmente quando esterno, diventa un pretesto per vivisezionare la sfera emotiva e il pregresso del personaggio evidenziando come ciò influisca sul quotidiano.

In questi termini, la puntata più significativa è la quarta puntata, la tanto anticipata puntata omaggio a La Melevisione e ad un certo tipo di tv per ragazzi che ormai non esiste più: l’equilibrio del discorso di sovrapposizioni tra cause-passato ed effetti-presente trova la sua formalizzazione più emblematica in questo episodio che riesce ad essere, contemporaneamente, una stoner comedy (da una fonte insospettabile), un fantasy e un episodio particolarmente drammatico e comunque ridicolmente divertente. Sono abbastanza certo che lo ricorderemo come uno degli episodi più emblematici di come questa serie all’interno di una struttura regolare consolidata e di derivazione chiaramente postmoderna riesca a raccontare altro, muovendo gli elementi comici e drammatici come e dove vuole.
In un cast che funziona tutto quanto, dove anche i personaggi di Ciro e Aurora mi risultano più interessanti rispetto alla stagione precedente, spicca sempre e comunque Fabio Balsamo, senza ombra di dubbio il migliore attore del cast e uno dei migliori attori italiani della sua generazione. La sua presenza in scena, anche con delle singole trovate, o delle frasi è segnante senza clamore, è adeguato e allo stesso tempo indispensabile per dettare il tono della scena, come una specie di metronomo dei tempi comici. L’idea di mettere il personaggio di Fabio vicino a quello di Greta-Martina in contrapposizione fa risaltare entrambi in quanto condividono una matrice di minima comune fatta di ammiccamenti, sguardi ed espressioni che ne favorisce l’incastro.

Tirando le somme di questi due articoli, la seconda stagione di Pesci Piccoli migliora in ogni aspetto il lavoro svolto dalla prima, dipanando qualsiasi incertezza, sfruttando a pieno la felice combinazione tra cast, regia e scrittura: è la serie italiana da vedere oggi, che andrà via come un bicchiere d’acqua ma di cui difficilmente vi libererete del ricordo al di là del potenziale “memetico”.