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Il giardino dei Finzi Contini

Il giardino dei Finzi Contini - Evidenza

Alberto Finzi-Contini: un tragico nerd omosessuale?

Giorgio Bassani è un autore indubbiamente centrale nel canone del Novecento italiano, ed è abbastanza noto come nella sua opera, oltre al tema centrale dell’ebraismo italiano nella bufera terribile e atroce della shoah nazifascista, si sviluppi una riflessione ampia sui temi dell’omosessualità – con particolare attenzione allo stesso periodo storico. Il suo romanzo “Gli occhiali d’oro” (1958), ambientato intorno al 1937, è uno dei primi a trattare la vicenda di un dottore omosessuale, Athos Fadigati, che – tollerato con falsa e ipocrita bonarietà dalla borghesia cittadina di Ferrara – cade in disgrazia in parallelo col marciare del regime verso le leggi razziali, fino al suicidio. Di quest’opera venne anche tratto un film, di Giuliano Montaldo, nel 1987.

Anche altri racconti trattano in modo meno centrale del tema dell’omosessualità: ma, soprattutto, ha intrigato l’indagine critica la possibile omosessualità di uno dei quattro personaggi principali dell’opera più famosa di Bassani, “Il giardino dei Finzi-Contini” (1962), divenuta poi un film di Vittorio De Sica nel 1970, Oscar per la sceneggiatura. La cosa che qui è interessante per noi è che – come andremo a vedere – Alberto Finzi-Contini è non solo ritenuto – con buone probabilità – anch’egli omosessuale, ma anche (nella tridimensionalità del personaggio, non schiacciato su una sola dimensione) un credibile nerd ante-litteram.

Ante-litteram per l’Italia, del resto: nella cultura universitaria americana il concetto di “nerd” si forma all’incirca in quel periodo, negli anni ’40, dove il termine si genera per evoluzione da “nut”, “picchiatello”, a “nurt” e quindi “nerd”, che si codifica nel corso degli anni ’50. E non è certo un caso che – anche come forma tipica di passiva “resistenza” di marca liberale al regime – i due giovani Finzi-Contini siano imbevuti di cultura anglosassone. La letteratura inglese per Micol, la tecnologia per Alberto, che cerca di vestire anche come un giovane studente di una facoltà dell’Ivy League: “Indossava un paio di pantaloni di vigogna grigi, uno dei suoi bei pullover color foglia secca, scarpe inglesi marrone (erano Dawson autentiche, ebbe poi modo di dirmi: le trovava a Milano in un negozietto vicino a San Babila), una camicia di flanella aperta sul collo senza cravatta, e aveva fra i denti la pipa.” (una tenuta in altri punti richiamata come tipica del personaggio, e non occasionale).

Nato nel 1915, di un anno più grande di Micol (due rispetto all’Io narrante anonimo), Alberto studia – senza potersi laureare, per le leggi razziali del 1938 – ingegneria a Milano: la facoltà universitaria più collegata, storicamente, al primo nucleo della cultura nerd.

Qui conosce il chimico industriale Malnate, comunista, con cui ha una amicizia che Micol, apprensivamente, giudica “troppo esclusiva”, lasciandosi sfuggire il disinteresse di Alberto per le donne, che appare anche in un episodio connesso a Malnate:

