STAI LEGGENDO : Le Roi & The Boss - L'estate dei capolavori

Le Roi & The Boss - L'estate dei capolavori

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Un filo sottile collega la carriera e la storia di Michel Platini e di Bruce Spingsteen. Ed è un filo che ha origine in Italia.

Da qualche parte nel Mondo dovrà pur esistere una spiegazione al perché alcune persone siano state stradotate di capacità creative e intellettuali. Esseri umani sopra la media in vari ambiti. Dna eccellenti, molti dei quali, curiosamente, provengono da una medesima, quanto limitata, area geografica.

 

Quella penisola dalla particolare forma, sistemata nel mezzo tra Alpi e Mediterraneo che noi oggi chiamiamo Italia. Leonardo e Galileo, Manzoni e Verdi, fino a Pasolini e De Andrè. La lista è sconfinata e si amplia se allarghiamo il concetto anche a coloro che, la loro terra d’origine hanno un giorno deciso di lasciare, andando a formare diversi mix etnici. Italo americani, argentini, francesi e cosí via.

 

E, oltre a Martin Scorsese e Astor Piazzolla, Ayrton Senna e John Fante, dobbiamo soffermarci su due famiglie di espatriati talmente lontane tra loro da possedere qualche punto in comune. E c’entrano, come sempre, il genio e la creatività. 

A Joeuf, un pugno di case del profondo Nord Est francese a pochi chilometri dal Lussemburgo, si è stabilita una famiglia novarese, emigrata decenni prima da Agrate Conturbia, poche migliaia di abitanti tra le risaie e le colline che si spingono oltre il Lago Maggiore. Francesco, il capofamiglia, da muratore è diventato gestore di un bar e gli ha dato un nome che sembra una preveggenza: il Cafe’ des Sports.

 

Ed è proprio lí, tra un liquore e una birra serviti ai clienti che il figlio Aldo conosce Anna, cameriera italo francese, che sposerà tempo dopo. Aldo è un professore di matematica e nel tempo libero allena il Nancy. Hanno due bambini, una femmina e un maschio e quest’ultimo, più che studiare, resta sempre attaccato al pallone, sognando di calpestare l’erba di quel campo nel quale papà allena. Si chiama Michel Platini.

 

Dall’altra parte dell’Oceano, invece, sono arrivati, alla fine dell’Ottocento, gli Zerilli. Provengono da un paese affacciato in parte sulla penisola sorrentina e in parte con vista Napoli: Vico Equense. Come molte altre famiglie meridionali hanno scelto la “Merica”, mettendo da parte la nostalgia di lasciare lo Stivale per sistemarsi in qualche paesino della East Coast.

 

Una volta sbarcati ad Ellis Island, la polizia traduce male il cognome, sicchè diventano automaticamente “Zirilli”. Adele, una delle discendenti, anni dopo conosce e sposa Douglas, un ragazzo di origini irlandesi, che fa mille lavori per racimolare quel che serve per sopravvivere e che di cognome fa Springsteen.

 

La loro unione sarà benedetta da tre figli: Virginia, Pamela, che diverrà una affermata fotografa e il maschio, il maggiore dei tre. Lui, invece che dalle foto, subirà un colpo di fulmine dalle corde di una chitarra e dalla “British Invasion” degli anni ’60. Il suo nome di battesimo è Bruce.

Italiani per metà, diversi in tante cose.

 

Michel non rinnega le sue origini, ma quando ne parla ha sempre quel suo accento transalpino e la R ben arrotata. Lui è della terza generazione e il Tricolore è un lontano ricordo nei racconti di nonno Francesco e dentro i polverosi cassetti di famiglia.

 

Bruce, invece, la lingua di Dante non la parla, ma ogni qual volta mette piede a Piazza del Plebiscito con la sua E Street Band, non dimentica di accennare un “O’ Sole Mio” e dedicare due frasi a mamma Adele. É vero che ha tatuato il New Jersey vero e profondo sul cuore, ma proprio come molti “paisà” non dimentica dove tutto ebbe inizio, da dove i nonni o i genitori dovettero partire, valigia di cartone e qualche speranza, per un futuro che era migliore solo nei sogni.

 

Perchè, se Joeuf, Nancy, Mulhouse, significavano pioggia e miniere, “Nuova” York e Boston erano enormi slums denominati “Little Italy”. E nessuno li ha descritti meglio che l’istantanea di Jacob Riis “Bandit’s Roost” del 1888.

 

Le loro due carriere hanno un inizio parallelo allo sbocciare degli anni ’70. Il francese dai riccioli neri debutta nel Nancy, quel Nancy che papà Aldo allenava anni prima e che ora è stabilmente in Division 1. Ci giocherà fino al 1979, contribuendo alla vittoria della Coppa di Francia ’78 in finale contro il Nizza.

