L’incapacità di discutere e l’utilizzo di un capro espiatorio
Perché in questi anni si è un po’ persa la capacità di ascoltare l’altro e di creare occasioni di incontri formativi?
Qualche settimana fa la mia Home di Facebook è stata letteralmente invasa dagli screen di un articolo in cui, fra mille parole, troneggiava questa frase: “Peggio i videogiochi”. Prima di farmi prendere dalla rabbia, ho deciso quindi di leggere tutta l’intervista fatta all’attore di questa serie tv italiana protagonista dell’articolo. Ma niente, il concetto era quello e veniva ribadito e sottolineato senza possibilità di fraintendimenti.
Molti miei amici, e magari anche tu che adesso stai leggendo queste parole, si sono giustamente arrabbiati moltissimo. Potrei fare una lista lunghissima di videogiochi che sono un’opera d’arte, capaci di suscitare emozioni forti come poche cose, e soprattutto che sono lontanissimi dal concetto di violenza.
Però alla fine il messaggio che è passato, soprattutto a chi non è molto esperto di questo settore, è questo: “videogiochi=violenza” senza possibilità di replica. Così è avvenuta una reazione a catena incontrollabile di escalation di parole fra chi difendeva i videogiochi e chi l’autore dell’articolo. Allora ho iniziato a chiedermi come si sia arrivati all’incapacità di comunicare, di saper ascoltare l’altro senza essere prevenuti e fermi sulle proprie condizioni.
Tutto questo può sembrare cosa di poco conto, una frase buttata lì giusto per far parlare di sé e creare titoli clickbait, ma sono queste le piccole scintille che fanno scattare il fuoco che alimenta la rabbia dei leoni da tastiera. In parole povere, il pretesto che molti cercano per sfogarsi un po’ sui social.

Fondamentale è l’approccio
Prima ho detto che potrei elencarvi innumerevoli titoli di giochi non violenti ma anzi istruttivi. Ho pensato però che il discorso non è tanto quello di fare una classifica, quanto guardare il nostro approccio ai videogiochi in generale.
Ad esempio, confesso di non essere una grande fan della saga di GTA, sono sempre stata prevenuta e l’ho sempre considerato un titolo violento e diseducativo. Eppure un giorno, mi sono ritrovata a guardare la serie di uno streamer di Twitch che giocava a questo gioco. Questo ragazzo ha usato GTA per creare episodi di più puntate in cui lui e i suoi amici doppiavano i loro avatar, creando così una storia come se fosse una serie tv.
Tutto questo per dire che non sono i videogiochi ad essere violenti, ma siamo noi a renderli tali. Certamente ci sono dei giochi adatti a diverse fasce d’età ma è a questo che serve il PEGI. Non si può dare la colpa di episodi violenti che accadono nel nostro quotidiano ad un opera che ha soprattutto lo scopo di intrattenere.
Inoltre mettiamo il caso di iniziare una discussione fra appassionati, fra “nerd”, quante volte vi è capitato di dire che non vi è piaciuto un gioco o una serie tv amata da tutti e siete stati ricoperti di insulti? Questi comportamenti sono tossici ed è inutile che critichiamo chi dice che i videogiochi sono violenti se poi ci scanniamo fra noi da incivili perché ad esempio non siamo d’accordo su quale sia il Final Fantasy più bello, o il capitolo più avvincente di The Legend of Zelda. In questo caso possiamo rendere violento anche un gioco come Animal Crossing.

Le differenze devono arricchirci non dividerci
Purtroppo in questi anni si è un po’ persa la capacità di ascoltare l’altro e di creare occasioni di incontri formativi. Non solo perché si va avanti con stereotipi, ma perché spesso vedo persone che in ogni ambito non fanno altro che parlare uno sopra l’altro, offendendosi.
Ad esempio, quando i miei genitori guardano la televisione e si sintonizzano su qualche programma in cui si discute di un argomento con degli opinionisti, ho notato che non si fa altro che gridare. L’esempio più eclatante è quello dei “provax” contro i “novax”. Vengono invitate persone che spesso senza competenze, e soprattutto senza esperienza, si mettono su una poltrona vomitando cose, urlando sopra l’altro senza che poi si arrivi ad una conclusione.
Invece l’altro giorno lessi di un infermiere che è andato da solo in una piazza di novax a raccontare la sua esperienza durante la prima ondata, e sapete cosa è successo? Che ne ha convinti moltissimi. Ora non voglio parlare del vaccino e del green pass, ma tutto questo serve per dire che questa persona aveva la volontà di ascoltare perché non era interessato a fare polemica sterile, ma a salvare vite.
Non serve litigare con chi ha un’opinione diversa dalla nostra, una discussione fatta con calma, con argomentazioni supportate, può veramente arricchirci tanto.

Non è colpa di nessuno ma solo della nostra incapacità di comunicare
Ino sostanza il discorso è che la colpa non è di quel videogioco, di quella serie televisiva, o di quel libro.
Perché si, posso giocare ad un gioco splatter per divertirmi con i miei amici dopo una giornata stressante di lavoro, posso guardare Gomorra per capire certe dinamiche, riconoscere nella vita reale certi soggetti e denunciarli, o leggere la biografia di alcuni dittatori perché voglio imparare a riconoscerli per poter votare consapevolmente e non ripetere gli errori del passato.
Così come non è colpa dei social se certi contenuti sono più in vista di altri.
Ogni cosa strumento che ci viene fornito non è dotato di cattiveria intrinseca ma sta sempre a noi scegliere come utilizzarlo.