Poteva per altro succedere, a volte, che Malnate sembrasse quasi dimenticarsi della mia presenza. E questo in genere gli capitava quando si metteva a rievocare con Alberto «i tempi» di Milano, le comuni amicizie maschili e femminili di allora, i ristoranti che avevano avuto l’abitudine di frequentare assieme, le serate alla Scala, le partite di calcio all’Arena o a San Siro, le gite di fine settimana in montagna e in Riviera. Avevano entrambi fatto parte di un «gruppo» – si era degnato di spiegarmi una sera – che esigeva unanime dagli aderenti un solo requisito: l’intelligenza. Grandi tempi, quelli là, davvero! aveva sospirato. Caratterizzati dal disprezzo per qualsiasi forma di provincialismo e di retorica, avrebbero potuto essere definiti, oltre che della loro più bella gioventù, anche i tempi della Gladys, una ballerina del Lirico che era stata per qualche mese amica sua (sul serio niente male, la Gladys: allegra, «di compagnia», in fondo disinteressata, convenientemente puttana…, e poi, essendosi incapricciata senza fortuna di Alberto, aveva finito col piantarli in asso tutti e due). «Non ho mai capito perché Alberto l’abbia sempre respinta, povera Gladys» aveva soggiunto con un lieve ammicco. Quindi rivolto ad Alberto: «Coraggio. Da allora sono passati più di tre anni, ci troviamo a quasi trecento chilometri di distanza dal luogo del delitto. Vogliamo finalmente metterle, le carte in tavola?» Senonché Alberto si era schermito, arrossendo: e della Gladys non si parlò mai più.

Alberto pare imbarazzato dall’accenno del protagonista (tutt’altro che privo di meschinità) a una visita al bordello; quando l’io narrante sbircia, con la sua solita invadenza, nella camera privata di Alberto, intravede un nudo maschile di De Pisis. Il che appare coerente con un plausibile innamoramento per Malnate. Questi, onesto ma brutale, riduce la questione ebraica dei nazismo a un corollario dell’oppressione proletaria:

E se Malnate passava a un certo punto a maltrattare Alberto, magari accusando nemmeno tanto per scherzo lui e la sua famiglia di essere «dopo tutto» degli sporchi agrari, dei biechi latifondisti, e degli aristocratici, per giunta, ovviamente nostalgici del feudalesimo medioevale, ragion per cui non era «dopo tutto» così ingiusto che adesso pagassero in qualche maniera il fio dei privilegi da loro goduti fino a questo momento (piegato in due come per difendersi dalle raffiche di un uragano, Alberto rideva fino alle lacrime, e intanto accennava col capo di sì, lui per conto proprio avrebbe pagato più che volentieri), non era senza segreto compiacimento che lo ascoltavo tuonare contro l’amico.

Oltre alla consueta meschinità del narratore, notiamo che il riso di Alberto finge con ogni probabilità un pianto disperato: piegato come sotto un uragano, ride “fino alle lacrime”. Il narratore, ebreo anch’egli, reagirà – per una volta, giustamente – contro un certo antisemitismo di fondo dello stesso Malnate (di cui è poco colpevole, in fondo: pur comunista, risente della propaganda razziale fascista in cui è immerso). Ma reagisce in modo tutto sommato razionale: arrabbiandosi contro un “alleato” indelicato, mettendo a tacere per una volta Malnate (che solitamente lo mette alle strette nei loro pur sterili dibattiti). La reazione di Alberto (solitamente razionale) è più tragica, e potrebbe essere compatibile con un innamorato segreto che si sente ferito dall’amato.

Insomma, è più che possibile l’omosessualità di Alberto, anche per fonti extradiegetiche, come la figura di Fadigati in primis ed altri accenni al tema omosessuale in tutto il corpus dell’autore. Oggi, forse, con una sensibilità diversa, useremmo qualche prudenza in più, e diremmo che Alberto rientra, probabilmente, in una sessualità LGBTQ+, non avendo elementi dichiarati così chiaramente in senso omosessuale (come invece è esplicito nel protagonista de “Gli occhiali d’oro”). Invece, è  certa l’aderenza di Alberto a una certa cultura nerd-ingegneristica per la tecnologia del tempo.

