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Quel pasticciaccio brutto de La Torre Nera

Qualcuno ha dimenticato il volto di suo padre, ma anche del resto della famiglia

Quando sono uscite le prime notizie sull’adattamento de La Torre Nera l’ho difeso a spada tratta da chi lo bollava a priori come una puttanata. Perché la stessa vicenda si può raccontare in mille modi, perché nessuna storia è intoccabile, perché cerco di non giudicare in base alle sensazioni e perché Elba e McConaughey sono attori che stimo.

Ci ho creduto anche quando ho visto Roland lanciarsi nel vuoto e sparare come se fosse in Equilibrium o in un film di John Woo.

Sapevo che non potevo aspettarmi un racconto fedele, sarebbe stato come travasare una botte di vino in un bicchiere. La saga de La Torre Nera è un racconto contorto, esoterico, stratificato e complesso, egualmente diviso tra horror, mito arturiano, western e cyberpunk. Molte delle cose che funzionano su carta sarebbero complicatissime da portare sullo schermo.

D’altronde fin da subito era stato messo in chiaro non sarebbe stata una trasposizione fedele del romanzo, ma un qualcosa che ne prendeva personaggi e suggestioni per dar vita a un lungometraggio che fosse conclusivo, che volendo poteva aprirsi verso una saga cinematografica.

Diciamo che, da quel che ho visto, potremmo anche evitare di menzionare eventuali seguiti, aspettare che il pubblico dimentichi e ripartire fra qualche anno con una bella serie TV di almeno sei o sette stagioni.

Questo è un film che ha dimenticato il volto di suo padre, ma pure di tutti gli altri parenti.

Fondamentalmente ci troviamo di fronte a un racconto fantasy PG-13 per ragazzi in stile “La Storia Infinita” con L’uomo in nero nella parte del Nulla e di Gmork.

I cliché ci sono tutti: il bambino speciale che è la chiave di tutto, ma che i genitori credono pazzo, un mondo parallelo a cui accedere con dei portali e un difensore praticamente invulnerabile, qualche mostro di contorno, demoni in agguato. Su questa impalcatura di base sono stati incollati in maniera frettolosa alcuni elementi del primo capitolo della saga, giusto per dare uno straccio di senso alle varie sequenze in cui Elba spara o McConacoso gigioneggia a fare il cattivone standard, tutto qua. Una roba che cerca di remixare ciò che gli ’80 e ’90 hanno detto sull’argomento senza riuscire ad aggiungere nulla.

Questa forse è l’unica chiave di lettura positiva del film: un racconto fantastico che potrebbe piacere ai ragazzini e forse a qualcuno che non ha letto il libro e ha poco senso critico. Il resto crolla più rumorosamente di quanto non farebbe la Torre.

Dimenticate la gravitas del Pistolero, la complessità del suo personaggio e la sensazione che ogni colpo della sua pistola sia il frutto di un ragionamento profondo. Il Roland del film è fondamentalmente un toro armato e incazzato che si butta a testa bassa contro l’uomo in nero, il quale cerca di rapire bambini in tutto il mondo per lanciare dalla loro testa un raggio laser contro la Torre.

Gli unici aspetti positivi sono, forse, le rappresentazioni visive del Medio-Mondo, la sua desolazione fatta di deserti e strutture di un passato remoto, ma non è niente che un giocatore di Fallout (che viene palesemente citato nei display verdi dei portali) non abbia visto/fatto molto meglio. Poco posso dire sulla recitazione, non avendolo visto in lingua originale, ma il casting dei personaggi principali mi è parso azzeccato. Gli altri si dimenticano subito.

Meno male che alla fine hanno tolto alle pistole quell’effetto “spada laser” azzurrino che rendeva il tutto ancora più posticcio e forzato.

Complice anche la durata abbastanza breve, tutto si muove troppo velocemente, senza darci il tempo di assaporare le cose, di trovare un senso, senza una coesione di fondo. Impossibile anche solo scorgere la complessità di fondo della storia, dei suoi protagonisti del “mondo che è andato avanti”. I rari momenti di tranquillità servono solo per raccontare allo spettatore cosa succederà nelle scene successive, il resto son pistolettate e poco altro. I pochi momenti piacevoli sono quelli di Roland che cerca di ambientarsi nel mondo moderno, ma questo perché il topos narrativo del “tizio di un altro mondo che arriva sulla Terra” funziona sempre.

Sarebbe stato sufficiente condensare il primo libro, catturando quel tanto che bastava della sua essenza per creare una saga che era già comodamente divisa in capitoli, ma si è deciso di proporre una banalissima storia di bene vs male con un bambino nel mezzo che pesca qua e là dall’inizio e dalla fine della saga, incollando pezzi a caso.

Cosa resta allo spettatore dopo la visione? Niente, non una soluzione di regia interessante, non una sequenza d’azione particolarmente originale, tutto scorre frettolosamente, come se il regista e gli attori non vedessero l’ora di concludere. Magari chi non conosceva i libri sarà spinto alla lettura, ma chi li venera cercherà di dimenticare questi 95 minuti il prima possibile, fortunatamente non sarà una missione difficile.

Giudizio finale:

SPOILER PER CHI HA LETTO TUTTI I LIBRI

So che l’avventura di Roland si azzera ogni volta, dunque teoricamente il film inizia là dove finisce il libro, con il pistolero nel deserto che ha ritrovato il corno di Eld, pronto a ripartire, ma fidatevi, per quanto sia un’affascinante chiave di lettura, non cambia niente. Purtroppo resta solo un film bruttino.

