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Dolph Lundgren

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L’incredibile vita di Dolph Lundgren

La storia di un uomo che non voleva farsi menare dal padre e ha finito per picchiare Van Damme

Nel 2009 dei ladri entrano in una villa in Spagna, legano la donna che è al suo interno e si fanno consegnare soldi e preziosi. Nel corso della razzia i topi d’appartamento si imbattono in una foto del padrone di casa: Dolph Lundgren.

A quel punto decidono di interrompere immediatamente il furto e scappare. Un po’ di tempo dopo la refurtiva ricomparirà magicamente di fronte alla porta di casa, perché nessuno vuol fare incazzare uno svedese di quasi due metri che conosce le arti marziali, anche se è solo una stella del cinema d’azione sulla via del tramonto.

Lundgren, insieme a Stallone e Schwarzenegger ha rappresentato per anni il classico stereotipo di Hollywood del tipo grande, grosso e un po’ stupido. L’attore specializzato in film d’azione privo di alcuna dote messo là solo perché funzionale all’ennesima pellicola guardata con sufficienza da chi pensa che il vero cinema sia soltanto autorialità, dialoghi e piani sequenza. Un ragazzotto tonto ma funzionale.

Ma se Stallone e Schwarzenegger hanno saputo col tempo andare oltre lo stereotipo in cui Hollywood li aveva incasellati, Lundgren nell’immaginario collettivo non si è distaccato molto dal “Ti spiezzo in due” che gli ha dato fama mondiale.

Eppure dietro quella faccia scolpita con il piccone si nasconde uno spirito sereno, un uomo di cultura e di grande umorismo. Forse gli è mancato il regista giusto, forse aveva veramente poco da dire al cinema, la mia idea è che forse la sua vita si è rivelata più interessante dei suoi film e quindi gli andava bene così.

Dolph Lundgren è diventato ciò che è diventato per colpa e merito del padre, un ingegnere militare rigido ed estremamente severo e insoddisfatto della propria carriera che si rifaceva su moglie e figli. Questo vuol dire lividi che non vuoi mostrare a scuola, vuol dire un genitore che ti dà del perdente quando vorrebbe dirlo a sé stesso e una cronica mancanza di sicurezza.

Uata!

Questo portò il giovane Dolph ad allenarsi sempre di più nelle arti marziali, così da potersi difendere e dimostrare a suo padre che valeva qualcosa. Chissà che bell’atmosfera si respirava in quei giorni in casa Lundgren, non a caso ben presto se ne andò a studiare prima negli Stati Uniti, poi in Australia.

Il tempo passa e quel ragazzino biondo che sembrava sempre malaticcio diventa una macchina di morte estremamente intelligente, in grado di laurearsi in chimica all’università di Sidney, vincere i campionati europei di karate e pagarsi gli studi facendo il buttafuori. Non so se avete mai visto quanto possono essere grossi e ignoranti gli australiani, ora immaginateli sbronzi, è chiaro o diventi un dio della guerra o non ne esci.

Il prossimo passo della sua fulgida carriera di chimico doveva essere il Massachusetts Institute of Technology, ma proprio mentre faceva il buttafuori in Australia e aveva le valige pronte per Boston fu notato da una ragazza, che si innamorò di lui.

Quella ragazza era Grace Jones.

A New York ci si buttava proprio via dalle risate

Il biglietto per Boston divenne uno per New York e improvvisamente quel giovane ragazzone svedese dotato di un impressionante quoziente intellettivo (si vocifera sia di 160) si ritrovò esattamente dove tutti volevano essere: a ballare nello Studio 54, accanto a Andy Warhol e nel letto di una delle sex symbol del periodo.

Sono gli anni in cui Dolph gira per New York con due pistole nascoste addosso perché la città è piena di criminalità e lui ha paura di essere rapinato, ma vive anche con l’ansia di finire in galera, perché la cosa non era propriamente legale.

Gli anni in cui si compra una Harley e ogni tanto la sfoggia girando per il quartiere a petto nudo, salvo poi rendersi conto di vivere in un quartiere ad alta percentuale gay, e questo, dichiarerà poi in una intervista “spiega come mai pensavo che la gente fosse tutta estremamente gentile con me”.

Lundgren alla Factory di Warhol, appena uscito di palestra

Gli anni in cui poserà per un servizio fotografico di Warhol e scoprirà in seguito che lui e il fotografo avevano fatto una scommessa su chi gli avrebbe fatto togliere più vestiti.

Sono gli anni in cui il suo fisico gli permette una cosa che oggi lo ucciderebbe: bere la sera come se avesse l’imbuto e presentarsi in palestra ancora mezzo sbronzo per allenarsi e continuare a lavorare sul fisico che gli ha permesso di diventare il toy boy di Grace Jones.

Non si sa per quale miracolo, ma Dolph riesce in qualche modo a sopravvivere a tutto questo senza venirne inghiottito e sputato come una vacca in una vasca di piranha.