Il ragazzo di Long Branch, invece, appare sugli scaffali dei negozi di dischi e nelle radio dodici mesi dopo, con “Greetings from Asbury Park, N.J. Ed è sempre in quella occasione che, attorno a Bruce, incominciano a suonare nomi come: Vini Lopez, Clarence Clemons, Steve Van Zandt. Sono i membri di quella E Street Band che da ormai quarant’anni accompagna il Boss sui palchi di tutto il mondo. Un binomio, completato da una ragazza dalle origini italo – irlandesi (guarda il caso) dai capelli rossi che, anni dopo, diverrà la sua seconda moglie: Patti Scialfa.

L’anno in cui, si fa per dire, entrano in contatto è il 1982. Dopo tre stagioni, condite con un campionato con il Saint Etienne, Platini firma per la Juve. Lui, chiamato per alzare quella dannata Coppa Campioni, se la vede sfuggire proprio in finale. Vince il Pallone d’Oro, ma non basta. Anche perchè, nell’estate del 1984, si disputano gli Europei in Francia e “Le Roi” ci tiene tantissimo.

 

Sono i più forti in circolazione. Tigana, Fernandez, Giresse, Battiston. Ad Hidalgo manca un vero bomber, ma non è detto che sia un problema. L’uomo di Joeuf si presenta all’appuntamento a 29 anni, ancora re dei cannonnieri, ma stavolta anche campione d’Italia e vincitore della Coppa delle Coppe. Ora l’attenzione è tutta sulla maglia bleu.

 

Springsteen, dopo l’album di debutto, ha già piazzato la sua tripletta in cima alle classifiche, commerciali e di critica. “Born to Run”, “Darkness on the Edge of Town” e “The River”. É nato il fuoriclasse del rock U.S.A. Erede di Bob Dylan, cantore della storia e del sogno “made in America” con le sue contraddizioni, le sue illusioni, apre gli occhi alla società dell’epoca.

 

“Cause tramps like us, baby we were born to run” cantava nel ritornello della sua prima hit. Un americano nato dall’unione di due grandi comunità straniere, che ama cosí tanto il suo Paese da criticarlo e sferzarlo. Svegliarlo da quel sogno che non esiste, dalle immagini di plastica delle riviste e della tv. Il tutto, con una energia che nessuno aveva ancora visto sul palco, quello che considera il suo vero e proprio regno.

 

Quando si arriva al 1982, però, capisce che bisogna cambiare. Una nuova sfida, guarda caso nello stesso anno in cui Michel va a giocare in Italia.

E Michel in Italia è semplicemente dominante. É di gran lunga il miglior giocatore del torneo. Gioca da 10 e da 9 insieme e segna più dei bomber di razza. Con la palla ci gioca, ma nel vero senso del termine.

 

Non è un sudamericano che se ne innamora, che la corteggia fino quasi a considerarla propria. Come un pennello, la usa per dipingere. Una collezione che va dai lanci da 30 metri ai gol, in tutte le salse. Punizioni, tocchi in area da vero centravanti, dribbling a difensori e portieri per poi appoggiarla in rete. Il 12 giugno inaugura, contro la Danimarca, Euro ’84. Unico tra i 22 a giocare all’estero.

 

Tutto il Paese sa che la rosa in mano ad Hidalgo è una di quelle che passa una nella Storia e che il treno che si è fermato a Gare de Lyon chissà quando ritornerà. La gara è tiratissima e allora Michel, a dodici dalla fine, sfrutta un’insistente azione e si fa trovare al momento giusto nel posto giusto. Il tiro è debole, ma lo aiuta una deviazione. 1-0 e primi, pesantissimi punti in classifica.

 

I primi giorni del 1982, il Boss entra in studio con in testa qualcosa di diverso dal solito. Si porta con sè un’armonica e la chitarra acustica. L’idea è quella di aggiungerci in seguito il contributo della E Street, ma nel frattempo ciò che esce dalla sua prima registrazione è un album intimo, malinconico, tendente al folk piuttosto che al rock puro a cui ci aveva abituato.

 

Dentro ci mette poesia e amarezza. Qualcuno parla di un momento di depressione del cantante, che ha generato quest’opera che lui intitola “Nebraska”. Decide di pubblicarlo cosí com’è. Solitario e cupo. Il disco rompe totalmente con il passato. La critica lo apprezza, il pubblico un po’ meno. Commercialmente non va bene e allora Springsteen capisce che ha bisogno di un ritorno alle origini. Si rimette in studio. É una sessione infinita, di quasi due anni, dove mette a referto 12 tracce e questa volta inserisce il contributo della E Street. Manca solo un titolo d’impatto e a quel punto gli viene in mente di riflettere sulla situazione politica a stelle e strisce.

