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Lightyear - La vera storia di Buzz e degli errori che ci fanno crescere

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Lightyear: la vera storia di Buzz non è un racconto di impavidi eroi della galassia, bensì di gente normale che sbaglia e cresce.

C’è qualcosa di più sacro di un vecchio fan Disney (e magari conservatore) di Toy Story? La risposta è no, è una roba talmente iconica e formante da essere come quasi una reliquia e a ragion veduta: è uno dei migliori film d’animazione di sempre con una storia a cui noi tutti possiamo relazionarci. Questo però comporta che qualsiasi cosa coinvolga i suoi protagonisti sia un’operazione difficile da portare a termine, specie se si allontana dal seminato dei giocattoli.

 

Lightyear: la vera storia di Buzz Lightyear è esattamente quel rischio che si corre quando si prende un personaggio come Buzz e si prova a fare una roba completamente diversa rispetto al materiale originale, specie se poi andate in sala e non sentite l’iconica voce del Ranger Spaziale che vi ha accompagnato per tutti i film. Sono qui per rassicurarvi su ogni fronte però: Lightyear è un film coinvolgente, ben fatto e capace di fondere la fantascienza d’azione con una favola moderna per bambini e adulti. Questo, come dice la pellicola in apertura, è il film che il caro Andy vide nel 1995 e non lo biasimiamo di certo se ha voluto comprare il giocattolo di Buzz Lightyear, lo avremo fatto tutti noi.

O meglio, ci sarebbe piaciuto che Lightyear fosse davvero un film del 1995 perché all’epoca avrebbe fatto bene vedere una roba con una rappresentazione del genere, con la normalità di ogni tipo d’amore e un cast di così varia natura che finalmente ha capito che per i film d’azione i personaggi tutti pimpanti e pronti non sono esattamente quelli con cui possiamo relazionarci. Infatti, e qui viene subito il bello, Lightyear è un film fatto di errori su errori, di gente che commette sbagli e cerca di rimediare come può e alle volte non ci riesce neanche. Siamo davanti alla manifestazione dell’essere ottusi, imbranati o semplicemente ingenui, l’ammissione di non essere capaci a tutto e che forse l’arrivo di una minaccia aliena non ti fa diventare automaticamente un eroe.

 

E, nel caso tu lo sia già, non è detto che l’esserlo ti permetta di fare tutto senza commettere sbagli. Non riesco a spiegare la mia contentezza nel vedere un’impostazione del genere, premesso che io non ho nulla in contrario con il recente trend legato all’esplorazione della famiglia (per me Encanto è eccellente), ma la rappresentazione della goffaggine e del riuscire a farcela nonostante la propria inadeguatezza è un messaggio davvero “forte” nell’accezione cool del termine, un qualcosa che a mio giudizio fa molto bene alle nuove generazioni che fin da subito nascono sotto la pressione di avere un’immagine perfetta a scuola, sui social e in famiglia.

Di che errori parliamo? Diversi, partendo dalla premessa che Buzz Lightyear si ritrova a dover vivere con le conseguenze di una sua scelta e a cercare di rimediare a essa in una disperata sequenza di tentativi dai risvolti sorprendentemente pesanti per un incipit. La testardaggine del voler porre rimedio come tentativo di cancellare una colpa è rappresentata in tutta la sua gloria e alla fine la spirale diventa troppo grande per essere evitata, posizionando Buzz Lightyear in una nuova difficoltà. Con un’invasione robotica alle porte, Buzz si ritrova a dover addestrare una squadra di cadetti dell’ultima ora: persone di diversa estrazione che stavano imparando la via dei Ranger Spaziali un po’ per obblighi sociali, un po’ per hobby e un po’ per ambizione.

 

Dalla necessità nasce la virtù ma il cammino per arrivarci deve necessariamente essere lastricato di oggettive difficoltà che Lightyear presenta benissimo nella sua anima filmica, calcando sul lato umoristico dell’errore disneyiano e, al contempo, passando subito al fatto che non c’è proprio tanto da ridere. Perché ci piace vedere i video degli scaffali di un magazzino che cadono tipo tessere da domino? Perché è un qualcosa che difficilmente vorremo vedere ma che nella sua gravità ci genera l’effetto Paperissima Sprint, ma è solo quando tutto è a terra e siamo partecipi della frustrazione del magazziniere di turno che ci rendiamo conto della serietà di un evento simile.

La forza del film sta nel mostrarti che tutto può essere un’occasione per sormontare la vita e i propri sbagli, che da una paura o un’azione svantaggiosa può nascere la possibilità di crescere e diventare la versione migliore di sé stessi. Potrei scendere in quattrocento dettagli sulle scene o sul cast, ma credo che questo sia il punto più importante da descrivere se il mio giudizio può rappresentare un motivo per andare o meno a vedere questo film al cinema.

È quasi liberatorio vedere finalmente accettato che non ogni piano va sempre per il verso in cui si spera, che la vita è una roba da correggere in corsa e non può essere programmata come un generale sul campo di battaglia.

 

E, forse ancora più importante, fa dannatamente bene sentir dire che la finalità dei propri errori non è quello di avere rimpianti e fare di tutto per far tornare le cose allo stato ideale del passato, cancellando quello che è stato fatto, bensì vivere con la consapevolezza di quello è che il futuro dinnanzi, delle opportunità che l’errore ha generato e di riuscire a trarne il meglio per essere qualcuno di diverso, qualcuno che non sarebbe mai esistito se non si fosse commesso qualcosa che si rimpiange.

 

Andando oltre lo speech motivazionale, che è comunque il fulcro di Lightyear e vi invito a non scordarlo, la storia di Buzz Lightyear è anche un eccellente film d’azione con uno sforzo artistico encomiabile: l’attenzione messa nell’atmosfera e nella scelta della tecnologia da utilizzare come riferimento è pazzesca. Direi che si tratta di un mix tra fantascienza all’Interstellar e l’arrangiarsi di Matt Damon su Marte, ma il mix è impreziosito da una sorprendente capacità di mettere tutto questo anche in richiami alle forme plasticose dei giocattoli da cui il marchio parte per la sua storia.

Un piccolo esempio di quello di cui parlo, e su cui vi invito a fare attenzione, è l’utilizzo del Pilota Automatico e il suo alloggiamento nell’abitacolo. Bloccoso, con una fisicità importante e tanto di scena del soffio stile cartuccia del Game Boy, il suono particolare che fa con quel click da blocco LEGO piantato con forza da un bambino: sublime, quasi ininfluente da un punto di vista narrativo ma è sublime. E le scene sono piene di queste trovate subdole, magari vedete uno scontro tra laser e robot e vi sembrerà di assistere a un film d’animazione qualsiasi, ma ben presto vi accorgerete di quanto giocattoloso sia stato il tutto anche se fino alla fine non vi è sembrato.

 

Lightyear vive di un equilibrio ben realizzato, non c’è veramente un elemento che definirei stonato o fuori fuoco, non osa troppo nella fantascienza o nei suoi richiami, fa esattamente il giusto per regalare emozioni a grandi e piccini con effetti perfettamente a metà tra i due, un po’ come il ricordo che vi si sblocca quando vedete un bambino giocare con una minifigure del Millennium Falcon e fare i suoni con la bocca. Non osa troppo come film, non è di certo una rivoluzione perfino nel campo dell’offerta Disney Pixar o nel multiverso di Toy Story (sì ormai tutto è multiversale) ma è uno dei film più godibili fatti recentemente e sicuramente un’avventura che si fa anche rivedere con gusto.

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