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Bevi la nostalgia responsabilmente

BimBumBam, youtuber e ricordi che forse dovresti lasciare là dove sono

Ieri è successa una cosa divertente: il canale Mediaset Extra ha trasmesso una maratona di BimBumBam, 10 ore ininterrotte di cartoni, ciuffi cotonati, sketch ridicoli e nostalgia iniettata direttamente nella ghiandola pineale per festeggiarne l’anniversario della messa in onda.

Il risultato è stato che milioni di persone che oggi schifano i ragazzi che guardano coetanei fare cose stupide si è messa a guardare cose stupide di quando erano ragazzi. Un rito collettivo di nostalgia catodica infarcito di “Eh quelli sì che erano cartoni animati belli” e “oggi di trasmissioni così non ne fanno più”, in una sorta di compiacimento autoassolvente sintetizzabile in la vecchia merda è meglio della nuova merda perché è la mia merda.

Se in qualche modo provavi a far notare che forse BimBumBam era semplicemente una roba stupida e infantile che andava bene perché all’epoca eravamo bambini e che, tutto sommato, è inutile fare gli spocchiosi sugli youtuber se alla stessa età eri in bilico fra Uan e Non è la Rai ecco che parte la levata di scudi, i distinguo, le precisazioni e gli psicodrammi. Tra il Bonolis di quegli anni e Favij ci corre meno di quello che si pensa, ricordiamocelo quando lo troveremo a condurre Sanremo 2030.

Dai, raccontami come Blue, The Summer is Magic o Rythm is a dancer sono meglio di Rovazzi.

Please to meet you, hope you guessed my name

Ho visto addirittura qualcuno negare con forza che molti dei cartoni animati erano pensati per venderci i giocattoli, come se qualcuno avesse calpestato la purezza del suo sogno. Inconsapevole che He-Man fosse un prodotto della Mattel, non di un genio magico che voleva solo divertire i bambini.

La verità è che BimBumBam era un modo intelligente per offrire ai genitori uno spazio sicuro in cui lasciare un bambino di fronte alla televisione e farlo bombardare di pubblicità di ogni tipo, sia attraverso Uan, sia attraverso spot. Le leggi dell’epoca erano decisamente permissive sulla quantità di spot e non avevi canali youtube pieni di cartoni in cui li potevi saltare, quindi eravamo esposti in maniera quasi totale a un felicissimo bombardamento. I genitori erano tranquillizzati dall’atmosfera giocosa, i bambini erano felici per i cartoni e Mediaset e le aziende di giocattoli avevano trovato lo spazio perfetto per trasformarci in piccoli consumatori.

Potrà sembrare strano detto da uno che si è appena comprato un libro sulle cover dei giochi Atari, stravede per Stranger Things e che ha sulla mensola Godzilla, Boba Fett e una Regina Aliena, ma la nostalgia è spesso un piacevolissimo errore che ci impedisce di andare avanti.

La nostalgia per sua stessa natura è qualcosa che ti fa credere che ricomprando il MegaDrive torneranno i tempi in cui potevi stare tutto il giorno a giocare, fregandotene degli impegni, che davanti hai ancora un futuro, mille possibilità e non una vita di impegni e responsabilità.

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Non è un caso se oggi viviamo un vero e proprio business della nostalgia, il presente e il futuro non ci offrono certezze, ci fanno schifo e sono pieni di pericoli. Viviamo nel mito degli anni ’80 raccontato dai nostri genitori, quello in cui tutti lavoravano e si andava in pensione a 60 anni. Il problema è che invece di ringraziarli per come ci hanno scavato la fossa con corruzione, favori politici e schifezze varie gli diamo pure ragione.

Secondo la nostalgia tutta la roba buona è già stata prodotta, tutta la musica migliore già scritta, tutti i film più belli già girati, i fumetti migliori già disegnati e i videogiochi di oggi sono solo grafica ed effetti speciali. La verità è che oggi come ieri, c’è roba buona e roba schifosa e se si pensa che tutto il buono sia già stato fatto allora tanto vale spararsi no?

La creatività è rielaborazione o rottura col passato, a volte anche citazione, ma non un continuo, totale e dogmatico ritorno. Se oggi vivessimo solo di recuperi degli ultimi 20 anni senza creare niente cosa recupererebbero le generazioni future? Cosa ci precludiamo se guardiamo solo indietro?

Ma dall’altra parte cosa diventiamo se non guardiamo mai indietro? La cosa più bella delle forme di espressione è il loro poggiarsi sulle spalle di chi le ha precedute o il cercare di romperle. Senza conoscere ciò che stato non possiamo apprezzare il futuro. L’arte è da sempre un gesto derivativo. Senza Kurosawa non esisterebbe Sergio Leone, senza Indiana Jones non avremmo Lara Croft o Uncharted, senza i videogiochi probabilmente non avremmo Matrix e neanche District 9, il bello della cultura pop sta anche in questo continuo citazionismo voluto o involontario che permette di apprezzare influenze che partono da Giorgio de Chirico e arrivano a ICO.

