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Stephen King

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Da dove comincio se voglio farmi una cultura su Stephen King per fare colpo?

Quando in una stessa frase compaiono le parole letteratura e horror, il nome che inevitabilmente ne viene fuori è quello di Stephen King, l’unico e inimitabile maestro dell’orrore.

Nato a Portland nel 1947, il Re comincia a scrivere da giovanissimo, su una vecchia macchina da scrivere nella sua stanza di studente squattrinato. Le case editrici, come spesso accade, non capiscono subito il talento che avevano sotto mano e rifiutano alcuni dei suoi scritti. Sarà la moglie Tabitha, prima lettrice e correttrice di bozze di King a spronarlo a non mollare. La sua prima opera, Carrie – 1974 – sbancherà solo una volta arrivata in edizione economica, permettendo allo scrittore di dedicarsi notte e giorno (letteralmente!) alla sua privata ossessione. Nei primi anni pubblicherà sia con il suo vero nome che con lo pseudonimo di Richard Bachman, usando poi questo escamotage lungo tutta la sua carriera.

Il cinema vedrà da subito il potenziale narrativo di Stephen King, portando un numero esorbitante delle sue opere sul piccolo e grande schermo. Con alterne fortune, va detto – come accade quasi sempre nei casi di trasposizione da un medium all’altro.

Stephen King

I lettori di lunga data riconoscono lo stile di King dalle prime pagine e ci sono alcuni stilemi che tornano, sia nei romanzi che nei racconti, così come alcuni temi che lo scrittore del Maine predilige e che tornano in quasi tutta la sua produzione (il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, alcune figure archetipiche, la lotta tra il bene e il male, tanto per dirne alcune).

La bibliografia del Re conta diverse decine di titoli – da fan una cosa, seppur dolorosa, va ammessa: non tutte allo stesso livello, anzi! – che spaziano dai racconti brevi fino alle sceneggiature, passando per ogni dimensione del romanzo. Leggenda vuol che il suo metodo sia degno di un impiegato bancario: sveglia presto, colazione, sessione di scrittura fino a pranzo, breve pausa per mangiare e poi di nuovo al tavolo da lavoro fino a sera. Impegni mondani e ritiri di premi esclusi, ovviamente.

Una produzione così ampia e veloce – in alcuni anni il caro Stephen ha sfornato libri al ritmo di uno all’anno – può mandare in confusione o perfino spaventare i lettori più accaniti: ecco il perché di questo articolo.
Oggi vi propongo quattro titoli di Stephen King, cercando di ampliare il più possibile la varietà di titoli, tipologie e generi (per quanto possibile, dato che si parla comunque del re dell’orrore).

A volte ritornano

A volte ritornano, 1981
Personalmente, il racconto breve è una delle forme d’espressione che prediligo: nel volgere di poche pagine, l’autore è chiamato a presentare un personaggio, narrarne le gesta e chiudere col botto. Tantissimi scrittori – anche tra i più grandi – si sono schiantati contro il crudele muro del racconto che ha come regola aurea l’eliminazione del superfluo e l’abbandono di ogni orpello: non è questo il caso del Re, che ha all’attivo ben undici raccolte di racconti.

Il mio consiglio (che vale un po’ per tutto, film di Star Wars compresi) è quello di cominciare cronologicamente e quindi recuperare A volte ritornano, risalente al 1981. Il volume raccoglie tutte le storie brevi scritte da King prima di quella data: come spesso capita alle sue storie, alcune sono state riscritte dal maestro in persona, che le sgrezzate da tutto quanto non necessario, alla luce dell’esperienza e dell’evolversi del suo stile.

Tra l’altro, A volte ritornano è il primo libro di cui Stephen King ha scritto la prefazione, rivolgendosi ai suoi lettori con lo stile colloquiale che caratterizzerà molte delle sue successive produzioni. Insomma in un solo libro, ben due aspetti fondamentali per conoscerlo.

L'ombra dello scorpione

L’ombra dello scorpione, 1978
Passiamo da un estremo all’altro, in termini di lunghezza e maestosità dell’opera. Con L’ombra dello scorpione, Stephen King si prende tutto il tempo e le pagine necessari a raccontare una storia corale, drammatica e dolorosa.

La società come la conosciamo, in questo libro di oltre mille pagine, è finita a causa di un’influenza particolarmente virulenta, sfuggita al controllo dei militari che avevano intenzione di usare il virus come arma batteriologica.

