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"Selvaggia": intervista a Rosalia Radosti

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“Selvaggia” (Rebelle Edizioni) di Rosalia Radosti è una interessante decostruzione moderna della fiaba classica, a fumetti.

Selvaggia

 

“Selvaggia” di Rosalia Radosti, recentemente pubblicato per Rebelle Edizioni (vedi qui), costituisce l’opera di esordio dell’autrice, affermata illustratrice, nell’ambito della graphic novel, dopo aver realizzato qualche pregevole storia breve. Consigliamo ad esempio davvero la lettura di "Happy", visionabile sulla pagina fb dell'editore, qui: Rebelle Edizioni | Facebook. Inoltre, per una panoramica del suo lavoro da illustratrice, consiglio la sua pagina instagram: Rosalia Radosti (@ra.ro81) • Foto e video di Instagram. Qui, sul mio blog personale, ho voluto scrivere le mie impressioni di questo interessante volume; per Nerdcore inoltre abbiamo deciso un'intervista all'autrice, interessante volto nuovo della scena fumettistica. Questa decostruzione della fiaba classica riesce a muoversi con autonomia in un ambito molto battuto della cultura pop negli ultimi decenni, da Shrek a Maleficent o, nel fumetto nostrano, in opere come "Aldobrando" di Gipi (su binari ovviamente diversi). Ma parliamone direttamente con l'autrice.

 

Grazie e benvenuta su Nerdcore! Questo “Selvaggia” per Rebelle Edizioni è il tuo primo graphic novel, ma tu nasci come illustratrice. Come matura la decisione di passare al fumetto?

 

Grazie! In realtà ho sempre preferito, da disegnatrice, disegnare illustrazioni anziché fumetti. Poi Rebelle Edizioni mi contattò dicendomi che stavano per aprire una casa editrice e se volevo proporgli qualcosa come fumetto. Io ero titubante all’idea perché non avevo mai scritto fumetti né disegnati. Ho cercato una sceneggiatrice, ma non l’ho trovata. Mi sono detta allora che dovevo mettermi a studiare questo mezzo, sia come disegno che come scrittura. L’idea di raccontare storie mie mi stuzzicava moltissimo, quindi sono nati prima due fumettini brevi per fissare quanto avevo capito studiando e per saggiare le mie capacità, poi mi sono buttata proponendogli Selvaggia.

 

Selvaggia

Prima di “Selvaggia” hai realizzato anche un fumetto breve come “Happy”, presentato da Rebelle, online, come il tuo primo fumetto in assoluto. Quali differenze hai trovato tra una narrazione a fumetti breve e una più ampia?

 

Happy, ma anche the Witches nascono sfruttando uno dei miei punti forte: la sintesi. Rendo infatti molto meglio sul breve che sul lungo. Ci sono innumerevoli differenze ovviamente tra qualcosa di breve e qualcosa di lungo, la prima che mi viene in mente è che tu sai da dove inizi e dove vuoi finire, ma in una storia conta anche il percorso, per condurre il lettore agevolmente verso il finale è quindi il messaggio. In una storia breve lasci molto all’immaginazione, il lettore forse diventa più attivo nell’intuire quello che non dici. In una storia lunga invece c’è sempre il rischio di perdersi, di raccontare tanto per raccontare, e non per condurre, oppure si può diventare ripetitivi, o perdere la carica emotiva. Insomma, per quel che mi riguarda più è lungo e più è rischioso perdere di vista tutto. Ho messo la massima attenzione in questo, nel non perdermi, ma mi sono anche aiutata con una storia semplice, che non avesse velleità tecniche particolari, ma un messaggio a cui tenevo

Selvaggia

 

In “Selvaggia” esordisci come fumettista completa, seguendo sia il testo, sia i disegni dell’opera. In che modo ritieni questo abbia inciso sul tuo lavoro?

 

Beh sicuramente oggi l’idea di fare un’illustrazione, un disegno che, pur narrando, rimane limitato e costretto in un unico foglio, non mi invoglia più come in passato. Ho imparato a ragionare, artisticamente parlando, a lungo termine. E mi sono anche molto irrobustita psicologicamente, perché posso assicurare che un anno di lavoro sempre sulla stessa cosa, con così tante pagine e tante cose da fare, se non lo si è mai fatto, mette in crisi, può perfino diventare alienante ad un certo punto. Poi ci si abitua e tutto cambia, naturalmente.

Selvaggia

 

“Selvaggia” è una decostruzione della fiaba a tratti molto cupa, anche se non priva di speranza, che introduce temi piuttosto maturi. Come nasce la scelta di questa storia?

 

La storia, come disse Stephen King che è uno scrittore magnifico, nasce da sola, per caso, per associazioni di idee spontanee. E se succede a lui di sicuro non può non succedere a gente come me, molto più piccola e acerba lavorativamente parlando. Però credo che sia casuale solo in parte, il nostro subconscio ha delle cose da dire, dei temi da trattare, perché vissuti e visti in maniera profonda, e che in maniera spontanea vengano fuori. Selvaggia è nata con un’immagine di lei che tirava con l’arco. E mi sono chiesta chi fosse questa ragazza e come vivesse. È arrivato quasi subito il finale della storia. Da lì, prendendo in mano il bandolo della matassa e svolgendolo mi sono ritrovata più o meno tutta la sua storia

Selvaggia

Il lavoro sulla rappresentazione del personaggi appare molto accurato nella caratterizzazione e nella recitazione. Come nascono le tue scelte sulla loro definizione?

 

Io ho fatto teatro da quando avevo 15 anni e so l’importanza estrema dei personaggi cosiddetti “secondari”, so il contributo che possono dare ed è da quando ero una ragazzina che ho imparato a vederli ben definiti e caratterizzati. È stato spontaneo. Per questo non saprei dire come ho scelto di caratterizzare Goffredo, o Irina, o persino personaggi lampo come Giovanni. Semplicemente esistono, e in un certo senso per me sono reali.

 

Un aspetto che mi pare molto importante è il “tono emotivo” dato dai colori acquerellati del volume, che accompagnano il progressivo incupirsi della storia. Come sei giunta a queste scelte per la colorazione?

 

Il processo di colorazione forse è stato il più faticoso. Inizialmente non trovavo la chiave cromatica della storia, quando poi, dopo alcuni tentativi, credevo di averla finalmente trovata ecco che mi è venuto in mente il progressivo cambio di toni e saturazione. Mi sono fatta un’idea generale in mente e una volta sicura l’ho comunicato a Rebelle Edizioni che mi ha istantaneamente dato tutto l’appoggio del mondo. Quindi ho buttato le colorazioni precedenti è ricominciato da capo. Ma il momento prima di trovare questa chiave cromatica è stato snervante.

 

Su quali prossimi progetti stai lavorando o progetti di lavorare? Continuerai sul filone della “fiaba oscura” o hai in mente altri generi?

 

Idee ne ho tante in testa, vedremo quale riuscirà ad avere un contratto e sostegno. Sul genere non credo che mi ripeterò, per me il genere è a sostegno di un certo messaggio, quindi deve cambiare in base a ciò che fa bene alla storia, al suo contenuto.

 

Grazie di cuore a Rosalia Radosti per questa intervista!

 

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