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Interstellar

Interstellar — dal Big Bang ai buchi della trama

Terra del futuro.

Sciachimisti, complottari e “Fate girare” hanno vinto. Il progresso è brutto, la scienza è brutta, tutti siamo contadini, nelle scuole si insegna che non siamo mai andati sulla Luna e che i cellulari si ricaricano mettendoli nel microonde.

La Terra, senza più colture, è funestata da terribili tempeste di sabbia, ma gli umani pensano bene di vivere ancora nelle case di legno col patio, invece che in strutture pensate per lasciare la sabbia fuori, perché Beppe Grillo ha detto che la lobby delle case a prova di polvere ci sta rubando il futuro.

Matteo McConacoso è un astronauta cazzuto con tanto di dramma familiare incluso e, come tutti, coltiva la terra. Il figlio ha avuto la fortuna di nascere nel periodo in cui gli ottusi sono al potere, quindi sembra uno bravo, il nonno si ricorda di quando si poteva comprare l’iPhone 6 e la figlia ha scritto in fronte grosso così “strumento per le scene strappalacrime”.

Ah c’è pure il fantasma, altrimenti detto “se hai senso critico hai già capito” .

Ad un certo punto Matteo McConacoso riceve delle coordinate che gli fanno scoprire la NASA, che gli fa “Ah! Ci hai trovati perché un fantasma elettromagnetico ti ha dato le nostre coordinate, meno male che eravamo a due ore di macchina da casa tua, tra l’altro ci hanno tagliato i fondi ma possiamo mandare razzi nello spazio come se non ci fosse un domani! Che poi questa è l’unica volta in cui non c’è davvero, perché moriremo tutti! Ah ti va ti fare una missione per noi?”

“Ma scusate, se avevate bisogno di un astronauta non bastava contattarmi?”

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“Ehm… hai già conosciuto il robottino? Ti aiuterà nella missione L’abbiamo fatto a forma di monolite perché ci terremmo tanto che questo fosse il nuovo 2001 Odissea nello Spazio”.

“Ottima idea! Avete preso un’intelligenza artificiale cattiva e un simbolo d’imponente e misteriosa conoscenza e l’avete trasformato in una spalla comica/deus ex machina che fa le battutine e si muove come una sedia a sdraio col motore. Direi che avete reso molto bene il senso di serietà che pervade questo periodo culturale, rispetto a quello di Kubrick, per caso è pure collegato a Facebook?”

“Oh Matteo, ma ci vuoi andare nello spazio o vuoi continuare a sniffare polvere come un milanese il venerdì sera, godendoti la tua imminente silicosi?”

“Scusate”

“Ecco, bravo, per la missione eccoti una bella donna, un nero e un bianco qualunque, casomai ci fosse qualcuno da far morire in modo stupido”.

“Ma dove si va?”

“Si è aperto un passaggio nello spazio vicino a Saturno, secondo noi lo hanno fatto degli esseri che vogliono salvarci, per farci trovare nuovi mondi”.

“Ma non potevano aprirlo vicino alla Terra? È come regalare una carrozzina a uno zoppo e chiedere che se la venga a prendere a casa tua”.

“Matteo, un’altra parola e la playlist dell’astronave per Saturno sarà composta da soli brani di Gigi D’Alessio”.

Passa un po’ di tempo e l’equipaggio arriva finalmente in vista del primo pianeta che forse è abitabile. Il problema è che si trova vicino a un buco nero, quindi il tempo sulla superficie scorre diversamente, un’ora là sopra sono sette anni sulla Terra, fondamentalmente è un grande ufficio postale.

Nella foga del momento, nessuno si rende conto che “abitabile” e “buco nero” sono parole che vanno d’accordo come “chiesa” e “asilo”.

“Ragazzi ma nessuno ha notato che abbiamo parcheggiato tra due tsunami?” Chiede McConacoso una volta uscito dalla navetta.

“Scusa, ma con tutto ‘sto ipersonno morivamo dalla noia, almeno così movimentavamo un po’ le cose, e poi è solo colpa nostra”.

“Colpa nostra?”

“Sono generati dalla voglia di cazzo della Hathaway e dal fatto che dopo anni di isolamento nessuno si è neppure degnato di farle una mezza proposta”.

A quel punto, qualcuno deve morire per mostrare la potenza dello tsunami, visto che uno è il protagonista, una è la donna e il nero è rimasto nello spazio, tutti guardano il bianco anonimo, che fa spallucce e saluta la curva.

Una volta tornati sulla nave, i nostri si rendono conto che mentre loro facevano il surf con l’astronave (giuro) sulla Terra son passati 25 anni. Pianto e stridor di denti per McConacoso quando si rende conto del fatto che sono tornati di moda gli 883, Justin Bieber è il presidente degli Stati Uniti, la figlia ancora ce l’ha con lui perché andando nello spazio non le ha detto la password del WiFi mentre il figlio vota Lega, s’è fatto crescere la barba e scrive incazzato su pagine facebook tipo “Fuori dalle palle” o “Italiani sveglia”

Arrivati sul secondo pianeta, i nostri si trovano di fronte ad una versione più stronza dell’Antartide e Matt Damon che gli dice che va tutto bene.

