STAI LEGGENDO : Nirvana è unico nel suo genere, letteralmente

Nirvana è unico nel suo genere, letteralmente

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Nirvana rappresenta l'unico esempio mai realizzato del genere "spaghetti cyberpunk", un film impensabile che non deluderà gli appassionati di sci-fi.

Il termine "Spaghetti Cyberpunk" non è stato mai nemmeno coniato.
È un problema di matrice culturale da far risalire al pessimo rapporto che ha l'Italia con la tecnologia, una sorta di conservatorismo analogico che vive nelle menti e nei cuori dei collezionisti di schede telefoniche, di amanti delle cabine a gettoni, dei telefoni a disco.
Un pizzico di scetticismo, un fondo di analfabetismo culturale, la tendenza tradizionalista a preferire la via vecchia per la nuova e la cospicua ingerenza della mancanza di mezzi.

Nirvana di Gabriele Salvatores è stato un unicum e tutt'oggi credo sia l'unico film di genere Cyberpunk italiano.

Italiano perché nonostante sia una produzione italo-francese è completamente girato in Italia, diretto da un italiano e con il 99% del cast italiano, escludendo quello che sarebbe dovuta essere la grande star internazionale per vendere la pellicola al di fuori dei confini della penisola: Christopher Lambert.

Nel 1997, Lambert (che aveva già all'attivo Subway, Highlander e i suoi terribili sequel, La Fortezza e Mortal Kombat) è un attore che non ha sfondato e che naviga a vista in produzioni medio piccole, sta invecchiando ma ha ancora la faccia giusta e il nome esotico così viene coinvolto da Salvatores per essere il protagonista del suo trip cyberpunk.

Il nostro interpreta Jimi Dini (nessuna parentela con l'autore di Kick Off pare), sviluppatore di videogiochi per la Okosama Starr, la Zaibatsu malvagia. In procinto di chiudere il suo ultimo progetto, per un fortuito errore, Jimi scopre che Solo, il personaggio del suo videogioco (un ottimo Diego Abatantuono) ha sviluppato una consapevolezza di sè, del suo eterno ciclo di personaggio digitale giocante fatto di alternanza di vita e morte, e tra l'una e l'altra, momenti di attesa per un'altra vita vuota, bloccata tra le mura di un mondo virtuale finito. Una Non Vita.
Percependo l'assoluta sofferenza della sua creatura, Jimi inizia un viaggio per cancellare l'esistenza tormentata di Solo dai server protetti della Okosama Starr prima che questa metta in vendita il gioco.

Il film quindi alterna il racconto del viaggio di Jimi alla ricerca di un Hacker che lo aiuterà nell'impresa e il progredire per i livelli del gioco di Solo, della sua ricerca di un briciolo di consapevolezza negli altri PNG del mondo virtuale che lo circonda.

Il viaggio di Jimi è simile a quello di Case, il Cowboy della Console protagonista del Neuromante

Il viaggio di Jimi è simile a quello di Case, il Cowboy della Console protagonista del Neuromante di William Gibson, ma con una eco ancora forte nella poetica di Salvatores già riscontrata nella sua Tetralogia della Fuga (composta da Marrakech Express, Turnè, Mediterraneo, Puerto Escondido). La missione che si propone il protagonista è un pretesto per fuggire alla sua vita insoddisfacente, una taglio netto tra la vita che lui viveva prima con il suo status quo, con i fantasmi del suo passato, con la sua arte messa al servizio di un gigante economico interessato solo al profitto.
A modo suo, anche Jimi vive un'esistenza ciclica da quando la sua compagna lo ha lasciato, scandita dai ritmi del suo lavoro.
Così inizia la fuga per abbandonare la sua vita agiata di professionista affermato per immergersi nell'illegalità attraverso quartieri progressivamente sempre più malfamati dell'Agglomerato del Nord.

Nirvana, la ricerca spirituale per sfuggire alla ciclicità del Karma.

Il quartiere di Marrakech rappresentato come un enorme mercato nero sul confine sottile tra mondo legale e illegale, dove poveracci cercano di arricchirsi e i ricchi frequentano alla ricerca di svaghi "esotici".
Bombay invece è una meta quasi mistica frequentata da disperati e santoni indù che rifuggono il mondo materiale per trovare la pace nascosti nell'ombra lontano da tutti.
È qui che si concretizza il senso del nome del film: Nirvana, la ricerca spirituale per sfuggire alla ciclicità del Karma.
Il fine ultimo della vita, la condizione per la quale si ottiene la liberazione dal dolore.
Nirvana inteso come cessazione, come immensa, inimmaginabile e imperturbabile consapevolezza dalla vacuità del Sè... volendo dare una definizione imperfetta ad un concetto per il quale la cultura occidentale potrebbe nemmeno avere le parole adatte.

Come da tradizione del genere, a Jimi si aggiungeranno compagni esperti per violare le difese dei server della Okosama Starr.
È quasi straniante l'effetto che fa vedere attori italiani fortemente caratterizzati in un contesto cyberpunk.

