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La nostalgia analogica dei The Jackal

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La nostra recensione di Generazione 56k, la nuovissima serie tv targata The Jackal, da pochissimo approdata su Netflix.

Un romanzo di formazione travestito da commedia romantica. O forse è il contrario? 8 episodi che vale comunque la pena di vedere: Generazione 56K, su Netflix

Raccontare più generazioni in una volta sola, con una sola storia, raccontarle attraverso le esperienze (anche traumatiche) e le scoperte che in ciascuna epoca della vita si sperimentano. La chiave per interpretare il valore e le qualità di Generazione 56K sta tutta qua: immaginarla non come una serie a metà tra la commedia e il romantico, con una inevitabile strizzatina d'occhio alla cinematografia di Massimo Troisi (la serie nasce e si sviluppa a Napoli, grazie all'intuizione di Francesco Ebbasta dei The Jackal), ma come un affresco familiare che copre due o tre generazioni, raccontando con un paio di espedienti le loro avventure nell'arco di più di 20 anni.

Quello che hanno messo in piedi i The Jackal, grazie al supporto di Cattleya e di Netflix, la potremmo definire quasi una saga familiare o un romanzo di formazione: c'è la vita dei genitori dei protagonisti, alla fine degli anni '90 quando il sogno del benessere dei ruggenti anni ‘80 si era ormai ampiamente esaurito e facevamo già i conti con una realtà più simile alla attuale; poi c'è quella di Matilda e Daniel, i due colombi al centro di un intreccio dall'ordito neppure troppo complicato, dei loro amici Sandro, Luca, Claudia e Sebastiano che si muovono a cavallo nel passato della loro infanzia in famiglie già più o meno disfunzionali e un presente fatto di un'età adulta ricca di incertezze.

Il loro percorso fatto di lavoro, famiglia, figli, responsabilità: oscillando tra la nostalgia di tempi più semplici e il desiderio di diventare davvero adulti. Personaggi in cui ci si può in una certa misura davvero specchiare.

Siamo lontani dalle atmosfere ottimiste dei racconti dei ragazzi degli anni '80 e persino da quelli patinati dei teenager degli inizi dei '90: c'è piuttosto l'amara conclusione, questo il vero centro della storia, che a noi che siamo stati adolescenti al volgere del secolo non è rimasto che sperare di realizzare i nostri sogni di bambino visto che, oggi, nel lavoro e nella vita siamo costretti a fare troppi compromessi.

Non c'è l'ambizione di una grande fortuna da costruire o di una storia d'amore appassionata e trascinante, bensì la disperata ricerca di quel benessere immediato offerto dalla tranquillità che proprio Troisi aveva raccontato in diverse pellicole.

Piccole soddisfazioni, magari quotidiane, fatte di amici di sempre che ci tengono compagnia e dell'appoggio incondizionato di amorevoli genitori.

Sul piano tecnico non possiamo che constatare, se ancora servisse, che i The Jackal si confermano una delle certezze tra i produttori di contenuti originali del nostro Paese.

La storia è scritta in modo solido, girata in modo altrettanto robusto, con pochissime pecche su cui si tranquillamente sorvolare: è pensata in modo esplicito e disinvolto per quel tipo di pubblico di cui piattaforme come Netflix vanno alla ricerca e si nutrono.

È perfetta come intrattenimento per i più giovani che si appassioneranno alla delicata storia d'amore che viene intessuta lungo tutte le 8 puntate.

Allo stesso tempo fa appello alla nostalgia, di chi magari su Internet proprio negli anni dei flashback ha costruito una buona parte del suo bagaglio culturale che ancora oggi costituisce la colonna portante delle sue passioni.

È anche una serie capace di essere fruita anche da un pubblico diverso da quello italiano: se frotte di ragazzi italiani oggi divorano serie spagnole, perché non potrebbe accadere anche il viceversa?

L'aspetto più importante di questa serie da poco più di 30 minuti a episodio è infine senz'altro il seguente: i The Jackal mostrano una maturità adeguata alla produzione con cui si cimentano (decisamente meglio del loro meno riuscito lungometraggio) e una capacità di declinare il proprio talento a seconda del genere con cui si misurano che è davvero fuori dal comune.

Alle prese con una serie destinata al pubblico più generalista che si potrebbe immaginare sono riusciti a costruire un prodotto che è totalmente identificabile come made in The Jackal, ma che allo stesso tempo saprà accontentare quei palati onnivori.

Generazione 56K non calca troppo la mano sulla nostalgia dei nerd, non esagera con le sdolcinatezze, non piazza scenette farsesche a sproposito pur riuscendo a strappare più di qualche risata nel corso di ogni puntata, non trasforma una storia ambientata tra Napoli e l'isola di Procida in una macchietta.

Il risultato è un'orchestra che mette in scena un'esibizione solida: senza acuti da virtuosi, forse, ma in cui non c'è neppure un singolo strumento che vada fuori tempo. Bene gli attori, convincente soprattutto la tormentata Matilda interpretata da Cristina Cappelli, e la chimica con Angelo Spagnoletti che interpreta Daniel sembra più che buona: magari anche per mettere in piedi una seconda stagione, come sarebbe lecito attendersi se la serie avrà successo nelle metriche data-driven di Netflix. Seconda stagione che, va detto, potrebbe anche non aggiungere niente o addirittura sbilanciare un risultato complessivo più che buono: staremo a vedere.

Generazione 56K è una serie deliziosa, da gustare questa estate.

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