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Ommioddio ma parla di me! Daria Morgendorffer e l’anti-adolescenza degli anni ‘90

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Quasi 25 anni fa andava in onda per la prima volta Daria, la protagonista cinica e sarcastica che ci ha insegnato la sottile arte del cinismo

Alla fine degli anni ’90 ho precocemente scoperto il mio posto nella gerarchia sociale. Come dice Giulia Blasi nel suo Brutta: “Ci sono tanti momenti in cui si diventa donne, ma nessuno conta come quello in cui capisci quale posto ti è stato assegnato in maniera più o meno esplicita nella grande graduatoria del gradimento maschile”.

Come ogni gerarchia che regola l’attribuzione di valore alle femmine, era interamente basata su canoni estetici, ma per mia fortuna avevo anche un pessimo carattere, difficoltà relazionali e la tessera della biblioteca. Bye haters. È stato semplice? No. Sono sopravvissuta comunque? Sì, giuro, non sono un bot.

Avevo anche un televisore tutto mio in cameretta, ma dove ero io nei teen drama che spopolavano a fine decennio? Ero su una barca a fare smorfie come Joey Potter? Ero sulla bocca dell’Inferno a impalare vampiri? Ho poi scoperto che ero a Lawndale, con Daria Morgendorffer.

Tra il 1998 e il 2001 andò in onda su MTV la serie animata Daria, spin-off di Beavis and Butt-head. Daria è una sedicenne occhialuta che veste sempre allo stesso modo (come tutti i personaggi dello show), è appena arrivata in città e si porta dietro la fama di emarginata. Non è interessata al suo aspetto, non è interessata alla vita sociale, al divertimento, al futuro, alla scuola, all’amore.

Daria è il ritratto dell’anti-adolescente americano, un tripudio di perfetto disengagement che fa a pugni con l’immaginario comune sul teenager, polarizzato tra secchione che già si prepara per il college e la carriera, oppure edonista sfrenato che pensa solo alle feste e al sesso.

Praticamente, Dawson vs Peacy.

Daria, invece, è quasi un’asceta, un essere composto di puro cinismo che guarda il mondo attorno a sé con il disincanto seccato del Dr. Manhattan. Come avrebbe potuto non essere colpo di fulmine al primo sguardo?

Daria

Innanzitutto, Daria è una femmina, ma non è pensata né come eterna incompleta a caccia di attenzioni maschili, né come quella che “non è come le altre”. È diversa, sì, ma non necessariamente migliore, e va quindi a riprendersi il diritto rivoluzionario di fare schifo, di non eccellere in nulla se non nel sarcasmo.

A ben vedere non è neanche l’unica, perché da subito accanto a lei ci sarà Jane Lane, spirito affine e altrettanto bizzarro, grazie al quale nel tempo mostrerà con parsimonia il suo lato idealista e costruttivo.

L’incredibile euforia che dava la visione di Daria era dovuta al riconoscimento dei propri difetti, trattati nella serie come se non fossero affatto difetti, ma semplici tratti di personalità. Daria è un’asociale che non ha interesse nel fare amicizia ovunque vada, non perché non ci riesca o perché sia una psicopatica, ma perché semplicemente la maggior parte delle persone che ha intorno non le interessa. Prende ottimi voti, ma non è ossessionata dalla media o dalle attività extrascolastiche, perché la pressione esercitata sugli adolescenti affinché pianifichino la propria esistenza a 17 anni le pare una sciocchezza prematura.

Mentre il mondo degli adulti ignora l’esistenza del mondo interiore e si aspetta che i teenager siano comunque vincenti in qualche settore, scolastico o interpersonale, Daria ci dice che è ok essere mediocri, perché misura la vita su una differente scala di valori. Quando il mondo ci chiede di avere successo, di essere i migliori, di correre sempre verso un obiettivo, Daria ci dice che la vera cosa importante è la pizza. Ci sono obiezioni?

Daria Mtv

In anticipo su Freaks and Geeks, Mean Girls e Glee, Daria è stata la prima “cool loser” che ci ha mostrato come una protagonista considerata perdente dalla maggior parte del suo contesto sociale possa in realtà passare alla storia come paladina di una fetta di umanità incompresa.

Daria è la Santa Protettrice di tuttə coloro che da adolescenti si sentivano dire che dovevano andare fuori a divertirsi, a farsi degli amici, a costruirsi un futuro.

È la Fata Madrina delle ragazze che “non troverai mai marito”, “non piacerai ai maschi”, “le signorine non le dicono certe cose”. È colei che ci ha detto che andava bene essere intelligenti anche se ti faceva sembrare respingente e antipatica. È stata fedele a se stessa, autonoma, menefreghista, prima che le “cool loser” diventassero “cool girl” e “manic pixie dream girl” al servizio dello sguardo maschile.

Daria ci ha fatto sentire meno sole, ci ha dato rappresentazione quando pensavamo di essere le uniche stronze a non voler socializzare a ricreazione, a non voler fare sport o a non volere il fidanzato a 12 anni.

Sia chiaro, Daria non è una serie perfetta, perché ha sostanzialmente tutti personaggi bianchi, tutti etero e anche quel pizzico di grassofobia che negli anni ’90 non mancava mai, ma ha il merito di aver dato voce a chi veniva continuamente silenziato, emarginato e deriso, in un momento storico in cui internet e la socialità virtuale non esistevano.

Se eri isolatə eri isolatə, non c’era via di scampo. Quindi, belli gli anni ’90 ma non ci vivrei (di nuovo).

Daria

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