«Vuoi sentire un po’ di musica?», propose, accennando a un radiogrammofono posto in un angolo dello studio a lato dell’ingresso. «È un Philips, davvero ottimo.» Fece l’atto di alzarsi nuovamente dalla poltrona, ma lo trattenni. «No, aspetta» dissi, «magari dopo.» Mi guardavo attorno. «Che dischi hai?» «Oh, un po’ di tutto: Monteverdi, Scarlatti, Bach, Mozart, Beethoven. Dispongo anche di parecchio jazz, però, non spaventarti: Armstrong, Duke Ellington, Fats Waller, Benny Goodman, Charlie Kunz…» Continuò a elencare nomi e titoli, cortese ed equanime come d’abitudine ma con indifferenza: né più né meno che se mi desse da scegliere in una lista di vivande che lui, per conto suo, si sarebbe guardato bene dall’assaggiare. Si animò soltanto, moderatamente, per illustrarmi le virtù del suo Philips. Era – disse – un apparecchio abbastanza eccezionale, e ciò per merito di certi particolari «marchingegni» che, da lui stesso studiati, erano stati poi messi in opera da un bravo tecnico milanese. Tali modifiche interessavano soprattutto la qualità del suono, che veniva emesso non già da un singolo altoparlante, ma da quattro distinte sorgenti sonore. C’era difatti l’altoparlante riservato ai suoni bassi, quello dei medi, quello degli alti, e quello degli altissimi: di modo che attraverso l’altoparlante destinato, mettiamo, ai suoni altissimi, anche i fischi – e ridacchiò – «venivano» alla perfezione. E non pensassi mica che fossero stati stipati tutti e quattro vicini, gli altoparlanti, per carità! Dentro il mobiletto del radiogrammofono non se ne trovavano che due: l’altoparlante dei suoni medi, e quello degli alti. Quello degli altissimi lui aveva avuto l’idea di nasconderlo là in fondo, presso la finestra, mentre il quarto, dei bassi, l’aveva piazzato proprio sotto il divano su cui sedevo io. E tutto questo allo scopo che fosse raggiunto anche un certo effetto stereofonico.

L’aneddoto sottolinea in modo vistoso la fascinazione di Alberto per la tecnologia di riproduzione del suono del Philips, compatibile con quella, oggi, di un nerd “tecnico” affascinato da un suo computer modificato. Il significato potrebbe avere valore allegorico: Alberto è affascinato dalla tecnica del suono perché non riesce a modulare la propria “voce” (e morirà del resto soffocato, per un linfogranuloma, poco prima della deportazione della sua famiglia).

Anche la stanza riflette il suo culto per la tecnica:

Mentre bevevo, continuavo a guardarmi intorno. Ammiravo l’arredamento della stanza, così razionale, funzionale, moderno, così diverso da quello del resto della casa, e tuttavia non capivo perché mai fossi invaso da un senso via via crescente di disagio, di oppressione. «Ti piace come ho messo su lo studio?» chiese Alberto. Sembrava ansioso a un tratto del mio consenso: che io non gli lesinai, naturalmente, diffondendomi in lodi sulla semplicità del mobilio (alzatomi in piedi, ero andato a esaminare da vicino un grande tavolo da disegnatore, posto di traverso vicino alla finestra e sormontato da una perfetta lampada snodabile, di metallo), e specialmente sulle luci indirette che – dissi – trovavo non solo molto riposanti, ma adattissime per lavorare. Mi lasciava dire e pareva contento. «Li hai disegnati tu, i mobili?» «Beh, no. Li ho copiati un po’ da Domus e da Casabella, e un po’ da Studio, sai, quella rivista inglese… A farmeli è stato un falegnamino di via Coperta.»
Sentirmi approvare i suoi mobili – aggiunse – non poteva non riempirlo di soddisfazione.

Insomma, Alberto Finzi-Contini è un possibile omosessuale, ma indubbiamente, a suo modo, è un nerd antelitteram. Non sono mancate critiche nei confronti di Bassani, anche legate a sue affermazioni private poco appropriate sul tema dell’omosessualità (che però, a rigore, non inficiano l’opera, dove eventuali giudizi negativi sono dell’ambiente, non del narratore). Ha ovviamente suscitato anche dubbi l’eventuale forzato uso delle persecuzioni omosessuali come “simbolo”, allegoria di quelle contro gli ebrei.