Così, coperto da stracci e con capelli e barba lunghi c'è un Sergio Rubini nel ruolo di Joystick, l'hacker barese che si è venduto gli occhi e che gira con due fotocamere in bianco e nero impiantate sui nervi ottici e una giovane Stefania Rocca con i capelli blu nella parte della immemore Naima.

Tra i cameo di attori e comici italiani che affollano l'Agglomerato Nord vale la pena anche ricordare Claudio Bisio nel ruolo di CR610 (Sei-uno-zero), tassista e pusher.

il tema della realtà mediata, dell'assoluta mancanza di libero arbitrio, una vita già scritta in tutti i suoi risvolti

La storia di Solo è a modo suo più struggente e ricorda da vicino la poetica di Philip K. Dick: il dramma di un uomo che scopre che il suo mondo è frutto di un'illusione, come nella Formica Elettrica.
Si affronta il tema della realtà mediata, dell'assoluta mancanza di libero arbitrio, una vita già scritta in tutti i suoi risvolti e nelle sue possibilità.
Per certi versi, Solo è un Pinocchio fragile, una creatura che prende vita per errore e che può vedere i suoi fili attraverso una backdoor nascosta in un armadio: non ci sono scelte, non ci sono possibilità, solo il gioco che si dipana davanti a lui e che ricomincia da capo ad ogni sua morte.

"Un fiocco di neve che non cade da nessuna parte."

Nirvana è un'esperienza particolare.
Limitato sul piano della realizzazione di un mondo digitale credibile in computer grafica sceglie soluzioni ibride per raccontare il suo cyberspazio.

I terminali e i computer hanno tutti un aspetto estremamente "analogico": grossi cavi elettrici, valvole, monitor CRT, nastri e floppy quando non direttamente chip sfusi, spinotti ingombranti, terminali che si interfacciano con l'utente tramite pesanti maschere facciali: il look di questa opera è estremamente materiale, direttamente dall'epoca pre-internet ma "abbruttita" e "appesantita" secondo una logica diversa da quella che muove il tech design contemporaneo.

Il ruolo di Jimi è più simile a quello di uno scrittore

La visualizzazione del cyberspazio avviene mediante la propria immaginazione, quindi le informazioni prese dalla rete vengono sparate all'interno del cervello che le elabora attraverso una struttura che può comprendere.
Il ruolo di Jimi come game designer è più simile a quello di uno scrittore che da solo immagina una storia, le sue possibili svolte e registrando l'immagine che si forma nella sua mente progetta il gioco.

Così, se collegato ad un terminale "vedi" una città dall'alto è perché la tua mente la immagina la rete come una città.

La sottocultura hacker dell'Agglomerato Nord è molto simile a quella immaginata da Gibson, con alcuni passaggi che ricordano direttamente Neuromante e La notte che bruciammo Chrome, con un lessico chiaramente riadattato a quelli che sono i riferimenti più genuinamente locali.
In un Italia che mal digerisce gli eroi ma che comunque ha una tradizione religiosa importante, gli Hacker diventano Angeli per la loro abilità di librarsi in volo immateriale al di sopra della dimensione corporea.
A contrapporsi a questi, i software di difesa delle corporazioni sono chiamate Diavoli, la loro peculiarità è quella di ritorcere contro l'hacker i suoi sensi di colpa, parandogli davanti i suoi ricordi peggiori, le sue mancanze umane, le sue inettitudini che hanno ferito gli altri.
I Diavoli rivolgono contro loro stessi la mente e i ricordi dell'hacker al fine di intrappolarlo in un'illusione e bruciargli il cervello.

È sicuramente in questo frangente che la potenza immaginifica di questa "rete" viene espressa con soluzioni di maggior interesse, con un alternarsi di spazi dalle scenografie surreali che contrastano nettamente con gli ambienti degli interni dell'Agglomerato Nord, immediatamente riconducibili ad un regno dove la mente impera sulla materia.
Soluzione estremamente più accattivante se la accostiamo alle scene in cui un personaggio in carne ed ossa si trova a galleggiare in uno spazio virtuale in 3D della metà degli anni '90 che, rifiutando la scelta facile della grafica vettoriale (quella di Tron, per capirci), ci scaraventa in un enorme "vorrei ma non posso".

Da un lato stordisce per la sua pochezza, per le fonti di luce pluridirezionali che bruciano l'immagine sovraesposta dai richiami vagamente Escheriani, ma dall'altro ci ricorda da dove siamo partiti, come una pittura rupestre dell'era digitale con la geometria solida al posto dei rituali della caccia.

Chiaramente il film non è esente da difetti.
Primo tra tutti un Christopher Lambert che ha sempre la faccia di uno che non capisce quello che gli sta succedendo intorno, situazione direttamente dipendente dalla lavorazione in stile Babele, con lui come unico attore a recitare in francese.

Nirvana fu il figlio di uno slancio sperimentale fortissimo per il cinema italiano e di un'esperienza che non ha saputo ripetersi mai più nel corso degli anni. È impossibile non provare affetto per questo film imperfetto che con tutti i limiti del caso è riuscito a raccontare temi cari agli appassionati del cyberpunk.

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