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L'It che ci meritavamo è su Netflix

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Esiste un modo per rendere giustizia al capolavoro di Stephen King, IT?
La soluzione, forse, è nella magia di una serie tv.
Un parallelo tra i due film di Muschietti e l'adattamento de L'incubo di Hill House ci avvicina a una possibile verità.

Nel 2017 e nel 2019 sono usciti rispettivamente It: capitolo uno e It: capitolo due, buonissimi film di intrattenimento che però non hanno catturato la poetica e il sentimento di quel capolavoro letterario che è l'It di Stephen King.

Se col primo film Andy Muschietti era riuscito a farci tornare bambini e farci vivere quelle paure da piccoli brividi, comprendendo però nella sua visione i grandi temi come il bullismo, la solitudine, l'amicizia e la vita di provincia americana, perni della versione cartacea, col secondo capitolo il progetto si è trasformato in un film di sequenze poco horrorifiche, basate per lo più su jump scare alla lunga prevedibili, eliminando tutti i messaggi e i ragionamenti che avevano reso il libro così amato. Una sorta di appiattimento al prodotto mainstream per eccellenza, cioè il popcorn movie per ragazzi, l'horror di paura istantanea e passeggera.

Il progetto cinematografico dell'adattamento di It soffriva di mancanza di tempo: per adattare una storia come questa, intrecciata nell'arco di 27 anni, con diversi protagonisti e punti di vista, con vari riferimenti tra presente e passato, l'unica forma possibile è quella della serialità televisiva. Così come nel libro questa storia per essere riportata ed adattata in tutto il suo fasto deve mettere in relazione costantemente i due piani temporali, deve dare spazio alle storie parallele, che King ci racconta per creare contesto, e deve moltiplicare il punto di vista, lo sguardo narrativo sugli avvenimenti, visto che la storia è composita di un gruppo di personaggi protagonisti.

Nel periodo trascorso tra il primo e il secondo film è uscito su Netflix "The Haunting of Hill House", serie tv in otto puntate, adattamento del libro "l'incubo di Hill House" di Shirley Jackson. Creata e diretta da Mike Flanagan, “The Haunting of Hill House” riesce a fare quello che ci si aspettava da It: parlare dei personaggi, delle loro paure e dei loro tormenti.

Ovviamente la storia e il romanzo di Shirley Jackson sono stati una fonte di ispirazione per King; quello che però bisogna sottolineare ed elogiare è il processo di scrittura e produzione di questa serie tv. Mike Flanagan descrive così i suoi fantasmi:

″In ogni storia di fantasmi, un fantasma è un impatto del passato sul presente. È questa la realtà, non importa in che modo la presenti. Un fantasma è semplicemente un elemento del passato che rifiuta di vivere nel passato e piuttosto invade il presente e lo altera.”

Così come in It presente e passato sono legati da Pennywise, dalla paura dei personaggi e dal loro essere bloccati in quella giovinezza, anche in Hill House i vari protagonisti ci vengono mostrati continuamente in relazione con il loro io passato: i piani temporali sono in connessione e la storia prende strade diverse attraverso queste connessioni. Quello che in It è Pennywise in Hill House è la stanza rossa, quest’ancora dimensionale che cerca di mangiare le nostre anime.

Fondamentale poi in entrambi i prodotti (e anche nella seconda stagione di “The Haunting”, “Bly Manor”) è il punto di vista. Ogni evento ci viene rappresentato e raccontato in diversi modi e versioni, che aggiungono o cambiano qualcosa all’evento.

Questo crea un corpus di sensazioni differenti, che arricchisce il racconto e approfondisce i nostri character. E come in It anche qui c’è il personaggio che fa il suo punto di vista storia attraverso la scrittura: Bill con i suoi libri e Mike con il suo diario in It, Steven con la sua saga letteraria in Hill House.

Molte sono le similitudini tra queste due storie; ed è per questo che l’unico modo per rendere degno un prodotto trasposto di It è attraverso la serialità televisiva. Tutti vogliamo rivivere quella delicatezza e quella profondità di racconto, che mostra le paure come gabbie, che le tramuta in errori di scelte, in segni indelebili sulla personalità dei protagonisti.

Tutti vogliamo vedere il significato che il tempo ha in queste storie, il suo logorare rapporti e creare ossessioni; e tutti vogliamo vederlo messo in scena proprio come in quel gioiello che è “The Hounting of Hill House”

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