Questa premessa permette a King di divertirsi a narrare uno degli argomenti che diventeranno topos della sua opera, ovvero la reazione delle persone dinnanzi a eventi devastanti. Così come, in The dome di molti anni più tardi o in Cose preziose, King prende personaggi dalla vita ordinaria, li mette dinnanzi allo straordinario e segue le loro azioni passo dopo passo.

E così, in L’ombra dello scorpione vediamo rinascere la religione e una società basata sul terrore, incontreremo personaggi distrutti dal dolore e altri che ne hanno fatto un punto di forza, vittime che diventano carnefici e carnefici che si improvvisano tiranni.
Un libro essenziale nella bibliografia di Stephen King sia per i temi che per i personaggi (alcuni dei quali ritorneranno anche in altre opere).

Bonus: da questo libro è stata tratta una mediocre serie tv nel 1994 e una discreta riduzione a fumetti in sei volumi curata dalla Marvel.

The Shining

Shining, 1977
Shining, per la mia personale esperienza, è IL libro di King. In molti obietteranno questa mia scelta, attribuendo lo stesso titolo al ciclo de La torre nera o a L’ombra dello scorpione – che racchiudono temi e personaggi base della mitologia kinghiana – ma io, pur avendo cominciato a leggere King con Le notti di Salem, mi sono innamorato dello scrittore con il libro in questione.

Buona parte del merito va anche al film di Stanley Kubrick, che ha creato un mito intorno alle figure di Jack Nicholson, Shelley Duvall e Danny Lloyd. Certo, il re del terrore ha disconosciuto il film non appena è arrivato nelle sale, ma questa è un’altra storia (tra l’altro, vale anche la pena vedere il film e leggere il libro per segnarsi le tante differenze tra i due prodotti!).

Shining è importante, e qui ve lo ripropongo, perché racchiude il King legato all’horror puro, al soprannaturale, agli spiriti e alla follia: in questo libro di poche centinaia di pagine si mischiano terrificanti visioni infernali e perversi labirinti della mente.

Mr Mercedes

Mr. Mercedes – 2014
Buona parte del pubblico che non si avvicina a King lo fa perché è convinta che lo scrittore più famoso del Maine abbia all’attivo esclusivamente opere squisitamente horror.

Mai errore fu più grossolano: certo, leggendo King non sarete mai rilassati e sorridenti ma posso assicurarvi che le incursioni dello scrittore in altri territori letterari è ben documentata.

È il caso di Mr. Mercedes, una delle fatiche recenti del nostro autore, che è un thriller confezionato con rara maestria e con tutti i canoni del caso. La storia prende le mosse da un omicidio di massa a opera di uno piscopatico e vede protagonisti un trio di personaggi molto ben assortiti: un detective in pensione, un ragazzino adolescente molto curioso e una signora insicura e tremebonda.

Senza rinunciare al suo stile (le ultime pagine vi terranno incollati al libro, ve lo garantisco), King piazza anche qui un colpo da maestro e, dopo il successo di Mr. Mercedes, ha sfornato altri due libri con gli stessi personaggi, dimostrando di essersi divertito parecchio a scrivere queste indagini.

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Quel pasticciaccio brutto de La Torre Nera

Qualcuno ha dimenticato il volto di suo padre, ma anche del resto della famiglia

Quando sono uscite le prime notizie sull’adattamento de La Torre Nera l’ho difeso a spada tratta da chi lo bollava a priori come una puttanata. Perché la stessa vicenda si può raccontare in mille modi, perché nessuna storia è intoccabile, perché cerco di non giudicare in base alle sensazioni e perché Elba e McConaughey sono attori che stimo.

Ci ho creduto anche quando ho visto Roland lanciarsi nel vuoto e sparare come se fosse in Equilibrium o in un film di John Woo.

Sapevo che non potevo aspettarmi un racconto fedele, sarebbe stato come travasare una botte di vino in un bicchiere. La saga de La Torre Nera è un racconto contorto, esoterico, stratificato e complesso, egualmente diviso tra horror, mito arturiano, western e cyberpunk. Molte delle cose che funzionano su carta sarebbero complicatissime da portare sullo schermo.

D’altronde fin da subito era stato messo in chiaro non sarebbe stata una trasposizione fedele del romanzo, ma un qualcosa che ne prendeva personaggi e suggestioni per dar vita a un lungometraggio che fosse conclusivo, che volendo poteva aprirsi verso una saga cinematografica.