Ma oltre alla palestra e alla vida loca, decide di dedicarsi anche alla recitazione, d’altronde gli anni ’80 sono il brodo di coltura dei film d’azione che entro breve avrebbero dominato il cinema e plasmato una generazione, era semplicemente perfetto per il ruolo. La sua prima particina è quella di un tirapiedi in 007 Bersaglio Mobile, nella buffissima scena in cui Grace Jones, che gli aveva fatto ottenere la parte, afferra un tizio come se fosse una campionessa di wrestling bionica. Un capolavoro del camp talmente grosso che la recitazione di Walken passa in secondo piano.

Sarà proprio sul set di 007 che Roger Moore conierà la miglior definizione di Dolph Lundgren: “è più grande della Danimarca”.

Per quanto piccola l’esperienza gli piace e pensa che forse è più divertente e redditizio che studiare chimica. Decide quindi di mollare definitivamente gli studi per gettarsi nel mondo del cinema, senza la minima preparazione, e proporsi per un ruolo nel prossimo film di Stallone, che ormai era già una star: Rocky IV

Dopo aver incassato un rifiuto perché troppo alto, Lundgren riesce a spuntarla su 5000 candidati e ottiene la parte di Ivan Drago. Per diventare il miglior prodotto della scienza e della medicina sovietica si allena duramente per cinque mesi e sviluppa con Stallone un discreto feeling, tanto che molte scene non sono neppure coreografate, ma improvvisate.

Ecco perché durante una scena, preso dall’entusiasmo, dà un pugno così forte che il povero Sly dev’essere ricoverato al termine della ripresa con la pressione a 260 e il cuore che batte fortissimo.

Per fortuna dopo quattro giorni è di nuovo in piedi e Dolph Lundgren diventa improvvisamente una star di Hollywood senza aver alcuna idea di cosa debba fare a parte guardare male qualcuno e fare mosse di boxe o karate (ad oggi si ricorda ancora a memoria tutto il combattimento finale).

“C’è una scena del film che esprime perfettamente come mi sentivo: quella in cui Ivan Drago è sulla piattaforma idraulica che lo rivelerà al mondo. Si sente terrorizzato, ma deve anche apparire fiero, sicuro e preparato. Ciò che Drago prova è molto simile a ciò che provavo in quel periodo. Ero solo un ragazzino che cercava di far credere agli altri di aver diritto di stare là, che ero a mio agio, ma nella mia testa era tutto un “Ma che diavolo sta succedendo?”.

Dopo il ruolo di Ivan Drago la sua vita cambierà completamente. In neanche 90 minuti passò dall’essere il manzo di Grace Jones alla persona con cui la gente voleva farsi le foto se passeggiavano per strada (e infatti lei lo mollerà). Da quel momento si lancerà verso ruoli sempre più interessanti e, ovviamente, che mettono in mostra le sue doti fisiche, tipo quello per un film tratto da un franchise importante, un film che sarà un successo sicuro: Master of the Universe!

Il risultato lo conoscete bene, se così non fosse guardate qua.

Dopo la batosta dei Masters, la carriera di Lundgren prenderà una strana piega, diventerà una sorta di feticcio action per amanti del genere, ma gli mancherà sempre la zampata vincente. La sua particolarità è che non interpretava solo personaggi in grado di staccare la testa a qualcuno, sembrava realmente in grado di farlo, ed era anche a suo agio con ogni tipo di arma. Universal Soldier e Il Punitore sono forse i suoi film più interessanti, ma perché non citare anche Resa dei conti a Little Tokyo e Red Scorpio?

Negli ultimi anni, grazie al successo di The Expendables, in cui si mangiava ogni scena in cui era presente, s’è pure tolto lo sfizio di dirigere qualche onesto film e la sua figura è stata in parte recuperata, anche dal punto di vista della recitazione. Purtroppo il suo rilancio non è stato in stile “John Travolta dopo Pulp Fiction”, la sua parte nell’ultimo dei Coen è stata tagliata, ma rischiamo di vedercelo comparire nel film dedicato ad Aquaman in tutto il suo biondo e teatrale splendore.

Per certi versi è sempre stato la versione allegra di Van Damme. L’attore belga è un tormentato, uno che alla fine ci crede tantissimo e che soffre nel ruolo di stella dell’action che piano piano sta spegnendosi, cerca sempre una conferma della propria grandezza.

Dolph invece sembra portarsi sempre dietro l’aria del ragazzone che girava a torso nudo per un quartiere gay ed era contento perché tutti lo salutavano. Ha la certezza di chi non deve dimostrarsi un cazzo, perché la vita se l’è goduta e ha fatto pace con le proprie ambizioni.

Dolph Lundgren è un monumento alla complessità umana, pensi di avere di fronte un pezzo di marmo col ciuffo biondo, ma se scavi scopri un amante dell’arte, un uomo che non si vergogna di piangere, estremamente autoironico, consapevole del suo ruolo e un grande amante del cinema.

“Oggi ho l’età che Clint Eastwood aveva quando nel 1984 giravo per New York con due pistole nascoste eppure lui sta ancora lavorando, ho un grande rispetto per lui e per come è uscito dal cliché e ha ottenuto il riconoscimento che meritava, forse quando avrò 82 anni non farò i salti mortali, ma se potrò ancora lavorare nel cinema sarò felice”.

E se il prossimo regista di successo fosse un biondone sottovalutato che faceva karate per non farsi picchiare dal padre?