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Una battaglia dopo l’altra – ¡Viva los revolucionarios!

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Il nuovo film di Paul Thomas Anderson è una storia che parla di famiglia, retaggio e rivoluzione.

C’è una splendida idea di cinema in Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson. Un cinema netto, ben posizionato, chiaro e di una nitidezza abbacinante, che sono tutti gli attributi che dovrebbe avere un film per essere cinema e il cinema per essere d’autore oggi.

In più ci mette dentro tantissime altre cose che permettono la transizione da questa idea astratta a un film straordinario e dall’inatteso successo commerciale.

È una specie di magia: Una battaglia dopo l’altra non sono è un film talmente politico che sembra arrivare direttamente dagli anni ’70, che col cinema degli anni ’70 ha anche da spartire un gusto per lo sguardo aperto sull’orizzonte sconfinato dell’America di oggi, di ciò che è diventata l’America, oggi, o che forse è sempre stata, anche mentre guardavamo altro, distratti dal mito, inseguendo un sogno insanguinato.

La rivoluzione non è un pranzo di gala

C’è questo gruppo di attivisti, French 75, che “faceva casini in giro”, attività di disturbo, qualche rapina, qualche bomba. Diremmo “cose da ragazzi”, se non fosse che l’ideale che portano avanti non conosce età. In questo gruppo fanno parte (nomi in codice) Rocketman (Leonardo Di Caprio) e Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor), si conoscono sul campo della militanza e della guerriglia. Lui è un bombarolo, lei è l’ultima esponente di una famiglia di rivoluzionarie di colore. Durante un’azione di sabotaggio ad un centro di detenzione di immigrati messicani al confine, Perfidia incappa nella sua nemesi naturale, il graduato dell’esercito Steven J. Lockjaw e da qui inizia uno strano, persecutorio e malato triangolo amoroso fino a che la situazione precipita.

Flashforward: Rocketman e Perfidia non vivono più insieme. Lockjaw, che negli anni ha chirurgicamente colpito la colonna di French 75 di cui i due facevano parte, sta stringendo le maglie attorno a Rocketman e sua figlia, ormai latitanti sotto falso nome in una “città santuario” fortemente popolata da immigrati messicani. Inizia una caccia all’uomo per chiudere per sempre i conti con il passato.

In breve e senza spoiler, questa è la trama del film e qui sta il primo colpo da maestro di Anderson: la storia è drittissima.
Non si perde, non ha nessuna delle complicazioni contemporanee per tenere su il ritmo, non fa praticamente nessuna concessione alla gestione contemporanea del racconto, controllando la trama nel modo più lineare lineare possibile al di là di un montaggio estremamente serrato, un salto temporale – strutturale – di quindici anni e una gestione dei tempi che non ha bisogno di niente al di là della regia per funzionare.

Tutto è sempre a schermo, i rapporti tra i personaggi, la loro complessa psicologia, sono tutti esternati attraverso il corpo degli attori e le immagini che li rappresentano, senza “chiacchierare”.

In virtù di questa estrema onestà nei confronti dello spettatore, la storia non inizia “in media res”, non c’è nessun “lo dimo“, tutta la storia, le interazioni tra i personaggi, gli equilibri di potere tra le varie parti, sono presentate a schermo con una nettezza rara nel cinema di oggi.

Tutto l’antefatto al plot principale del film si svolge durante il lungo primo atto ed è strutturale per costruire le fondamenta sulle quali il film si basa. Il risultato è un film della durata di poco inferiore le tre ore che non ha un filo di grasso addosso così ricco e soddisfacente da tenere gli occhi lontano dal cellulare, anche mentre sta giocando Milan – Napoli (2-1 mannaggia la miseria).

Lo stile di regia adottato, il modo in cui la storia si sviluppa, mette in risalto tutto ciò che è presente nel film ma che non è esplicitato dalla storia. Se da una parte abbiamo il racconto di un padre che cerca sua figlia mentre la situazione precipita, dall’altro abbiamo la storia sullo sfondo che ha un tono larger than life. L’America portata in scena da Paul Thomas Anderson è un luogo al contempo oscuro, asfissiante, paranoico eppure pieno di un’umanità luminosa che si oppone ad un potere oppressore. Non esiste “lo Stato federale” centrale, esiste una propaggine talmente periferica di questo apparato legislativo che agisce in maniera del tutto autonoma e che, anzi, giustifica le proprie azioni attraverso una parvenza di legalità oppressiva, e anzi, messa in questi termini, dove i confini fisici vengono rimarcati da muri e la distinzione tra buoni e cattivi è netta, il film somiglia ad una grande storia western.

L’ambientazione del resto è quella – il confine con il Messico – ma c’è di più nella indeterminatezza del potere politico, di uno stato di diritto che è assente o corrotto, con il French 35 nella parte dei fuorilegge scorrazzano negli spazi lasciati bianchi dalle mappe, irraggiungibili dai dispositivi elettronici che come telegrafo e ferrovia sono i contatti del loro mondo con la modernità che rifiutano dal momento che rappresenta una estensione di quell’apparato militare-industriale al quale si oppongono.

A questo scopo, l’occhio del regista si allarga a dismisura ad accogliere l’orizzonte sconfinato, soprattutto nel terzo atto, con la sequenza della cavalcata, che gioca proprio con l’orizzonte, ciò che si vede e ciò che nasconde.