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Il bello di un padre nostalgico è che può generare un figlio curioso.

Questa è il tipo di recupero del passato che adoro, per questo motivo mi riempio la casa di libri che parlano dei Masters, dei Bitmap Brothers, della storia dei robot giapponesi. Se la nostalgia diventa spinta di conoscenza è una gran cosa, se diventa una porta dietro la quale nascondere il mondo cattivo che non riesci più a decodificare diventa un problema.

Non perdiamo tempo cercando di recuperare il passato, di riviverlo, il bello della nostalgia sta nella lontananza, in qualcosa che è là, che ricordi, ma che non si tocca, perché quando lo fai rischi che si sfaldi come un vecchio libro.

Che poi non c’è niente di male a guardarsi BimBumBam o a comprarsi una statuetta di Cancer (almeno spero, altrimenti sono fottuto), ma la nostalgia dovrebbe essere come un whisky.

Un prodotto di qualità, da consumare con piacere, consapevolezza e moderazione, non una robaccia da supermercato nascosta in un cartone da bere alla goccia in un parcheggio per sfuggire a tutto il resto.

Tanto a poco, ecco l’Asus ZenPad S 8.0

C’è stato un periodo in cui se parlavi di videogiochi era “la Playstation”. Non importa se giocavi col GameBoy, col PC, con un vecchio Megadrive o col Saturn. Per tua madre, tua nonna e l’uomo della strada era “la playstation”. Questo perché sono era stata così brava a insinuarsi nella nicchia dei videogiochi che ormai ne era diventata il portabandiera, un po’ come la Bic che è diventata l’immagine standard della penna. Apple con i tablet ha fatto la stessa cosa, tanto che oggi se vai in giro a dire che c’è vita anche oltre l’iPad ti guardano come se avessi appena parlato di scie chimiche.

Eppure, se proprio avete voglia di mettervi in casa un tablet che vi permetta di leggere libri, giocare, guardare Netflix o cazzeggiare su Facebook, dovete sapere che non siete obbligati a spendere molto più di 200 euro. Prendiamo ad esempio l’Asus ZenPad S 8.0 che mi è stato mandato un po’ di tempo fa e che ho avuto modo di provare un po’ in questi mesi e che può senza dubbio rappresentare un’ottima alternativa lowcost alla vostra voglia di Mela Morsicata.

Ignoriamo l’iPad Mini 4 (che poi vorrei capire che ci fate con tutto quell’hardware se al massimo lo dovete usare per qualche giochetto, gli appunti e Facebook) e puntiamo direttamente al 2 che si attesta più o meno sulla stessa fascia di prezzo. Lo ZenPad costa (poco) meno e ha una memoria maggiore, supporta le schede SD per espandere la memoria e ha il doppio della RAM. Non è poco. Inoltre, potete collegarlo al PC e inserire i file senza dover passare per iTunes, volendo può addirittura diventare una chiavetta USB d’emergenza. La fotocamera è più che sufficiente per ottenere foto decenti, ma non aspettatevi capolavori degni di Instagram. Se sperate di ottenerli con un tablet siete fuori strada. “Eh ma dell’iPad a me piace soprattutto la cover”, beh c’è anche quella, si chiama Tricover, può essere usata come stand e manda in standby il tablet quando la chiudete.

Anche l’assistenza cliente dovrebbe essere in linea con quella Apple, grazie ZenCare, il servizio clienti Asus che si occupa di guasti e riparazioni.

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Parlando di difetti: il processore è leggermente inferiore come prestazioni rispetto alla concorrenza e lo stesso si può dire della batteria, che dopo una giornata e mezzo e non può appoggiarsi sull’ecosistema Apple, ma ormai, tolti alcuni giochi in esclusiva, su Android si trova tutto ciò che vogliamo. Il problema storico dell’hardware Asus è un altro: il cosiddetto “Bloatware” ovvero app spesso inutili che impestano la memoria del tablet e che spesso non possiamo neppure rimuovere. Per carità, niente di così dannoso ed eccessivo, ma più che sufficiente a far storcere il naso a chiunque abbia una conoscenza informatica superiore a “internet=Facebook”.

Altro difetto, se così vogliamo chiamarlo è che il cavetto non usa la mini-USB standard ma una USB-C, quindi dovrete portarlo sempre con voi per una ricarica senza poter contare su eventuali prestiti. Parlando della batteria, le prestazioni non sono stellari, circa una giornata di utilizzo leggero e cinque o sei puntate della vostra serie preferita su Netflix.

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