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Perdersi nel gioco

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Lost in Play mette in scena la fantasia di due bambini attraverso una storia semplice ma estremamente geniale.

Da bambino, come molti bambini, mi divertivo a “creare mondi”: prendevo i miei pupazzi, li piazzavo sul letto ed ecco che apparivano, magicamente, giungle intricate, templi dimenticati, esplosioni, spari, fantasmi, maghi e magia. Facevo anche i rumoretti con la bocca ed ero parecchio rumoroso tanto che i miei genitori iniziarono a riferirsi ai miei giochi con i pupazzi con il nome “e puff”, perché questo era il suono che mi sentivano emettere più spesso.

 

Per strada, sui marciapiedi, saltellavo sulle mattonelle per evitare di cadere nella fantomatica lava e spesso e volentieri apparivo e scomparivo dalla vista dei miei genitori perché dovevo andare a prendere una missione da un personaggio immaginario di turno.

 

Avevo tanti amici immaginari, alcuni erano semplicemente Realtà Aumentata nella mia testa, altri erano rappresentati da statue nel giardino dei miei nonni, alberi, paletti e compagnia. Insomma, ero costantemente perso all’interno dei miei giochi, della mia fantasia e della mia mente Perso nel gioco come i due protagonisti di Lost in Play che, con una grazia incredibile, mette in scena esattamente il nostro essere stati bambini: parla esattamente alla mia e alle generazioni precedenti raccontando un classico pomeriggio di gioco di tenera età.

 

Lo fa come lo facevo io e come lo facevate voi: da forma e vita a mostri, maghi, goblin, castelli e avventure laddove esiste un semplice parchetto con gli anatroccoli e crea una storia incredibile semplicemente con un cartone, due forbici e un pennarello.

Avete presente tutti quei natali passati a mettersi in testa le confezioni del Pandoro e giocare a fare i cavalieri?

Ecco, Lost in Play inizia esattamente così, con una scatola in testa. Si tratta di un’avventura punta e clicca molto moderna nella sua linearità e nel suo sviluppo, con un’estetica veramente eccezionale e un puzzle-deisgn particolarmente ispirato che, al netto di un paio di sbavature in corsa mette di fronte a quesiti logici declinati in modo decisamente avvincente. A stupire, come detto poco sopra, è l’idea narrativa alla base su cui è stata costruita l’intera esperienza: dare forma alla fantasia dei bambini. Ma non dare forma in maniera “reale” con incantesimi o simili, ma mostrare esattamente due bambini che giocano fra di loro e, con i loro occhi, costruiscono un’ intero universo.

 

Lost in Play ci mette sempre di fronte la dicotomia fra il mondo reale e quello che i due giovani protagonisti stanno vivendo fra il loro giardino di casa e il parchetto poco distante nel quartiere: interagiscono con vecchietti, con porta-pizze e nel frattempo scrivono la loro storia. Il titolo non mette in scena un “reale” teletrasporto dei due ragazzetti all’interno di un mondo fantastico, e non usa nemmeno il tanto abusato espediente del sogno che possiamo vedere in titoli come Hearth of Darkenss (che mette in scena un incubo del protagonista mentre dorme), ma ci mostra una tranquilla giornata di gioco con gli occhi di un bambino.

Lo fa in maniera impeccabile: tutto è confuso, eccessivamente pieno di cose e muta continuamente per accontentare i capricci della fantasia dei ragazzetti. Una volta stiamo giocando a dama con un diavoletto e la volta successiva siamo a cavallo di un drago a mangiare libellule nel cielo.

 

Saltelliamo continuamente da un tipo di gameplay ad un altro senza mai approfondire realmente tutto quello che viene mostrato a video con i suoi puzzle: ognuna di quelle idee potrebbe essere declinata in un gioco a se stante che avrebbe un successo mostruoso, e invece restano piccole puzzle isolati all’interno di un mondo stravagante.

 

Ma sapete cosa? È esattamente così che doveva essere messo in scena perché anche io, da ragazzino, saltavo da una cosa all’altra con una discontinuità allucinante e se qualche minuto prima la mia bici era un bianco destriero, dopo la prima curva diventava istantaneamente una moto con cui sfuggivo dalla polizia rappresentata da un gregge di pecore arrabbiate (storia vera per altro, ho avuto una paura matta). Ed è proprio questo aspetto, meraviglioso, della volubilità dei ragazzetti che Lost in Play riesce a mettere in scena nella sua squisita narrativa, accompagnato il giocatore in mondi e situazioni fuori di testa, ricchi di idee e di spunti eccezionali.

Quel che resta, dopo la conclusione del gioco (5 ore circa) è un bellissimo ricordo di un’esperienza che ha il sapore di casa, piena di momenti “ah, anche io lo facevo da piccolo”. Lost in Play parla un linguaggio per tutti, racconta la storia di tutti e lo fa con una semplicità disarmante. (Quasi) sicuramente uno fra i migliori esponenti del suo genere.

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