“Matt, maremma puttana, quello prima di te ha pensato che un pianeta sull’orlo di un buco nero in cui l’unica popolazione sono onde alte 40 metri fosse abitabile, te ci vuoi vendere una specie di enorme parcheggio ghiacciato pieno di ammoniaca, ma non è che vi hanno mandato fin qua perché eravate troppo stupidi perfino per la Terra?”

Questa la domanda che avrebbero dovuto fargli, invece tutti si guardano un po’ così e gli danno retta, come vecchini che seguono un venditore di pentole in gita a S.Giovanni Rotondo, finché non si capisce che il buon Matt voleva solo tornare a casa. Per farlo stordisce McConacoso con un pippone sulla famiglia e sull’amore di un genitore verso i propri figli, spiegando: “la nostra evoluzione deve ancora trascendere questa semplice barriera”.

Ma che cazzo vuol dire Matt?

Mentre ce lo chiediamo, il nero muore, perché certe leggi del cinema sono una costante anche nello spazio.

Purtroppo non lo sapremo mai, perché dopo poco il buon Matt esplode, causando una scena vagamente action in cui possiamo finalmente sentire la frase standard di chiunque stia guidando un mezzo oltre i primi limiti e rischi di schiantarsi (ma poi si salva), ovvero “Forza bellezza!”.

A questo punto la legge impone che qualunque sia il film, non importa se porno o sci-fi, se c’è un buco nero prima o poi bisogna entrarci.

“Mandiamo il robot al suo interno per darci i dati sulla singolarità!”

“Ma cos’è la singolarità?”, chiede McConacoso.

“Un concetto vagamente inspiegabile, una di quelle parole che non si sa bene cosa vogliano dire, come Atalanta o Sampdoria, però è la chiave per avere un’equazione che permetta agli umani di creare navi in grado di salvarli, come se la matematica fosse uno di quei giochi in cui la per la porta rossa ci vuole la chiave rossa”.

“Mi vuoi dire che abbiamo creato un bancomat dotato di umorismo e intelligenza artificiale, in grado di cambiare forma, adattarsi all’ambiente, guidare astronavi e camminare non si sa bene come spingendosi sui suoi spigoli, ma non sappiamo risolvere questa equazione? Oltretutto, non era il caso di mandare il bancomat ad analizzare i pianeti, invece di mandare a morire le migliori menti della galassia?”

“Aspetta! È arrivato un segnale dalla Terra!”

“Che dice?”

“È la NASA:’McConacoso hai rotto il cazzo, vai nel buco nero, ormai son quasi tre ore che siamo qua è c’è da finire il film’”.

Arrivato nel buco nero, il nostro eroe si ritrova tra le mura di casa sua, in un ambiente creato da una razza umana che pensa in cinque dimensioni per inviare messaggi alla razza umana che pensa in quattro dimensioni che poi diventerà la razza umana che pensa in cinque dimensioni che invia messaggi a quella in quattro dimensioni

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McConacoso si ritrova quindi di fronte all’incredibile potere cosmico di vedere la camera di sua figlia in qualunque momento dello spazio e del tempo, ma con la possibilità di comunicare con lei solo con morse e impulsi magnetici. Come avere il cellulare più avanzato del mondo durante Lucca Comics.

Decide dunque di inviare il segreto dell’equazione salvamondo alla figlia, che nel frattempo era entrata in casa per portare via il fratello leghista. Il poveretto, simbolo dell’umanità ottusa e convinto da Salvini che le tempeste di sabbia erano là solo per rubargli il lavoro, era un po’ restio a lasciare i proprio campi coltivati dove il figlio e la moglie stavano lentamente morendo di tosse.

E quale mirabile modo troverà il nostro eroe per comunicarle il tutto? Scriverlo sulla sabbia? Entrare in una frequenza radio per parlarle? No, MUOVE UNA LANCETTA DELL’OROLOGIO.

La cosa ovviamente funziona e a quel punto il buco nero si sfalda, Matteo fluttua nello spazio e il film finisce in maniera interrogativa e quasi bella, con un uomo solo di fronte alla vastità del cosmo, nella speranza che la razza umana si salvi.

Oppure viene miracolosamente raccolto da un’astronave che, guarda caso, passava di là, portato in una stazione spaziale dove saluta la figlia che è diventata sua nonna, e dove, senza alcun addestramento, guida un’astronave 100 anni più avanzata della sua per recuperare la Hathaway sul terzo e ultimo pianeta rimasto, un mondo perfetto, creato dalla più grande forza dell’universo: il bisogno di un lieto fine.