Pare più ragionevole che esse siano semplicemente, e giustamente, accostate, entrambe persecuzione di minoranze che il nazifascismo mirava a distruggere o subornare: gli oppositori politici comunisti come Malnate (che per atroce ironia morirà inviato al fronte russo), le donne (Micol è oppressa, oltre che dal fascismo come ebrea, da un patriarcato soffocante, incluso l’io narrante ben oltre i limiti dello stalking nel suo corteggiamento patologico e asfissiante) e, appunto, le persone di orientamento sessuale non conformi ai voleri del regime (ovvero ogni scelta diversa dall’eteronormatività).

Un’altra critica verte spesso intorno alla disarmante passività dei protagonisti: ma questo è, a mio avviso, il punto di forza dell’opera. Bassani non sottolinea in modo forzato quanto essa sia fallimentare e sterile: ma lo rende evidente col dipanarsi stesso dei fatti. I quattro protagonisti sono menti particolarmente brillanti, superiori alla grettezza stolida dei fascisti, qui mediocri, compiaciuti gregari come il rozzo custode della biblioteca che caccia il protagonista. I Finzi-Contini hanno, ancora, grandi risorse economiche a disposizione, e una confusa voglia di usarle a tutela perlomeno della comunità ebraica, se non di tutti gli oppositori e gli oppressi del regime. Ma tutto quel che riescono a pensare è un circolo del tennis privato, in cui quattro diversi tipi di intellettuali dimostrano come la raffinatezza culturale possa diventare un limite: di fronte all’avanzare della tempesta continuano a loro modo a ripetersi, con arzigogolate e differenti costruzioni mentali, che in fondo è tutto normale, si tratta solo di sparate retoriche del regime. Un rischio che riguarda il letterato protagonista, crociano e velleitario, la coltissima anglofila Micol, il comunista Malnate. E anche, in fondo, il nerd Alberto, accomunato in un monito antifascista che – a mio avviso – risulta più efficace proprio nel tono pacato ma inesorabile di Bassani.

Per concludere, lo stesso Bassani inserisce – in molte citazioni letterarie – anche un grammo di cultura nerd d’epoca nella sua prosa coltissima, e in una sede importante.

Ma ciò che più mi colpì, fin da quella prima sera, fu senza dubbio la sala da pranzo, in sé, coi suoi mobili di legno rossastro, in stile floreale, col suo vasto camino dalla bocca arcuata e sinuosa, quasi umana, con le sue pareti foderate di cuoio tranne quella, interamente a vetri, inquadrante la buia, silenziosa tempesta del parco come l’oblò del Nautilus: così intima, così riparata, starei per dire così sepolta, e soprattutto così adatta al me stesso d’allora, adesso lo capisco!, a proteggere quella specie di pigra brace che è tante volte il cuore dei giovani.

Nella bufera altamente simbolica (il termine Shoah, voluto dagli ebrei per l’orrore nazifascista, significa “tempesta devastante”: la metafora in Bassani è quindi pressoché letterale) la casa dei Finzi-Contini diviene la tolda del Nautilus, la nave del Capitano Nemo di Jules Verne, moderno Ulisse indiano in lotta contro l’imperialismo occidentale. Come spesso in Bassani, l’allegoria è molto precisa: il Nautilus è un prodigio della tecnologia, ma la cabina del capitano è un perfetto studiolo borghese: Nemo è un eroe d’avventura, ma anche colto e intellettuale. E l’oblò del Nautilus è protagonista nella scena madre in cui la nave affronta la mostruosa, gigantesca Piovra degli abissi (non credo che sia voluta la coincidenza: ma lo stesso Mussolini aveva dato il nome alla sua più feroce creatura, il servizio segreto fascista dell’Ovra, pensando al mostro tentacolare, che lo affascinava).

L’io narrante, come al solito, non comprende affatto: la sua chiusa leziosa parla di protezione della “pigra brace” del cuore dei giovani, mentre è dall’orrore fascista che cerca – negandolo per rimozione – riparo. Un riparo che però è “sepolto”, e quindi inefficiente: la nobile magione è un rifugio temporaneo e parziale, il Nautilus sarebbe un’arma devastante e letale contro i propri nemici.

Una citazione singola dalla cultura della nascente fantascienza: ma, come visto, particolarmente significativa.

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