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Stranger Things: il miglior motivo per farsi Netflix dai 30 anni in poi

Operazioni furbette che puntano al cuore dei trentenni ne abbiamo viste tante, ma Stranger Things, miniserie Netflix da 8 episodi uscita tre giorni fa, è probabilmente il gesto d’amore e di rispetto più grande verso un cinema che oggi sembra perduto.

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Lo so che lo abbiamo sentito dire tante volte, ma stavolta è vero, fidatevi. Se non l’avete ancora fatto è il momento di sfruttare il mese gratuito su Netflix, ma procediamo con ordine.

Quali sono gli elementi fondamentali di un film d’avventura per ragazzi?

Un gruppo di amici eterogeneo, una sorta di piccola società segreta in cui ci sono leader naturali, geni, clown, litigi e riappacificazioni, riti personali e interessi comuni. Un naturale ritrovarsi di personaggi che normalmente vengono dipinti come nerd, sfigati, diversi, deboli.


Una cittadina fuori dai ritmi delle grandi metropoli, in cui l’evento più grande è la fiera di paese.

Dei bulli che inizialmente sembrano intoccabili, che spesso rompono qualcosa di prezioso, ma che alla fine la pagano.

Una sorella maggiore un po’ stronza e snob.

Il sesso visto non con morbosità, ma con curiosità, emozione e un po’ di paura, un mondo mistico e ancora distante.

Gli adulti, col loro peso del mondo, le loro responsabilità, le loro regole, personaggi a cui sfuggire, a cui nascondere, perché tanto non capirebbero.

Un elemento fantastico e spesso terrificante, una forza sovrannaturale incontrollabile che i nostri eroi combattono con un coraggio che non credevano di avere, spesso senza l’aiuto degli adulti, se non alla fine.

Il colpo basso

I Goonies, Navigator, Stand By Me, IT, ET, Scuola di Mostri, Peter Pan, tanto per citare i primi che ci vengono in mente, sono tutti film che fanno ampio uso di questi elementi e sono riusciti, grazie anche a una scrittura a prova di bomba a tatuarsi nella nostra mente e diventare una grande cineteca condivisa, una sorta di scala di valori, fiabe moderne che hanno accompagnato la crescita di milioni di persone.

Altro colpo basso

Stranger Things prende tutti questi elementi e li spalma lungo otto puntate, saccheggiando a piene mani sia dal filone fantastico per ragazzi sia dagli horror in stile “Seconda serata sui Italia 1”, da X-Files ma soprattutto da Stephen King, dal quale, per andare sul sicuro, prende anche il font del titolo, che ricorda clamorosamente quello delle prime edizioni a cavallo tra ’80 e ’90. Non è un caso che dietro ci siano i Duffer Brothers che già in Wayward Pines avevano trasportato una certa suggestione a metà tra King e Twin Peaks.


La storia è essenziale, ma da subito interessante: un ragazzino sparisce in circostanze misteriose, la colpa è probabilmente degli esperimenti fatti dal governo nei laboratori vicini alla città, i suoi amici lo cercano, la madre lo cerca, il resto del mondo non gli crede.

A pensarci bene una parola negativa come “saccheggio” è forse troppo cattiva per un’opera confezionata ad arte, che cita sì col trucchetto nostalgico, ma lasciando soprattutto che siano la costruzione di alcune scene, la regia, il colore, i costumi a suscitare nello spettatore un caldo e rassicurante senso di familiarità. E poi c’è un casting perfetto, che mescola qualche vecchia star ormai tramontata a facce nuove e assolutamente normali, volti puliti che per certi versi ricordano una versione giovane e moderna di Kevin Bacon o Sean Penn.


C’è il gruppo di ragazzetti sfigati e pieni di difetti, come IT o I Goonies, ci sono le bici di ET, ci sono mostri che escono dalle pareti come Poltergeist, c’è una bambina con poteri psionici come Carrie o L’incendiaria, i poster alle pareti de Lo Squalo e La Cosa, ci sono persone ritenute pazze che poi hanno ragione come nella maggior parte dei film con gli alieni, ci sono ragazzine vestite come quella dei Goonies, gente che sale dalla finestra per sgattaiolare in camera della ragazza, prove di coraggio, giuramenti sigillati con lo sputo e una colonna sonora che viaggia tra Carpenter, la Retro Future e pezzi dell’epoca.

La saggezza di Stranger Things sta nel fatto che dopo un inizio in cui si viene bombardati da riferimenti, strizzatine d’occhio e citazioni visive, nella seconda parte la storia prende il sopravvento e si porta avanti senza incertezze e salti logici, con una solidità e una naturalezza che manca a un’altra operazione simile, quel Super8 che cercò a suo tempo di riportare in auge il racconto di fantascienza e mistero per ragazzi.

Se hai dai trent’anni in su è praticamente impossibile non amare Stranger Things ed è oggettivamente molto difficile giudicarlo con serenità, perché sì, è una produzione furba, furbissima, a volte quasi stucchevole nel suo cercare di piacerti a tutti i costi, ma è fatta così bene che, perdonatemi il discorso da vecchio bacucco, evidenzia l’impressionante differenza di spessore tra i racconti Young Adult moderni, come Twilight, Hunger Games o Divergent e ciò che apprezzavamo da piccoli, in cui una bici lanciata a tutta velocità poteva andar più forte di un’auto della FBI.


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