Diciamo che, da quel che ho visto, potremmo anche evitare di menzionare eventuali seguiti, aspettare che il pubblico dimentichi e ripartire fra qualche anno con una bella serie TV di almeno sei o sette stagioni.

Questo è un film che ha dimenticato il volto di suo padre, ma pure di tutti gli altri parenti.

Fondamentalmente ci troviamo di fronte a un racconto fantasy PG-13 per ragazzi in stile “La Storia Infinita” con L’uomo in nero nella parte del Nulla e di Gmork.

I cliché ci sono tutti: il bambino speciale che è la chiave di tutto, ma che i genitori credono pazzo, un mondo parallelo a cui accedere con dei portali e un difensore praticamente invulnerabile, qualche mostro di contorno, demoni in agguato. Su questa impalcatura di base sono stati incollati in maniera frettolosa alcuni elementi del primo capitolo della saga, giusto per dare uno straccio di senso alle varie sequenze in cui Elba spara o McConacoso gigioneggia a fare il cattivone standard, tutto qua. Una roba che cerca di remixare ciò che gli ’80 e ’90 hanno detto sull’argomento senza riuscire ad aggiungere nulla.

Questa forse è l’unica chiave di lettura positiva del film: un racconto fantastico che potrebbe piacere ai ragazzini e forse a qualcuno che non ha letto il libro e ha poco senso critico. Il resto crolla più rumorosamente di quanto non farebbe la Torre.

Dimenticate la gravitas del Pistolero, la complessità del suo personaggio e la sensazione che ogni colpo della sua pistola sia il frutto di un ragionamento profondo. Il Roland del film è fondamentalmente un toro armato e incazzato che si butta a testa bassa contro l’uomo in nero, il quale cerca di rapire bambini in tutto il mondo per lanciare dalla loro testa un raggio laser contro la Torre.

Gli unici aspetti positivi sono, forse, le rappresentazioni visive del Medio-Mondo, la sua desolazione fatta di deserti e strutture di un passato remoto, ma non è niente che un giocatore di Fallout (che viene palesemente citato nei display verdi dei portali) non abbia visto/fatto molto meglio. Poco posso dire sulla recitazione, non avendolo visto in lingua originale, ma il casting dei personaggi principali mi è parso azzeccato. Gli altri si dimenticano subito.

Meno male che alla fine hanno tolto alle pistole quell’effetto “spada laser” azzurrino che rendeva il tutto ancora più posticcio e forzato.

Complice anche la durata abbastanza breve, tutto si muove troppo velocemente, senza darci il tempo di assaporare le cose, di trovare un senso, senza una coesione di fondo. Impossibile anche solo scorgere la complessità di fondo della storia, dei suoi protagonisti del “mondo che è andato avanti”. I rari momenti di tranquillità servono solo per raccontare allo spettatore cosa succederà nelle scene successive, il resto son pistolettate e poco altro. I pochi momenti piacevoli sono quelli di Roland che cerca di ambientarsi nel mondo moderno, ma questo perché il topos narrativo del “tizio di un altro mondo che arriva sulla Terra” funziona sempre.

Sarebbe stato sufficiente condensare il primo libro, catturando quel tanto che bastava della sua essenza per creare una saga che era già comodamente divisa in capitoli, ma si è deciso di proporre una banalissima storia di bene vs male con un bambino nel mezzo che pesca qua e là dall’inizio e dalla fine della saga, incollando pezzi a caso.

Cosa resta allo spettatore dopo la visione? Niente, non una soluzione di regia interessante, non una sequenza d’azione particolarmente originale, tutto scorre frettolosamente, come se il regista e gli attori non vedessero l’ora di concludere. Magari chi non conosceva i libri sarà spinto alla lettura, ma chi li venera cercherà di dimenticare questi 95 minuti il prima possibile, fortunatamente non sarà una missione difficile.

Giudizio finale:

SPOILER PER CHI HA LETTO TUTTI I LIBRI

So che l’avventura di Roland si azzera ogni volta, dunque teoricamente il film inizia là dove finisce il libro, con il pistolero nel deserto che ha ritrovato il corno di Eld, pronto a ripartire, ma fidatevi, per quanto sia un’affascinante chiave di lettura, non cambia niente. Purtroppo resta solo un film bruttino.

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