A rendere il film più vicino ad una pellicola genere è anche ascrivibile una gestione dell’azione controllatissima ma divertita che funziona come interpunzione per la scansione ritmica del film, sottolineata da un tappeto sonoro che non lascia mai lo spettatore.

La storia giusta

C’è un filo conduttore tematico che unisce una consapevolezza totalmente americana del rapporto tra potere e cittadini. Gli Stati Uniti sono una nazione nata nel momento in cui un gruppo di colonie ha voluto distaccarsi dalla madrepatria vestendosi da nativi per assaltare le navi cargo al porto di Boston (long story short, il Boston Tea Party). Negli ultimi anni, opere che trattano il tema di un’America estremamente divisa, fino alla radicalizzazione, si sono moltiplicate e sono diventate molto popolari, anche con discreti successi commerciali.

L’anno scorso abbiamo visto Civil War, che palesava lo scenario nemmeno troppo irrealistico di una nuova guerra civile americana. Ma penso anche ad Andor, che forse è l’opera che più si avvicina a Una battaglia dopo l’altra nel mettere in scena guerriglia, resistenza e rivoluzione. Eppure, nonostante il serpeggiare di questo risveglio politico in opere di grande intrattenimento (perché questo film è soprattutto un’opera di grande intrattenimento), fa parecchio effetto vedere il tema affrontato in termini estremamente realistici, fino al plausibile dei tratti più “grotteschi” della realtà, culminanti nei dialoghi che non sono troppo più grotteschi delle cose che abbiamo sentito dire, o alle quali abbiamo assistito nell’arco degli ultimi anni.

Con ciò, per quanto sia un posto terribile è allo stesso tempo affascinante questa America scissa tra una forza che opera per l’ordine imposto da una élite di pochi uomini bianchi che si spartiscono il potere politico, economico e militare al quale si oppone una forza caotica e picaresca di uomini e donne che combatte per la libertà come ideale ultimo a cui tutti hanno diritto, un posto dal fascino primordiale e selvaggio. E intorno a questi uno stuolo di umanità magnifica e terribile che interagisce in termini propositivi e oppositivi.

Sic semper tyrannis

Per quanto sia un film enorme per quello che racconta, la storia è portata avanti da un gruppo di attori scelti minuziosamente che dà corpo ad essa, in tutta la sua umanità magnifica e imperfetta, perché Paul Thomas Anderson, prima che un regista d’azione è un regista di attori, che già normalmente quando intercettano la sua opera sono graziati da scintilla che eleva il loro talento a livelli rari.

Su Leonardo Di Caprio e il suo talento si è scritto e detto tantissimo, quindi non mi dilungherò più di tanto se non per dire che piazza il personaggio nel sette tra palo e traversa, cesellando il ruolo da qualche parte tra il Jordan Belfort di The wolf of Wall Street e lo Hugh Glass di The revenant, per come usa il fisico, per come usa il volto per muovere un padre solo apparentemente inutile e fallibile, eppure totalmente privo della retorica stucchevole di cui solitamente sono farciti i personaggi che diventano specchio per le riflessioni sulla paternità contemporanea.

Sean Penn fa un cattivo magistrale, odioso ogni volta che è in scena e che anzi se possibile, capace di rilanciare il suo essere detestabile con un corollario di dettagli che va dalla camminata sbilenca, ai tic nervosi di uno che ha modellato il suo corpo come una macchina di repressione rivolta verso l’interno tanto quanto l’esterno.

Poi c’è il nome che da qui in poi vedremo sempre più lanciato nello star system hollywoodiano: Chase Infiniti. Non è brava. Di più. Con gli occhi è capace di esprimere una durezza rara, inquisitoria e critica ma capace di sciogliere l’apparente distacco con inclinazioni delle labbra quasi impercettibili. A mani basse, la vera protagonista della storia, incapace di svanire in essa, costantemente in controllo della parte, mai soverchiata dal peso degli attori che ha intorno a lei sul set.

Dulcis in fundo, uno straordinario Benicio Del Toro, amabile nel suo essere lo stranissimo sensei di karate messicano, camperos e karategi, padre di famiglia e leader della comunità di immigrati della città dove si svolge il secondo atto del film.

Film dell’anno

Ora, per chi segue la parabola della mia produzione di contenuti pop sa quanto negli ultimi anni abbia ridotto all’osso la mia produzione testuale.

Non è facile tenere il ritmo tra l’università, il lavoro e spesso scrivere è diventata quella cosa che toglie tempo a tutto il resto, anche quando dopo una giornata a scrivere davanti ad un pc per l’ennesimo paper proprio non hai voglia di metterti davanti al pc a scrivere l’ennesimo articolo che chissà se qualcuno leggerà mai fino in fondo, o apprezzerà, o condividerà, e quindi meglio le Recensioni dal parcheggio, anche perché spesso non c’è chissà quanto altro da dire su un film. Tutto ciò per dire che scrivere è diventato un po’ un contenuto speciale, una carta che spendo, almeno per il cinema, quando qualcosa non può essere contenuta in 2 minuti di reel.

Con Una battaglia dopo l’altra è andata così perché, al di là dei meriti oggettivi di un film clamoroso, la sua eco è così potente e prolungata da diventare un pensiero fisso durante la giornata, e non sono certo che, dopo aver esternato una serie di riflessioni parziali, questa eco si estinguerà, tanto che sono ancora pieno di cinema così straordinario.

Una battaglia dopo l’altra è un film semplicemente memorabile per i suoi meriti intrinsechi e per la capacità che hanno le grandi opere di intercettare e dare una lettura critica del presente.

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