La seconda gara della Francia, contro il Belgio, fa capire che i “Galletti” si sono scrollati di dosso paure ed emozioni. A Nantes è davvero calcio – champagne. Un 5-0 finale con tre gol di “Le Roi”. Un 5-0 che vuol dire semifinale contro la sorpresa Portogallo. Nel mentre, il numero 10 fa in tempo a segnare altri 3 gol alla Jugoslavia. Nell’ordine: di sinistro da prima punta pura. Di testa in tuffo. Infine, punizione dal limite dell’area, con palla che si telecomanda dove nessuno può arrivare.

 

Otto giorni prima che l’Europeo apra i battenti, Bruce Springsteen pubblica il suo settimo album. La copertina è una icona del Novecento musicale. Le stripes sullo sfondo, il Boss di schiena con i jeans con cintura stile western e il cappellino da baseball in tasca.

 

É nato “Born in the USA”, la sua masterpiece. É un successo planetario.. Lui, il Boss, è in uno stato di grazia tale che riesce a coniugare suoni mainstream a temi progressisti, che parlano all’America attuale.

 

Parla di voglia di dimenticare quelle che lui chiama umiliazioni e di cambiamento. Fonde politica e speranza. C’è una grande fetta di americani che si riconosce nelle sue canzoni. Che non raccontano solo il lato reaganiano, ma anche l’altra faccia. Quella di chi non ha voce per farsi sentire.

La semifinale di Marsiglia è molto più difficile di quanto pronosticato. Eppure, nel primo tempo, sembrava un match senza storia. Che spettacolo vedere Platini duettare a turno con la sua “E Street Band”. I suoi filtranti, i suoi fraseggi palla a terra spaccano in due i lusitani, che però tengono botta, per pareggiare a 15 dalla fine. Si va all’extra time.

 

Dove i rossoverdi partono meglio passano in vantaggio. Avrebbero anche la chance per il 3-1, ma i padroni di casa si  salvano e pareggiano subito dopo. L’oscillazione della partita ora è di nuovo tutta dalla parte dei transalpini. E non può che essere lui, quell’italo francese elegante che riesce a buttarla in porta per il 3-2 decisivo a un minuto dai rigori.

 

La finale è con la Spagna. Gara noiosa. Sembra chiaro che sarà un episodio a deciderla. Minuto 57: punizione dal limite dell’area. La tira Michel, sul palo del portiere. Facile, talmente tanto che Luis Arconada va per bloccarla invece che respingerla. Sembra che ci riesca, ma la sfera, lentamente gli scappa di mano ed entra in porta.

 

Resta una delle “papere” più decisive della storia del calcio. 1-0, poi al 90esimo, Bellone con un tocco sotto sul portiere in uscita sigla il 2-0. Francia campione d’Europa per la prima volta.

Una delle migliori interpretazioni del gioco del calcio nella storia ultra centenaria di questo sport.

Un’ensemble il cui direttore è quel ragazzo con lo sguardo furbo, di quelli che sanno di essere forti e nulla fanno per nasconderlo. Chiuderà l’anno con il secondo Pallone d’Oro consecutivo e darà dimostrazione della sua supremazia ancora per un paio di stagioni. Poi basta perchè, parole sue, era stufo. E vedere un campione trascinarsi è spesso penoso.

Chissà se i due si sono mai incontrati. Di sicuro, in quel 1984, raggiungono entrambi l’apice della gloria. Entrano nell’Olimpo delle loro rispettive arti, scrivendo i loro nomi a imperitura memoria in qualche “Walk of Fame” dei geni.

 

Platini diverrà ct della Francia, organizzerà i vittoriosi mondiali ’98 e poi entrerà nella politica del pallone: presidente UEFA. Travolto dallo scandalo Blatter, si dimetterà. Nel maggio del 2018 verrà scagionato da ogni accusa. E uno come Michel non molla. Non vuol chiudere cosí e ha promesso che tornerà in pista per essere ancora il numero uno.

 

Numero uno come Springsteen.

 

Ha scritto pezzi struggenti per film indimenticabili (“Philadelphia”, “The Wrestler”, “Dead Man Walking”). Ha fuso musica e letteratura con l’indimenticabile “The Ghost of Tom Joad”. Ha cantato l’America post 9/11 con “The Rising”. Una vera icona americana.

 

I liberal – democratici ne hanno fatto una bandiera, ma Bruce appartiene a tutti. Perchè una canzone è come un gol: un talento la crea e poi la regala al mondo. E in quella estate di tanti anni fa, nel Pantheon dei capolavori, ci sono entrati loro. Due oriundi figli dello Stivale. Un Re elegante dalla casacca blu e un esuberante Boss con la chitarra a stelle e strisce.

 

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